martedì 18 dicembre 2012

Vuoto totale. David Foster Wallace e internet

Lo scorso settembre Bret Easton Ellis ha definito più che pubblicamente – via Twitter – David Foster Wallace un impostore, marcando il proprio territorio in 140 caratteri. Come spesso capita, la notizia ha rimbalzato a destra e a sinistra per qualche giorno, poi si è affievolita in favore di una nuova micro-opinione che, magari, consentisse la replica della persona tirata in ballo. Il compianto Wallace è morto suicida nel 2008.
Molti si sono chiesti cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo nel momento in cui Ellis decideva di sguainare la sua spada cinguettante – posto che David non avesse ancora dimostrato di essere il genio che viene considerato e che Bret non avesse trovato il modo di apprezzarlo. La risposta è semplice: assolutamente niente.
Il rapporto di Wallace con il web non ha mai trovato la strada verso i suoi scritti pubblicati, ma la sua opinione in merito è trapelata in un paio di occasioni pubbliche. Nel 1998 si fece mandare in visione alcuni film per adulti candidati a un premio internazionale. Il pacco arrivò in forma anonima alla sua abitazione di Bloomington. Niente intestazione, niente dettagli sulla bolla di spedizione, nessun logo compromettente sulla confezione. Questo, non molto tempo dopo, gli diede spunto per riflettere su quanto nell’era di internet – allora così vicina all’esplosione globale –  questi accorgimenti fossero destinati a scomparire. Nel giro di pochi anni il porno si sarebbe imposto a chiunque avesse un accesso al web, non ci sarebbe più stato motivo di nasconderlo dietro l’ingresso a perline di una sezione speciale della videoteca, perché sarebbe stato non solo a disposizione, ma in arrogante prima fila assieme a centinaia di altri prodotti. Immagini invitanti e ammiccanti, occasioni irrinunciabili, offerte imperdibili. La vita privata di chiunque sulla piazza del pubblico dominio: la peggiore paura del granchio Wallace.
All’uscita di Infinite Jest, alcuni dei critici più perspicaci – o avanguardisti – si lanciarono in varie interpretazioni sulla lettura del tomo. Sven Birkerts sull’Atlantic fornì il suo punto di vista, individuando nel corto feticcio così coinvolgente da uccidere chiunque lo guardi, che fa da trait d’union alle varie vicende contenute nel romanzo, “una risposta allegorica a una sensibilità culturale alterata [da internet]”, probabilmente a voler giustificare in parte la scelta retrograda di utilizzare una videocassetta come frutto proibito di una storia ambientata in un futuro prossimo e possibile. Wallace dissentì: “È semplicemente il fatto di essere vivi, non occorre passare la vita su internet per sentirsi così.” La verità è che era terrorizzato dal web, quanto Ray Bradbury era terrorizzato dalle innovazioni tecnologiche. Il primo si vantava di non essere mai stato online, quanto il secondo di non aver mai messo piede su un aereo, ma entrambi si rendevano conto molto chiaramente di ciò con cui avevano a che fare. L’alienazione della persona attraverso la sua immagine virtuale era quello che per Ray erano i robot. La disfatta del genere umano.
Difficile immaginarlo impegnato in una sfida all’ultimo post sui social network, però qualcosa di scritto lo ha lasciato.
Wickedness è il titolo degli appunti per un racconto o un romanzo – chi può dirlo ormai? – tratti dai taccuini che fanno da corollario al Re pallido, e che D.T. Max ha recentemente esplorato in lungo e in largo per il New Yorker. La storia è la testimonianza di una preoccupazione, l’embrione di una critica sociale, ma anche la prova della curiosità di David nei confronti del mezzo internet.
Skyles è un reporter scandalistico, che cerca di dare sfogo ad alcune sue frustrazioni personali fotografando l’ex presidente Reagan nella casa di cura per malati terminali dove alloggia, afflitto dal morbo di Alzheimer. Anche Skyles è malato, ha un tumore alla bocca di pirandelliano respiro, e il reportage su Reagan, pubblicato online dal tabloid wicked.com, potrebbe essere il suo canto del cigno. Quello che in Jest era il video, alienante e invasivo, qui è il web. La grande vetrina in cui esporre e su cui scaricare tutte le proprie debolezze a discapito di quelle altrui. Un mezzo ancora più capillare, ancora più spudorato, una continua mostra di atrocità, capace di trasformare gli esseri umani in zombi senza senso della decenza e dell’autocontrollo. I robot che prendono il sopravvento.
La questione della crescente invasività dei media è sempre stato uno degli argomenti preferiti e temuti da Wallace. In Wickedness – chiamato anche Wickeder – i tabloid, i giornali scandalistici, la televisione, pur restando deprecabili nella sua visione, giocano la parte dei buoni. Il web è in grado di superarli di parecchie misure sul loro stesso campo, di trasformare la loro arroganza in un’ingenua sconvenienza. Sembra delinearsi il nuovo mostro. La differenza sta nel fatto che se i primi, pur razzolando nelle bassezze più gravi, lo fanno legalmente, il secondo se ne frega del regolamento. “Malgrado i sogni di globalità e informazione libera, [internet] è e resta il muro dei cessi della psiche americana” scrive accanto ai nomi vagamente inquietanti di siti inventati. Latrine.com, 10footpoll.com e filth.com, che non si fanno alcuno scrupolo a pubblicare servizi umilianti sulle celebrità pur di alimentare la fogna a cielo aperto del web. Chiunque può scatenare se stesso nella caccia alla celebrità, chiunque può scagliarsi contro chiunque in una sorta di orgia cannibale informatica in cui non esistono limiti di decenza o rispetto per gli altri. Se la televisione può essere spenta, i giornali posso essere ignorati, il web si insinua ovunque travestendosi da qualcosa non solo di utile, ma di necessario.
La storia di Skyles si arresta bruscamente dopo circa quattromila parole scritte a mano, mentre il protagonista, travestito da manutentore, si aggira per la casa di cura con una macchina fotografica nascosta sotto la tuta. Anche la figura di Skyles sembra voler richiamare la sporcizia e l’ambiguità del mezzo messo alla berlina. È sfigurato dal tumore e porta una maschera che gli nasconde mezza faccia. È grottesco, impacciato e viscido. Un antieroe che incarna l’idea del suo creatore. Non sapremo mai se riuscirà a portare a compimento la sua missione, né cosa Wallace avesse intenzione di fare delle proprie idee, così come non sapremo mai come avrebbe risposto alle accuse di Bret Easton Ellis.
A margine dell’incompiuto Wickedness c’è una nota che dice “Blankness is ok”, il vuoto totale va bene. E il vuoto ha vinto, dopotutto.

di Giulio D'Antona

Trovato su Minima & Moralia

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