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martedì 16 settembre 2008

Di nuovo in macchina

Attraverso velocemente la strada riparandomi la testa sotto il giacchetto di jeans. Apro la portiera bagnato fradicio proprio come qualche minuto prima. E finisco di nuovo a spazzolarmi i capelli per asciugarli un po’.
Federica mi guarda un po’, mentre io faccio come se niente fosse: come se lei fossa appena passata a prendermi di fronte casa.

“C’è qualcosa che non va?”
“Beh, si. Mio fratello ha deciso di chiudermi fuori.” Ecco, l’ho detto.
Lei si corruccia un po’, si rimette a posto i capelli dietro le orecchie e guarda fisso al di là del parabrezza.
“Se vuoi puoi venire a dormire da me, se non hai nessun altro posto dove andare.” Non ci credo!

Sulle prime non accetto. Una brutta abitudine che ho è quella di non accettare mai al primo colpo le cose che mi vengono offerte. Anche se in fin dei conti sarei disposto a spolpare una persona per averle. Come ora.
È colpa di mia madre, è lei che mi ha tramandato geneticamente questa sua fissa. La gente con me deve insistere almeno un paio di volte, altrimenti non c’è verso.
Potrebbe anche essere la ricchezza più ricca su questa terra, ma se non mi supplicano di accettare per tre volte io risponderò sempre
“No, grazie.”
È più forte di me, non c’è nulla da fare. Sono fatto così.
Male.

Alla fine riesce a convincermi a rimanere a dormire da lei. Mette la prima e riparte verso casa sua.
“Però devi un po’ adattarti. – dice – Dormirai sul divano, il letto scordatelo.” Io faccio di si con la testa, non c’è problema. Sarei capace di addormentarmi anche su un vibratore pur di dormire sotto lo stesso tetto di una ragazza carina come lei.
“In più, domani mattina lavoro, quindi sveglia alle sette e mezza!”

Sette e mezza?? Ma cazzo, neppure sotto le armi!
Lei mi guarda. Io ci sono rimasto troppo male. Con i ritmi che ho preso questa estate ho bisogno di dormire almeno una decina di ore. Se vado a letto adesso fino alle dieci non se ne parla di vedermi alzato.
Mi volto verso Federica per cercare di strapparle almeno uno strimizzito permesso fino alle otto. Lei è lì che guarda dritto di fronte a se e con difficoltà trattiene una sonora risata. Allora capisco che era soltanto uno scherzo, per fortuna.
“Ma vaffanculo.” Lei scoppia a ridere e io sorrido un po’ più rilassato.

“C’eri cascato, ammettilo.” Certo che c’ero cascato, diamine. Non mi aspetterei mai che mi si prendesse per il culo fin dalla prima uscita. Dopo oggi però dovrò correggere leggermente quello che mi aspetto e quello che non mi aspetto dalle altre persone.
Soprattutto dalle ragazze carine che sembrano innocenti.

Il percorso che da casa mia ci porta fino a casa sua è piuttosto breve. Abbiamo poco tempo per parlare e in quel poco tempo riesco solo a stupirmi un poco.
Scopro che non vive più con i suoi genitori. Capisco che quando ha detto “Casa mia” intendeva davvero casa sua.
“Niente di particolare. – fa lei – Un semplice appartamento di due stanze più bagno.” Buttalo via. Io sarei disposto a fare il bidet a cani paralizzati pur di andarmene dai miei genitori.

Vengo a sapere anche che è fidanzata ormai da cinque anni, una vita ormai, ma la cosa non mi stupisce più di tanto. Me lo avesse detto appena salito in macchina forse tale notizia avrebbe rovinato un’esistenza. Sarebbe stato un macigno che mi cadeva sulla testa, spappolandomela ben bene. Ma venendo fuori ora, chiacchierando del più e del meno, ora che lei ha già assistito ad abbastanza mie figure di merda da riempire un album fotografico stile “Ricordi di una vita”, beh, non mi fa più lo stesso effetto.
“Beata te.” Mi verrebbe da dire, ma non lo dico.

Ad un tratto, lungo una strada che in cinque anni avrò fatto almeno una settantacinquina di volte il giorno, giriamo in una viuzza stretta e buia di cui non mi ero mai accorto prima. Le case attorno sono così strette, appiccicate una all’altra, da sembrare quasi un’unica, grande abitazione.
Il paesaggio però è un po’ triste. Tutto questo aggrovigliamento non è poi un bel vedere. Non so se è la serata imbruttita dal temporale, ma oltre a questa sottospecie di polpettone di case che non riesco proprio a digerire c’è un’aria grigia che non mi piace proprio per nulla.
“Vivere qui non deve essere così bello però…” Non lo dico ad alta voce. Lo tengo per me.

Poi, così senza preavviso, arriviamo in uno spiazzo, una specie di piazzetta interna che fa molto provincia veneta. Una amore di paesaggio che riuscirebbe ad alleviare la giornata anche al peggior criminale nel braccio della morte. Il tutto circondato da un numero limitato ma straordinario di villette a schiera, ognuna con il proprio giardinetto privato e il proprio garage o parcheggio privato.
“Cazzo! E te vivi in questo paradiso terrestre??” Questo, purtroppo, lo dico ad alta voce…

Guardo Federica con degli occhi che sembrano supplicare un assenso. Lei fa finta di niente, continua a guidare come se nulla fosse. Solo dopo un po’, quando forse si accorge che sono fermo con la stessa espressione impietrita da ormai quindici secondi, cosa assai strana per me, si volta leggermente verso di me e con una delicatezza che non ho mai visto prima sorride leggermente.
Non risponde alla mia domanda, ma imbocca una strada che rimane sulla sinistra della piazza e continua la corsa.
“Ok, ho capito.” Riprendo una postura da persona civilizzata e lei sorride ancora.

La casa di Federica sta alla fine della strada, là dove un’altra piazzetta, più misera della precedente, si apre su una serie di palazzine color crema. Non sono certo paragonabili alle villette viste poco prima, ma rispetto alla media nazionale non sono male.

Ci fermiamo in quello che a prima vista sembra essere il parcheggio condominiale. Federica spegne i fari, poi gira la chiave e lascia che il motore emetta un leggero borbottio prima di azzittirsi del tutto.
Mentre lei si impegna nell’estrarre il frontalino dell’autoradio io aguzzo la vista al di là del parabrezza, alla ricerca di un portone che di regola ci dovrebbe portare all’interno dell’edificio.
Federica mi vede e questa volta senza ridere mi avverte:
“L’entrata è dall’altra parte.”
“Ah, perfetto…” Alzo lo sguardo verso il cielo: la pioggia non si è ancora fermata e fuori il temporale continua ad imperversare.

Appena usciti dalla macchina è un attimo. Sembra di essere in una gara di centro metri, solo che al posto dello sparo della pistola prima di partire aspetto che Federica abbia chiuso l’auto; poi la lascio andare avanti di qualche passo per indicarmi la strada e la seguo.
È buffo vederla correre. Non perché sia buffa lei, ma perché mi accorgo di come sia curioso osservare una ragazza che corre. Prima d’ora avevo visto solo Ilaria correre sotto un temporale del genere. Stavamo uscendo da una festa di carnevale che una nostra amica aveva organizzato nel capannone dove lavoravano i suoi genitori.
Lei era vestita da strega sexy e indossava una minigonna stretta che le avvolgeva le gambe fino a poco più su di metà coscia. La falcata che tale gonna le permetteva di fare sarà stata, si o no, di un paio di centimetri al massimo. Per questo corse i cento metri scarsi che ci separavano dalla macchina con minuscoli passettini rapidi rapidi che badavano bene ad evitare le pozzanghere sull’asfalto.
Per me una ragazza che corre è quella visione lì: rapidità al cento per cento. Vedere ora Federica che sgambetta veloce ma per niente rapida tra una pozza e l’altra, esattamente come un ragazzo, ha un che di bizzarro che sconvolge alcune mie certezze.

Starle dietro non mi permette soltanto di seguire la strada giusta, ma anche, e oserei dire soprattutto, ammirare quel suo bel culetto avvolto da quei jeans stretti stretti.
Lo so, sono un maiale, ma in una notte in cui sono stato chiuso fuori di casa e sto correndo sotto la pioggia concedetemi almeno un piccolo piacere.
Sono così assorto dal suo didietro che non faccio neppure più caso a dove metto i piedi, corro e basta. Forse è anche per questo che ad un certo punto finisco letteralmente dentro una sottospecie di piscina che si era venuta a creare in un avvallamento della strada.
“Ma porca puttana!” Punizione divina o cosa?

Arriviamo al portone e mentre Federica cerca le chiavi nella borsetta ho il tempo per vedere i danni causati da quella maledettissima pozzanghera di merda. Riassumendo al massimo ho i pantaloni inzuppati interamente fino a metà stinco, più qualche schizzo che mi arriva sulla coscia e addirittura sulla maglia.
Federica trova le chiavi, sceglie quella giusta in un mazzo in cui ce ne saranno almeno una quindicina tutte colorate diversamente e mi guarda.
“Scusa, avrei dovuto avvertirti di quella pozzanghera, ogni volta che piove si forma sempre più grande, ma pensavo che te ne saresti accorto. Dove avevi la testa?” Ridacchia un po’.
“Sapessi…” Don’t worry, non l’ho detto.

Saliamo le scale fino ad arrivare ad una porta in legno chiaro, esattamente come tutte le altre nella palazzina, con al centro una targhetta d’orata con inciso il suo nome: Federica Ciucci. Fossimo stati compagni di classe presumo che l’avrei fatta morbida con le battute sul suo nome; per fortuna sua non siamo più a scuola e perciò le risparmio una serie infinita di doppi sensi fin troppo scontati.
“È la mia.” Fa lei guardandomi con un’aria piena di soddisfazione.
“Mah va…” Rispondo annuendo alla targhetta.
Lei ride.
“Dai, non prendermi per il culo.”
“No no.”
“Altrimenti dormi fuori sullo zerbino!”
“Ok.”

lunedì 9 giugno 2008

A Casa

Quando arriviamo davanti casa mia ormai ci conosciamo quel tanto che basta per reputarsi entrambi buoni amici. Lei sa che non sono pericoloso, che non uscirò fuori un giorno con una improvvisa quanto improbabile dichiarazione d’amore. Io, invece, so benissimo che lei è una di quelle ragazze bellissime che, se avrò fortuna, potrò rivedere solo in televisione, ma estremamente fuori dalla mia portata.
Anni luce fuori dalla mia portata.

Io un moscerino qui sulla terra, e lei una stella su un’altra galassia.

Federica parcheggia di fronte il portone di casa mia, esattamente sull’altro lato della strada. Mette in folle e poi mi saluta, poggiandomi delicatamente le labbra sulle mie guance. Dice che è stato un piacere avermi incontrato, così per caso. Io ricambio, eccome.
“Anche per me è stato un piacere.”
Scendo di macchina e corro attraverso la pioggia verso casa.

Una volta a riparo sotto la grondaia, posso finalmente cominciare a pregare. Metto la mano in tasca del giacchetto di jeans e cerco la chiave. Nel farlo mi volto verso la Polo di Federica, ancora parcheggiata là dove mi ha lasciato. Riesco a intravedere i suoi capelli attraverso le piccole gocce che scivolano sul finestrino. Sorrido un po’ a cretino, non so perché, ma mi sembra che lei contraccambi.
Mi volto verso la porta e tiro fuori la mano con la chiave.

Abbasso lo sguardo e mi fermo un istante. Non respiro, non vivo. La pioggia introno a me ha smesso miracolosamente di scendere: rimane sospesa a metà aria come in un fotogramma di un film.
Deglutisco.
La chiave di casa è sofficemente sdraiata sul palmo della mia mano destra, aggrappata a quello sciocco portachiavi dell’autocarrozzeria di mio zio e che mia madre si ostina ad appiccicare un po’ ovunque.

È il momento della verità. Quasi non ho il coraggio di provare ad entrare.
Mi volto di nuovo verso l’altro lato della strada. Federica è ancora là. Non sembra intenzionata ad andarsene fino a che non mi abbia visto sparire dentro casa.
“Cos’ha? Crede per caso che stia cercando di entrare in una casa che non è mia??”
Se lei non ci fosse magari mi risulterebbe tutto più facile. Sapere invece che lei mi guarda mi mette un po’ di agitazione addosso. In un certo qual modo è come se mi stesse giudicando.
“Vediamo se questo è tanto scemo da rimanere chiuso fuori casa…”

Prendo tempo. Mi do una scrollatina ai capelli, anche se ora in realtà non ne avrebbero molto bisogno. Poi, non so come non so dove, trovo il coraggio di provare ad entrare.
Giro la chiave nella mia mano e la indirizzo verso la serratura.
Sono attimi che durano anni. Il percorso che la mia mano deve fare non è calcolabile neppure in un metro, ma ci mette un’eternità.

Ci sono. Mi sembra di essere tornato indietro con gli anni, quando da piccolo all’asilo mi mettevo con le gambe incrociate sul tappeto e giocavo. C’era un una specie di casetta con degli strani buchi sul tetto e il bello era proprio quello di prendere la forme geometriche sparse un po’ ovunque nell’aula e infilare ognuna nel buco giusto. La situazione, ora mi sembra più o meno la stessa.

La chiave tocca già il metallo della serratura. Sono stato attento a posizionarla in modo che scivoli dentro perfettamente e senza alcun problema. L’unica cosa che rimane da fare è prendere un lungo respiro e spingere delicatamente.
Respirare e spingere. Respirare e spingere. Respirare e spingere. Nulla di più.
Respiro.
E spingo.

La chiave entra dentro la serratura che è un piacere. Per un momento assaporo quella dolce sensazione che si prova quando una figura di merda già scritta sfuma via. Poi però, dopo pochi millimetri, la chiave si blocca e non vuole sentirne di andare oltre.
Mi fermo e assaporo quella amara sensazione che si prova quando si è protagonisti di una figura di merda già scritta.

Cerco di non drammatizzare. Anche se la prima cosa che mi verrebbe da fare sarebbe quella di battere i pugni sul portone di casa imprecando contro mio fratello, non lo faccio. Tentiamo di mantenere quel poco di dignità che ancora ho agli occhi di Federica.
L’importante in momenti come questo è non lasciar trasparire la delusione. In altre parole ciò che devo fare è fingere che tutto vada bene e non far capire a Federica che mi trovo con la cacca fin sotto il naso.

Provo ad atteggiarmi in modo del tutto naturale. So che lei non può capire molto la situazione in cui mi trovo, in fondo mi vede solo di schiena e non credo che la mia schiena sia molto espressiva. Nonostante ciò faccio in modo che non si accorga di niente.
Muovo le spalle un po’ in su e in giù. Mando la destra leggermente in basso, rialzando appena la sinistra, e poi viceversa.

Riprovo.
Forse ho solo sbagliato ad inserire la chiave. Magari ho cercato di metterla al contrario, come se non fosse la prima volta.
Mi rimetto ai nastri di partenza. Il cuore riprende a battere esattamente come prima.
Respirare e spingere. Respirare e spingere.
Niente. Si blocca dopo poco.

Riprovo. E ancora nulla. Riprovo ancora, ma è sempre la stessa storia.
Mi sono ormai quasi del tutto arreso e la mia mano che prova ad inserire la chiave dentro la serratura è più che altro un istinto riflesso. Non ci credo neppure più io che prima o poi entri del tutto. Sarebbe un colpo di culo che stonerebbe nella mia vita.
In fondo se la dea bendata avesse deciso di baciarmi questa sera avrebbe avuto il suo bel da fare. Innanzi tutto non avrebbe fatto in modo che Mirko e Irene mi intortassero ben bene convincendomi ad andare con loro all’osservatorio. Poi non avrebbe dovuto far piovere. Ed infine, se davvero avessi un briciolo di fortuna, Federica se ne sarebbe già andata via da un pezzo, senza assistere a questa straziante scena di me che rimango chiuso fuori casa.
“C’è qualche problema?” Appunto.

giovedì 22 maggio 2008

In Macchina

Salgo, chiudo lo sportello e mi dò una rassettata ai capelli, in modo da asciugarmeli un po’. Con la mano destra sto quasi per tirare giù il parasole e guardarmi allo specchio per vedere in che condizioni sono, quando mi ricordo delle buone maniere.
Mi volto verso la mia sinistra, pronto a ringraziare il mio salvatore, ma le parole mi si fermano sulla punta delle labbra. Rimango senza fiato, stupito come se davvero avessi visto il violentatore con l’uncino.

Una ragazza mora, con i capelli mossi lunghi fino alle spalle, mi guarda e sorride. È un poco bagnata pure lei, ma non come me, solo leggermente, giusto quel tanto che basta per rendere una ragazza ancora più sexy di quanto non sia già.
C’è uno sbaglio. Questo passaggio non è per me. Dio ha sbagliato in qualche cosa. Cose del genere di solito non accadono al sottoscritto.

Muovo un po’ la bocca, cercando di articolare qualche parola, ma non mi esce nessun suono. Faccio gesti inconsunti per aiutarmi a tirar fuori qualcosa che possa sembrare anche un semplice monosillabo; ma l’unica cosa che ottengo è quella di sembrare un perfetto demente.
Dentro di me prego affinché lei non si accorga della mia goffaggine iniziale. Non vorrei che lei si ricordi poi di me per questi primi minuti di handicappaggine mentale. Di solito l’opinione che qualcuno si fa di te è dettata molto da ciò che pensa la prima volta che ti vede, e io ci tengo a fare una buona impressione, soprattutto con lei.

“Diavolo come sei bagnato! L’hai presa proprio tutta l’acqua.”
“Beh, si. Diciamo che mi ha colto leggermente impreparato.” Sorrido, tanto per togliermi dalla faccia quell’espressione stupita.
Lei mette la prima, guarda un po’ lo specchietto retrovisore per essere certa che nessuno arrivi e poi riparte.

I tergicristalli viaggiano ad una velocità incredibile e nonostante questo riescono a mala pena a rendere visibile la strada di fronte a noi. Tutto quello che riesco a vedere oltre il parabrezza sono solo delle incerte sagome che per me potrebbero essere qualsiasi cosa. Fossi stato io alla guida credo che ci saremmo già schiantati contro un albero o Dio sa cosa.
La ragazza alla mia sinistra invece sembra piuttosto rilassata. Non dà l’impressione di preoccuparsi più del necessario delle cattive condizione meteorologiche. Mantiene un’andatura abbastanza bassa e non ha il coraggio di mettere la quarta, ma con questa pioggia e le curve come darle torto.

Cominciamo timidamente a parlare, più per far passare il tempo che per altro. Nessuno dei due sopportava più quel silenzio di timidezza che si era venuto a creare.
Così scopro che lei si chiama Federica, ha ventinove anni e lavora in uno studio notarile.
“Tu invece ti chiami…”
“Fabio.”
“Si, Fabio. Ora ricordo.”
Ora ricordo???

Dice di avermi conosciuto ad una festa che Riccardo, un mio amico, diede qualche giorno fa a casa sua. Io a dire la verità non ho assolutamente memoria di averla conosciuta prima, ma mi hanno detto che a quella festa bevvi come un dannato, quindi tutto può essere.
Fingo perciò di rammentare alcuni particolari sul suo conto. Inizio frasi che con indifferenza lascio finire a lei e poi riprendo, come se lei mi avesse semplicemente preceduto. Un vecchio trucco che sono stato costretto ad imparare quando al liceo non avevo studiato niente.

“Come mai ti ricordi così bene di me? – la butto là, come se nulla fosse – In fin dei conti avremo parlato si o no cinque minuti al massimo.” Sono curioso di sentire cosa mi risponde.
Si possono capire molte cose su una ragazza dalla risposta che dà ad una simile domanda. Se poi lei non sta mentendo e si ricorda davvero così bene di me, beh, devo aver fatto davvero una gran bella impressione quella sera… quindi il più è fatto.
“Diciamo – risponde lei affogando le parole in un sottile ghigno che non promette affatto bene – che è difficile dimenticarsi di uno che vomita su un tavolo da biliardo.”

Ecco.
Ora torna tutto.
La buona impressione del primo incontro può pure andare a farsi friggere.

Lei scoppia in una sonora risata e si piega un po’ sullo sterzo.
Devo avere proprio un’espressione di merda. Da deluso, proprio come quella che mi sento stampata in faccia ora.
“Davvero ho fatto questo?”
“Oh, si. L’hai fatto e come, anche più di una volta.” Risponde lei riuscendo a mala pena a rendere le parole comprensibili.

Ok, ho capito. Tanto vale buttare giù la maschera, smetterla di fare l’uomo navigato, il macho, e giocare a carte scoperte. Dopo che mi ha visto fare una cosa del genere potrei pure dirle che sono Richard Gere che si è appena fatto una plastica e la situazione non migliorerebbe di una virgola. Anzi…

Le chiedo scusa e ammetto di non ricordarmi un accidente di quella sera. Lei mi dice che non fa niente, che anche a lei a volte le capita di non riconoscere le persone.
“Non è mica una tua esclusiva.” Fa lei.
“Si, però devi confessare che non è proprio la stessa cosa.” Lei sorride ancora un po’ e questo mi fa piacere. La sua risata, contenuta e per niente invadente mi fa piacere. È bello sentirla. È una di quelle risate che ti far venir voglia di sparare altre cazzate per il solo motivo di sentirla ancora un’altra volta.
“Ma qualcuno ci stava giocando a biliardo?”

Dopo neppure cinque minuti, durante i quali riesco a farla divertire in modo indicibile con un monologo che mantengo sempre a livelli inumani, ho già capito che se tutto va bene resteremo solo buoni amici. Nient’altro.
Lo intuisco da come lei si sia arresa totalmente a me. Di solito le ragazze prima di farsi lasciar conoscere pretendono che almeno sia passato un po’ di tempo. Tutte le ragazze con le quali sono uscito le prime sere erano sempre così fredde da sembrare un sofficino Findus appena tolto dal frigorifero.
È come, se prima di lasciarsi andare avessero bisogno di conoscermi di più, molto di più. Invece con Federica non è stato così. È sembrato che si sia fidata subito di me.
Inoltre dopo tutte le stronzate che sono riuscito a dire in meno di cinque minuti dubito fortemente che pensi a me come un possibile fidanzato.

Parlare con lei però è un piacere. Era da un po’ che non intrattenevo una conversazione, seppur scherzosa, che riuscisse a farmi star bene. Il più delle volte che finisco col parlare con una ragazza c’è sempre un secondo fine, invece parlare con lei è solo e semplicemente parlare.
Penso sia tutto merito di quest’atmosfera di amicizia che si è subito venuta a creare tra di noi, ma questo non mi dà affatto fastidio. Anzi, mi piace.
Forse è per questo che mi ritrovo con un sacco di amiche e nessuna fidanzata.

venerdì 11 gennaio 2008

Sulla Strada

La strada che dall’osservatorio porta in centro è lunga e non certo tra le più belle da fare di sera. L’asfalto poco curato si snoda attraverso simpatici boschetti che di notte assumono un aspetto piuttosto spettrale. Da piccoli i nostri genitori, per fare in modo che non ci addentrassimo per quei loschi luoghi, ci dicevano che tra quegl’alberi c’era la possibilità, non tanto remota, di trovarsi faccia a faccia con un cinghiale inferocito.
Mirko ascoltava tutte le storie terribili che ci raccontavano per spaventarci e poi ci rideva su. Diceva che non erano altro che un sacco di balle, tipo quella buffa storia del bau-bau, e poi mi trascinava in escursioni interminabili proprio là dove ci era stato detto di non avvicinarci neppure.
Era chiaro come il sole che lui non credeva ad una virgola di quello che i nostri genitori ci dicevano, e neppure io ci credevo, con la sola differenza che io avevo ugualmente una paura fottuta. Mi cagavo sempre addosso ogni volta che ci perdevamo in quei boschetti.

Adesso, con qualche anno in più sulle spalle, le cose sono decisamente cambiate. So ormai per esperienza personale che il bau-bau non esiste, altrimenti con la mia solita fortuna sarebbe venuto a trovarmi a cadenza settimanale, e so anche che, se mai mi trovassi davanti un vero cinghiale, quello che avrebbe più paura tra i due forse sarebbe proprio lui.
Nonostante ciò non è che mi senta poi così tranquillo come vorrei far sembrare. Non ho problemi ad ammettere che a venticinque anni compiuti c’è una lunga serie di cose che ancora mi fanno paura. Passeggiare nel buio in una strada deserta costeggiata da un bosco e immerso tra rumori strani rientra proprio in quella lista.
Mi chiudo nel giacchetto di jeans e allungo il passo.

Se riesco a tenere il mio passo olimpionico penso di arrivare in paese, se tutto va bene, in un quarto d’ora. Poi dal centro a casa mia ci vorranno altri dieci minuti a piedi. Il tutto, tra una cosa e un’altra, salutare gli amici che sicuramente incontrerò per strada e scambiarci quattro chiacchiere per non essere scortesi, per circa mezz'ora di viaggio.
Sono le undici e mezzo appena passate e mi sembra piuttosto ottimistico pensare di arrivare davanti al portone di casa per un’ora che si avvicini a mezzanotte. Oltre questo devo sperare che quella testaccia di mio fratello minore, una volta tanto, disobbedisca ai nostri genitori e rientri un bel poco dopo il coprifuoco; oppure, più semplicemente, si ricordi che ci sono ancora io fuori e tolga la chiave della porta dalla serratura.

Mio fratello si chiama Stefano e a differenza di me sta a sentire per filo e per segno cosa gli dicono mamma e papà. C’è una differenza caratteriale tra me e lui che fino a qualche anno fa pensavo sul serio che uno dei due fosse stato adottato.
Se con me il rientro serale per i sedici anni era fissato per mezzanotte, io non badavo tanto all’orologio. Bastava che entrando in casa mi ricordassi di togliermi le scarpe e di fere il più piano possibile per rientrare anche verso le una. Con lui invece è tutta un’altra storia. Se il babbo dice mezzanotte lui a mezzanotte è già sotto le coperte.
Più di una volta ho sperato che lui si ribellasse. Più di una volta ho desiderato che togliesse quella cazzo di chiave dalla serratura. Più di una volta sono rimasto chiuso fuori e costretto ad andare a dormire da Mirko.

Una goccia d’acqua mi cade sul naso. È la prima che sento da quando ho lasciato gli altri due a tubare su all’osservatorio. La prima, isolata goccia d’acqua.
“Non vorrà mica mettersi a piovere?” dico tra me e me.
Mi fermo e alzo la testa cercando di guardare il cielo, ma tutto è così scuro che quasi non riesco a distinguere le nuvole dai rami che invadano la strada. Le stelle non si vedano più e anche la luna sembra nascondersi, per metà, dietro un’ombra nera che non promette affatto bene.
Riprendo a camminare ancora più svelto, soffocando le bestemmie che mi salgono in gola con sprazzi di preghiere al dio della pioggia, qualunque esso sia.
Se davvero ha intenzione di mettersi a piovere comincio a vedermi male sul serio.

L’acqua inizia a venire giù sempre più forte. Per un momento ho la tentazione di infilarmi nel bosco e cercare riparo sotto un albero. L’idea fissa del cinghiale e la possibilità di essere preso in pieno da un fulmine mi fanno cambiare opinione: è meglio continuare a camminare, il più veloce possibile.
Tra l’altro il centro dovrebbe ormai essere vicino. Ancora qualche centinaio di metri e si dovrebbe cominciare a vedere qualche segno di vita civilizzata. I primi segnali stradali, le prime luci dei lampioni. Le prime case.
È soltanto questione di qualche centinaio di metri, mi dico. O no?

“Conta duecento passi e siamo arrivati, dai.” Lo dico per rassicurarmi, ma in realtà non ci credo poi molto. Convincersi che manca poco però può aiutare. Mi aiutava a resistere a tutti quegli stupidi test fisici che facevamo a scuola durante l’ora di educazione fisica, perché non dovrebbe aiutarmi ora?

La pioggia è insistente e sempre più fitta. Mi sembra di essermi messo sotto una doccia enorme che non conosce confini.
Ho già tutti i vestiti zuppi e ora comincio a sentire l’acqua che mi tocca la pelle, quella del petto. Di solito non dovrebbe succedere così, no? Di solito avrei dovuto trovare un riparo ancor prima che la pioggia cominciasse a rigarmi la faccia, e invece… riesco a malapena a vedere quello che mi sta a due metri, e di un riparo neppure l’ombra.
La mia solita fortuna.

Dall’ultima curva dietro le mie spalle si vedano arrivare due luci, presumibilmente quelle dei fari di un’auto. Se tutto girasse per il verso giusto sarebbe quella di Mirko, ma so già ancor prima di intravederne la forma che non è così. Irene ha sempre paura a fare questa strada di notte: l’assenza di luci, le buche e tutto il resto non le piacciono molto. Per questo costringe Mirko a fare l’altra strada, quella più lunga ma più sicura che scende dall’altro versante della collina.
“Se ha paura a farla di notte, figuriamoci poi con questo cazzo di temporale. Come minimo avrà convinto Mirko a forzare la serratura dell’osservatorio e a passare la notte lì.”

La macchina, quella che mi sembra una Polo scura, mi passa accanto con cautela, quasi stando attenta a non buttarmi dell’altra acqua addosso. Io non cerco neppure di fermarla, non faccio un gesto, non mi butto in mezzo di strada. A volte il mio carattere mi fa schifo, ma mi vergogno troppo a fermare uno sconosciuto per farmi accompagnare a casa. Ci sarebbero troppe domande a cui rispondere:
“Cosa ci facevi qui tutto solo?”
“Come mai non ti sei portato un ombrello?”
“Guardati, sei tutto bagnato… (come se non lo sapessi)” non ne vale la pena.
Preferisco starmene a mollo ancora un po’ piuttosto che chiedere un passaggio.

Dopo avermi sorpassato la macchina si ferma, giusto qualche metro dopo di me.
Io comincio a rallentare il passo. Guardo gli stop rossi accesi e mi domando cosa diavolo voglia ora questo tizio. Ho visto troppi film dell’orrore per cadere in tranelli così sciocchi. Un ragazzo solo che in mezzo ad una tempesta accetta un passaggio da uno sconosciuto: è un copione già scritto. So già che, se entrassi in quell’auto, ad aspettarmi ci sarebbe un maniaco con un uncino al posto di una mano.

Quando però arrivo all’altezza dello sportello del passeggero la luce interna è accesa e questo mi sembra strano per un maniaco: abbordare una vittima rischiando di far scoprire la propria identità è più che un passo falso.
Poi la portiera si apre e riesco a vedere una mano che mi fa cenno di posare il mio dolce culetto sul sedile. Un’altra mano la intravedo appoggiato sullo sterzo. Tiro un sospiro di sollievo: niente uncini.

giovedì 20 dicembre 2007

Sulla collina

Alle dieci di sera sulla collina. Le spalle appoggiate al muro dell’osservatorio e le gambe stese sull’erba del giardino. Il paesaggio, appena sotto di noi, si estende per tutta la città: non è altro che un brillio fugace di mille luci intermittenti. Sopra la testa, invece, brillano quelle più dure, le stelle, e ci appaiano come mille candeline accese sul cielo.
La luna, un piatto, un disco, un qualcosa di ben più luminoso di tutto il resto, ci guarda con curiosità: quasi a chiedersi cosa ci facciano lì, noi, tre solitari ragazzi, lontani da tutto e da niente.

Mirko mi passa la bottiglia di Fanta che abbiamo comprato al supermercato prima di venire quassù. Io ne prendo un lungo sorso. Lo tengo in bocca per qualche secondo, con le guance gonfie, a sembrare un clown, poi butto giù. Mi volto verso la mia sinistra e tendo la bottiglia di plastica verso Irene. Lei la prende e butta giù la bibita.
Io torno con lo sguardo verso la vallata. Mi perdo giusto qualche istante, con domande che la mattina dopo manco ricorderò neppure. Domande innocue, banali e pure ripetitive. A volte, in sere come questa, cerco addirittura di trovargli delle risposte adatte. Risposte che siano convincenti, o per lo meno credibili.
Poi alzo lo sguardo e riprendo la luna.
“Già – le dico – cosa ci faccio io tra questi due perfetti innamorati?”

Alla mia destra è seduto Mirko, mentre alla mia sinistra c’è Irene, con i suoi capelli biondi. Si sono conosciuti circa tre anni fa, per merito mio continuano a dire. In realtà io non ho fatto assolutamente niente. Mirko è mio amico fin da quando ero bambino, mentre Irene era semplicemente una ragazza che passava di tanto in tanto a casa mia per farsi rammendare dei vestiti da mia nonna.
È bastato che per caso lei avesse un paio di jeans da rattoppare e che Mirko passasse a prendermi a casa, per far si che tutto iniziasse. Da quel giorno non c’è verso non vederli insieme, come una cosa sola.
Per questo ora, in mezzo a loro due, con questo paesaggio da brividi, romantico, mi sento così a disagio. Fuori luogo.

La collina dell’osservatorio l’abbiamo scoperta in molti il giorno dell’eclisse totale di sole. Prima di allora, pensare che il nostro paese avesse un osservatorio somigliava molto all’inizio di una barzelletta. Nessuno si era mai neppure domandato cosa fosse quella strana costruzione che sembrava uscir fuori dagli alberi; ma l’esaltazione generale per quell’evento così speciale, si sa, ha fatto miracoli.
Per fortuna in pochi dopo quel giorno si sono ricordati di questo posto, e così noi ci abbiamo trovato il luogo perfetto dove passare le serate un po’ strane e senza senso come questa.

La bottiglia di Fanta mi ritorna davanti agli occhi. Ormai è agli sgoccioli, durerà forse a dir bene un altro giro. Uno e mezzo al massimo.
La prendo per il collo, la guardo e immagino. Se mai qualcuno, oltre alla luna, ci vedesse in quello stato, cosa mai penserebbe?
“Perché Fanta?”
“Perché non abbiamo del fumo.” direbbe Mirko.
“Perché la birra non mi piace molto.” Irene lo guarderebbe con quegli occhi sorridenti.
Bevo e passo a Mirko.

È il momento di andarsene. L’ho capito. Devo solo trovare il coraggio di alzarmi e dire ciao; trovare delle scuse plausibili a tutte le loro domande del tipo perché te ne vai eccetera eccetera, e poi prendere la strada del ritorno.
Non che mi dispiaccia stare con loro. Sono forse gli unici veri amici che mi rimangono, ma so come sono fatti. Tra un po’ Irene inizierà a fare tutti quei versetti da fanciulla in calore, e Mirko le andrà dietro senza pensare che ci sono io nel mezzo a non significarci nulla. L’ho già visto succedere così tante volte. Ormai è una scenetta che so a memoria. E oggi non ne ho voglia.

“Io vado ragazzi. Torno verso casa. Domani mattina, il primo che si alza mi venga a svegliare, ok? Ciao”
“Ma sei a piedi!”
“Non fa niente. Vorrà dire che mi farò una passeggiatina.”