“In fondo chi sa davvero come reagisce il nostro corpo a determinate situazioni? Voglio dire, sappiamo che se sforziamo troppo un muscolo questo finirà con lo strapparsi, ma non riusciamo a definire con esattezza quando questo accadrà. Per definirci davvero bravi dovremmo essere capaci di calcolare alla perfezione per quale motivo uno stupidissimo muscolo, con tutto il rispetto, finirà per danneggiarsi, con tanto di limiti massimi oltre i quali non dovremmo spingerci. Bisognerebbe riuscire a quantificarli, questi limiti, per potere prevenire, non solo curare. La cura è solo un rimedio, la prevenzione è la vera risposta. E noi non riusciamo a darla. Sappiamo la domanda, potremmo pure conoscere bene la risposta, ma quando dobbiamo esprimerla a parole iniziamo a balbettare, facciamo finta di cadere dalle nuvole, inventiamo scuse, come quando andavamo a scuola: diciamo che il cane ci ha mangiato il compito; o che abbiamo i muratori a casa; i nonni stanno male, notti intere passate al pronto soccorso. Invece la verità è che non abbiamo veramente voglia di dare questa risposta, preferiamo fare altre cose. Basterebbe mettersi a studiare sul serio, analizzare qualcosa con quel cazzo di microscopio di merda. Prendere tre o quattro persone del tutto normali, vita media e regolata, niente eccessi, e metterli a correre intorno a una pista con dei sensori attaccati al torace; misurarne i battiti cardiaci, monitorare i consumi di zuccheri, registrare lo sforzo di ogni singolo muscolo, catalogandoli per classe e lunghezza. I dati li potremmo avere a portata di mano. Basterebbe allungarla la mano, per afferrarli e collezionarli. Invece preferiamo perdere tempo con altre sciocchezze, tipo il meteo. A questo mi hanno portato a pensare, che sia tutto inutile. Cristo, non riusciamo neppure a dire con esattezza se domani sarà una bella giornata oppure no."
Fuori piove. L'acqua spazzata dal vento sbatte violenta a grandi frusciate contro la parete a vetro del bar.
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martedì 21 agosto 2012
mercoledì 8 febbraio 2012
La fontana
L’acqua esce dal beccuccio attraverso un foro rivolto verso il basso, con un getto talmente violento che nonostante ci sia una specie di bacinella dello stesso materiale della colonna, in tinta unita, attaccata a essa e ricoperta con una graticola a maglie larghe per potere raccogliere l’acqua e non farla andare per terra a formare noiosi rivoli motosi tutto attorno alla fontanella, la terra intorno è comunque sempre bagnata dagli schizzi di rimbalzo, abbastanza da rendere il terreno vagamente melmoso e appiccicaticcio, quel tanto da sporcarsi le suole delle scarpe nel fermarsi appresso alla fontana anche solo pochi minuti per potere bere. L’inconveniente si potrebbe benissimo evitare, o almeno aggirare, andando a diminuire la potenza del gettito d’acqua, riducendola di poco; ma la fontanella non ha dei rubinetti da avvitare o svitare per regolare la pressione con la quale fare uscire l’acqua, ha bensì un pulsante da premere sulla parte frontale del beccuccio, quella che ti guarda quando ti trovi di fronte alla fontana, come un unico grande occhio leggermente in fuori rispetto alla superficie del beccuccio. Questo pulsante, consumato più dalla pressione di varie mani di volta in volta sporche pulite o sudate che non dalla pioggia o altro, offre una resistenza piuttosto coriacea al tentativo di chiunque di fare uscire l’acqua regolandone la violenza: se lo premi poco, andando a giocare su quel leggero vuoto pneumatico dove le guarnizioni normalizzano l’erogazione, l’acqua non esce, anche se si sente uno strano rumore gorgogliante provenire dall’interno della fontana, quasi quest’ultima si sforzasse di recuperare anche l’ultima goccia dalle più profonde viscere al suo interno; mentre se superi quel punto nel quale quel suono vagamente sinistro dovrebbe trasformarsi in zampillante acqua, il pulsante diventa talmente duro che i bambini per riuscire a bere dalla fontana devono andarci in gruppo, due o più, e fare a turno con le mani chiuse a coppa sotto il beccuccio mentre altri si impegnano con entrambe le mani a spingere il pulsante all’interno del cilindro.
mercoledì 14 dicembre 2011
Cambio
Si guarda a destra e a sinistra, pronto a vederla apparire dal nulla, un fantasma a sfumare nell’aria, la sua figura, di lei, prima chiara e poi sempre più solida. È a quel punto, in quel preciso momento, tra il voltare la testa da una parte all’altra, che nota sul tavolo di cucina un piccolo rettangolo giallo chiaro, un riquadro di carta apparentemente intento a fargli la linguaccia.
Il tempo, qui, rallenta, di colpo, tutto insieme, da una velocità da crociera a un rallenty interminabile. Per muoversi e prendere il post-it sembrano passare secoli. I secondi si dilatano all’inverosimile, distanziandosi gli uni dagli altri così tanto da permettere di incastrare tra di loro lo spazio di un giorno intero. Un turbine di pensieri mulinella dentro la testa dell’uomo mentre vede la sua mano entrare con lentezza nel campo visivo, afferrare il quadratino giallo accartocciandolo un poco ai bordi – e pensa cose che non dovrebbe pensare perché ancora non sa cosa potrebbe o dovrebbe pensare – staccarlo dal piano di vetro del tavolo, un leggero quasi insonorizzato stic, portandoselo poi davanti agli occhi.
È lo sfregamento di un cerino contro una parete ruvida. Piccole scintille impazzite danzano tutto attorno alla capocchia, in un vortice furioso della durata di solo pochi secondi, dopo i quali tutte le faville in turbine si raggruppano insieme, più dense, a formare quello che prima non c’era per niente: il fuoco. Se non c’è un fiammifero, dentro la casa, dentro l’uomo, c’è lo stesso un combustibile facilmente infiammabile. Basta un nulla, un piccolo scostamento dagli standard di manutenzione sicura, l’aria ribolle, o la temperatura aumenta di soli pochi decimi di grado, e la sostanza mascherata da combustibile inizia a smuoversi, gorgogliare in ampie vesciche rigonfie che esplodono e poi rinascono, si riformano, gonfiano, sempre più vicine le une dalle altre, più veloci, rapide nella loro vita, scoppiano, lanciando a chilometri e chilometri di distanza ferite e bruciature appiccicose, galle piene di pus infetto, le stesse visibili su una pelle ustionata a contatto diretto con una fonte di calore inverosimile, quasi il sole stesso. Ecco: l’uomo viene gettato dal vuoto dello spazio del suo essere impaziente, nel vagare per le stanze della casa alla ricerca/speranza di lei, sempre più in avvicinamento a quello che sarebbe poi successo, dritto diretto contro il sole, dove l’atmosfera rarefatta lo accoglie rigandogli i bordi del corpo di un tenue colore turchese, quello tipico delle fiamme vicine al loro centro, per poi di colpo bruciare con violenza, partendo dal ventre fino ad arrivare al pugno della sua mano che si chiude con forza, anche eccessiva, accartocciando il post-it fino al midollo, senza strapparlo – cosa che avrebbe donato un senso diverso al tutto – quanto piuttosto riducendolo a un contorto lenzuolo sfatto di pieghe e linee, tutte le une sopra le altre, senza ordine, con il desiderio inconscio di nasconderlo al suo sguardo piuttosto che distruggerlo dalla faccia della terra, o dell’esistenza, mentre invece, ironia della sorte, quando sente affondare le sue unghie, seppure appena tagliate da un giorno, con gli angoli non smussati dentro la carne viva del palmo della mano, sempre suo, così tanto da farsi quasi sanguinare, da un piccolo spazio aperto tra un dito e l’altro, in quella spirale opaca formatasi dall’opposizione del pollice contro l’indice e il medio stretti chiusi con forza, ancora la calligrafia attorcigliata impressa sul foglio si intravede, anche se appena, non tutta la frase, ma il senso, almeno, con una sola singola parola, quasi potesse trattenere dentro di sé tutto quanto il senso o il significato, si capisce. Puttana.
Il tempo, qui, rallenta, di colpo, tutto insieme, da una velocità da crociera a un rallenty interminabile. Per muoversi e prendere il post-it sembrano passare secoli. I secondi si dilatano all’inverosimile, distanziandosi gli uni dagli altri così tanto da permettere di incastrare tra di loro lo spazio di un giorno intero. Un turbine di pensieri mulinella dentro la testa dell’uomo mentre vede la sua mano entrare con lentezza nel campo visivo, afferrare il quadratino giallo accartocciandolo un poco ai bordi – e pensa cose che non dovrebbe pensare perché ancora non sa cosa potrebbe o dovrebbe pensare – staccarlo dal piano di vetro del tavolo, un leggero quasi insonorizzato stic, portandoselo poi davanti agli occhi.
È lo sfregamento di un cerino contro una parete ruvida. Piccole scintille impazzite danzano tutto attorno alla capocchia, in un vortice furioso della durata di solo pochi secondi, dopo i quali tutte le faville in turbine si raggruppano insieme, più dense, a formare quello che prima non c’era per niente: il fuoco. Se non c’è un fiammifero, dentro la casa, dentro l’uomo, c’è lo stesso un combustibile facilmente infiammabile. Basta un nulla, un piccolo scostamento dagli standard di manutenzione sicura, l’aria ribolle, o la temperatura aumenta di soli pochi decimi di grado, e la sostanza mascherata da combustibile inizia a smuoversi, gorgogliare in ampie vesciche rigonfie che esplodono e poi rinascono, si riformano, gonfiano, sempre più vicine le une dalle altre, più veloci, rapide nella loro vita, scoppiano, lanciando a chilometri e chilometri di distanza ferite e bruciature appiccicose, galle piene di pus infetto, le stesse visibili su una pelle ustionata a contatto diretto con una fonte di calore inverosimile, quasi il sole stesso. Ecco: l’uomo viene gettato dal vuoto dello spazio del suo essere impaziente, nel vagare per le stanze della casa alla ricerca/speranza di lei, sempre più in avvicinamento a quello che sarebbe poi successo, dritto diretto contro il sole, dove l’atmosfera rarefatta lo accoglie rigandogli i bordi del corpo di un tenue colore turchese, quello tipico delle fiamme vicine al loro centro, per poi di colpo bruciare con violenza, partendo dal ventre fino ad arrivare al pugno della sua mano che si chiude con forza, anche eccessiva, accartocciando il post-it fino al midollo, senza strapparlo – cosa che avrebbe donato un senso diverso al tutto – quanto piuttosto riducendolo a un contorto lenzuolo sfatto di pieghe e linee, tutte le une sopra le altre, senza ordine, con il desiderio inconscio di nasconderlo al suo sguardo piuttosto che distruggerlo dalla faccia della terra, o dell’esistenza, mentre invece, ironia della sorte, quando sente affondare le sue unghie, seppure appena tagliate da un giorno, con gli angoli non smussati dentro la carne viva del palmo della mano, sempre suo, così tanto da farsi quasi sanguinare, da un piccolo spazio aperto tra un dito e l’altro, in quella spirale opaca formatasi dall’opposizione del pollice contro l’indice e il medio stretti chiusi con forza, ancora la calligrafia attorcigliata impressa sul foglio si intravede, anche se appena, non tutta la frase, ma il senso, almeno, con una sola singola parola, quasi potesse trattenere dentro di sé tutto quanto il senso o il significato, si capisce. Puttana.
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