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giovedì 13 maggio 2010

Pure noi come il mondo/4

Salita in auto ringraziò Dio di aver insistito fino in fondo per andare con due macchine diverse. In quel momento voleva soltanto andarsene il più veloce possibile, mettere quanto più spazio tre lei e quell'agriturismo che avevano scelto insieme. Secondo i loro piani quella vacanza avrebbe dovuto essere un felice intervallo dalla solita quotidianità sveglia lavoro cena insieme e poi di nuovo letto; una parentesi fatta di coccole carezze e sesso sentito. Invece era stata semplicemente la fine: il rendersi conto di essersi esauriti, limitandosi ad essere una successione di gesti rituali.
Mentre percorreva con attenzione lo sterrato che dal parcheggio portava alla strada vera e propria, domandò a se stessa come avesse anche solo potuto pensare, o sperare, che una semplice manciata di giorni passati lontani dai loro soliti paesaggi potesse cambiare davvero qualcosa. Come se fossero gli edifici, i quartieri, le case alte e le case basse, o addirittura la città intera ad essere la vera cosa sbagliata fra loro. Cosa sarebbe poi successo una volta tornati ai panorami cui sul serio appartenevano? Scappare nella natura era stato solo un modo come un altro di scappare, punto.
E si domandò pure, anche se avrebbe giurato di non ritrovarsi mai a farlo, come fosse stato possibile passare dai colori caldi e sognanti dei primi tempi, quando ancora tutto era magia, poesia, al freddo grigio reale dove ogni cosa ha forme rigide e deve sottostare a precise leggi fisiche. Senza sapersi dare una risposta capì quanto male potesse fare capire quanto tanto fossero cambiati senza cambiare affatto.
Gli occhi le si bagnarono, offuscando la vista. E nel traffico inesistente del pomeriggio pianse lacrime di un dolore ancora dovuto soltanto allo strappo, forte brusco e repentino. Sarebbe stato diverso il dolore che avrebbe sentito nei giorni successivi: più sordo più asciutto, come un vuoto in espansione che le si sarebbe allargato dentro, nell'abbraccio della pleura; quando si sarebbe accorta che anche solo la semplice luce degli stop di un'auto in fila davanti a lei le avrebbe ricordato la luce che faceva il suo cellulare quando lui la chiamava. Quando si sarebbe accorta infine che la cura era più dolorosa della malattia.

mercoledì 12 maggio 2010

Pure noi come il mondo/3

Nel riallacciarsi la camicetta lei ebbe un fremito. Non era paura, neppure rimpianto. Era piuttosto un fremito di chiusura, anche se aveva problemi a definirlo in modo così preciso. Un bottone dopo l'altro dentro le asole, si accorse tutto ad un tratto per davvero che si stava allontanando da lui.
Le parve strano. Giusto pochi minuti prima lui l'aveva vista nuda, ancora una volta; ma in quel momento non aveva provato alcuna particolare sensazione. Era ancora normale. Quello stesso fremito di chiusura che sentiva mentre con il piede appoggiato al letto si risistemava le calze, mentre si rivestiva, non le aveva accarezzato la schiena quando, ancora del tutto nuda, si era chinata dandogli le spalle per raccogliere la biancheria appoggiata sulla sedia della camera. Essere rimasta con solo il reggiseno e nient'altro, da sola nella stessa stanza con lui, aveva ancora una certa dose di intimità. Una volta vestita quell'ultima porzione di confidenza, quell'esile brandello del loro rapporto, era sparito del tutto. Erano tornati due persone normali: lei una donna, lui un uomo.
Giorni dopo quella sarebbe stata l'immagine con la quale avrebbe poi visto a posteriori la loro relazione: lui ancora fermo davanti alla finestra, nudo e scalzo, con le braccia sciolte lungo i fianchi, l'espressione spenta, distaccata, come se gli occhi non fossero più collegati ai sentimenti; lei vicina al letto, vestita solo di poco per metà, a coprirsi i seni ma non il ventre, i capelli sciolti ondulati fino a toccare le spalle esili. Così vicini, indifesi, privi di qualsiasi protezione, ma pure così lontani e distaccati allo stesso tempo.
Vestiti. Disse lei con un’espressione che assomigliava molto ad un ordine, mentre metteva le proprie cose in valigia.
Perché? Trovò il coraggio di chiederle lui. Io non voglio andarmene. Io rimango qui. Il suo comportamento stava cominciando ad esser simile a quello di un bambino.
Sono sempre le ultime cose a rimanerti impresse, rispose lei senza guardarlo. Non voglio ricordarti in questo modo.
Ma quando lei si avvicinò alla porta, pronta per uscire e per lasciarlo definitivamente, lui era ancora alla finestra: il petto irsuto con i peli che cominciavano a tendere al grigio, le cosce massicce con i muscoli appena accennati, il pene moscio pendulo tra le gambe.
Chiuse gli occhi per un istante, per non mostrare niente, per tenersi tutto quanto solo per se stessa; o per cancellare quell’ultima immagine di lui, tristemente arreso. Addio, disse cercando di mantenere un'espressione decisa, con lo sguardo quadrato, i lineamenti rigidi.
Definisci addio. Disse lui sottovoce. Definisci addio. Disse di nuovo rivolto a lei.
Lei non rispose. Si limitò a guardarlo con compassione. Poi con passo veloce se ne andò lasciando la porta aperta.

martedì 11 maggio 2010

Pure noi come il mondo/2

C'era stato un tempo durante il quale lui e lei non si toccavano. Erano due punti distinti e distanti su una retta, una qualsiasi. Di tanto in tanto si sfioravano, durante le loro reciproche naturali rotazioni attorno al proprio asse; ma anche in quei momenti si sentivano comunque ben lontani.
Devi stare attenta alle parole, disse poi lui una sera.
Camminavano sul tardi per la strada deserta.
Cosa intendi per stare attenta? Chiese lei. E poi perché proprio alle parole?
Perché con le parole, rispose lui, si può dire quasi tutto.
Quasi tutto? Pensavo con le parole si potesse dire tutto.
A volte è vero. Fece lui. Altre invece no. Ad esempio: come fai a definire le parole senza usare altre parole?
Lei si fermò a guardarlo, mentre lui ancora intento nella sua spiegazione proseguiva poco più avanti: la testa china e le mani in movimento a cercare di dare una forma o un senso a quello che voleva dire.
Sorrise, luminosa come non lo era mai stata. Corse verso di lui e riprese: e come mai dovrei fare attenzione?
Perché le parole sono pericolose, fece lui, sono appuntite anche quando suonano tonde o delicate. Sono sempre pronte a ferirti.
Dici?
Lui si fermò proprio di fronte a lei. Erano arrivati ad un bivio, dopo il quale lei avrebbe proseguito diritto mentre lui avrebbe svoltato a destra. Era il momento di salutarsi.
Tu ora potresti dire che hai passato una bella serata. Potresti pure aggiungere che ti è piaciuta questa breve passeggiata che abbiamo fatto.
È vero, lo interruppe lei.
E queste sono parole buone, non dovrebbero far male. Invece una volta tornato a casa potrei accorgermi che sono mutate, che hanno cominciato a tirare fuori le unghie, come i gatti cattivi. Potrei ripensarci e credere che in fondo tu le abbia dette solo per circostanza, per buona educazione.
Non ebbe il tempo di dire nulla.
Per questo devi stare attenta alle parole. Ad usarle, o anche solo ad ascoltarle. Perché le parole possono dire tutto, e possono dire niente; dipende solo da che significato vuoi dargli, tu, in quel preciso momento.
Questo, balbettò lei con un filo di voce, questo è il motivo per cui dovrei stare attenta alle parole. Ma cosa intendevi quando hai detto che le parole possono dire quasi tutto.
Lui fece un sospiro.
Adesso, ora, potremo baciarci. Potrei prenderti la faccia tra le mani e avvicinarmi fino a toccare le tue labbra con le mie. E potrei anche descriverti ogni cosa, a partire dai nostri occhi chiusi, dall'inclinazione delle nostre teste; fino ad arrivare al momento in cui farei scivolare le dita sui tuoi capelli. Questo riuscirei a descriverlo con le parole; ma la sensazione morbida delle tue labbra, il bacio bagnato che ci scambieremmo, in tutta la sua natura, con quel misto di dolcezza e urgenza; sono questi momenti, queste sensazioni, che le parole non riescono a dire. Perché certe cose o le fai o non le dici.
Fece due passi all'indietro, sempre guardandola negli occhi, poi voltandosi si allontanò.
Quella fu la prima volta che non si baciarono.

lunedì 10 maggio 2010

Pure noi come il mondo/1

Spiegami il mondo, disse guardando fuori dalla finestra la coltre bianca di neve caduta in strada sui campi e su tutto il paesaggio fin oltre l'orizzonte. Sei bella, stupenda: meravigliosa; rispose lui disteso sul letto, le braccia le mani incrociate dietro la testa. Non parlarmi di me, si voltò di scatto lei, quasi arrabbiata. Sono stufa, annoiata, ne ho piene le scatole di tutte queste tue inutili sviolinate su di me. Dimmi degli alberi, dei fiori, delle api e del polline; spiegami il sole, il tramonto, le nuvole cariche di pioggia, quelle grigie e quelle bianche invece serene.
Potrei dirti che ogni singolo fiocco di neve caduto in questi freddi giorni è diverso da qualsiasi altro caduto in molti altri giorni freddi passati: per punte per stelle, per la forma dei cristalli che sembrano stirarsi dopo aver dormito in letargo per intere stagioni; disse lui alzandosi dal letto. Si mise a sedere tenendosi ritto il busto con le braccia allungate e puntate sul materasso disfatto. Potrei spiegarti come fanno i metereologi a cercare di capire che tempo farà domani o dopo domani o dopo domani ancora, anche fra una settimana; i calcoli precisi studiati per dire la minima e la massima su province città e regioni. Ma poi tutto questo che senso avrebbe, visto che poi alla fine dovrei pur sempre paragonare la neve a qualcosa. E quindi che cosa?
Non dirmi la pelle, sbuffò lei sfiorandosi un poco una guancia pallida con le dita. Non ce la faccio più, sono esausta. Sentì lo sforzo salirle la schiena, arrampicarsi usando una ad una le vertebre come scalini. Da dietro la stanchezza l'abbracciò con le braccia di lui. Chiuse gli occhi spossata, lasciando andare un leggero sospiro che appannò un poco il vetro della finestra. Tutto ad un tratto, con le palpebre abbassate, il paesaggio da bianco limpido solare divenne buio, nero più nero della pece; e spento: magnificamente spento.
È così che mi voglio sentire, pensò tra se: staccata. Spina, corrente, corde, fili. Tutto via.
Cosa c'è fuori? Chiese.
Fuori? Fece lui. Fuori c'è il mondo.
Ma io non lo vedo. Ho gli occhi chiusi. Dimmi com'è?
C'è un prato, innevato. Un albero lontano che si staglia solitario quasi all'orizzonte. Poi c'è la strada, oltre una siepe bassa, con le auto che sfrecciano veloci da una parte e dall'altra.
Vedi? Lo interruppe lei.
Lui sorrise, tranquillo, ignaro. Cosa?
Io sto tenendo gli occhi chiusi. È buio. Mi vedo le palpebre. Dovrei vedere me stessa, dentro. Ma non ci sono alberi, non ci sono prati, non ci sono macchine che passano, né macchine che stanno ferme immobili. C'è solo buio. Quindi non è possibile che tutto il mondo, il mondo intero, sia scomponibile in ogni sua parte, in una qualche singola parte di me.
Disse.
Si liberò dal suo abbraccio e si rivestì in silenzio, senza dire nessun'altra parola.

giovedì 17 luglio 2008

Astronauti

Più tardi lui avrebbe definito la lora relazione, se così la poteva chiamare, come un'assenza di gravità: non avevano i piedi ancorati a terra, ma allo stesso tempo non volavano neppure. Galleggiavano nell'aria, come astronauti alle prime armi, senza peso e, almeno per quanto riguardava lui, senza pensieri.

venerdì 4 luglio 2008

Se io indossassi il tempo

Cambierebbe qualcosa? Avere un bell'abito fatto di minuti, con un tessuto in cui si intrecciano i secondi. Guardando in basso, vedendo l'orlo dei pantaloni che si tiene su con delle ore, magari potrei tornare indietro, nel passato. E magari alzando di poco gli occhi verso il cielo potrei vedere un cappello, e in quel cappello vedere il futuro.
Ma anche se fosse così, se davvero riuscissi a trovare un sarto talmente bravo da cucirmi addosso un abito del genere, sarei davvero sicuro che cambierebbe qualcosa? Nel senso: i fatti che vedrei sarei capace di cambiarli? E in più: li cambierei?

giovedì 3 luglio 2008

Senza Dir Niente

Francesca ci guarda senza dire niente. Io la guardo, e forse qualcosa dico, anche se non me ne rendo conto. Enrico si volta subito verso di me, mentre Alessio continua a parlare come se niente fosse. Io non bado a nessuno dei due. Rimango come un ebete a fissarla, ed ogni secondo che passa mi rendo conto di metterla sempre più in imbarazzo.
Lei per un attimo abbassa velocemente lo sguardo, poi guarda di nuovo verso di noi. Neppure questa volta dice niente. Io invece evito di dire qualcosa.
Abbasso lo sguardo: ora tocca a me, come in una specie di ballo.
Poi lei volta le spalle e se ne va, ed io, anche qui, non dico niente.

giovedì 6 marzo 2008

Altalena

Non importa quel che è, o ciò che la realtà con insistenza ti bisbiglia all'orecchio. Quello che interessa alla testa è il più delle volte ciò che essa pensa.
Può sembrare strano, ma è un gioco nel quale spesso ci si perde e non si riesce più ad uscirne. Diventa un circolo vizioso dove mille cani cercano di mordersi tutti e mille contemporaneamente la propria coda: è un vortice, nel quale non si riesce a capire o a distinguere più nulla.
Così, come in un labirinto, vai a sbattere in muri dei quali ignoravi completamente l'esistenza. Ti muovi sicuro fino a quando non sbatti il naso contro qualcosa di più duro della tua testa.
E' questo che causa quell'altalena di sensazioni, di umori, di stati alternati di felicità, tristezza, slancio, e voglia di restare immobili. Ti guardi dentro, durante uno di questi picchi alti, e ti vedi non alto, ne grande, ma tranquillo: come il mare piatto durante una bellissima giornata d'estate dove non c'è nessuna onda pericolosa. Poi ti guardi dentro, durante uno di questi picchi bassi, e ti vedi gretto, asfissiante, ripetitivo, prolisso; ti vedi grigio come la cenere; ti senti come il grigio che cerca con ottusa cocciutaggine di vestirsi da arlecchino: ne esce una figura triste, ma non di una tristezza affascinante, bensì una tristezza patetica, capace di suscitare compassione.

Sono le viscere le fondamenta dell'uomo. Sono le budella, le interiora, e gli accumuli di grasso, che ne costruiscono il corpo. E' ciò che di sporco si nasconde sotto di esse che lo rendono quel che è.
Ed in certi momenti l'importante non è la realtà, ne tantomeno ciò che la testa si ostina a vedere come realtà. L'importante è restare immobili, fissare il soffitto nel buio, e sopra ogni cosa: cercare di non deglutire.

martedì 4 marzo 2008

In Biblioteca

Guardo dalla vetrata che ho di fronte e vedo: al piano di sotto, nella stanza riservata ai più piccoli, una bambina dai capelli biondi, lunghi ben oltre la spalla, vestita con un maglione rosso ed un paio di jeans scuri, giocare con un suo coetaneo, o magari con suo fratello più piccolo. Saltano, corrono, ed aprano le braccia come se fossero dei cavatappi.
Due donne, molto probabilmente le madri, sono sedute ad un tavolo tondo poco distante. Parlano senza volgere minimamente lo sguardo a quelli che presumibilmente sono i loro figli.
Visti da quassù, guardando tutta la scena senza sentire niente, come un film muto, sembrano due scene separate, di due film completamente diversi.

lunedì 11 febbraio 2008

Drop the Leash

Le persone dovrebbero pensare prima di parlare. E parlare solo quando ciò che vogliono dire può avere un senso.
E' inutile indagare su qualcuno, quando l'oggetto dell'indagine se ne accorge. E' imbarazzante e ponoso, quando vieni scoperto a pedinare una persona.

Sua madre entrò nella stanza, solo per vedere cosa stesse facendo. Barcollò un po' con il suo passo incerto, poi accorgendosi di non avere una scusa chiese:
"E' qui la gatta?"
"No." Rispose lui. Non può essere qui, la porta era chiusa.
Fa per andarsene, ma ha bisogno di controllare più attentamente cosa stia facendo. Quindi si avvicina a lui, gli appoggia una mano su una spalla e chiede:
"Ma quei pantaloni ti si sono allungati? Ho visto che li hai piegati in fondo."
Lui non risponde. Si limita a guardarla con uno sguardo disprezzante, per farle capire quanto in basso è scesa con quella frase. Coma fanno un paio di pantaloni ad allungarsi? Di solito, caso mai, si restringono, mica si allungano...

mercoledì 30 gennaio 2008

Alice

In un mondo dove l'irreale, almeno per me, è diventato reale; dove tutto quanto sembra essere portato all'estremo, o essere moltiplicato per miliardi e miliardi; dove i culi sono sfondati con facilità impensabile, e tutto quanto con una felicità da sfoggiare con gioia sacrale; lo svegliarsi la mattina mi pare proprio uguale a tutti gli altri giorni, solo che io esco dalla porta sul retro, mentre tutti gli altri escono dalla porta che dà sulla strada. Il risultato è che io mi trovo in un mondo, quello che per me è normale e penso sia normale, mentre gli altri vengono catapultati in un universo parallelo che ha regole simili al mio mondo, ma che al tempo stesso sono del tutto diverse.
Mi sento un po' Alice, quando passa attraverso lo specchio. Ma se devo dirla tutta, e credetemi non mi sento affatto stupido a dirlo, io mi tengo molto stretto il mio mondo, quello che sta al di qua dello specchio e non al di là. Me lo tengo ben stretto e guai a chi volesse trascinarmi dall'altra parte.

martedì 11 dicembre 2007

His Cum On My Open Wounds

Potrei raccontare di quando ho camminato con il Diavolo, stando ben attento a precisare che non si tratta di una stupida allegoria.
Potrei parlare di quando l'ho baciato, o di quando ho fatto sesso con lui; di quando gli ho succhiato il cazzo, mentre lui con le mani mi spingeva la testa contro il suo ventre, e di come l'ho sentito duro arrivarmi fino in gola.
Potrei parlare di quando ho fatto l'animale per lui, e di come mi sono lasciato penetrare fino a farmi sanguinare il culo.
Mi piacerebbe poter dire di essere stato male e di aver pianto tutto il tempo; invece ridevo, ridevo, e mi piaceva davvero, sul serio, tanto.

lunedì 26 novembre 2007

Teorema di Pitagora

"Penso che sia una delle dieci più grandi sciocchezze dette sull'umanità."
"Cosa?"
"La vita." Francamente non pensavo fosse già così brillo, dopo appena tre bicchieri di Brachetto.
"Cosa?" Dissi la stessa identica parola di due secondi prima, ma con un'intonazione del tutto diversa.
"Parliamoci francamente - Riprese lui avvicinandosi a me e appoggiando i gomiti sul tavolo. - Nessuno di noi, alla nostra età, fa pensieri profondi sulla propria vita, sulla sua esistenza. E' già tanto se riusgiamo a dormire profondamente, figuriamoci pensare!"
Era strano, ma realmente convinto. Non lo avevo mai visto in questo modo. Sembrava tanto un serfista qualunque che per puro caso era riuscito a prendere un'onda degna di nota e la stesse cavalcando con estrema tranquillitò.
"Hai mai sentito dire da qualcuno che ha vent'anni 'La mia vita è uno schifo'? Oppure: 'Passo la mia vita a fare questo'? O ancora: 'Potrei definire la mia vita come...'? Lo hai mai sentito?"
"No." Dissi io, ma solo dopo che mi accorsi che lui si aspettava sul serio una risposta, e che tutte quelle non erano semplici domande retoriche. Solo allora potè andare avanti.
"Questo perchè nessuno passa neppure un millisecondo a pensare a ciò che ha passato come alla propria vita."
Lo pronunciò come si può pronunciare una rivoluzionaria teoria matematica, tanto arguta quanto banale. Se costruiamo un quadrato sulla base e sull'altezza di un triangolo scopriamo che otterremo una figura giometrica senza senso.
Molto probabilmente si aspettava pure degli applausi.

lunedì 12 novembre 2007

Bambi

E questa era soltanto una delle mille incongruenze che riuscivi a tirare fuoir dal cilindro di una conversazione, senza batter ciglio, come se fosse del tutto normale dire una cosa e dopo un minuto affermare l'esatto contrario. Non eri lineare, ma neppure confusa. Qualcuno non conoscendoti avrebbe potuto dire che non avevi perfettamente le idee del tutto chiare, ma non era vero. A me piaceva pure questo tuo cambiare continuamente idea. Perchè ti donava un tocco di spensieratezza infantile, che si intonava alla perfezione alla tua faccetta da cerbiatto.

venerdì 9 novembre 2007

Fastidioso

"Cosa c'è che ti da proprio fastidio?" Chiese lui.
"Mi prenderai per stupido, ma hai presente quando arrivi alla sera distrutto e stanco morto? Ti sdrai sul divano e ti metti a guardare i tuoi telefilm preveriti alla tv. Poi, senza rendertene conto, ti addormenti lì, con la tv accesa, e quando ti svegli sei ancora tutto biascicato dal sonno, e l'unica cosa che vorresti è ritrovarti a letto come per magia: già spogliato. Alla fine, quando trovi il coraggio chissà dove di svegliarti del tutto e di andare per davvero a letto; quando ci arrivi e ti sei finalmente spogliato, messo sotto le coperte e tutto quanto, ti accorci incredibilmente di non riuscire più ad addormentarti. Addirittura non hai neppure più sonno. Ti giuro che è una cosa che mi da proprio sui nervi!"

mercoledì 19 settembre 2007

Lucciole

Chi ha detto che ogni discorso deve partire lento? Perchè c'è bisogno, questo impellente bisogno, di una introduzione, di un crescendo. In fondo i pensieri non sono un po' come le lucciole? Che si illuminano e si spengono ad intermittenza, senza alcun preavviso. Per un secondo le vedi, poi scompaiono, e quando riesci di nuovo ad individuarle sono qualche metro più lontano di prima. E così sono i pensieri, no? Appaiono d'un tratto e se non cogli l'attimo li potresti perdere e rimpiangere per giorni interi.
Non si può aspettare di costruire una struttura, perchè spesso i pensieri sono figli di momenti e ispirazioni che durano un battito, sono fugaci. Per questo c'è sempre fretta. E qui, ora, non mi resta che dire quello che penso, prima che voli via, o si spenga per poi illuminarsi di nuovo qualche metro più lontano da me.

Autunno.
Caldo e con le foglie gialle sotto gli alberi.

mercoledì 12 settembre 2007

Festa

C’era una festa, questo me lo ricordo bene. Una festa non molto intima, ma non per questo esageratamente grande. Una festa durante la quale si incontrano per lo più persone che si conoscono di già, ma anche una festa durante la quale, in minima parte e se sei molto fortunato, riesci a conoscere qualcuno che poi varrà la pena di chiamare amico.
C’era la birra, e non solo. Bottiglie vuote di aranciata e limonata che erano state riempite di vodka, whisky, limoncello, rum, e molto molto altro, appoggiate ad un tavolino come se fossero state quasi dimenticate lì.
C’era anche qualcosa da mangiare, non molto ma qualche pizzetta, dei panini palesemente preconfezionati due o tre ciotole di patatine e similari non si possono certo definire niente. Era proprio quello che ci voleva per non lasciare la bocca vuota tra una chiacchierata e l’altra, e non far borbottare lo stomaco talmente tanto da confonderlo con la voce di qualcuno. Poi, poco prima di mezzanotte venne portata in tavolo un pezzo enorme di porchetta che rappresentava la metà inferiore di un maiale ben cotto a legna. Successivamente, quasi per convenzione che non per fame vera e propria, si susseguirono tre torte una dietro l’altra: una alla frutta, una al cioccolato e una al latte e biscotti: tutte rettangolari e grandi come quadri da parete.
Poi c’ero io, un po’ in disparte e molto estraneo a tutto. Trascinato lì anche un po’ contro voglia, in un posto dove a dire la verità conoscevo due o tre persone al massimo, escluse quelle che mi ci avevano portato. Mi limitavo a guardare quel piccolo mondo che mi passava davanti, sorseggiando una bottiglia di birra più per darmi un tono che per altro. Mi divertivo a scommettere chi sarebbe stato il prossimo ad essere accompagnato in bagno mentre si teneva lo stomaco e tentava di non vomitare davanti a tutti. Fino a che, tutto ad un tratto, finii la birra, e non sapendo dove trovarne un’altra mi misi a cercarla un po’ ovunque. Fu così che nel giro di pochi minuti quella serata cambiò radicalmente, e quel piccolo mondo che avevo davanti cominciò stranamente a parlarmi come non aveva mai fatto prima.

lunedì 10 settembre 2007

Verdi Colline

A volte mi fermo a ricordare quanto accogliente fosse il tuo abbraccio.
Mi accorgo che tutti i sogni fatti e il tempo speso sembrano essersi fermati a quando ancora non sapevo niente e nulla; quando ancora guardavo quelle verdi colline con occhi puliti e inutilmente reali.
Ci raccontavamo storie che non avevano senso. Ci sedevamo uno di fronte all'altra, e parlavamo di navi spaziali che viaggiavano dentro buchi neri; principesse che aspettavano il proprio principe azzurro in un regno lussureggiante. O ancora: cavalli alati che ci permettevano di guardare valli infinite, da un cielo terso e privo di nuvole grigie; avventure con draghi sputafuoco, orsi parlanti e folletti alti appena due pollici. Sogni che facevamo ad occhi aperti, guardandoci.

mercoledì 11 luglio 2007

Fantasmi

Quello che era successo era rimasto tutto molto aleatorio, come sospeso nell’aria. Non c’era modo di capire se fosse accaduto realmente o se ogni cosa fosse solo il frutto di un sogno.
I ricordi sono questo: hanno la consistenza dei fantasmi, che ti passano attraverso, da parte a parte. Per quanto ti possa sforzare non riesci mai a prenderli. Non riesci ad afferrarli. Non riesci a trattenerli. Ed anche quando vorresti più di ogni altra cosa al mondo poterli catturare, racchiuderli in un piccolo scrigno a forma di cuore, e di tanto in tanto riassaporarli con la memoria, loro fuggano via, selvaggi, e ti lasciano con un solo acido sapore di sconfitta in bocca.
Quei giorni erano stati proprio questo: fantasmi selvaggi. Era l’unico modo in cui riusciva a definirli.

giovedì 14 giugno 2007

L'immagine più bella

L'immagine di lui che ballava e cantava ad occhi chiusi, con le mani incrociate dietro la nuca, le braccia piegate in avanti e i gomiti che quasi si toccavano davanti ai suoi occhi, era il ricordo più bello che lui le avrebbe mai potuto regalare.