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venerdì 23 novembre 2007

Primo: andare


Accendere: girare la chiave dal basso verso l’alto. Tenere la frizione pigiata. Sentire il rumore che fa il motore nel mettersi in moto. Dare un po’ di gas, quel tanto per ascoltare alcuni giri a vuoto. Poi un leggero gioco di piedi: destro, sull’acceleratore che scende; sinistro sulla frizione che sale. Ed il più è fatto.
Una volta arrivati a questo punto non resta altro da fare che girare lo sterzo, sentire le ruote sull’asfalto e muoversi. La strada poi farà il resto. La musica che passa sull’autoradio aiuterà. E io non mi sentirò più questo angoscioso senso di vuoto, finito, fatto, arrivato al capolinea, e tutt’altro.
Sono in queste giornate che arrivo la sera con la sensazione di aver passato il giorno a caricarmi di roba e di non avere più niente. Come se al supermercato girassi tra gli scaffali, prendessi in mano articoli e articoli e arrivassi alla cassa senza niente nel carrello.
Sento che le forze, quelle che mi hanno aiutato fino ad ora a resistere, a trascinarmi stanco fino alle ferie, stanno per esaurirsi. Ormai non è altro che un agonizzare verso la meta. Un arrancare che alla lunga stanca ancor più del lavorare.
Servisse poi a qualcosa. Il brutto è che so perfettamente quello che mi attende.

martedì 4 settembre 2007

Natalie cammina nel mio cervello

Il pomeriggio in ufficio è lungo e lento. Si trascina come un rettile al sole, steso su una roccia calda. Non sembra aver punta voglia di passare. Qualsiasi cosa mi metta in testa di fare, Natalie mi cammina nel cervello come un’ombra.
L’immagine di lei appoggiata alla macchina l’ho inchiodata in testa, impressa negli occhi, e il contorno della sua figura si appoggia su qualsiasi cosa guardi. Il suo volto si disegna sullo schermo del pc che uso per registrare l’ennesima fattura; così come si delinea sulla parete bianca che sta di fronte alla mia scrivania.
Nulla sembra distrarmi, e la maggior parte del tempo la passo a camminare lungo il corridoio che dal mio ufficio porta alla macchinetta del caffè. Poi in realtà di caffè ne prendo solo due: uno poco dopo essere rientrato in ufficio e uno verso le quattro, ma questo non importa molto. Le altre volte vado verso la macchinetta solo per perdere tempo. Per camminare. Al massimo per bere un po’ d’acqua: prendere un bicchiere di plastica, riempirlo neppure per metà, bere, e poi buttarlo nel cestino.

mercoledì 13 giugno 2007

Nuovo Giorno

Le cinque di mattina. L’aria tersa e ancora fredda. Il sole che non si decide a sorgere, ma che comincia timidamente ad affacciarsi all’orizzonte. I primi raggi lanciati oltre le colline. Alcune sciabolate di luce che irrompono nel cielo. Le nuvole teneramente colorate dell’arancione dell’alba. Il buio che lentamente lascia posto al chiarore del primo mattino. Il sapore dell’aria che d'improvviso cambia. Il paesaggio che comincia via via a delinearsi sotto il tuo sguardo. E i passerotti che iniziano a cinquettare nei propri nidi.
La vita che si risveglia.

venerdì 8 giugno 2007

Kerouac

A vent’anni, poi, ti guardi i piedi e li vedi così piccoli che non credi mai sul serio di poter fare molta strada. Le scarpe sfatte. Rotte sulla punta, ed il tallone che ha un gran bel buco proprio sopra la suola. Pensi a Kerouac*, a quanta strada ha percorso lui. Fai un piccolo confronto e non ci vuole un genio per scoprire di non esserne all’altezza.

* Chi lo conosce a vent’anni ci pensa spesso. Lo guarda come si guarda un mito vero.
Chi invece non lo conosce, a vent’anni, oltre a perdersi, o al non perdersi, (per) un’America fatta di parole suonate, a volte ancor migliore di quella originale, rimane a girarsi i pollici e a guardarsi tra le gambe in modo interrogativo.
?
Gioca a vedersi, tra lo specchio e le proprie mutande. Si masturba su miti, che miti, i miti che non sono, o che forse potranno essere tra qualche anno.
Ma a vent’anni: perdersi tra i propri vestiti, cercando un paio di pantaloni che non siano jeans sfatti, e un pollice mai alzato alla ricerca di un passaggio, o di un qualsiasi mezzo per spostarsi. Troppa grazia: a dormire si può andare dopo.
Io ho fatto tutto questo:
Ho conosciuto Jack. L’ho sentito parlare con qual suo tono molto sporco: con l’inchiostro che gli colava dalla bocca: come bava, sulla maglia.
Ho cercato un passaggio per un posto che neppure io conoscevo dove si trovasse. Non l’ho trovato e mi sono inventato una strada per arrivarci.
Sono morto e rinato. Mi sono infilato un palo in culo e me lo sono tirato fuori. Sanguinante dalla disperazione e dal dolore.
Ma a vent’anni. Chi non conosce, Kerouac, mi faccia il piacere: vada a letto.

martedì 5 giugno 2007

Tra Foto e Soffitta

Ricordi?
La luna. Le stelle. L’aria che le rendeva più belle. L’odore di erba tagliata da poco. Le mani incrociate dietro la nuca. Il cielo notturno sopra una piccola collina. La neve che doveva esserci e che invece non c’era. Il freddo che avrebbe dovuto avvolgerci. E che al contrario si allontanava.
Le mille parole da dire. E le mille e una che poi non sono mai state dette. Il girare la testa verso destra. Alzare un po’ la schiena e appoggiarsi sul gomito. Avvicinarsi. Sentire la voce degli altri girare per la valle. E stringere gli occhi dentro le palpebre.
Le partenze la sera. Le nove e le chiavi di casa in tasca. Una pizza. Un locale squallido e tante risate. Le chiacchiere. I sorrisi. I minuti che passano. La strada. Il traballare tra un muro e l’altro.
Essere ubriachi: saperlo e non sentirne il peso. La testa, leggera. Lo stomaco pieno. E i pensieri altrove.
Le paste calde alle tre del mattino. La crema che ti cade sui pantaloni. Le tue bestemmie ed ogni tuo tipo di imprecazione: la cosa più divertente che ci possa mai essere.
L’alba. Il chiarore di un sole che non si è ancora deciso a sorgere. I suoi raggi che si affacciano timidamente all’orizzonte. L’orologio che ticchetta: le 5:30.
I saluti. I motori che ripartano. Il riaccompagnare tutti a casa. Fare da tassista, una volta per uno. E poi sentire il rumore della tua chiave che ritorna nella serratura di casa.
Il silenzio. Le scarpe tolte dopo appena due passi, e il muoversi lento. Arrivare in cucina e aprire il frigorifero. La luce che illumina la stanza buia. Il rovistare tra tutti quei cartocci del supermercato. Mangiare qualcosa aspettando che ti prenda sonno.
E poi il letto. Le coperte. Il cuscino sotto la testa. E il dormire beato come un piccolo angioletto.
Ricordi?

Si, ricordo.
Se mi impegno riesco addirittura a ricordare di quando siamo andati in spiaggia alle tre di notte, con alle nostre spalle le luci della passeggiata che si confondevano con la confusione dei locali, mentre di fronte a noi il mare scuro, che sembrava la fine del mondo.
Di quelle sere ho in testa tutto quanto possa entrarci. A partire dalla lista dei pub che visitavamo, fino ad arrivare alle notti peggiori accompagnate dalle nostre sbornie.
È difficile dimenticare quanto sia stato bello, e a volte anche esaltante, sentire così tanta felicità e allegria accarezzarti la pelle, quasi fosse un sospiro leggero. È difficile anche solo pensare che un giorno si possa dimenticarlo.

E allora, cosa mi dici?

Allora ti dico che l’altro giorno ho rimesso a posto la soffitta. Tutte le nostre vecchie cose si stavano ammassando lì e non era certo un bel vedere. Scatole, scatoloni e cianfrusaglie varie avevano riempito ogni angolo della stanza. C’era una tale confusione che sembrava che un uragano avesse passeggiato per casa.
Ho deciso per questo di prendermi un fine settimana intero per mettere un po’ in ordine. E proprio dentro una di quelle scatole ammassate una sopra l’altra, nascosta tra cartoline e ricordi di viaggi vari, ho trovato una foto di Alice.
Niente di particolare, siamo solo io e lei appoggiati ad un albero. Non so neppure dove, ne quando. Una semplice foto come se ne vedono tante in altrettanti album anonimi.
All’inizio pensavo che non mi avrebbe fatto nessun effetto. Nella mia ingenuità pensavo che in fondo era passato talmente tanto tempo che non mi avrebbe fatto più la stessa impressione. E invece, è bastato un solo sguardo per farmi cadere un’altra volta.
Mi sono seduto per terra, facendomi spazio tra tutti i fogli che avevo deciso di buttar via, e ho fatto una piccola pausa. La testa aveva cominciato a girare non appena mi ero reso conto di stare a guardare una foto di Alice, e tutte le forze mi avevano ad un tratto abbandonato: non aveva tanto senso continuare. Mi dispiace ammetterlo, perché tra me e me pensavo di aver superato questa fase ormai da tempo, ma avevo bisogno di gustarmi quella foto.
(Sospiro)
A volte è buffo vedere come funziona la memoria: mi ricordavo alla perfezione della passeggiata in riva al mare alle tre del mattino, di ogni singola bevuta che ho rivomitato nel cesso di casa dei miei; ma avevo completamente rimosso Alice. Forse è anche per questo che credevo di esserne guarito.
Fino ad allora Alice rimaneva soltanto un nome, il più astratto possibile dalla realtà. Poco importava che fosse presente anche lei a quella passeggiata in spiaggia: per me Alice non era un volto, ne tanto meno un corpo.
Rivederla in quella foto, così allegra e bella in una semplice posa da ragazza qualunque, è stato il classico colpo allo stomaco che non ti aspetti.
Sono rimasto per un quarto d’ora immobile, come incantato dal suo sguardo, a riassaporare ogni centimetro di lei: come un tossico che dopo un lungo periodo di astinenza si fa una nuova dose.
Non riuscivo a staccare gli occhi di dosso da quella fotografia. Mi perdevo tra le pieghe che la sua bocca formava agli angoli delle labbra mentre sorrideva; tra la linea delicata e regolare delle sue sopracciglie leggermente inarcate.
Non so cosa mi fosse successo, ma era come se mi fosse stata preclusa ogni attività mentale che non fosse quella di pensare a lei. Ogni cosa che mi passava per la mente aveva qualcosa a che fare con lei. Poteva essere la sua faccia, oppure il ricordo della sua voce; ma comunque pur sempre qualcosa di suo.
Per quel breve ma intenso periodo, durante il quale non ero ancora stato assalito dalla paura né tanto meno dall’angoscia, quella foto mi ha come spalancato le porte del paradiso.
Ho preso la foto e l’ho riposta in un cassetto che sapevo Valentina non avrebbe mai aperto. Un po’ per nostalgia, un po’ perché non ne avevo il coraggio, ho deciso di non buttarla via.
Forse ho sbagliato. Avrei dovuto accartocciarla, o farla in mille pezzettini minuscoli, e buttarla nel cestino. Ma non ci sono riuscito.
Così per un paio di notti mi sono alzato verso le due, stando attento a non svegliare Valentina, e a piedi nudi sono andato in soffitta. Non riuscivo a dormire e questa mi è parsa la scusa migliore per rivedere di nuovo Alice.
Ho aperto il cassetto, ripreso in mano la foto e mi sono seduto sul vecchio divano che ormai arreda la mansarda.