Per un po' di tempo non ho più visto né sentito il mio io. Eravamo d'accordo di prenderci una pausa, di trovare degli spazi propri, avere del tempo solo per noi. Lo tranquillizzai dicendogli che non stavo affatto avendo dei ripensamenti, non avevo deciso di accantonare tutto e fare finta non fosse successo niente. Nell'ultimo periodo ogni cosa era accaduta in modo vorticoso, senza alcun freno o rallentamento. Dovevamo tirare un po' il fiato, entrambi. Anche se non era successo niente di particolare, in fondo non ci eravamo mossi di un millimetro, né avevamo fatto seri programmi per iniziare il viaggio; ma andando avanti a testa bassa, senza ordine, ogni sera a scontrarci e a buttare giù idee su idee in modo confusionario, dovevamo trovare il modo di mettere in ordine tutto la confusione che avevamo buttato fuori. Rischiavamo di costruire un qualcosa fatto solo e soltanto di semplice entusiasmo, la prospettiva a dire la verità non mi allettava minimamente. Per partire l'entusiasmo è ottimo, ma non lo si può usare come fondamenta, non ci si può costruire sopra qualcosa: non appena finisce, tutto quello che vi è sopra crolla e non vi rimane più niente.
Dovevamo prenderci un po' di tempo per noi stessi, divisi, ognuno per conto suo. Riordinare le idee, chiarirsi in privato alcuni dubbi, e dopo confrontarci. Seduti a un tavolo, uno di fronte all'altro, avremmo alla fine esposto entrambi ciò che avevamo pensato, dovendo poi tentare di incastrare le nostre idee le une alle altre, un po' come si fa con i pezzi di un grosso puzzle. Fino ad allora avevo tempo libero a volontà.
Nel pomeriggio quindi ho riordinato un po' casa e poi, visto che ormai era il venti dicembre, sono uscito per cercare di fare i primi regali. All'inizio ho vagato senza molte idee per i negozi del centro. Guardavo le vetrine con le mani nelle tasche del giaccone, valutando gli articoli esposti, e solo se ne avevo davvero voglia entravo guardando spaesato ciò che il negozio mi offriva. In questo modo ho visitato tre negozi di vestiti, una profumeria, un negozio di scarpe e uno di musica, senza ovviamente trovare niente capace di convincermi del tutto. Quando il freddo ha iniziato a farsi più pungente ho preso l'auto e sono andato a rinchiudermi nel primo centro commerciale che ho incontrato per la strada.
Ho fatto il giro del centro commerciale per almeno tre volte, poi mi sono inchiodato davanti alla vetrina di una gioielleria. Sui vari scaffali c'erano braccialetti di ogni tipo, d'oro e d'argento, di quelli tutti luccicanti e di quelli opachi; c'erano orecchini a forma di angioletto, a goccia, e quelli a pendente che potevano arrivare fino alla spalla; c'erano collane, da stringere stretta attorno al collo, oppure da lasciare scendere fino al petto, con il pendente e senza pendente; più una serie infinita di anelli e anelletti. La vetrina quasi faceva luce da quanto oro vi era adagiato dentro. Sembrava di essere davanti al forziere di un tesoro pirata. Nel negozio una commessa dai capelli biondi ossigenati, con perfetto tailer nero ed elegante, ammiccava maliziosa verso di me. Metteva in ordine oggetti che non avevano bisogno di essere ordinati, impacchettava scatole vuote nel tentativo di trovare il pacchetto perfetto per le feste di natale, poi disfaceva il sacchetto e ripartiva da capo. Di tanto in tanto alzava e mi guardava, per poi sorridere di un sorriso velato mentre abbassava di nuovo lo sguardo verso il bancone e poi verso l'ingresso del negozio. Mi stava in pratica spingendo con lo sguardo a entrare.
Di fronte alla gioielleria, dall'altra parte del grande corridoio laterale che unisce le due entrate del centro commerciale, una piccola libreria sembrava essere sull'orlo della chiusura. La gente ci entrava a manciate di due o tre alla volta, ma difficilmente ne esciva con qualcosa in mano. Lascio la bionda svampita a disfare per l'ennesima volta l'ennesima variante di pacco di natale ed entro nella libreria.
Il locale come si vedeva anche da fuori non è particolarmente grande, un buco se paragonato agli altri negozi presenti in quel posto. Nonostante questo ci sono libri a volontà, di tutti i tipi e di tutti i generi, ammucchiati su scaffali colmi, impilati in improbabili torri sparse un po' qua e un po' là sul pavimento, su bassi mobili posizionati in modo da dividere lo spazio in tre navate, come in una chiesa. I libri sembrano pure arrampicarsi sulle pareti per trovare un minimo di spazio, se non fosse per la forza di gravità starebbero pure sul soffitto, e dovresti saltare in alto per prenderli e guardarli. Il primo impatto è di puro caos, di anarchia di posizione, di disordine esasperato e portato all'estremo; ma dopo poco la sensazione di incuria se ne va senza troppi problemi e il posto comincia a piacermi. Il fatto di non vedere i muri, di usare le copertine come una specie di carta da parati, mi pare tutto ad un tratto un'idea così geniale da meritare il nobel per la narrativa.
Cammino tranquillo, in mezzo a questo mondo fatto di pagine, in pace come non mi era mai successo durante questo pomeriggio di compere. Per la prima volta da quando ho deciso di fare i regali mi sento a casa, non uno straniero in una città straniera. In ogni negozio dove sono entrato avevo questa sensazione di precarietà, come se mi trovassi in un posto dove non avevo il permesso di restare. In qualsiasi momento chiunque poteva avvicinarmi e dirmi che me ne dovevo andare. In questa libreria invece mi pare di essere proprio a casa, nel mio habitat naturale. Prendo qualche volume, lo sfoglio, riassaporo la bellezza di leggere le prime righe di ogni racconto. L'odore delle pagine e quell'inchiostro leggero che forma le lettere.
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giovedì 3 marzo 2011
martedì 22 febbraio 2011
Visioni
Oggi, alle nove di sera, puntuale proprio come avevamo concordato, il mio io ha bussato alla porta. Ho aperto, e da bravo padrone di casa gli ho fatto cenno di entrare. Lui si è scrollato un po' di freddo di dosso e appoggiando la giacca sul termosifone di cucina si è messo a sedere davanti al tavolo.
Mentre gli davo le spalle e preparavo qualcosa da bere, stappando due bottiglie di birre e versandole nei bicchieri, lui ha iniziato a parlare.
"Oggi ho avuto delle visioni." Mi sono voltato e passandogli il suo bicchiere mi sono messo a sedere di fronte a lui.
"Visioni di che tipo?"
"Folletti, fate... gnomi. Cose di questo tipo."
"Ah, ok. - Ho fatto io. - Tutto bene?"
"Si, si. Non ho mica avuto paura. Erano tutti molto amichevoli. Piuttosto te come va? Non è che per caso ci hai ripensato?"
Ed eccomi qui, psicanalizzato dal mio stesso personaggio. Per due o tre secondi mi sono pure meravigliato che lui avesse notato qualcosa, come se solo io potessi leggere lui e non anche viceversa.
"Non ci ho ripensato, però..."
"Io questo viaggio lo voglio fare." La sua voce era ferma, tranquilla; non tradiva alcun segno di un eventuale ripensamento.
"E' che sono venuti fuori tanti di quei pensieri, non sono più convinto al cento per cento che il gioco valga la candela. Non so se mi spiego."
"Che tipo di pensieri ti sono venuti?"
"Abbiamo troppo poco tempo per organizzarci a modo. C'è il rischio che venga fuori una stronzata gigantesca. E un rischio ancora maggiore che non venga fuori proprio niente; o che alla fine rimanga una cosa solo tra di noi, che solo noi conosciamo."
"E cosa importa! - Si è alzato ed io non sapevo più quanto di me fosse in lui e quanto invece di lui fosse in me. Mi sembrava che le parti si fossero invertite senza nessun preavviso: mi trovavo a recitare la sua parte quando invece, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere lui ad avere qualche dubbio. - Prendiamoci tutto il tempo necessario. Mandiamo a 'fanculo le scadenze che ci eravamo prefissati, mettiamoci dentro tutto il nostro meglio; e se poi viene fuori una cagata o se sarà solo per noi, che ce ne frega. Vorrà dire che ci siamo regalati del buon tempo e ci siamo divertiti. No?"
L'ho guardato senza dire niente. Era in piedi dall'altro lato del tavolo, con il bicchiere di birra in mano, in attesa di una risposta. Io ero seduto, la birra ancora intatta, mai toccata, a guardarmi dentro, tamburellando con le dita sul bicchiere. Mentre il silenzio scendeva nella stanza, infiltrandosi copiosamente nello spazio tra di noi, mi sono accorto di quanto ormai io avessi bisogno di lui. Le sue parole non mi avevano convinto, per il semplice motivo che in realtà non avevo bisogno di essere convinto. Il viaggio di cui parlava, io lo volevo fare molto più di lui; la dimostrazione più semplice era proprio la sua presenza. Avevo però la necessità che qualcuno mi spronasse, che mi spingesse a farlo, a prendere tutto il necessario e metterlo dentro una valigia, anche se immaginaria. Avrei voluto dirgli che le scadenze non avremmo dovuto buttarle, o fare finta che non ci fossero; le scadenze ci servono, proprio per evitare di finire in dei buchi neri.
"Ok. - Ho detto scuotendo un po' la testa per dimenticare gli ultimi indugi. - Ci sono: sono di nuovo in carreggiata."
"Ottimo. - Ha esultato lui rimettendosi a sedere. - Sistemata questa faccenda ti devo dire una cosa."
"Cosa?" Il suo tono si era fatto all'improvviso preoccupato.
Si è chinato in avanti e ha iniziato a parlare a bassa voce, quasi avesse paura che qualcuno lo potesse sentire, come se si vergognasse.
"Oggi ho avuto una sensazione strana: tipo quando da adolescenti ti accorgi che la voce ti sta cambiando, e un giorno ti trovi a parlare con un tono di voce, e il giorno dopo sei venti ottave più sotto. - Ha bevuto un lungo sorso di birra e ha riappoggiato il bicchiere quasi vuoto sul tavolo. - Ma non nella voce; come se fosse qualcosa di più profondo... qualcosa dentro."
"E' normale. - Ho cercato di tranquillizzarlo. - Con il tempo andrà sempre meglio e i cambiamenti saranno meno frequenti e più piccoli."
"Ok, va bene; ti credo. In fondo sono nelle tue mani. - Ha finito la birra lasciandosi scappare un sospiro di sollievo. - Adesso cosa facciamo?"
"Ora penso sia arrivato il momento durante il quale tu debba iniziare a vedere le cose in modo leggermente diverso."
Mentre gli davo le spalle e preparavo qualcosa da bere, stappando due bottiglie di birre e versandole nei bicchieri, lui ha iniziato a parlare.
"Oggi ho avuto delle visioni." Mi sono voltato e passandogli il suo bicchiere mi sono messo a sedere di fronte a lui.
"Visioni di che tipo?"
"Folletti, fate... gnomi. Cose di questo tipo."
"Ah, ok. - Ho fatto io. - Tutto bene?"
"Si, si. Non ho mica avuto paura. Erano tutti molto amichevoli. Piuttosto te come va? Non è che per caso ci hai ripensato?"
Ed eccomi qui, psicanalizzato dal mio stesso personaggio. Per due o tre secondi mi sono pure meravigliato che lui avesse notato qualcosa, come se solo io potessi leggere lui e non anche viceversa.
"Non ci ho ripensato, però..."
"Io questo viaggio lo voglio fare." La sua voce era ferma, tranquilla; non tradiva alcun segno di un eventuale ripensamento.
"E' che sono venuti fuori tanti di quei pensieri, non sono più convinto al cento per cento che il gioco valga la candela. Non so se mi spiego."
"Che tipo di pensieri ti sono venuti?"
"Abbiamo troppo poco tempo per organizzarci a modo. C'è il rischio che venga fuori una stronzata gigantesca. E un rischio ancora maggiore che non venga fuori proprio niente; o che alla fine rimanga una cosa solo tra di noi, che solo noi conosciamo."
"E cosa importa! - Si è alzato ed io non sapevo più quanto di me fosse in lui e quanto invece di lui fosse in me. Mi sembrava che le parti si fossero invertite senza nessun preavviso: mi trovavo a recitare la sua parte quando invece, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere lui ad avere qualche dubbio. - Prendiamoci tutto il tempo necessario. Mandiamo a 'fanculo le scadenze che ci eravamo prefissati, mettiamoci dentro tutto il nostro meglio; e se poi viene fuori una cagata o se sarà solo per noi, che ce ne frega. Vorrà dire che ci siamo regalati del buon tempo e ci siamo divertiti. No?"
L'ho guardato senza dire niente. Era in piedi dall'altro lato del tavolo, con il bicchiere di birra in mano, in attesa di una risposta. Io ero seduto, la birra ancora intatta, mai toccata, a guardarmi dentro, tamburellando con le dita sul bicchiere. Mentre il silenzio scendeva nella stanza, infiltrandosi copiosamente nello spazio tra di noi, mi sono accorto di quanto ormai io avessi bisogno di lui. Le sue parole non mi avevano convinto, per il semplice motivo che in realtà non avevo bisogno di essere convinto. Il viaggio di cui parlava, io lo volevo fare molto più di lui; la dimostrazione più semplice era proprio la sua presenza. Avevo però la necessità che qualcuno mi spronasse, che mi spingesse a farlo, a prendere tutto il necessario e metterlo dentro una valigia, anche se immaginaria. Avrei voluto dirgli che le scadenze non avremmo dovuto buttarle, o fare finta che non ci fossero; le scadenze ci servono, proprio per evitare di finire in dei buchi neri.
"Ok. - Ho detto scuotendo un po' la testa per dimenticare gli ultimi indugi. - Ci sono: sono di nuovo in carreggiata."
"Ottimo. - Ha esultato lui rimettendosi a sedere. - Sistemata questa faccenda ti devo dire una cosa."
"Cosa?" Il suo tono si era fatto all'improvviso preoccupato.
Si è chinato in avanti e ha iniziato a parlare a bassa voce, quasi avesse paura che qualcuno lo potesse sentire, come se si vergognasse.
"Oggi ho avuto una sensazione strana: tipo quando da adolescenti ti accorgi che la voce ti sta cambiando, e un giorno ti trovi a parlare con un tono di voce, e il giorno dopo sei venti ottave più sotto. - Ha bevuto un lungo sorso di birra e ha riappoggiato il bicchiere quasi vuoto sul tavolo. - Ma non nella voce; come se fosse qualcosa di più profondo... qualcosa dentro."
"E' normale. - Ho cercato di tranquillizzarlo. - Con il tempo andrà sempre meglio e i cambiamenti saranno meno frequenti e più piccoli."
"Ok, va bene; ti credo. In fondo sono nelle tue mani. - Ha finito la birra lasciandosi scappare un sospiro di sollievo. - Adesso cosa facciamo?"
"Ora penso sia arrivato il momento durante il quale tu debba iniziare a vedere le cose in modo leggermente diverso."
giovedì 17 febbraio 2011
Inizio
Ho preso un me a caso, uno fra i tanti. Non l'ho modificato per niente, anzi l'ho lasciato il più possibile uguale a com’era. Non l'ho abbellito, né imbruttito: l'ho semplicemente preso come un mago potrebbe prendere un coniglio dal proprio cilindro. Quando lo guardavo era come essere di fronte ad uno specchio: stessi capelli lisci e lunghi, chiari ma non biondi, magari un po' indisciplinati poco prima di arrivare alle spalle; occhi sottili, a tratti come asole senza bottoni; le labbra nascoste da qualche parte sulla faccia; il naso grande, forse anche leggermente storto; e la barba sfatta, di una settimana, poco più lunga intorno alla bocca. Potevo modellarlo come da bambini facevamo con il pongo, magari arrotondando un po' i lineamenti e rendendolo più armonioso, meno particolare; ma non era questo che volevo fare. Volevo una fotocopia di me, una fotografia di uno dei tanti me che ho dentro e che al momento sembrano desiderare di uscire fuori con più prepotenza del solito.
Si è seduto di fronte a me. Muto. Silenzioso nel silenzio della mia cucina. Sembrava inanimato, un po' intontito, e forse era entrambe le cose. Gli ho fatto ricordare aspetti della vita che molto probabilmente non credeva neppure di sapere. E' normale fosse confuso, disorientato, lo sarebbe chiunque nella sua situazione. E' come se lo avessi svegliato da un coma durato anni, afferrandolo per i capelli, e gli avessi spiattellato in faccia tutta la realtà possibile in meno di un'ora. Tutto a un tratto si è trovato a dovere imparare di nuovo ogni dettaglio immaginabile da zero, dall'inizio. Ricominciare a parlare, a camminare, a vedere.
Mentre gli parlavo, spiegandogli grosso modo cosa avessi intenzione di fare, lo vedevo attento, gli occhi concentrati e fissi su di me. Pareva un bambino al primo giorno di scuola, ingordo di sapere. Non faceva domande, non interrompeva; si limitava ad ascoltare, respirando lento e battendo le palpebre il meno possibile.
Non sapevo se mai mi avrebbe potuto perdonare per quello che gli stavo chiedendo di fare. Io al suo posto molto probabilmente non ne sarei stato capace. Mi ha stupito non poco quando ha accettato di farlo. Nel suo sguardo intravedevo una specie di luccichio pieno di fiducia. Forse pensava che non gli poteva succedere niente di male, che in fondo quello che lo attendeva non era altro che un semplice lungo viaggio. Ma a dire la verità io questo non lo potevo dire con sicurezza. Non lo posso dire neppure ora che tutto quanto è ormai iniziato. Non so se davvero non si ferirà, o se lui abbia capito sul serio quando gli ho detto sincero:
"Può darsi ti ferisca e tu non riesca a vedere le ferite. E' il peggior modo di soffrire, quando non si vede il sangue."
"Non credo di capire totalmente quello che vuoi – ha risposto lui. – o quello che vuoi io faccia; ma per me va bene. Ok, facciamolo."
Gli ho versato da bere e dentro di me ho ringraziato chissà chi per quanto tutto fosse stato tanto semplice. Mi aspettavo di dovere mentire, di dovere accampare scuse su scuse; temevo avrebbe fatto un'infinità di domande, cercando di capire cosa in realtà c'era dietro quello che gli stavo chiedendo di fare, avevo paura di dovermi nascondere dietro varie dita, come un vigliacco, o come qualcuno che si vergogna a morte di ciò che sta dicendo. Invece è bastato raccontargli la verità, pura, semplice, onesta, e tutto è filato liscio.
Proprio per questo forse alla fine mi sono sentito in colpa, e senza neppure accorgermene ho iniziato a mettere le mani avanti, a elencare tutta una serie di possibilità che potevano accadere. Non volevo ingannarlo: volevo sapesse bene a cosa andava incontro.
"Ascolta: non posso prometterti niente. Non vorrei che ti aspettassi qualcosa per poi rimanerne deluso. So bene o male dove tutto quello che ho in testa ti porterà, ma non so al cento per cento se mai arriverai là dove dovresti arrivare. Potrei perderti prima, oppure abbandonarti in qualche landa desolata, solo e senza nessuno attorno. Ed anche se mai arriverai dove vorrei, non so se potrai mai tornare indietro, o se sarai per sempre confinato là, come chiuso dentro una scatola."
Lui mi ha guardato sereno, tranquillo, come chi ha preso la sua decisione già da tempo.
"Te lo ripeto: non so cosa tu voglia fare, ma mentre parliamo lo stiamo già facendo."
Si è seduto di fronte a me. Muto. Silenzioso nel silenzio della mia cucina. Sembrava inanimato, un po' intontito, e forse era entrambe le cose. Gli ho fatto ricordare aspetti della vita che molto probabilmente non credeva neppure di sapere. E' normale fosse confuso, disorientato, lo sarebbe chiunque nella sua situazione. E' come se lo avessi svegliato da un coma durato anni, afferrandolo per i capelli, e gli avessi spiattellato in faccia tutta la realtà possibile in meno di un'ora. Tutto a un tratto si è trovato a dovere imparare di nuovo ogni dettaglio immaginabile da zero, dall'inizio. Ricominciare a parlare, a camminare, a vedere.
Mentre gli parlavo, spiegandogli grosso modo cosa avessi intenzione di fare, lo vedevo attento, gli occhi concentrati e fissi su di me. Pareva un bambino al primo giorno di scuola, ingordo di sapere. Non faceva domande, non interrompeva; si limitava ad ascoltare, respirando lento e battendo le palpebre il meno possibile.
Non sapevo se mai mi avrebbe potuto perdonare per quello che gli stavo chiedendo di fare. Io al suo posto molto probabilmente non ne sarei stato capace. Mi ha stupito non poco quando ha accettato di farlo. Nel suo sguardo intravedevo una specie di luccichio pieno di fiducia. Forse pensava che non gli poteva succedere niente di male, che in fondo quello che lo attendeva non era altro che un semplice lungo viaggio. Ma a dire la verità io questo non lo potevo dire con sicurezza. Non lo posso dire neppure ora che tutto quanto è ormai iniziato. Non so se davvero non si ferirà, o se lui abbia capito sul serio quando gli ho detto sincero:
"Può darsi ti ferisca e tu non riesca a vedere le ferite. E' il peggior modo di soffrire, quando non si vede il sangue."
"Non credo di capire totalmente quello che vuoi – ha risposto lui. – o quello che vuoi io faccia; ma per me va bene. Ok, facciamolo."
Gli ho versato da bere e dentro di me ho ringraziato chissà chi per quanto tutto fosse stato tanto semplice. Mi aspettavo di dovere mentire, di dovere accampare scuse su scuse; temevo avrebbe fatto un'infinità di domande, cercando di capire cosa in realtà c'era dietro quello che gli stavo chiedendo di fare, avevo paura di dovermi nascondere dietro varie dita, come un vigliacco, o come qualcuno che si vergogna a morte di ciò che sta dicendo. Invece è bastato raccontargli la verità, pura, semplice, onesta, e tutto è filato liscio.
Proprio per questo forse alla fine mi sono sentito in colpa, e senza neppure accorgermene ho iniziato a mettere le mani avanti, a elencare tutta una serie di possibilità che potevano accadere. Non volevo ingannarlo: volevo sapesse bene a cosa andava incontro.
"Ascolta: non posso prometterti niente. Non vorrei che ti aspettassi qualcosa per poi rimanerne deluso. So bene o male dove tutto quello che ho in testa ti porterà, ma non so al cento per cento se mai arriverai là dove dovresti arrivare. Potrei perderti prima, oppure abbandonarti in qualche landa desolata, solo e senza nessuno attorno. Ed anche se mai arriverai dove vorrei, non so se potrai mai tornare indietro, o se sarai per sempre confinato là, come chiuso dentro una scatola."
Lui mi ha guardato sereno, tranquillo, come chi ha preso la sua decisione già da tempo.
"Te lo ripeto: non so cosa tu voglia fare, ma mentre parliamo lo stiamo già facendo."
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