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mercoledì 18 febbraio 2015

Cosa mangiare

Quindi, il gioco funziona così: ognuno prende un foglio di carta, lo divide in tante parti e in ognuna di queste scrive un tipo di pizza che vorrebbe mangiare. Tipo: margherita, prosciutto e funghi, diavola. Cose così. È necessario avere abbastanza possibili pizze, almeno il gioco è più divertente. Diciamo almeno cinque pizze per uno. E cerchiamo di non avere dei doppioni. Cioè, se io metto patate e wurstel, tu devi evitare di mettere patate e wurstel, altrimenti questa ha più possibilità rispetto alle altre. Insomma, una volta scritte le pizze sui foglietti di carta, li ripieghiamo con cura, cercando di farli tutti uguali e non lasciare al tatto un qualsiasi appiglio per individuare una determinata pizza. Fatto questo mettiamo tutti i biglietti ripiegati dentro un bicchieri e li mescoliamo bene bene per aumentare la sorte. A questo punto tu peschi una pizza e io pesco una pizza. Le pizze che escono fuori saranno quelle che mangeremo. Ovviamente le dividiamo, facciamo metà per uno. Quindi, mi raccomando, vediamo di scegliere pizze che piacciono a entrambi. Se per esempio te nelle possibili scelte indichi una capricciosa, questa mossa non vale, perché a me non piacciono i carciofini e non potrei mangiare la tua metà di pizza. Una volta fatta l'estrazione prendiamo tutte le pizze che non sono uscite, le riscriviamo in altrettanti bigliettini e rimettiamo dentro il bicchiere tutti quanti i fogliettini, sia quelli con le pizze che sono uscite, sia quelli con le pizze che non sono uscite e che hanno i loro doppioni. Li rimettiamo tutti dentro il bicchiere e li lasciamo riposare per la prossima settimana, quando rifaremo la stessa estrazione, solo che quelle che non sono uscite questa settimana avranno più possibilità di essere estratte. Che ne dici?
Mmmmm. È un gioco interessante, davvero. Ma io oggi ho voglia di una focaccia radicchio e scamorza.

mercoledì 11 febbraio 2015

Una firma

Andremo a mangiare per festeggiare una firma. Un autografo fatto con passione e lungo quasi una vita. Nella calligrafica si può vedere tutta una storia universitaria, poi superiore, media, elementare, fino a scomparire dove non c'era niente se non puro e semplice divertimento. Dalla fine all'inizio, è un viaggio al ritroso che acquista sempre più significato. Ha una profondità diversa nella prima lettera del nome rispetto all'ultima lettera del cognome, nonostante questo l'ultima non avrebbe avuto modo di essere scritta se non ci fosse stato quel primo giorno di ebrezza quando ancora il leggere era una forma d'arte di imparare a memoria le fiabe lette ripetutamente da qualcun'altro, e lo scrivere erano disegni favolosi nel tentativo di imitare i segni tracciati da gente più grande. Andremo a mangiare per festeggiare un autografo lasciato con un tuffo al cuore, ed anche se sulla carta non c'è, la dedica è fatta con inchiostro simpatico, quella è tutta quanta a tuo nome, e per te.

mercoledì 4 febbraio 2015

Camminando pensando di arrivare

Perdersi a Lucca non è mai stato così facile, con le strade interne che si incastrano le une con le altre, e le entrate delle librerie che si affacciano in una via mentre le uscite sono su delle altre. Le mura sono un confine che sembrano rassicuranti, oltre di esse c'è il resto, è vero, ma con loro ad abbracciare la città non è possibile perdersi. Basta arrampicarsi sopra di esse, tra una frase e l'altra, continuare a parlare come se niente fosse, e aspettare un'altra curva, un'altra ancora, prima di scendere e andare alla ricerca della macchina. L'auto è lontana, e il tempo comincia a scarseggiare: tic tac. Il rumore delle lancette si confonde con il suono dei passi di chi passeggia accanto a noi. Sono i tacchi o sono i cani che rischiano di cadere dentro le fognature che non hanno niente di medioevale. E i piedi cominciano a farci male così tanto da pensare di esserci persi, senza riuscire a trovare una strada una che fosse una strada che si avvicina a un nostro ricordo vicino. Gli occhi cominciano a vedere piccole stelline intermittenti. Non sono le luci dei lampioni che iniziano ad accendersi, ma i sintomi di una stanchezza che non può più essere ignorata. Per arrivare alla macchina c'è ancora molta strada da fare. Il sole è tramontato e ci ha lasciati soli, mentre i locali dove i giovani festeggiavano l'ultimo dell'anno si sono svuotati e sono rimasti sfitti. C'è ancora tempo per festeggiare, e la stanchezza non va ignorata, va semplicemente accantonata.

mercoledì 21 gennaio 2015

Squali vs Ippopotami

È necessario fare fin dall'inizio una precisazione. Gli squali sono pericolosi, ma solo cinque uomini all'anno muoiono a causa di un attacco di questi animali. Il motivo principale è che per gli squali la carne umana non è molto appetitosa. Gli uomini vengono attaccati solo perché, dalla prospettiva del predatore, la figura che si intravede dall'acqua dal basso verso l'alto somiglia molto a quella della sua preda preferita, ovvero il leone marino. I surfisti sono i soggetti attaccati con più frequenza dagli squali, ma non vengono mai mangiati per intero. Gli squali infatti per prima cosa assaggiano sempre la propria preda, e il primo boccone, nel caso dei surfisti, suggerisce loro che quello che loro pensavano fosse un leone marino non è in realtà un leone marino. Appurato questo smettono di attaccare la prede e nuotano via. Purtroppo per i surfisti ricevere un morso da uno squalo non è come riceverlo da un gatto.
A livello statistico, nell'arco di un anno, sono molto di più le morti causate dagli ippopotami. Questi animali hanno la fama di essere una delle specie più violente attualmente in circolazione sulla terra, ma anche in questo caso è necessario fare una precisazione. È vero: le morti causate dagli ippopotami sono assai numerose, ma nessuna delle vittime viene uccisa direttamente dall'ippopotamo. Le morti in questione sono infatti causate dall'ippopotamo, ma non sono mai eseguite dallo stesso. Il motivo di questa discordanza è abbastanza semplice da spiegare. Gli ippopotami sono in effetti una specie assai cattiva, ma non come si intende solitamente. Le loro armi non sono la ferocia, i denti aguzzi e la rapidità nei movimenti (quale rapidità? direte voi). Le armi degli ippopotami sono molto più subdole e altrettanto letali.
La vittima degli ippopotami non è mai esente da colpe. Tutto il processo che lo porterà a perire a causa di un ippopotamo ha inizio sempre a causa sua. È lui infatti che comincia deridendo pesantemente un animale altrimenti abbastanza tranquillo come l'ippopotamo. Lo indica scherzando dal finestrino della macchina, prendendolo in giro per il suo aspetto o per l'aria leggermente assonnata che lo contraddistinguono, per poi andarsene senza neppure sentirsi minimamente in colpa. L'ippopotamo è però un animale molto sensibile e allo stesso tempo assai vendicativo. In un primo tempo rimane profondamente scosso per le derisioni subite, ma poi decide in modo alquanto rapido di passare al contrattacco. Comincia così una costante azione di disturbo ai danni di colui che inizialmente lo aveva preso in giro. Lo segue ovunque (luogo di lavoro, campi di calcetto, docce degli spogliatoi dei campi di calcetto), infliggendo al malcapitato una lenta agonia ossessiva. È un tormento difficile da capire per chi non lo ha subito, ma essere perseguitato da un ippopotamo e vederlo ovunque capendo di essere pedinato giorno e notte da questo animale è una delle più atroci torture psicologiche che la natura abbia mai messo in scena. Alla fine, il soggetto oggetto del tallonamento da parte dell'ippopotamo, non ce la fa più e, stremato dai nervi logori, decide di togliersi la vita pur di porre fine a un supplizio altrimenti apparentemente eterno.
Ecco quindi la morte. È causata dall'ippopotamo, ma lui non si è macchiato le mani, o le zampe, per uccidere nessuno.

mercoledì 14 gennaio 2015

La cosa più importante quando saremo morti

Quando moriremo ci faremo seppellire al nord per farci intitolare delle strade vicine. Andremo a mangiare pizza in un locale molto accogliente e con ampio parcheggio, presentandoci vestiti di stracci, ricoperti di terra come zombi. Imposteremo il navigatore satellitare per non perderci e ritrovare la via di casa dopo avere digerito. Attraverseremo un campo sperduto senza preoccuparci dell'asfalto assente. Ci meraviglieremo di quanto sia diversa la vita, su al nord, ma anche la vita quando noi saremo morti, quando vivremo solo di notte e andremo a giro per le piccole città di provincia dal tramonto del sole fino all'alba. Poi passeremo il giorno chiusi dentro casa a marcire, perdere pezzi della pelle e abbandonare quello che ci definisce vivi. Saremo morti, non avremo bisogno del tempo. Passeremo le notti cercando di calcolare quanto sia facile abbordare una ragazza in riva a un lago, durante il tramonto, con un paesaggio da sogno. Poi ci vanteremo di poter frequentare le terme più costose di tutto il continente, come se queste fossero un club esclusivo nel quale non andremmo mai se accettassero davvero noi come soci. Noi non sappiamo giocare a golf, ma sappiamo passare il tempo inventando milioni di vite diverse. Un'abilità assai importante quando si è morti: riuscire a inventare la vita. È una qualità talmente fondamentale che cerchiamo di sviluppare tutti i giorni, fin da ora, guardandoci allo specchio e trascorrendo il nostro tempo. Viviamo inventandoci la vita. Non solo la nostra, ma quella di tutti.

martedì 13 gennaio 2015

La differenza della neve

Abbiamo iniziato l'anno cercando le differenze tra la neve italiana e quella romena. Il tipo di freddo, quello secco, quello asciutto, quello con umidità, con vento e senza vento. Siamo andati a cercare i boschi senza sapere se saremmo mai arrivati. Non sapevamo che i boschi ce li avremmo portati sempre dentro, e che è inutile cercare qui quei boschi, perché i boschi si riempiono di neve in modo diverso. Dipende da dove si trovano, e da quanto sono soli. Basta pensare al rumore che fa la neve quando cade dai rami ormai troppo carichi. Era un leggero fruscio, si confondeva con il rumore delle taglialegna che arrivavano da lontano. Qui invece gli alberi sembrano tutti dei culturisti, tengono neve senza sentirne il peso. Non si stancano mai, non si abbandonano al riposo. Tengono duro fino a quando tutto attorno a loro non c'è più nessuno, solo allora, forse, lasciano cadere la neve che hanno addosso. Si scuotono come i cani, ripulendosi di tutto il bianco che non li invecchia ma li infreddolisce fino a congelare la clorofilla.
E tu mi dici: fermati, accosta. Vorrei tanto farlo, anche solo per capire dove siamo, se ci siamo persi o se basterebbe solo fare inversione, di marcia di pensieri di nuova versione, per ritrovare di nuovo la nostra meta. Il problema è che qui se ci fermiamo c'è il rischio di non ripartire più. Dobbiamo solo rassegnarci al fatto che siamo qui, e non più là. Almeno fino ad ora, per un po'.