Lo spazio profondo attende. I suoi confini restano lì, fermi, mentre il resto si estende verso l’infinito, in attesa di essere esplorato. Sarà compito dell’equipaggio della Enterprise setacciare ogni singolo pianeta sperso nello spazio esterno per conoscere e comprendere nuove specie di vita. Ma non sarà l’equipaggio di questo Enterprise a farlo, non ancora. Sarà quello della serie originale del telefilm. Quello del film di Abrams ha il compito di riscrivere la storia e di narrarne in modo alternativo i presupposti, anticipando forse un po’ gli eventi.
Adrenalinico, ricco di effetti speciali e di azione, la pellicola, proposta solo in versione 3D nelle sale delle vicinanze (ma che si reggerebbe bene in piedi, e forse meglio, senza gli occhialini) magari può porgere il fianco a qualche critica extra-fanmade, ovvero quelle più generiche che esulano le teorie e le congetture nerd. A mente fredda possono essere individuati alcuni buchi nei quali la sceneggiatura viene forzata per l’evolversi della storia, ma Abrams è bravo a nasconderli, coinvolgendo lo spettatore in un vortice di narrazione ed eventi che non lasciano tempo per riflettere molto su cosa realmente accada. Si segue il percorso che il regista vuole far seguire, quello impresso nella pellicola come un solco, e lo si percorre assai gradevolmente, godendosi tutto il tempo della proiezione sognando a occhi aperti. Un risultato ottimo per quelli che dovrebbero essere un film di fantascienza.
Gli estimatori di lungo corso della saga, quelli che seguivano il telefilm originale in tv, avranno sicuramente di che lamentarsi, così come avvenne con il primo episodio di Abrams, ma bisogna dare merito al regista americano di essere riuscito a riportare entusiasmo sulla plancia della mitica nave della flotta stellare. Un rinnovamento che potrà fare storcere la bocca a qualcuno ma che è stato capace di portare molta gente che inizialmente non era attratta da Star Trek a vedere un film di Star Trek. Un bottino non di poco conto, soprattutto per le tasche delle case di produzioni.
Un film bello e piacevole che lascia ben sperare per il prossimo riavvio a cui è chiamato Abrams. Un lavoro che lo porterà a vere e proprie guerre e che lo vedrà vestire oltre i panni del regista anche quelli di pacificatore: il nuovo episodio del tanto odiato (dai treker) Star Wars.
E che la forza sia con lui.
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mercoledì 26 giugno 2013
mercoledì 19 giugno 2013
The master
Il trauma della guerra durante la quale si è imparato a
distinguere il tempo scomponendolo in lunghi giorni su spiagge assolate. Tornare
a una vita fatta di quotidianità che non riesci più a capire: la vedi, passa
davanti a te ma non riesci ad afferrarla. Anneghi tutto nell’alcool, quello
stesso alcool che durante la guerra hai imparato a miscelare con una precisione
distruttiva, rottamando ciò che distrugge davvero. Bevi, bevi, bevi e bevi
ancora, non riuscendo mai a mantenere uno straccio di lavoro, mentre ti scopi
una ragazza dietro l’altra per dimenticarne una sola precisa. Quando finisci
dentro una storia, non ti rendi neppure conto di come diavolo tu ci sia finito,
ma ormai è tardi: ti ci trovi impelagato e tutte le parole ti si appiccicano
addosso senza riuscire a scrollartele di dosso. Chi ti parla, chi ti insegna e
ha la presunzione di farlo, inventa le sue parole su parole su parole e viaggia
in lungo e in largo basando la sua vita su una missione, su un preciso ordine
di idee: l’opera di una vita, sotterrata in un deserto di altri pensieri. Sono parole
che non valgono neppure la carta sulla quale si potrebbero stampare. Si stampano
e poi si cambiano dopo averle dette, non tanto per lealtà intellettuale quanto
piuttosto per attirare meglio. Non c’è scopo, non c’è una meta che rimane
fissa. L’obbiettivo è attrarre quante più persone, riuscire a vivere andando
più veloce possibile. Fissa un punto, e vacci a velocità supersonica. Quando ci
arrivi scopri che l’orizzonte si è allontanato ancora di più, e allora vai
oltre, vai oltre quel punto, ti spingi ancora più in là, per arrivare ancora
una volta dove prima l’orizzonte si perdeva e da dove ora è già fuggito. Quando
arrivi là, laddove la vita ti ha portato, scopri che ormai è tardi e non puoi
più tornare indietro. Questo è quello che ti porta a capire la verità, e a
buttartela alle spalle, perché niente è vero. Non tutte le parole che hai
sentito e i metri che hai percorso avanti e indietro in una stanza.
mercoledì 12 giugno 2013
To Rome with love
Un’accozzaglia di storie una messa accanto all’altra,
talmente caotiche da farti domandare: ma che cazzo…? È lontano l’Allen di Midnight in Paris, così come pure quello di Vicky
Christina Barcelona tanto che questo omaggio del maestro all’ennesima
città europea appare come quello più debole, sia sotto l’aspetto del
significato, del messaggio da dare, sia per quanto riguarda la costruzione
della storia. Già il fatto che sia l’unico portato sullo schermo con storie
separate, la cui unica linea guida pare essere l’ambientazione romana, potrebbe
suggerire quanto la vena inventiva di Allen si sia allentata notevolmente nel
partorire un lavoro inerente Roma. Non c’è niente che riesca a trattenere l’attenzione
sullo schermo, neppure la presenza stessa di Allen in scena, né il gioco di
riconoscere luoghi o facce di attori noti del passato e presente. Pure Benigni
pare svogliato a livelli indescrivibili, e Ornella Muti è tutta un sorriso
largo a faccia piena. L’unica porzione di storia che potrebbe essere
interessante è quella che accomuna Alec Baldwin, Jesse Eisenberg e Ellen Page. Dico:
potrebbe. L’alternanza con le altre storie insipide e soporifere mi hanno alla
fine condotto tra le braccia di Morfeo. Ronf ronf.
mercoledì 5 giugno 2013
The rum diary
Porto Rico in una discesa nelle viscere della pazzia fatta d’alcool
e droga. Un giro vorticoso in un riff di chitarra graffiante e ballerino, dove
chi si lascia prendere troppo la mano finisce per spezzarsi la vita e
ritrovarsi ammaccato/a con occhi gonfi e capelli sporchi. C’è chi muore chiuso
dentro un cesso, stuprato fino allo stremo; chi si ammala fin sulla punta dell’uccello
e si rifugia in un ritrovato illegale di bevanda super super super super
acolica; chi si innamora e perde ogni cognizione della realtà, fino a spiarla
da un cannocchiale dalla spiaggia puntandolo dritto verso il mare: c’è la vita
ricca pronta a distruggere il paradiso terrestre sfruttato fino all’osso.
Il giornale è una fuffa, una truffa. Solo i combattimenti
tra galli promettono soldi capaci di rimettere in piedi ciò che sarebbe equo e onesto,
così come la scrittura che finalmente sgorga dall’anima, anche quando le lingue
diventano lunghe come quella del diavolo, quando tutto quanto sembra perduto e c’è
la puzza dei bastardi, ma il profumo della verità: l’odore dell’inchiostro.
Non cambierà niente, ma su una 500 scassata che fa i gradini
di scale cittadine, ci si prende in amicizie che danno fuoco a volti di
poliziotti invecchiati sull’isola, e si diventerà ladri per potersene
finalmente andare o tornare. Peccato: la giustizia avrebbe voluto un altro
finale, ma è la realtà a dettare la sceneggiatura. Tristezza in tramonto con
foto in bianco e nero.
mercoledì 17 aprile 2013
Il grande e potente Oz
È abbastanza facile capire la natura di questo nuovo Il grande e potente Oz, basta notare che a produrlo è la stessa persona che stava dietro ad Alice in Wonderland. In entrambi i casi la domanda da porsi è essenzialmente: si sentiva davvero la necessità di fare questo film? Per quanto riguarda il lavoro tratto dalle opere di L. Frank Baum, ovvero questo filmetto targato Sam Raimi, in effetti una certa curiosità di cosa fosse successo prima de Il mago di Oz del 1939, almeno per le mie memorie di bambino, c’è sempre stata, anche perché la pellicola con Judy Garland e le sue scarpette rosse prestava molto il fianco a un possibile prequel e lasciava ampi spazi di manovra. Quindi, almeno per questa iniziale domanda, si, alla base Il grande e potente Oz ha più senso di esistere di Alice in Wonderland.
Dopo aver chiarito questo dubbio bisogna capire se poi tutto il lavoro che sta dietro a un film sia stato svolto diligentemente, almeno da rendere il suddetto film apprezzabile. Sotto questo aspetto mi viene da dire che alla fin dei conti, la pellicola di Raimi e quella di Burton più o meno si eguagliano. Esci dalla sala con la stessa sensazione di avere assistito a uno spettacolo messo su soprattutto per strizzare l’occhio agli spettatori che hanno già visto le storie precedenti. Anche in questo caso si rivedono luoghi cari, si incontrano personaggi che poi verranno ripresi in uno sbalzo temporale passato più avanti, e ci sono dei piccoli omaggi ad altri aspetti già visti.
Il tutto condito da un cast stellare dove James Franco sembra gigioneggiare in modo svogliato, Rachel Weisz intenta a svolgere diligentemente il compitino, una candida Michelle Williams che pare camminare sulle uova, uno Zach Braff liquidato velocemente (almeno a livello visivo), e una Mila Kunis che alla fine sembra essere l’unica che crede un po’ più seriamente a tutto il progetto.
Il film si lascia comunque vedere, nonostante il 3D sia veramente fatto male (almeno nello spettacolo a cui ho assistito, era tutto quanto molto scuro e i colori tendevano a sparire), sfoggiando dei bellissimi abiti di scena e scenografie colorate che in 2D molto probabilmente dovrebbero essere sfavillanti. Si, ok, ma per il resto forse avrebbe fatto bene una virata un po’ più indipendente dal film del ’39 e magari anche un protagonista un po’ più in palla (nel doppiaggio italiano tra l’altro non si capisce mai se il personaggio urla o ride).
Dopo aver chiarito questo dubbio bisogna capire se poi tutto il lavoro che sta dietro a un film sia stato svolto diligentemente, almeno da rendere il suddetto film apprezzabile. Sotto questo aspetto mi viene da dire che alla fin dei conti, la pellicola di Raimi e quella di Burton più o meno si eguagliano. Esci dalla sala con la stessa sensazione di avere assistito a uno spettacolo messo su soprattutto per strizzare l’occhio agli spettatori che hanno già visto le storie precedenti. Anche in questo caso si rivedono luoghi cari, si incontrano personaggi che poi verranno ripresi in uno sbalzo temporale passato più avanti, e ci sono dei piccoli omaggi ad altri aspetti già visti.
Il tutto condito da un cast stellare dove James Franco sembra gigioneggiare in modo svogliato, Rachel Weisz intenta a svolgere diligentemente il compitino, una candida Michelle Williams che pare camminare sulle uova, uno Zach Braff liquidato velocemente (almeno a livello visivo), e una Mila Kunis che alla fine sembra essere l’unica che crede un po’ più seriamente a tutto il progetto.
Il film si lascia comunque vedere, nonostante il 3D sia veramente fatto male (almeno nello spettacolo a cui ho assistito, era tutto quanto molto scuro e i colori tendevano a sparire), sfoggiando dei bellissimi abiti di scena e scenografie colorate che in 2D molto probabilmente dovrebbero essere sfavillanti. Si, ok, ma per il resto forse avrebbe fatto bene una virata un po’ più indipendente dal film del ’39 e magari anche un protagonista un po’ più in palla (nel doppiaggio italiano tra l’altro non si capisce mai se il personaggio urla o ride).
mercoledì 10 aprile 2013
Upside Down
One shot, one kill. In film come questo Upside Down la cosa più difficile è riuscire a mantenere l’incanto negli occhi degli spettatori, soprattutto quando si decide di introdurre le particolarità fantascientifiche tutte quante insieme all’inizio, attraverso una voce narrante fuori dallo schermo. L’idea è interessante, due mondi uno sopra l’altro, ognuno con una propria forza di gravità, che condividono una porzione di atmosfera. Si ha quindi un mondo di sotto e un mondo di sopra, ed entrambi vedranno l’altro mondo come se fosse a testa in giù, ecco. Ovviamente, per rendere pepata la questione, il mondo di sopra è arrogante e vile, sfrutta il mondo di sotto che al contrario non se la passa molto bene (basti notare la fotografia degli esterni: un freddo celeste per il mondo di sotto, un caldo giallo dorato per il mondo di sopra).
In uno scenario talmente particolare come quello appena descritto, si delinea una storia per niente banale quale l’eterna struggente storia tra un ragazzo di sotto e una ragazza di sopra, una specie di rivisitazione dell’amore proibito di Romeo e Giulietta.
I due giovani hanno i volti di Jim Sturgess, che si conferma ottimo per il ruolo di un innamorato per qualche modo impedito a stare insieme alla sua dolce metà (vedi Across the Universe, dove la vicenda, trasportata nella realtà, è molto simile), e Kirsten Dunst, che qui pare avere firmato per il minimo sindacale, ovvero, nel suo caso, la bellezza.
A livello visivo il film regala alcune belle immagini, ma non abbastanza affascinanti da far rimanere senza fiato e rimanere così impresse da riuscire a definire in toto la pellicola. Sorvolando su alcuni dettagli che già mentre li guardi non sembrano tornare molto, al domanda che rimane alla fine della visione è una, anche se ad alto indice di deficienza: ma come fa un individuo a starsene per ore e ore a testa in giù senza sentire un minimo dolore al cranio e evitare che i piedi gli diventino cianotici nel giro di pochi minuti?
In uno scenario talmente particolare come quello appena descritto, si delinea una storia per niente banale quale l’eterna struggente storia tra un ragazzo di sotto e una ragazza di sopra, una specie di rivisitazione dell’amore proibito di Romeo e Giulietta.
I due giovani hanno i volti di Jim Sturgess, che si conferma ottimo per il ruolo di un innamorato per qualche modo impedito a stare insieme alla sua dolce metà (vedi Across the Universe, dove la vicenda, trasportata nella realtà, è molto simile), e Kirsten Dunst, che qui pare avere firmato per il minimo sindacale, ovvero, nel suo caso, la bellezza.
A livello visivo il film regala alcune belle immagini, ma non abbastanza affascinanti da far rimanere senza fiato e rimanere così impresse da riuscire a definire in toto la pellicola. Sorvolando su alcuni dettagli che già mentre li guardi non sembrano tornare molto, al domanda che rimane alla fine della visione è una, anche se ad alto indice di deficienza: ma come fa un individuo a starsene per ore e ore a testa in giù senza sentire un minimo dolore al cranio e evitare che i piedi gli diventino cianotici nel giro di pochi minuti?
mercoledì 3 aprile 2013
Anna Karenina
Anna Karenina è il terzo film in cui il regista Joe Wright collabora con Keira Knightley, ponendo l’attrice nel ruolo di protagonista assoluta. Il sodalizio è iniziato nel 2005 con Orgoglio e Pregiudizio ed è continuato nel 2007 con Espiazione. Tutti quanti film in costume, genere che la bella Keira pare prediligere. Dopo due pellicole ambientate in Inghilterra ora la coppia (solo lavorativa) si sposta nella Russia del diciannovesimo secolo, con abbondanza di nomi assai complicati e intrecci familiari di cui a tratti si rischia di perdere il filo. La storia ovviamente è quella del romanzo di Tolstoj, ma quello che più di ogni altra cosa rimane negli occhi e nella testa dello spettatore è la messa in scena di tutta la vicenda. Wright sceglie infatti di raccontare i fatti come se il film fosse girato all’interno di un teatro nel quale vengono messe in scena la varie parti. Una decisione che all’inizio mette in difficoltà chi si trova a guardare il film senza magari conoscere il libro, ma che al tempo stesso potrebbe essere vista come una bella trovata per cercare di modernizzare e rendere particolare una storia già portata al cinema svariate volte. Cosa potrebbe avere di diverso questo adattamento rispetto agli altri già apparsi sul grande e sul piccolo schermo? Qualcuno potrebbe dire gli attori, ma qui la Knightley a tratti sembra recitare la parte di Elizabeth Bennet anziché quella della russa Anna, così come un po’ fuori luogo pare essere la scelta di Aaron Johnson (il protagonista di Kick-Ass) per la parte del protagonista maschile, agghindato in trucco e parrucco per farlo assomigliare, chissà poi perché, al Gene Wilder di Frankenstein Junior. La messa in scena particolare poteva essere la risposta giusta alla domanda del motivo per cui era necessario un nuovo film su Anna Karenina, invece la produzione, o il regista, o entrambi, non hanno avuto il coraggio di osare fino in fondo e si sono fermati a metà strada, aggiungendo qua e là dei suggerimenti su cosa avrebbero potuto fare ma che alla fine hanno preferito non fare. Il pericolo sarebbe stato di apparire come una copia sbiadita di Baz Luhrmann, ma non portando fino in fondo le proprie idee il risultato è un film in cui ci sono dei pezzi un po’ spiazzanti e per il resto più o meno noioso e niente più.
mercoledì 27 marzo 2013
Skyfall
Gli ingredienti per fare bene c’erano tutti, a partire dal regista, tale Sam Mandes, fino ad arrivare a un James Bond anomalo ma ormai rodato come Daniel Craig. Se poi si aggiunge il fatto che tutti ne parlavano tanto bene, pensavo di essere davanti a un bel film, capace di farmi divertire in spensieratezza. Invece ciò che riesce a fare questo Skyfall, e lo riesce a fare davvero bene almeno nel mio caso, è far venire voglia di rivedersi il primo capitolo del reboot firmato appunto Daniel Craig. La vicenda sa di già visto, già sentito, già provato. Ed è inutile inserire un cattivo nascosto per metà film dando la parte a Javier Bardem: sembra quasi che lo si sia fatto solo per il gusto di vedergli indossare un nuovo parrucchino dopo quello ben più famoso de Non è un paese per vecchi. Il resto del cast è di alto livello, anche se relegato in parti minori, vedasi Ralph Fiennes, ma tutto quanto non riesce a elevare la pellicola a un film che potrebbe avere valore vedere. Ciò che si salva, o che per lo meno cerca di salvare del tutto la produzione, facendo passare in secondo piano le incongruenze presenti nella sceneggiatura, è il fatto di essere il primo 007 moderno a prendere in considerazione, giocandoci, il naturale passaggio del tempo, lasciandosi alle spalle e cercando di valutare il periodo in cui i film di James Bond potevano dirsi attuali, e dove lo spionaggio aveva regole ben precise. Con il passare degli anni e la trasformazione del lavoro di una spia, certi aspetti e alcuni comportamenti che si vuole vedere in un film di Bond sono andati persi. In questo Skyfall riesce ad essere al passo con i tempi e a non nascondersi dietro un dito o fare finta di nulla. Cita il passato (si veda la macchina di Bond) e sposta l’azione in un’ambientazione dove i trucchi e i metodi di una volta possano avere ancora valore. Per il resto forse è meglio il nuovo vecchio Casinò Royale, anche se non me lo ricordo bene, ma è proprio qui che Skyfall fa il suo dovere, magari involontario: invoglia a rivedere un film di 007.
mercoledì 20 marzo 2013
Noi siamo infinito
Noi siamo infinito è quel genere di film che ti piace vedere e per cui vai al cinema scartando eventualmente altre pellicole come Zero Dark Thirty, e che non appena entri in sala pensi: o cazzo! Complice il fatto di essere andato a vederlo di sabato pomeriggio l’età media degli spettatori oscillava tra i 14 ai 16 anni, mentre il numero di spettatori maschili si poteva riassumere in: due (me compreso). Il richiamo è forse dovuto all’ambientazione del film stesso, nel quale si vanno a raccontare i problemi di un giovane ragazzo che deve affrontare il trauma dei primi periodi del liceo. Sarà solo un pretesto, perché non sarà quel trauma il vero problema del protagonista, ma ben altro. I primi giorni di scuola sono solo il mezzo con cui vengono introdotti i suoi migliori amici che si applicheranno in modo inconsapevole a sorreggere il suo mondo per evitargli un crollo. E proprio i suoi amici sono in qualche modo i protagonisti del film, quasi disarcionando il povero Logan Lerman dal proprio ruolo. Da una parte c’è la neo ex Harry Potter Hermione Grenger Emma Watson, per la quale il regista Chbosky (anche autore del romanzo da cui è tratto il film) ha un occhio di riguardo nelle inquadrature e nella gestione della storia (un occhio di riguardo neppure troppo nascosto sin dalla prima apparizione del personaggio di Sam) e dall’altra il bravo Erza Miller che insieme al precedente …E ora parliamo di Kevin si presenta prepotentemente nell’ambiente indipendente.
La storia si risolverà senza troppi colpi di scena, andando a raccontare uno spaccato di vita più o meno condiviso da parte di tutti i ragazzi durante il quale ci si sente incompresi e alienati. L’amicizia, prima, e l’amore, poi, saranno capaci di formare una buona ciambella di salvataggio alla quale aggrapparsi per non affogare. Ma cosa succede quando la ciambella ti viene sottratta dalle circostanze? Questo forse è diventare grandi.
La storia si risolverà senza troppi colpi di scena, andando a raccontare uno spaccato di vita più o meno condiviso da parte di tutti i ragazzi durante il quale ci si sente incompresi e alienati. L’amicizia, prima, e l’amore, poi, saranno capaci di formare una buona ciambella di salvataggio alla quale aggrapparsi per non affogare. Ma cosa succede quando la ciambella ti viene sottratta dalle circostanze? Questo forse è diventare grandi.
mercoledì 13 marzo 2013
Candidato a sorpresa
Critica sociale sul mondo politico americano? Sarebbe stato lecito aspettarselo, visto l’argomento trattato da Candidato a sorpresa, e in effetti c’è pure un po’, soprattutto in bella vista nella primissima parte, quella che accompagna i titoli di testa. Poi il film sfugge dai binari che si potevano essere ipotizzati, deragliando completamente per seguire le capacità comiche di Will Ferrell e Zach Galifianakis.
La pellicola diventa così una divertente storia comica trasportata nel mondo delle campagne elettorali americane, quelle per così dire di provincia, non quelle enormi per le presidenziali. Ci sono gag divertenti e uscite davvero irriverenti, nelle quali i due protagonisti sguazzano felici come grossi pesci in uno stagno tutto loro: sono i re, assoluti di questa commedia, e Ferrell può definirsi anche una specie di paladino di questo tipo di film, un precursore, il capo governativo, vantando innumerevoli cloni ambientati in altri mondi attuali e passati, portati tutti all’eccesso per sottolinearne l’assurdità. Ormai questo genere di film è possibile definirlo alla Will Ferrell, e non sempre risulta essere un male. Conoscendone la natura è possibile capire ancor prima di iniziare a guardarlo se un film ti potrà piacere oppure no, se è meglio lasciar perdere o se prendersi il tempo per vederlo. Qui si ride, si scherza, si passa un’ora e mezza in perfetta beatitudine comica, se però volete vedere qualcosa di serio riguardo l’ambiente politico americano è meglio prendere Le idi di Marzo. Basta saperlo, appunto.
Cosa volete (di più)?
La pellicola diventa così una divertente storia comica trasportata nel mondo delle campagne elettorali americane, quelle per così dire di provincia, non quelle enormi per le presidenziali. Ci sono gag divertenti e uscite davvero irriverenti, nelle quali i due protagonisti sguazzano felici come grossi pesci in uno stagno tutto loro: sono i re, assoluti di questa commedia, e Ferrell può definirsi anche una specie di paladino di questo tipo di film, un precursore, il capo governativo, vantando innumerevoli cloni ambientati in altri mondi attuali e passati, portati tutti all’eccesso per sottolinearne l’assurdità. Ormai questo genere di film è possibile definirlo alla Will Ferrell, e non sempre risulta essere un male. Conoscendone la natura è possibile capire ancor prima di iniziare a guardarlo se un film ti potrà piacere oppure no, se è meglio lasciar perdere o se prendersi il tempo per vederlo. Qui si ride, si scherza, si passa un’ora e mezza in perfetta beatitudine comica, se però volete vedere qualcosa di serio riguardo l’ambiente politico americano è meglio prendere Le idi di Marzo. Basta saperlo, appunto.
Cosa volete (di più)?
mercoledì 6 marzo 2013
My summer of love
L’estate è quel periodo dell’anno durante il quale tutti, soprattutto gli adolescenti, possono prendersi una pausa, da qualsiasi cosa. È una porzione di tempo ritagliato, un segmento, dentro cui tutti possono sbizzarrirsi e cambiare: identità, fantasie, possibilità. Lo sa bene la qui esordiente Emily Blunt, il cui personaggio gioca a interpretare un altro personaggio durante l’assenza estiva dei genitori. A farne le spese, o per meglio dire a seguirne questa breve avventura trasgressiva, è la nuova amica del cuore che a specchio vive le stesse situazioni della qui bella Emily con una piccola differenza: laddove per il personaggio della Blunt vive tutto come una finzione, Mona invece è costretta a vivere le situazioni sotto un aspetto prettamente reale. C’è il fratello che si rinchiude nella religione, c’è la mancanza dei genitori, c’è la voglia di scappare.
Mona troverà in Tamsim (Emily Blunt) la strada da percorrere per fuggire, prima in senso metaforico e poi in un’ipotesi di senso meno figurato. A fermarla sarà soltanto lo sgretolarsi delle sue certezze costruite in modo così sicuro nell’arco di quel periodo estivo.
Girato con sincerità e con mezzi magari ridotti, il film sente il peso del tempo, già a quasi un decennio dall’uscita (è del 2004), collocandosi nell’affollato ambito delle pellicole indipendenti che non riescono a sfoggiare una luce e una bellezza capaci di renderli particolari ed elevarli al di sopra della media. Una storia scritta per due, dove Emily Blunt prima gioca e poi rivaleggia con la protagonista Nathalie Press.
Mona troverà in Tamsim (Emily Blunt) la strada da percorrere per fuggire, prima in senso metaforico e poi in un’ipotesi di senso meno figurato. A fermarla sarà soltanto lo sgretolarsi delle sue certezze costruite in modo così sicuro nell’arco di quel periodo estivo.
Girato con sincerità e con mezzi magari ridotti, il film sente il peso del tempo, già a quasi un decennio dall’uscita (è del 2004), collocandosi nell’affollato ambito delle pellicole indipendenti che non riescono a sfoggiare una luce e una bellezza capaci di renderli particolari ed elevarli al di sopra della media. Una storia scritta per due, dove Emily Blunt prima gioca e poi rivaleggia con la protagonista Nathalie Press.
mercoledì 27 febbraio 2013
The Bourne Legacy
Rilanciare un franchising pensavo fosse un’operazione più dettagliata e profonda del semplice cambio del protagonista. Dopo tre onorati film Matt Damon lascia l’identità di Jason Bourne e permette ai produttori di usare delle sue foto per collegare questo nuovo Legacy al terzo Bourne, nonché di usufruire di un titolo che richiami le avventure del suo agente segreto. Al suo posto, o per meglio dire in vece sua, viene chiamato Jeremy Renner, che qui supera se stesso sfoderando una magnifica espressione con gli occhiali. Al suo fianco la pallida ricercatrice Rachel Weisz, che qui in pratica recita con la versione giovane di suo marito nella vita reale (Daniel Craig). Completano il cast alcuni attori di spessore in ruoli di contorno, come per esempio un leggermente imbiancato Edward Norton e un fugace Albert Finney.
Il film si snoda per più di due ore in inseguimenti e combattimenti, andando a indicare nella prima parte un’intricata rete di progetti segreti che il buon Norton cerca di fare capire al suo interlocutore (e agli spettatori) con un paragone medico (con il suolo risultato di confondere e basta), mentre nella seconda si esprime in una più primitiva caccia all’uomo.
La pellicola si lascia vedere e tiene abbastanza alta la tensione, sorvolando su alcuni aspetti introdotti e poi lasciati morire senza alcuna spiegazione (o una spiegazione eccessivamente rapida), ma quel che davvero manca a questo nuovo Bourne non Bourne è il fattore novità: la trama di fondo, il motivo, e tutto il suo svolgimento sono uguali al primo film di Matt Damon. Non c’è un aspetto innovativo, un qualcosa che non ricalchi le avventure del primo capitolo della serie madre. Per questo si arriva alla fine e si ha la sensazione di sapere in anticipo cosa succederà all’inizio del prossimo possibile film.
Il film si snoda per più di due ore in inseguimenti e combattimenti, andando a indicare nella prima parte un’intricata rete di progetti segreti che il buon Norton cerca di fare capire al suo interlocutore (e agli spettatori) con un paragone medico (con il suolo risultato di confondere e basta), mentre nella seconda si esprime in una più primitiva caccia all’uomo.
La pellicola si lascia vedere e tiene abbastanza alta la tensione, sorvolando su alcuni aspetti introdotti e poi lasciati morire senza alcuna spiegazione (o una spiegazione eccessivamente rapida), ma quel che davvero manca a questo nuovo Bourne non Bourne è il fattore novità: la trama di fondo, il motivo, e tutto il suo svolgimento sono uguali al primo film di Matt Damon. Non c’è un aspetto innovativo, un qualcosa che non ricalchi le avventure del primo capitolo della serie madre. Per questo si arriva alla fine e si ha la sensazione di sapere in anticipo cosa succederà all’inizio del prossimo possibile film.
mercoledì 20 febbraio 2013
Looper
A volte, nel marasma fantascientifico spesso baraccone di effetti speciali e colpi di scena, ci si imbatte in alcuni spunti degni di nota, capaci di mettere in secondo piano aspetti che solitamente si giudicherebbero troppo illusori. Looper riesce assai bene in questa specie di gioco di prestigio, con una storia che ha la caratteristica, assai rara di questi tempi, di non essere tratta da un romanzo di Philip K. Dick pur condividendo con i lavori dell’autore americano le stesse atmosfere, e nascondendo agli occhi dello spettatore la volgarità con la quale nell’ultimo periodo è stata trattata la telecinesi in ambito cinematografico.
La storia è ambientata in un futuro nel quale i viaggi nel tempo non sono stati ancora inventati ma che deve comunque fare i conti con un futuro più remoto nel quale invece i viaggi del tempo sono una realtà fuorilegge. È in questo futuro più vicino a noi, nel quale viene reso omaggio, forse alla lontana e forse solo nella mente di chi scrive qui ora, a un altro film che ha saputo trattare assai bene lo stesso argomento, ovvero Ritorno al Futuro, che conosciamo il personaggio di Joseph Gordon-Levitt, il quale ci introduce a tutto il nuovo futuro e a quello che lo attende.
Dopo una prima parte alquanto didascalica ma che sa coinvolgere lo spettatore, si fa la conoscenza con il personaggio di Bruce Willis, che in realtà è lo stesso di Joseph Gordon-Levitt soltanto invecchiato. I due protagonisti giocano il ruolo della medesima persona, solo uno nel presente e l’altro nel futuro (magnifico il lavoro fatto di trucco o effetti speciali sulla faccia del più giovane per farlo assomigliare nei lineamenti, tipo il naso, al più vecchio).
Il film si affloscia un po’ nella seconda parte, patendo la mancanza di una storia capace di sorreggere in lunghezza metà pellicola, ma rimane ugualmente godibile e assai interessante, introducendo con i tempi necessari alla trama la bella e problematica Emily Blunt. Ad averne di fantascienza di questo stampo.
mercoledì 13 febbraio 2013
Django Unchained
È inutile negarlo: ormai l’uscita di un nuovo film di Tarantino è un piccolo evento capace di richiamare al cinema spettatori che solitamente non frequentano le sale. La gente va a vedere il nuovo lavoro del buon Quentin anche solo per poter prendere parte a una qualsiasi conversazione riguardante il cinema. Il regista americano a questo punto della sua carriera potrebbe fare anche un film su come smaltire la merda, o una qualsiasi altra porcata inimmaginabile, che il riscontro al botteghino sarebbe comunque positivo. Sia ben chiara però una cosa: qualsiasi porcata riuscisse a immaginare la scriverebbe e la dirigerebbe in modo talmente accattivante da rendertela interessante.
L’ultimo Django Unchained (la D è muta) non fa eccezione a questa teoria. La sola postilla che si potrebbe aggiungere è che la storia del personaggio di Jamie Foxx nono è affatto una vaccata ma una vicenda ambientata poco prima della guerra civile americana, quando ancora il commercio di schiavi era una triste realtà, e vede il protagonista Django impegnato nel compito di ritrovare e liberare la moglie.
Per fare questo farà amicizia con il Dottor Schultz, un formidabile Christoph Waltz che gioca a fare da contraltare il ruolo dell’odiato nazista interpretato nel precedente Bastardi Senza Gloria, e dovrà vedersela con il perfido Leonardo Di Caprio e il suo fidato schiavo Samuel L. Jackson.
La prima parte, come spesso ormai accade nei film di Tarantino, è misurata e contenuta, quasi il registra si stesse trattenendo di dare via libera a tutta la sua voglia di fare cinema a modo suo. Serve a introdurre i personaggi, a farli crescere, a far calare lo spettatore nella storia e nel rendere quest’ultima plausibile ai loro occhi. Non appena Tarantino si rende conto di avere la loro attenzione e non più solo la loro curiosità, allora inizia a tirare fuori il bambino Tarantino e a dirigere il film che ha dentro. È il momento in cui il sangue sgorga come fontane, quando le sparatorie si trasformano in violente sequenze di morti, e quando anche uno sparo può scaraventare fuori traiettoria il corpo di una persona. Prendere o lasciare, questo è Quentin Tarantino.
Quando esci dal cinema non hai però la minima sensazione di essere rimasto pesantemente seduto in sala per quasi tre ore.
L’ultimo Django Unchained (la D è muta) non fa eccezione a questa teoria. La sola postilla che si potrebbe aggiungere è che la storia del personaggio di Jamie Foxx nono è affatto una vaccata ma una vicenda ambientata poco prima della guerra civile americana, quando ancora il commercio di schiavi era una triste realtà, e vede il protagonista Django impegnato nel compito di ritrovare e liberare la moglie.
Per fare questo farà amicizia con il Dottor Schultz, un formidabile Christoph Waltz che gioca a fare da contraltare il ruolo dell’odiato nazista interpretato nel precedente Bastardi Senza Gloria, e dovrà vedersela con il perfido Leonardo Di Caprio e il suo fidato schiavo Samuel L. Jackson.
La prima parte, come spesso ormai accade nei film di Tarantino, è misurata e contenuta, quasi il registra si stesse trattenendo di dare via libera a tutta la sua voglia di fare cinema a modo suo. Serve a introdurre i personaggi, a farli crescere, a far calare lo spettatore nella storia e nel rendere quest’ultima plausibile ai loro occhi. Non appena Tarantino si rende conto di avere la loro attenzione e non più solo la loro curiosità, allora inizia a tirare fuori il bambino Tarantino e a dirigere il film che ha dentro. È il momento in cui il sangue sgorga come fontane, quando le sparatorie si trasformano in violente sequenze di morti, e quando anche uno sparo può scaraventare fuori traiettoria il corpo di una persona. Prendere o lasciare, questo è Quentin Tarantino.
Quando esci dal cinema non hai però la minima sensazione di essere rimasto pesantemente seduto in sala per quasi tre ore.
mercoledì 6 febbraio 2013
Resident Evil: Retribution
Giunti al quinto capitolo della serie cinematografica tratta dal famoso videogioco, gli autori si dovevano inventare qualcosa per non andare incontro a una semplice riproposizione di uno dei mille scenari mostrati nei vari media. Così l’inizio di questo film, forse la cosa più particolare di tutta quanta la pellicola, risulta essere il punto di arrivo di un percorso creativo che però non si è evoluto. Mi spiego meglio: il giochino di ripartire da zero, prendendo il finale del precedente Resident Evil: Afterlife e non dargli un vero e proprio seguito pur facendolo vedere allo spettatore, in modo tale da tornare indietro, scelta suggerita anche dai titoli di testa, e poter riportare in vita personaggi ormai morti e sepolti (leggasi Michelle Rodriguez), funziona fino a un certo punto, ovvero quando l’inventiva degli autori sembra essersi piegata alla volontà splatter della produzione di proseguire su di una strada di sicuro successo battuta dalle storie precedenti.
Milla Jovovich ci mette di nuovo la faccia, e il fisico, e accipicchiola, ma nulla può di fronte a una storia che alla fin fine non è una vera e propria storia quanto piuttosto un riempitivo di vicende, dove lo stesso finale sarebbe potuto essere raggiunto con un minore dispendio di minuti ed effetti speciali senza sentirne davvero la mancanza. È la fuga da un centro di controllo dell’Umbrella Corporation, la malefica società artefice dell’apocalisse zombie che imperversa nel mondo, tutto quanto questo film può offrire al pubblico. Niente di più, calcolando che il tutto viene messo in scena senza grandi colpi di geni e che anche per i mostri è stata scelta la via del “rendiamo tutto più grande!”.
Non mi aspettavo niente di niente, ma cavolo, pensavo che fossero riusciti a fare almeno qualcosa di più di questo Resident Evil: Retribution. All’inizio, nel 2002 quando uscì il primo capitolo, doveva essere la linea guida da seguire per trasportare un videogioco sul grande schermo, ma se all’epoca un’affermazione del genere poteva essere vera il giochino (e non inteso il videogioco) è davvero invecchiato male.
L’unica cosa in cui questo film riesce bene, e non era certo facile, è riuscire a far rivalutare lo sparatutto Transformers 3.
Milla Jovovich ci mette di nuovo la faccia, e il fisico, e accipicchiola, ma nulla può di fronte a una storia che alla fin fine non è una vera e propria storia quanto piuttosto un riempitivo di vicende, dove lo stesso finale sarebbe potuto essere raggiunto con un minore dispendio di minuti ed effetti speciali senza sentirne davvero la mancanza. È la fuga da un centro di controllo dell’Umbrella Corporation, la malefica società artefice dell’apocalisse zombie che imperversa nel mondo, tutto quanto questo film può offrire al pubblico. Niente di più, calcolando che il tutto viene messo in scena senza grandi colpi di geni e che anche per i mostri è stata scelta la via del “rendiamo tutto più grande!”.
Non mi aspettavo niente di niente, ma cavolo, pensavo che fossero riusciti a fare almeno qualcosa di più di questo Resident Evil: Retribution. All’inizio, nel 2002 quando uscì il primo capitolo, doveva essere la linea guida da seguire per trasportare un videogioco sul grande schermo, ma se all’epoca un’affermazione del genere poteva essere vera il giochino (e non inteso il videogioco) è davvero invecchiato male.
L’unica cosa in cui questo film riesce bene, e non era certo facile, è riuscire a far rivalutare lo sparatutto Transformers 3.
mercoledì 30 gennaio 2013
Miami Vice
Alla fine del film si ha l’idea che a Miami ci sia sempre un temporale in arrivo, in qualsiasi notte, cielo nuvoloso e plumbeo, tuoni e fulmini, più ovviamente alla criminalità straripante dai bordi delle strade e da qualsiasi locale. Una città vista in nero, o gradazione di grigio assai fosche. Nella località della Florida infatti viene girato essenzialmente di notte mentre le parti con il sole vengono affidate a Cuba o altre nazioni del Sud America.
Si parla di narcotraffico e di una talpa all’interno di una organizzazione governativa che permette ai trafficanti di rintracciare gli infiltrati delle forze speciali. Un controspionaggio con i fiocchi che i nostri due protagonisti saranno obbligati a scoprire nel tentativo di stanare la talpa. Questa la premessa, che in fondo è tutto il film intero. Perché la storia si dipana poi in miriadi di alleanze e “unioni commerciali” che lasciano ben poco ad altro, tant’è che la missione non viene portata a compimento (magari poteva essere sviluppata in un possibile sequel?).
Le certezze, in un ben delineato e poco confusionario intrecciarsi di personaggi, sono la regia ferma di Mann, senza sbavature, il fatto che Colin Farrell pur acconciato da bolso taroccato, con tanto di capelli lunghi e baffi molto retrò, non possa fare a meno di scoparsi chicchessia, anche come se in questo caso le conseguenze sono palesemente prevedibili (e non promettono certo il meglio), e un determinato personaggio invece quando scopa ama ascoltare Chris Cornell.
Magari bello, con alcuni punti lasciati in sospeso, ma non un film bellissimo. Anche il gioco a riconoscere luoghi e posti non ha dato alcuna soddisfazione: tutto al buoi, tutto in luoghi desolati, e molto in altre città diverse da Miami.
Si parla di narcotraffico e di una talpa all’interno di una organizzazione governativa che permette ai trafficanti di rintracciare gli infiltrati delle forze speciali. Un controspionaggio con i fiocchi che i nostri due protagonisti saranno obbligati a scoprire nel tentativo di stanare la talpa. Questa la premessa, che in fondo è tutto il film intero. Perché la storia si dipana poi in miriadi di alleanze e “unioni commerciali” che lasciano ben poco ad altro, tant’è che la missione non viene portata a compimento (magari poteva essere sviluppata in un possibile sequel?).
Le certezze, in un ben delineato e poco confusionario intrecciarsi di personaggi, sono la regia ferma di Mann, senza sbavature, il fatto che Colin Farrell pur acconciato da bolso taroccato, con tanto di capelli lunghi e baffi molto retrò, non possa fare a meno di scoparsi chicchessia, anche come se in questo caso le conseguenze sono palesemente prevedibili (e non promettono certo il meglio), e un determinato personaggio invece quando scopa ama ascoltare Chris Cornell.
Magari bello, con alcuni punti lasciati in sospeso, ma non un film bellissimo. Anche il gioco a riconoscere luoghi e posti non ha dato alcuna soddisfazione: tutto al buoi, tutto in luoghi desolati, e molto in altre città diverse da Miami.
mercoledì 23 gennaio 2013
Quell'idiota di nostro fratello
Ormai in America sembra essersi decisamente affermato un genere di film che potrebbe essere definito come “quelli di Judd Apatow”. Non è un male, perché quest’ultimi non sfociano mai in una becera cazzata sguaiata e volgare, ma rimangono in equilibrio tra una commedia divertente e una commedia sbracata. Sono pellicole che fanno sorridere, riuscendo a portare il proprio pubblico a quel limite di umorismo che non arriva mai a risate maleducate.
Quell’idiota di nostro fratello, anche se non è di Judd Apatow, raggruppa un cast di tutto rispetto inserendolo tutto quanto in un’unica famiglia e si diverte a collegarne le sorelle unendole con l’unico figlio maschio, il solito simpatico Paul Rudd che per rendersi meno riconoscibile qui si è fatto crescere la barba.
C’è quindi questo fratello abbastanza ingenuo e tra le nuvole, e c’è il suo adorato cane Obi-Wan Kenobi. C’è la sua ex ragazza che, dopo il primo soggiorno di lui in prigione per spaccio di sostanze stupefacenti, lo caccia di casa e gli impedisce di vedere l’amato Obi-Wan. C’è la sorella Elizabeth Banks che pur di riuscire a scrivere un buon articolo per Vanity Fair è disposta a tutto. C’è la sorella Emily Mortimer sposata con figli che non vede il tradimento del marito e si rifugia in una comoda trasandatezza. C’è la sorella lesbica Zooey Deschanel che convive con la sua ragazza avvocato dalla parolaccia facile e che rimane incinta a causa di una breve sbandata etero (e protagonista della più bella battuta di tutto il film).
Tutti questi personaggi si intrecceranno con i loro problemi e i loro guai, additando l’ingenuo Paul Rudd come fonte di tutte le loro difficoltà. Capiranno solo alla fine che sono loro a essere sbagliati, a fare le cose in modo non corretto, per quanto strano possa apparire, e che il loro fratello è un’anima magari troppo candida ma pur sempre buona.
Un film senza troppe pretese ma che si lascia vedere in tranquillità.
Quell’idiota di nostro fratello, anche se non è di Judd Apatow, raggruppa un cast di tutto rispetto inserendolo tutto quanto in un’unica famiglia e si diverte a collegarne le sorelle unendole con l’unico figlio maschio, il solito simpatico Paul Rudd che per rendersi meno riconoscibile qui si è fatto crescere la barba.
C’è quindi questo fratello abbastanza ingenuo e tra le nuvole, e c’è il suo adorato cane Obi-Wan Kenobi. C’è la sua ex ragazza che, dopo il primo soggiorno di lui in prigione per spaccio di sostanze stupefacenti, lo caccia di casa e gli impedisce di vedere l’amato Obi-Wan. C’è la sorella Elizabeth Banks che pur di riuscire a scrivere un buon articolo per Vanity Fair è disposta a tutto. C’è la sorella Emily Mortimer sposata con figli che non vede il tradimento del marito e si rifugia in una comoda trasandatezza. C’è la sorella lesbica Zooey Deschanel che convive con la sua ragazza avvocato dalla parolaccia facile e che rimane incinta a causa di una breve sbandata etero (e protagonista della più bella battuta di tutto il film).
Tutti questi personaggi si intrecceranno con i loro problemi e i loro guai, additando l’ingenuo Paul Rudd come fonte di tutte le loro difficoltà. Capiranno solo alla fine che sono loro a essere sbagliati, a fare le cose in modo non corretto, per quanto strano possa apparire, e che il loro fratello è un’anima magari troppo candida ma pur sempre buona.
Un film senza troppe pretese ma che si lascia vedere in tranquillità.
mercoledì 16 gennaio 2013
The Brave - Ribelle
C’era una volta, tanto tempo fa, in mezzo a tanti studi cinematografici, una piccola azienda di animazione di nome Pixar. Così si potrebbe riassumere questo The Brave, andando a raccontare gli inizi strepitosi della propria casa di produzione fino a giungere all’acquisizione da parte della Disney, una specie di Pac-man hollywoodiano che in questo ultimo periodo sembra volersi mangiare il mondo intero: Marvel, Lucasfilm, etc.
L’animazione è sempre a buoni livelli, anche se la caratterizzazione di alcuni personaggi, vedi il re, rimanda un po’ troppo a cose già viste in Dragon Trainer. Quello che stona in questa pellicola è la storia, che sembra essere indecisa su che strada prendere. Un’indecisione che alla fine della visione non permette un godimento pieno e spensierato, pur restando un film che si lascia vedere. L’inizio, con la protagonista piccola Robin Hood in gonnella, anche se la gonna e qualsiasi abito femminile si rifiuta di indossare, lascia presagire una direzione che però il film non ha il coraggio di intraprendere, o che magari gli sceneggiatori non sapevano come far evolvere. Si prende perciò un’altra strada, un po’ frastagliata e disconnessa, e si finisce per arrivare nelle parti di Koda Fratello Orso, o giù di lì. Curioso, perché quello sì che era della Disney. Tutto questo getta un’ombra scura sul futuro dei nuovi film targati Pixar: saranno tutti come questo ultimo The Brave (ovvero con un sottofondo disneyano assai marcato)? Speriamo di no, perché i film della Pixar erano davvero davvero molto molto belli, mentre questo ultimo lavoro può essere carino, ma non molto di più.
L’animazione è sempre a buoni livelli, anche se la caratterizzazione di alcuni personaggi, vedi il re, rimanda un po’ troppo a cose già viste in Dragon Trainer. Quello che stona in questa pellicola è la storia, che sembra essere indecisa su che strada prendere. Un’indecisione che alla fine della visione non permette un godimento pieno e spensierato, pur restando un film che si lascia vedere. L’inizio, con la protagonista piccola Robin Hood in gonnella, anche se la gonna e qualsiasi abito femminile si rifiuta di indossare, lascia presagire una direzione che però il film non ha il coraggio di intraprendere, o che magari gli sceneggiatori non sapevano come far evolvere. Si prende perciò un’altra strada, un po’ frastagliata e disconnessa, e si finisce per arrivare nelle parti di Koda Fratello Orso, o giù di lì. Curioso, perché quello sì che era della Disney. Tutto questo getta un’ombra scura sul futuro dei nuovi film targati Pixar: saranno tutti come questo ultimo The Brave (ovvero con un sottofondo disneyano assai marcato)? Speriamo di no, perché i film della Pixar erano davvero davvero molto molto belli, mentre questo ultimo lavoro può essere carino, ma non molto di più.
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