Visualizzazione post con etichetta People. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta People. Mostra tutti i post

martedì 16 aprile 2013

Psicanalizzare in auto

Gli psicanalisti smettono di lavorare alle sei, ma per te faccio un’eccezione e oltre a trasformarmi in, vengo a prenderti a casa cercando di sistemare quanto è possibile sistemare: un fallimento su tutti i fronti, mentre il peso dello sconforto di persone speranzose comincia a schiacciare la schiena con aspettative che non sono riuscito, aimè, a trasformare in realtà.
Cerco di rimediare trasformando il sedile dell’auto in un lettino sul quale farti stendere e farti raccontare la tua infanzia. Ti dico: dimmi: cosa c’è che non va? E poi me ne resto ad ascoltare annuendo di tanto in tanto, incapace di fare niente proprio come avvenuto in casa, solo ora su quattro ruote, mentre la notte avvolge strade che non riconosci più e nelle quale ti perderesti all’istante se lasciata sola. Vorrei fare di più, ma non so proprio come potrei. Aggirare stupidi vincoli familiari ai quali sei legata dalla nascita, tagliare cordoni ombelicali che ti portano a comprare scarpe color salmone appena scesa dall’aereo. E i treni, quelli che ti portano a casa quando vuoi una vacanza che in fondo non è vacanza. Si dovrebbe essere rilassati, no? Continui a domandare.
Io faccio, o cerco di fare, l’unica cosa che credo di fare bene, ovvero: provo a farti ridere. Dimenticare tutto quanto non è la soluzione – né migliore né peggiore, non è la soluzione, punto – ma può aiutare a far scivolare i problemi senza troppo traumi. Così giro scherzosamente il coltello nella piaga e ti chiedo: che lavoro fa?
Tu ridi per un istante, di gusto, di quel riso che prima era più costante e che sentivo spesso al telefono quando mi chiamavi per alleggerire una tensione che non riuscivi più a sopportare. Ridi per un attimo, facendomi sentire quantomeno un poco utile, perché se ridi vuol dire che i problemi ti hanno abbandonato per un poco, giusto il tempo necessario a ridere: è come se il tuo sorriso spazzasse via i problemi. Se ridi la mente è sgombra, non pensi al costo di telefonata internazionali, né all’impossibilità di vedere e/o sentire persone che ti stanno a cuore, né hai tempo per pensare a chi dovrebbe esserti vicino e che invece sembra infischiarsene di tutto mettendoti i bastoni tra le ruote: ridi e basta, e mentre ridi ridi soltanto, non hai preoccupazioni. Il tuo sorriso è il mio traguardo, il segno chiaro che ho raggiunto il mio obbiettivo.
Poi invece mi chiedi un gelato. Non un birra: un gelato. A mezzanotte e quasi, trovare una gelateria aperta, di quelle artigianali, è un’impresa ardua, tanto che giro per le strade senza sapere neppure dove portarti. In su, in giù, a destra, a sinistra. Tutte le serrande sono abbassate, i negozi chiuso. Non c’è vita, dici tu ancora sdraiata sul lettino. Che lavoro fa? Ti chiedo io, e tu riparti.
Raggiungiamo un accordo, dimenticando per un attimo il mio stupido compromesso e la tua insana richiesta (“Dove lo trovo io ora, a quest’ora? Senza preavviso.” “La prossima volta dobbiamo essere preparati.” “A saperlo.” “Chiediamo alle puttane.” E la tua attenzione viene rapita, perché ogni volta che torni le rivedi, le puttane, e ti sembra sempre incredibile vederle lì ai bordi delle strade, tutte svestite in quel modo, loro: le puttane). Ci accordiamo per una pizza, di quelle al taglio comprate in un forno clandestino, che se la guardia di finanza facesse una retata ci porterebbe tutti quanti via.
Prendiamo la pizza e andiamo a casa parlare. Guardiamo viaggi che non abbiamo fatto e ci discutiamo tutti insieme di parrucchieri che non sanno fare il proprio lavoro, o che lo demandano a giovani inesperti. Tutto lì, sulla tua testa, ma c’è sempre di peggio, ricorda: ci sono parrucchieri che ti lascerebbero andare in giro con quei capelli lì, senza dirti niente. Certa gente si dovrebbe rifiutare, invece.
Poi ti riaccompagno a casa, quando tutto è passato, e tra un paio di puttane e un incrocio, un autovelox e due caselli, sei di nuovo via. Chissà quando tornerai per una vacanza che non ha affatto il sapore di una vacanza. Non sai rispondermi e io neppure, nel frattempo ti aspetto preparando il lettino. Spero che tu veda chi vuoi vedere, e tu senta senza spendere troppo.

martedì 27 novembre 2012

Acchiappasogni

Con le calze scure - la gonna corta di un vestito blu notte con sopra un cardigan nero più lungo del vestito stesso, le maniche tirate su lungo gli avambracci, braccialetti larghi d’oro e d’argento a tintinnare su un polso magro, capelli castano appena chiaro sciolti lisci e lunghi fino a lambirle il seno - sembrava essere un semplice ricamo sulle calze, nella posizione in cui si trovava, alquanto anomala. Non veniva da pensare a cosa fosse veramente. Lo guardavi e ti immaginavi una fantasia stravagante dei collant (lei, vestita in quel modo, con occhiali dalla montatura spessa forse neppure graduati, un piercing alla narice destra e un brillantino appena visibile sopra il labbro dalla parte opposta, come a voler risplendere di rimando a quello del naso, non era un tipo da autoreggenti, era più una ragazza da collant, con l’elastico ben sopra le ossa sporgenti del bacino a lasciare un leggero segno sulla pancia. Lo si capiva anche dalle scarpe: non un tacco alto, né delle decolté alla moda, ma un paio di calzature tornate fuori dagli anni ottanta, allacciate alla caviglia e della stessa tonalità del pelo di un orso bruno di montagna, un marrone opaco, selvaggio), ricamata per chissà quale motivo solo nella parte interna di una delle due gambe. Era circolare e grande più o meno quanto tutto lo spazio che la coscia gli metteva a disposizione. Al suo interno c’erano degli altri disegni, poco distinguibili mentre lei camminava, e si fermava e poi riprendeva camminare. Nel frattempo lei sorrideva, parlava e lanciava strane occhiate intorno, appoggiando lo sguardo sulle pareti e sui quadri appesi. Le dita, con le unghie smaltate di un viola spento, scivolavano gustose sui contorni delle sedie, le poche sparse lungo i corridoi. Di tanto in tanto sbirciava dal basso verso l’altro con quei suoi occhietti vispi, maliziosi fino al limite estremo del termine. La sua espressione era in bilico tra il voluttuoso involontario e il voluttuoso marcatamente intenzionale, al confine tra i due. I loro occhi si incrociarono giusto un paio di volte, nel vagare distratto tra un’opera e l’altra, il tempo necessario per instaurare un rapporto, seppur solo visivo, tra due sconosciuti quali erano. Quando poi nelle ore successive si ritrovarono stesi sul letto, entrambi senza inibizioni e spinti l’uno contro l’altra da istinti primari, non furono più estranei, non le senso più stretto della parola. Non si sorpresero, né lui né lei, di muoversi con uno strano tipo di abitudine - nello stringersi stretti, nello scivolare ciascuno sopra il corpo dell’altro o dell’altra, nel baciarsi in ogni dove in qualsiasi momento senza alcun tipo di remore o pudore – (un’abitudine inusuale in quanto per loro era la prima volta che si comportavano in quel modo, con l’altro, con l’altra, e stringersi stretti, scivolare sul corpo di un’altra persona, baciarsi ovunque, è in qualsiasi caso diverso ogni volta, anche se fatto sempre con la stessa persona, per non parlare di loro due, sconosciuti fino a poche ore prima), si sorprese, ma solo lui, quando le calze furono srotolate e tolte dalle gambe, mentre lei teneva il bacino leggermente sollevato e la gonna le scivolava morbida sulla pancia, nello scoprire che quel disegno immaginato ricamato sulle calze non era altro che un accurato tatuaggio di un acchiappasogni indiano, appena sopra il ginocchio, nella parte interna della gamba; in una posizione inconsueta,  dove lui non si sarebbe mai immaginato di trovare un tatuaggio (così vistoso, così grande… così sexy).

giovedì 4 agosto 2011

Tra sogno e sveglia

Nel sogno eri arrabbiata, non mi volevi parlare. Almeno un attimo prima che mi svegliassi. All'inizio invece ti avvicinavi leggiadra, quasi muovendoti su onde di un mare sereno. Sorridevi, alzando quasi un poco la gonna con i pollici e gli indici a pizzicotti, su entrambi i lati, come se stessi facendo un inchino. Ci presentavamo perché ancora non ci conoscevamo. Strano, vero? Tornare distanti e poi sognare di incontrarci di nuovo, anche se poi, nella realtà, non ci siamo mai conosciuti davvero così in fondo.
Eravamo in un parco, per strada, in una casa. Non so. Il luogo era così offuscato, oppure più semplicemente non me lo ricordo. Di solito dei sogni io non ricordo niente. Li faccio, o spero di farli, almeno ogni sera - altrimenti sarebbe davvero triste, una notte intera senza sogni - ma la mattina non riesco mai a ricordarmi cosa abbia davvero sognato. Faccio fatica a differenziare i sogni, quelli veri, dai sogni miei, quelli fatti un attimo dopo avere spento la luce e chiuso gli occhi, in quel lasso di tempo durante il quale non sto ancora dormendo ma tutto il mio corpo è propenso a farlo, e con la testa, a cervello spento, cerco di pensare a quello che vorrei vivere durante la notte. Quelli sono i miei sogni, brevettati. Invece i sogni, quelli veri, sono un rimescolio continuo di immagini prese a caso dalla memoria, a breve o a lungo termine, a cui viene data la possibilità di movimento, di parola; sono un film psichedelico di cose mai accadute, unite le une alle altre da piccoli ponti di sottile casualità. Per questo forse ci sei finita tu dentro il mio sogno, uno dei pochi di cui abbia la possibilità di ricordare, e i nostri litigi, e i nostri momenti, e le nostre parole non dette ma espresse con gli occhi: il nostro tutto.
Quando mi sono svegliato tu eri seduta sul letto, a gambe incrociate, già vestita. Una canottiera gialla a pois bianchi ti scendeva dalle spalle arrivando a coprirti fino a metà coscia alta. Non sembravi avere altro, ma non posso dirlo con sicurezza. Avevo sonno, ero ancora mezzo addormentato. Tu invece sembravi esserti alzata già da qualche ora. Forse avevi fatto colazione, eri andata in bagno, ti eri lavata la faccia, i denti, le mani, camminando scalza per casa, con i tuoi piedi che per prenderti in giro definisco sempre arricciati all'insù; poi magari ti sei seduta sul letto, nella stessa posizione in cui ti ho trovata quando mi sono svegliato, e hai iniziato a guardarmi dormire. Mi hai fissato intensamente, così tanto che probabilmente è per questo motivo che ti ho sognata, mi sei entrata dentro il sogno con determinazione. Mi hai guardato, hai controllato se stessi ancora dormendo sul serio o se facessi solo finta, mi hai fatto le smorfie addosso, la linguaccia, da vicino, quasi faccia a faccia, per poi allontanarti quando hai capito che no, non stavo fingendo, stavo davvero dormendo. In questo modo mi hai aspettato, piegando un poco le gambe: te le sei abbracciate, non strette ma con le mani appoggiate sopra gli stinchi, lasciandoti lo spazio per respirare tranquilla.
Quando mi sono svegliato mi sei venuta incontro con la testa. Mi hai aiutato in qualche modo ad aprire gli occhi. Hai aspettato ti focalizzassi, mi hai dato il tempo per vederti i capelli caderti sulle spalle e abbracciarti il collo, incorniciarti la testa. Mi hai sorriso, hai detto: buongiorno.
Io avevo l'alito cattivo, i capelli arruffati dalla notte, la maglietta con la quale dormo tutta stropicciata e annodata attorno al petto, una posa scomposta e poco elegante: le mutande arricciate, le braccia e le gambe piegate in un'arrampicata dilettantesca sul cuscino e il materasso.
Buongiorno, ti ho detto, e mi hai sorriso. In quel momento non mi sono più ricordato per quale motivo avessimo litigato nel sogno. Lo potevo intuire, ma non me lo ricordavo. Sfiorandolo con le dita, con la mente, non riuscivo ad afferrarlo.
Chissà cosa avevi sognato tu, quella notte.

mercoledì 14 luglio 2010

Un luogo del calcio

I negozi non si trovano più dove erano prima. Alcune strade sono diventate sensi unici, mentre altre sono apparse dal nulla, andando ad asfaltare prati dove da bambini andavamo a giocare. Il primo campo da calcio, quello più vicino casa, nel quale ho iniziato a tirare calci ad un pallone e a riceverne sugli stinchi, è stato trasformato in un parcheggio e il giovedì e il sabato viene invaso dai banchi del mercato. All'altezza del cerchio di centrocampo c'è ora una grande aiuola leggermente rialzata, mentre in memoria delle aree di rigore ci sono due strisce di verde dove sono stati piantati un paio di piccoli alberi.
Ricordo le vecchie tribune in legno che costeggiavano tutta una fascia, la stessa dove in un angolo si trovavano gli spogliatoi. Su una di queste tribune mio fratello saltò festante di gioia la volta che mi vide fare il primo goal della mia carriera, in mischia. Tutt'oggi non so con precisione se fui davvero io a spingere quella palla dentro la porta, ma adesso credo ormai importi davvero poco. Vincemmo undici a zero, e il mio presunto goal fu l'undicesimo, quindi immagino che anche all'epoca importasse lo stesso poco.
Ricordo come noi ragazzi bistrattavamo quel campo, così duro, senza un ciuffo d'erba che fosse uno, completamente sterrato e delimitato in tutto il suo perimetro dai muri delle case intorno. Poco importava se poi tutti, tutti quanti, avevamo iniziato a giocare lì, a fare le nostre prime esperienza sportive in un luogo che era diventato un simbolo di tutto il paese per più di una generazione. Anche mio fratello, lo stesso mio fratello che saltava sulle tribune quando tutti dissero che avevo fatto goal, anche mio fratello, dicevo, ha iniziato a giocare proprio su quello stesso campo. Così come pure i fratelli maggiori di tutti i miei amici. Le storie, le partite epiche e fangose, si rincorrevano una dietro l'altra, sempre su quello stesso campo, sempre uguale, identico.
Mio fratello una volta non giocava, era in panchina insieme ad altri suoi amici, ma fuori pioveva talmente tanto forte che il loro allenatore gli aveva detto di andarsi a riparare negli spogliatoi, dalla parte opposta, lontano dalle panchine vere e proprie che altro non erano che delle piccole nicchie ricavate nel muro di una casa. Fuori pioveva e mio fratello avrà avuto non più di dieci anni. Per scherzo i suoi amici gli dissero che poteva andare a casa, perché l'allenatore aveva detto che non avrebbe fatto entrare nessuno. Casa nostra era molto vicina al campo. Ci si poteva arrivare a piedi senza troppa fatica. Così mio fratello si cambiò e tornò a casa. Cinque minuti dopo l'allenatore arrivò negli spogliatoi per dirgli che lo avrebbe fatto entrare, ma lui non c'era già più. Quell'allenatore è stato poi il motivo per cui mio fratello ha smesso di giocare a calcio. Adesso gioca a basket. Certamente trova meno fango, ma l'ultima volta che sono andato a vederlo partecipava ad un torneo tre contro tre, all'aperto, ed anche quella volta pioveva.
Di storie come queste penso ce ne siano infinite. Basterebbe chiedere un po' in giro e chiunque potrebbe tirare fuori dai ricordi un qualche aneddoto bizzarro. Tipo: d'estate, quando tutti i campionati erano finiti e nessuno andava più a giocare, quel campo veniva utilizzato per farci il luna park, e per poco più di un mese venivano parcheggiati lì, senza uno straccio di protezione, i camion delle giostre. Era buffo, perché per la prima volta da piccolo capii come le cose potessero davvero cambiare l'aspetto di un posto. Quel rettangolo di terra che quando ci correvamo dentro undici contro undici più l'arbitro sembrava immenso, con i calci in culo, gli ottovolanti, le varie bancarelle: sembrava così piccolo, che quando ci andavamo la sera dopo cena, con le luci euforiche accese di mille colori, eravamo sempre così stretti tra la folla da non poterci quasi girare. Incontravamo amici, amici di amici, parenti che non vedevamo da chissà quanto, e ci salutavamo stretti mentre l'altra gente ci passava accanto strusciandosi addosso a noi. Se poi pioveva a settembre trovavamo ancora impresse nel campo i segni dei grandi pneumatici dei camion delle giostre, come delle piste per le biglie. E quando qualcuno faceva un dribbling ben riuscito, o una serpentina tra gli avversari, dicevamo che non era merito suo, ma che la palla era semplicemente entrata dentro uno di quei canali e lui non aveva fatto altro che seguirla nel suo zigzagare.
Oppure: ieri sera ci sono ripassato, e mi sono tornati in mente tanti ricordi. Tipo il pomeriggio durante il quale capii davvero quale fosse il mio ruolo; la partita durante la quale entrai in scivolata e la palla si fermò in una pozza d'acqua facilitando il contropiede degli avversari che vinsero proprio uno a zero, grazie a me; la mattina che per saltare la scuola partecipai ad un torneo interscolastico e il pallone mi sembrava così piccolo; i giorni caldi durante i quali uscivamo dagli spogliatoi per andare a casa a piedi e durante il tragitto riprendevamo a sudare.
Tutti questi ricordi, uno ad uno, si raccontano un po' da sé, perché in fondo non c'è bisogno di raccontarli veramente: basta solo accennarli, poi ognuno li ha dentro e non è necessario attaccare una parola dietro l'altra, sono sufficienti le immagini. Raccontarli è proprio come fare un bel dribbling: basta iniziare, poi la storia entra dentro l’impronta di una ruota di un camion delle giostre e non tu devi fare altro che seguirla. Il merito sarà tutto suo.

martedì 8 giugno 2010

Quando non arrivammo da Ikea

Prima di arredare casa abbiamo provato a distruggere la macchina, buttando giù in qualche modo i sedili posteriori dove raramente ci siamo sdraiati per dormire abbracciati. Abbiamo abbassato i poggiatesta alzati dai tuoi due amanti.
Sotto casa tua ho inquinato il mondo, con il motore acceso, la radio a volume alto, e il riscaldamento con la ventola a due. Poi siamo andati ad incrementare il traffico, lungo l'autostrada del mare percorsa al contrario, facendo discorsi semiseri sugli scienziati e i dottorati su scrittori scomparsi; sui libri introvabili e sulle persone antipatiche che alla fine li trovano. Tu seria, ed io a parlare e ad incalzare il tuo sbuffare. Fino a quando non ci siamo innamorati di un letto, ed io ci volevo fare l'amore, leggerci un buon libro, scriverci storie incredbibili su navi spaziali e pirati coraggiosi, portarci la colazione con i fiori, dormirci, sognarci, farci i nostri discorsi semiseri sulla scienza e la disposizione dei pianeti.
Ed invece ora mangiamo piccante su un cielo blu che non ha nuvole. Guardiamo la tv fino a perdere la vista, e mentre l'amore perde significato in immagini a bassa definizione mi addormento con lo stomaco pieno. E mi sveglio la notte, e bevo, e vado in bagno, e mi riaddormento, e mi sveglio, e bevo, e accendo la luce, leggo, e aspetto che il sole filtri dalla finestra.
Tu mi hai preso per mano, e mi hai portato via.

lunedì 7 giugno 2010

Le perle alle orecchie

la gente è triste perché è costretta ad indossare le perle alle orecchie. e si nasconde dietro occhiali da sole grandi quanto la faccia per non far vedere la propria espressione, la direzione dello sguardo. pensa che così facendo si possa nascondere non solo le pupille e le palpebre, a volte pure le sopracciglia insieme alle ciglia, ma anche lo stato d'animo che si attraversa, senza passaporto o visto di ingresso, permesso di soggiorno.
così nel tempo che ci resta, durante il viaggio, ci spiamo in silenzio, io e la gente, senza parlare, almeno non con la bocca, ma comunicando solo con dei gesti piccoli ed innocenti. come quando volge la testa verso la mia direzione, in modo tale da potermi far pensare a quel che invece sta pensando lei. fantasticare sui suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi affetti, i suoi sorrisi sofferti o sinceri che siano basta che siano. se ci avvicinassimo, anche solo di poco, io e la gente, giusto un soffio, il suo del respiro, il mio di tutti quanti i miei polmoni, potremmo discutere di quante poche possibilità di vita potrebbe avere un asmatico dentro la metropolitana; di quante facce strane sconvolte e diverse potremmo trovare dentro un singolo vagone; di come questo sembri essere tutto quanto un'enorme zoo in fuga sui binari, con dentro le sbarre ogni possibile variante di persona a rappresentare tutta per intera la già larga specie umana: c'è la signora indaffarata che prende appunti su un foglio di carta appoggiato sulle ginocchia; c'è la combriccola di amici con gli zaini ancora stracolmi dai libri di scuola che paiono prepararsi per l'esame di stato, quando fuori invece c'è un sole che sembra al contrario invitarli come un serpente a giocare per i prati; c'è la turista con il vestito corto a piccoli fiori celesti su sfondo color crema; c'è il signore addormentato con la testa reclinata in avanti a formare un angolo così strano da sembrare come appeso a ciondolar giù da un cappio invisibile legato stretto attorno al collo; c'è il tizio seduto in fondo con la canotta da muratore bella tutta quanta linda e pulita, con le braccia ricoperte da tatuaggi colorati e pacchiani.
ci sono tutti questi strani animali non ancora catalogati alla perfezione, senza il cartellino didascalico appuntato in petto con su scritto a quale famiglia appertengono, se sono erbivori o carnivori, vegani intransigenti ventiquattr'ore su ventiquattro sette giorni su sette, o vegani durante l'orario di lavoro che non appena cala il sole e si stende la notte è tutto un tranciar carni di bistecca e di vitello; c'è questo gregge di persone tutto quanto attorno a me, mentre io seduto in disparte non faccio altro che ripetermi dentro la mia testa il motivo vero e proprio per cui le persone, tutte quante, sono tristi: è perché la gente è costretta ad indossare le perle alle orecchie, mi dico mi ripeto come una filastrocca per impararmela a memoria, cadenzata a suon di battute della lingua sul palato, a schioccar le consonanti più spigolose e arrotondare quanto più possibile le vocali panciute e gonfie. non voglio dimenticarla questa cosa, il motivo della tristezza delle persone, quasi fosse il segreto inconfessabile della vita, perché penso che se in fondo fosse vero, se le persone fossero davvero tristi solo per il semplice motivo che son costrette ad indossare le perle alle orecchie, allora basterebbe togliersi gli orecchini e mettersene un paio un po' più alla moda, magari dei cerchi dorati, o non mettersene affatto, per esser felici e dimenticare ogni cosa: preoccupazioni, sentimenti, persone, città e animali. sarebbe così facile.
come quando ti dicevo che milano era grigia e tu mi rimproveravi di non tirare in ballo questi luoghi comuni, che non era vero e che avrei dovuto abitarci per saperlo davvero e poter dire una stronzata del genere rendendomi conto solo dopo averci vissuto per qualche tempo di quanto stronza fosse la stronzata che stavo dicendo dipingendo milano di grigio, con lo smog e la pioggia; ma alla fine non partivi. no: alla fine non partivi e rimanevi qui, a parlar dei fiori e del cielo, dell'aria serena e vaga, di quanto fosse strano sentirsi leggeri tenendosi per mano, nonostante tutto e nonostante chi eravamo e chi saremmo stati ancora per un sacco di tempo; e non indossavi orecchini con le perle ma sorridevi così tanto che non importava affatto cosa avessi e cosa non avessi addosso: anche se non portavi quasi mai alcun tipo di orecchini.

giovedì 3 giugno 2010

Siamo tutti prigionieri

quando le persone sono prigioniere di altre persone si tende a sbirciare il mondo dalle uniche misere finestre concesse dentro la propria cella, cercando di far passare la testa tra le sbarre. c'è chi bacia attraverso quelle sbarre, nota bene, e quando è così non si può far altro che piegarsi alla curva del tempo e dello spazio, chinare il capo verso la sfumatura più bella che ci possa passare accanto, quasi sfiorandoci in un solo punto, soffiandoci contro la bellezza di un sospiro di tangente: un leggero sussurro che pare urlare alla realtà fuori, con il rumore silenzioso o il silenzio rumoroso di sottofondo alzato verso l'alto, con i bassi, rari e pizzicati, a vibrare tra le orecchie di chi quel bacio tra le sbarre non lo riceverà mai, eppur lo agogna. c'è chi invece vede ristringersi la propria visuale, a causa del movimento degli occhi che paiono come infagottarsi uno contro l'altro, abbracciando il naso, spinti dalla forza delle tempie incuneate tra le sbarre.
si crea anche un piccolo micro sistema, una società tutta unica e particolare all'interno di un carcere dove le regole si trasformano, cambiando senso simboli e pure pene. l'essere fuorilegge quando si è già stati puniti dalla legge acquista un significato tutto particolare, un significato che oltrepassa quello indicato in qualsiasi vocabolario e che sovrasta il senso attribuibile alla parola e al concetto del mondo fuori, nella realtà dei maggior parte, nella società sana, matura al punto giusto, di chi fa e sente e beve e fuma e legge e corre e ride e odia ed ama. perché giudicare i già giudicati, puntare il dito contro persone della propria razza, dopo esser consci di essersi trasformati insieme in una specie nuova, con sempre due braccia due gambe una testa due polmoni un pene una vagina, le unghie che crescono insieme ai capelli o alla barba, è l'unica soddisfazione che ci rimane; giocare al massacro reciproco, cercando di affondare la testa del più debole sempre più in fondo sia nello scroto di chi è già morto o, in mancanza di un cadavere, nell'acqua putrida del cesso più sporco e zozzo dell'intera scozia: è un vizio che è duro a morire, anche tra i criminale più incalliti, che di solito si pensa esser dediti a peccati ancor più gravi.
questo rimane a chi ormai ha perso tutto in una sola stupida mano, o chi invece è riuscito a farsi più di un giro senza pagarne poi le conseguenze, ad ogni singola mandata, ma che alla fine è stato preso, catturato, imprigionato, indicato, non come mostro ma bensì come animale, da famigliole felici, tutte agghindate alla perfezione mentre portano i figli ancora vergini, bambini così teneri da far invidia all'innocenza stessa, a fare un giro allo zoo, per vedere cosa erano i loro antichi sogni dei loro stessi progenitori, antenati, non cartoni animati: bestie senza vestiti, che per mangiare non usano le posate e se gli porgi una forchetta loro la rompono.
divaghiamo:
chissà cosa penseranno quegli stessi genitori che ora si atteggiano come paladini della giustizia quando saranno i loro figli a strapparsi via di dosso le camice i pantaloni le mutande, si strapperanno pure la pelle via dalle ossa squartandosi la carne; chissà cosa urleranno, come imprecheranno, per spazzare via dalla memoria che pure loro stessi hanno avuto quella stagione di pazza non sviscerabile follia, durante la quale cercavano di trarre quanto più piacere si potesse dallo scavare in fondo al corpo, quando il prurito prude e prude ancor di più e non serve a niente grattarsi, serve solo a sentir ancor più prurito.
quindi non cercare di venir qui a giudicarmi. non fare insulsi giochi di parole cercando una tua improbabile innocenza nel tirare in ballo me: io sono qui da molto più tempo, si può dire che tu oggi sia entrata/o in casa mia, ed hai deciso di insultarmi, in modo sibillino da far incuneare il dubbio, ma quale dubbio?, invece di venir da me con ricchi doni, oro incenso e mirra, per non dico inchinarti al mio cospetto - no non voglio perché già io mi son sbucciato via le ginocchi a suon di chinarmi e prostrarmi come un mulo, come un umile - ma quanto meno per presentarti, farti conoscere anche se già sapevo chi tu fossi e cosa hai fatto, quale è stata ed è tutt'ora la tua colpa: quella che ci grava addosso sopra il capo a tutti noi, chiunque sia rinchiuso qui. non commettere l'errore di pensarti speciale, importante o chissà che: quel che hai fatto tu lo abbiamo già fatto noi mille e mille volte, forse pure meglio.

mercoledì 2 giugno 2010

Preparativi

può non sembrare ma sono nervosa. è circa un'ora che sono qui in piedi davanti allo specchio di camera mia a spazzolarmi i capelli, con quest'aria spenta di attesa che pare non contenermi neppure. vorrei fossero più lisci, i capelli, meno riccioli di così. ad ogni colpo di spazzola cerco di stenderli al massimo della loro lunghezza, talmente tanto che mi arrivano quasi alla vita; ma poi loro non appena li lascio, mollo la presa, schizzano come molle verso l'alto, fermandosi in queste onde che sono una specie di anticamera di più veri e propri boccoli.
ho paura che a lui non piacciano; che a lui non piaccia io, in verità. fosse il male dei capelli o del loro colore: questo biondo sporco che non è un biondo vero ma tende insistente al rosso, quasi avessi dei fili di rame al posto dei capelli; ma anche le lentiggini. comincio a vergognarmi di tutte queste lentiggini che mi sono quasi esplose in faccia e hanno lasciato i segni sopra il naso, sulle guancie. anche se lui, è vero, l'ultima volta mi ha accarezzato il volto e mi ha detto che gli piacciono, sul serio, ha detto lui: sembrano delle stelle che cercano di espandersi insieme a tutto quanto l'universo.
ho sorriso, cercando di nascondere tra le spalle il fatto che stavo senza volerlo arrossendo. non sono ancora abituata ai suoi complimenti. è strano come a volte le cose che più desiderare con tutto il cuore siano anche le stesse che riescono a metterti in imbarazzo con estrema facilità. un giorno, mi son detta, non avrò problema a sentirmi dire certe cose da lui, anzi: le esigerò, pretenderò che me le dica ogni giorno di continuo, per potermi cullare nella loro dolcezza. ma ora, adesso, non ho ancora imparato a gestire certe sue parole, e di tanto in tanto mi accorgo di averne quasi paura, come se per quanto tenere esse siano nascondino lame affilate oppure sporgenze arrugginite.
così: mi piace ripensare a come lui mi ha detto certe cose, al tono della sua voce, ai suoi occhi che si avvicinavano ai miei, alle sue dita, morbide sui polpastrelli, che mi lisciavano le guance; ma allo stesso tempo cerco di allontanarmene, da tutta questa scena. mi dico che con le mani non stava lisciando la pelle, non lo faceva perché le mie lentiggini gli piacevano, quanto piuttosto cercava di pulirmele via dalla faccia, come si fa con lo sporco, con la polvere che si adagia sui mobili.
ecco a cosa penso e non penso, a cosa cerco di non pensare, mentre mi spazzolo distrattamente i capelli davanti allo specchio. mi chiedo se abbia davvero senso tutto questo, un tiro alla fune tra i miei desideri e le mie più incognite paure; perché quando vengo trascinata verso il basso, mi guardo seria per un attimo allo specchio e mi rendo conto che tutta questa pagliacciata è solo una grossa perdita di tempo: non ha importanza essersi truccata, pettinata, vestita alla perfezione; aver steso quel leggero tocco di rossetto che quasi non si nota sulle labbra, indossato le calze viola sperando che portino fortuna, intonate alla maglia con lo scollo a V profondo, aver tirato giù dall'armadio il cappotto nero più elegante che abbia mai comprato, intonato con una borsa da donna matura per far bella figura; ma anche solo dopo minuti, quando lo sconforto è passato, e tutta la mia tristezza è stato spazzata via come da un mio stesso colpo di spazzola, mi sento euforica, entusiasta, e tutto quanto non ha ugualmente senso ma sotto un altro diversissimo aspetto: il rossetto vorrei che me lo sbavasse via a suon di baci, le calze viola e la maglia intonata sfilate via per stenderci su di un letto e riempirci di carezze nude e furiose, selvatiche trattenute in gabbia per tutto questo tempo: da quando mi ha fermato per conoscermi, ed ho sognato che lo facesse afferrandomi per la vita con una mano, fino ad oggi che mi preparo per rivederlo.
mi chiedo se quando sarò con lui la smetterò di essere così scostante, con questi cambi di umori e sensazioni: dalle stelle alle stalle. magari sono solo una specie di calamita, con tutta questa carica magnetica che mi sconvolge anche nei sentimenti, e basterebbe averlo accanto, lui ferro, per abbracciarlo, appiccicarmi ad esso ed equilibrare tutta questa confusione.
vorrei solo che mi dicesse che mi vuole bene, mi basterebbe questo, giuro non desidererei altro; e vorrei che io finalmente ci credessi, alle sue parole, al suo volermi bene, smettendo di avere tutta questa maledetta paura, più di me stessa che non di lui.

giovedì 29 aprile 2010

Come quando fuori piove e non ci son più strade

fare ginnastica alle quattro del mattino: qualcuno lo chiama yoga, qualcuno invece insonnia. seduti per terra, con la schiena appoggiata alla parete di una camera in disordine, stendiamo le gambe in avanti e mi sento un po' fuori luogo, impacciato. mi dici di non preoccuparmi, mentre affondi verso il basso spingendo le mani ad afferrare la pianta del piede.
hai dei pantaloncini verde acceso che ti si sono arricciati tutti su intorno alla vita, come se tu fossi una podista, e una canottiera bianca che ti scopre quasi i seni. ti invidio la spensieratezza con cui ti vesti, così come quella, magari di natura diversa ma in fondo della stessa specie, che ti fa sorridere e scarrupare i capelli, come dici tu, mentre mi guardi in faccia e mi sorridi, mi saluti, mi spalanchi con noncuranza, quasi fosse niente e tutti quanti qui su questo pianeta terra ne fossero capaci, tutti quei tuoi occhi grandi, dietro quegli occhiali larghi, sotto quelle sopracciglia arcuate con precisione.
mi dici che ti piace, startene qui, in questa stanza, dici, di mattina quando però è ancora notte, con la porta chiusa, in solitaria. dalla finestra si può vedere entrare un po' di sole quando quest'ultimo si decide a sorgere dietro le colline. La chiaman alba questa cosa qua, mentre tu continui a guardarti intorno e a spiegarmi ciò che ti piace di questo tuo segreto rituale.
poi c'è lo specchio, dici, che riflette alcune cose che altrimenti passerebbero inosservate. tipo: il foglio arancione appeso vicino alla finestra; i calzini appesi come morti in bilico sui cassetti appena aperti; la stella disegnata sul muro vivo, senza troppo pensare al fatto che per cancellarla sarebbe necessaria una mano di vernice; la palla d'aria compressa sulla quale ogni tanto ti sdrai sopra, con la schiena arcuata, per far scrocchiare le vertebre una ad una e liberare spazio; e il tuo peluche gigante che rappresenta un ghepardo o un leopardo, non ho mai capito la differenza: ogni volta che lo vedo, che entro dentro questa camera, mi ringhia contro, mentre quando tu lo abbracci stringendotelo al petto comincia sempre a far le fusa.
mi torna in mente, non so perché, quella mattina di una domenica qualsiasi, con la luce affascinante che entrava dalla finestra aperta. il letto ancora fatto, con il piumone zebrato appiattito sul materasso; la lavagnetta appoggiata sul comodino con su scritti tutti i nostri scarabocchi di pensieri e riflessioni varie; il tuo cappello, quello con le orecchie, appoggiato su una mensola; il poster anatomico che ci indicava i nostri punti umani attaccato alla parete; l'abat-jour a forma di tour eiffel. e tu, seduta sul letto, con i piedi appoggiati al muro: i capelli rossi, la maglia fine bianca a farti anche da gonna, e le calze con i disegni ricamati fucsia che sembravano segnare il sistema cardiocircolatorio di un alieno sulle tue gambe.
sai, ti dico interrompendoti per un attimo, mi sa che in fondo in fondo noi due lo siamo per davvero, due extraterresti strani.

lunedì 5 aprile 2010

Primavera

Pedalava ad un ritmo non proprio da crociera. Spingeva le gambe, una alla volta, in alternanza, dall'alto verso il basso, per trasformare la sua forza in movimento. Scivolava nel traffico non certo ossessivo delle otto e trenta di mattina, lasciandosi alle spalle le poche persone che sui marciapiedi proseguivano a piedi, lente, alcune già con le borse della spesa, altre invece con dei cani al guinzaglio che tiravano per poter annusare la base di un palo o l'inizio di un muricciolo, piegarsi di lato e pisciare negli angoli.
Di tanto in tanto chiudeva gli occhi, quando la strada le permetteva di farlo, un tratto dritto e non troppo congestionato dalle auto, perchè le piaceva sentire la primavera respirarle sulla faccia, l'aria fresca e soleggiata solleticarle la pelle, le guance; quel tempo atmosferico che tutto ad un tratto si era fatto così gioioso le stirava le labbra in un sorriso disteso.
Quando si era svegliata, alzata dal letto, fatto due passi scalzi sul pavimento non più freddo glaciale marmato ma accogliente rugoso delle mattonelle in color crema della camera, era andata alla finestra con le persiane ancora chiuse ed aveva sbirciato tra le tegole orrizzontali degli infissi per intuire o spereare la temperatura esterna. Era stata felice di vedere l'asfalto della strada davanti casa sua illuminata dal sole, e chinandosi verso il basso, raggomitolandosi su se stessa per vedere anche pure il cielo, scoprire appunto il cielo così limpido celeste e del tutto sgombro di nuvole nere o grige.
Finalmente, si era detta di fronte allo specchio del bagno mentre si spazzolava i capelli rossi che si erano accesi di un fuoco splendente, poteva smetterla di pensare ai vestiti, pesanti e ingombranti, con i quali ogni giorno era costretta a vestirsi per rispondere ad armi pari al freddo di quell'inverno. Era giunta la primavera; in ritardo, era vero, pensava mentre si spazzolava i denti accogliendo in bocca il sapore fresco della menta del suo dentifricio, ma alla fine era arrivata, proprio come tutti gli altri anni.
Aprire l'armadio, con le ante a spalancarsi in un abbraccio gigante, e fiondarsi dentro tra i vestiti corti, leggeri, le maglie a mezze maniche con tutti i disegni pazzi e strani dipinti sul davanti.
Era tempo di esser felice, o di prepararsi ad esserlo, per poter poi scoppiare quando sarebbe arrivata l'estate. Dobbiamo esplodere, detonare in mille festanti grida, e urla, e gioa.
Pensava.
E pedalava.
Stava bene.
E pedalava.
L'aria, attorno a lei, sorrideva.

giovedì 25 marzo 2010

Chi sorride (sempre)

Lei era una di quelle persone che ridono sempre, in qualsiasi contesto o circostanza. Lui la vedeva ogni giorno seduta ad un tavolino del bar dove andava a mangiare, tutte le volte in compagnia dello stesso uomo: un signore anziano e distinto che poteva essere suo padre, ma che lui preferiva pensarlo come un superiore, un collega più anziano del suo stesso ufficio. Non voleva legarla a quell'uomo così distaccato con un legame di parentela, forse perché rischiava di associarla mentalmente con quella faccia così raggrinzita e tonda, scoperta alle tempie dai capelli grigi e con le labbra nascoste sotto dei baffi bianchi tutti ordinati e pettinati. Già gli ricordava molto una ragazza con la quale non aveva una amicizia proprio stretta stretta, non sapeva per quale motivo, saranno stati forse gli occhiali con la montatura larga e le lenti rettangolari strette e lunghi, o i capelli neri lunghi, o le guancie, paffute tonde e pronunciate appena sotto gli occhi; o ancora il mento, un poco in fuori ma distante dalla bocca quel che bastava per non renderlo invadente, o la faccia di un ovale schiacchiato abbastanza da far diventare la testa intera una sfera quasi perfetta. Forse inconsciamente già la associava a questa sua diciamo amica, e in certi attimi di disilluso vuoto mentale si ritrovava, lui che in fondo non ne aveva i ben che minimi diritti, a guardarla in modo strano, corrucciato, quasi non capisse il motivo per cui questa ragazza sempre sorridente riuscisse ogni volta, ogni giorno ad attirare tanto la sua attenzione.
Un giorno, quando lui aveva finito di pranzare e stava aspettando che la cameriera tornasse al suo tavolo per chiederle il caffè, si risposte che ciò che l'attirava tanto di quella ragazza, come la calamaita con il ferro, non era lo sguardo che si perdeva in due pupille nere nascoste dietro gli occhiali, o il fisico che pareva non certo magro e longilineo sotto i maglioni larghi che lei indossava sempre, quanto piuttosto il collo. Proprio così: quel giorno vide il collo di lei in una prospettiva tale che rese quella parte di lei la più affascinante che lui avesse mai visto, in lei e in qualsiasi altra donna avvesse incontrato fino ad allora.
Il collo, si dissi quindi quel giorno, il collo è ciò che mi incuriosisce di lei. E la curiosità, per lui, era il motore di qualsiasi sentimento potesse provare per una persona. L'ignoto lo attirava, i pensieri o gli aspetti sconosciuti di una personalità, ecco cosa rendeva per lui speciale una persona. La gente di cui sapeva già tutto, di cui conosceva vita morte miracoli, infanzia adolescenza e problemi vari, questa gente lo annoiava; perchè quando si conosce qualcuno, quando inizi a parlarci ed ascolti con interesse le sue storie, sono sempre e solo storie nuove, argomenti mai trattati, opinioni mai ascoltate; ma con il passare del tempo, di giorno in giorno, di chiacchierata in chiacchierata, questo spazio sconosciuto, queste storie da esplorare come i primi navigatori che esploravano l'oceano tracciando timidi le rotte iniziali verso l'America, diventano sempre meno, sempre più esili, e si rischia di arrivare ad un punto in cui ogni cosa è già stata sentita: la prima volta che qualcuno a baciato qualcun altro; la prima volta che qualcuno ha guidato un'auto e che magari ha fatto un incidente; la prima volta, o anche la seconda, la terza, la quarta, l'ennesima volta che qualcuno ha rubato qualcosa da un supermercato o da un negozio di articoli domestici; la prima volta che qualcuno ha trovato il coraggio dentro di se per fare qualcosa di spericolato o avventuroso. Tutte queste cose, questi aspetti sconosciuti, pronti ad essere scoperti, erano riassunti in lei dal suo collo, racchiusi dentro i muscoli che si tendevano massicci come una corda tesa quando lei si voltava a destra o a sinistra.
Quello che però lo frenava, di fronte a tutto questo ben di Dio di ignoto, era il suo aspetto sempre sorridente, perennemente con le labbra tese all'insù. Quando non rideva, sorrideva, e lui aveva sempre pensato che il ridere e il sorridere fossero qualcosa di simile, ma non proprio la stessa identica cosa; nonostante questo ne aveva, non proprio paura, ma timore. Timore era la parola che più si avvicinava a quello che provava nel pensare di avvicinarla.
Perché lui non sapeva come approcciare quelle persone che ridono sempre. Di solito cercava di fare una battuta, di alleggerire l'atmosfera, di presentarsi dicendo qualcosa di simpatico; ma cosa avrebbe potuto inventarsi per far ridere chi di solito rideva sempre? Questa ragazza, che ogni giorno sedeva di fronte a questo vecchio dai pochi capelli e dai baffi ordinati, sembrava ridere ad ogni minima parola che sentisse; e lui non sapeva neppure se ciò che le diceva il vecchietto fosse davvero così tanto simpatica da farla ridere ogni volta in quel modo. Magari si sbagliava, e quel signore tanto distinto era in realtà il miglior comico in circolazione nel mondo intero, ma lui aveva l'impressione che il sorriso, o la risata, fossero un modo come un altro per tenere a distanza gli altri, per dire a chiunque si sedesse di fronte a lei: vai tranquillo, impegnati pure, tanto non ti prenderò mai sul serio.
Un giorno, qualche giorno dopo il giorno durante il quale intuì che il collo era la gemma di diamante più sbrilluccicante del corpo di lei, il signore che forse era il padre o forse era il superiore o forse era chissà chi, si alzò durante il pranzo ed andò di fretta in bagno. Prima di farlo, ovviamente, si pulì con attenzione le labbra con il tovagliolo.
Lui osservò quel posto vuoto. Poi osservò lei. Dopo di che tornò a guardare il posto vuoto, quella sedia con sopra nessuno.
Alla fine prese il coraggio ed andò a sedersì proprio di fronte a lei.
"Ce ne hai messo di tempo." Fece lei seria, per la prima volta.
"Non sapevo come fare."
"Come fare a fare cosa?"
"A parlarti."
"Adesso lo stai facendo. Come hai fatto per iniziare?"
"Beh - balbettò lui, ed ebbe l'impulso di guardarsi le mani. - ho visto che eri sola ed ho deciso di venire a farti compagnia."
"Balle." Rispose lei.
"Come?"
"Quella di venire a farmi compagnia è tutta una scusa. Voglio sapere come hai fatto a venire qui, cosa ti ha spinto a farlo, nel profondo. Non voglio sentirmi raccontare un mucchio di sciocchezze dietro le quali ti nascondi." In tutto il discorso non aveva accennato a niente che potesse anche solo vagamente ricordare un sorriso.
"Fino ad oggi non sapevo cosa dire, come fare..."
"Ed ora lo sai?"
"No, ma per lo meno adesso non stai ridendo."

martedì 16 marzo 2010

Unità Sanitarie Locali

Per tredici anni tredici ho fatto mangiare ragazzini dentro in pratica ad un garage, prendendo in giro le unità sanitarie locali prima ancora che cominciassero a farsi chiamare aziende. Ho preso a calci sgabelli e mi sono fratturato piedi, ho fatto divertire e mi sono divertito non lo metto in dubbio, ma non è per caso questo quello che cerchiamo di fare tutti? Ed ora: sentirmi dire cosa fare e cosa non fare, non tanto per evolversi o mettere le ali, cercare di sfiorare il sole, non so se mi sono spiegato, ma solo per cercare di stare a galla il più possibile, farmi trascinare dalle acque, mica tanto, solo questo. No grazie, ma non ci sto. E non è presunzione, non la voglio, per l'amor di Dio, e non vorrei neppure che qualcuno lo pensasse; ma è per il semplice motivo che so già quello che mi aspetterebbe, ad andare avanti per questa strada: mi mancherebbe l'ossigeno, l'aria. E quando dico ossigeno e quando dico aria capite bene quello a cui mi riferisco.
Non mi resta che andar via, non certo voltando le spalle, ma sai, tu lo sai: io non voglio prometter guerra a destra e a manca, ci mancherebbe altro, tu lo sai, lo sai. Me ne resterò a riva a guardare scorrere il fiume. Io lo so, tu lo sai. Un giorno o l'altro ci rivedremo ancora. Io sarò seduto su un sasso immerso nell'erba della riva. Io lo so, ma lo sai pure tu. Non nascondiamoci dietro un dito.
Ed è normale, dico io, trovarmi nell'ombra appena dopo aver finito di scaricare, non merce ne canzoni o film illegali, ma scaricare. E quando dico scaricare capite bene a cosa mi riferisco. In fondo è stata casa mia, ci ho vissuto così tanto tempo, passando le notti a riverniciare muri e pareti, giocando a guidare tra le buche di una strada tutta scassata e traballante, a disegnare serrature giganti e gigantesche, a viaggiare in su e in giù con un Vespa spenta. Mi par pur normale scaricare, in fondo, no?
E' solo che dell'aria per sopravvivere ce n'è bisogno, ce n'è bisogno quasi quanto l'acqua o ancor più dei soldi; perché è proprio quella che porta ossigeno nei polmoni, che permette di assimilare in quantità industriale questo speciale carburante che poi sputo e sputiamo fuori in anidride carbonica da una bocca non catalitica. E quando dico aria e quando dico ossigeno capite bene quello a cui mi riferisco. Vero? Davvero.

lunedì 15 febbraio 2010

Tremens

Ci accompagnamo a lavoro, in auto, quando il lavoro dell'altro pensiamo sia sempre più verde. Io guido e tu sei seduto accanto a me nel sedile del passeggero. Parliamo di cinema: io balbetto qualche titolo di film, tu invece mi insegni il cinema. Mescoli discorsi che travesti con frasi e parole in deliri, anche se poi diliri non sono; ma sono visioni, ma sono viaggi, ma sono analisi critiche, sono dei tunnel che si percorrono a volecità a volte smodata altre volte tranquilla, sicura.
Allacciamoci la cintura, si, per sicurezza; quando partiamo per i nostri viaggi, speciali verso mondi lontani. Sembrano così simili al nostro universo, respiriamo ossigeno ed espelliamo anidride carbonica. Espelliamo anche merda, per questo, dici mentre svolto dopo un semaforo. A volte le persone espellono merda anche dalla bocca, parlano di merda, con merda; altro che denti cariati. La bocca, il pensiero: queste sono le cose che non vanno. Se la merda uscisse solo dal culo, beh, non ci sarebbero certo problemi.
Abbassi il finestrino e lui risponde con un filo di rumore elettrico appena accennato. Se non fosse per la radio - spenta, strano a dirsi quando in macchina ci sono io - se la musica fosse accesa come sempre di solito sempre più spesso, non me ne renderei conto se non dell'aria fredda del mattino ancora grigio, ancora inverno, così duro e nevoso come non se ne vedevano da anni ormai, che entra forte con potenza invadente dentro l'abitacolo. Sputi fumo fuori, avvicinando la testa allo spiffero creato tra vetro e lamiera imbottita.
Che cosa fumi? domando io. E nel farlo mi sembra di cadere in un momento di deja-vu al contario. Qualcosa che dico ma che in realtà sento, nel senso di udito. Non dovrebbe essere la mia bocca, ma le mie orecchie, se capisci cosa intendo.
Sorridi, o almeno mi sembra. Fai il fubetto, rispondi.
Poi svoltiamo ancora, ancora una volta, l'ultima volta. Prima in questo punto c'era un semaforo, ma ora l'han tolto, sostituito come spesso succede con una rotonda. Sull'argine del torrente che costeggia la strada una mandria di pecore pascolano più o meno in ordine seguendo una strana linea indiana. Il pastore non si vede, c'è solo il cane, nero vecchio e malato, a cercare di tenere a bada ogni singolo animale. E' buffo, perchè il parabrezza ha quasi un taglio in 16:9; e anche perchè il cane cerca di tenere a bada ogni singolo animale, ma pure lui è un animale. Anche noi siamo degli animali. E allora: chi controlla i controllori?

giovedì 21 gennaio 2010

pulizia

la morra cinese per decidere chi deve buttare via l'immondizia. e quando perdo io i camion degli spazzini sono sempre passati un attimo prima. la sera con gli scarti delle cena non trovo mai un sacchetto nuovo vuoto nel cestino, li cullo neanche fossero bambini in fasce di sei settimane. poi faccio un casino con la birra, a stappare le bottiglie agitate in frigorifero, erutta quasi tutta sul pavimento, nel lavello sporco e sul pane, quel poco pane che compriamo. mi dici: pulisci, dai l'aspirapolvere. che nella mia metà di camera c'è sempre così tanta polvere e capelli persi che sembrano le palle di fieno spinte dal vento nelle praterie dei vecchi film western. quando ti deciderai mai a pulire, mi dici, che sei sempre a lamentarti che a scendere dal letto ti pare ogni giorno di appogiare i piedi sulla moquette. ti lamenti sempre e poi lo lasci lì, lo sporco e tutto il resto. ma io dico mi difendo, pure di una montagna ogni tanto mi potrei lamentare ma mica ho la pretesa di volerla spostare, no, la lascio lì, la montagna come la polvere e i miei capelli morti. che poi non pulisco e non passo l'aspirapolvere ma invece rifaccio il letto, perchè la notte dici sempre lo faccio diventare come quei campi minati dove le mine sono tutte esplose, neppure fossi un cinghiale, agitandomi e tirando le coperte, scalzando le lenzuola pure sopra le nostre teste. e poi dentro quello stesso letto mi ci ritrovo la notte a leggere mentre te dormi e mi dai la schiena in modo da non vedere da sotto le palpebre abbassate la luce dell'abat-jour accesa appesa a metà muro dalla mia parte. ed io leggo pagine, sottolineo frasi con i lapis troppo appuntiti presi da ikea che fanno un rumore come cinquecento carri armati sulla carta. poi finisco e spengo tutto, libri e luce, ma non ho affatto sonno. sono di fatto sveglio e ho così tanta voglia di scrivere che ti scriverei addosso. e poi la mattina ti sveglieresti con un nuovo tatuaggio impresso sul corpo.

giovedì 31 dicembre 2009

Se premi esce pus biondo

La carne timida, quell'aria che risorge verso sera incenerendo ancora una fenice ormai gravida. Fuoco e lembi, di pensieri strascicati lungo l'asfalto consumato di strade secondarie, viali di circonvallazione mai utilizzati, deserti nell'ultima notte dell'anno. Ci ritroviamo catapultati in Vietnam, tra i palazzi ancora in piedi, stanze vuote che danno sull'esterno, finestre di ombre scure che non lasciano vedere all'interno ma danno spazio abbastanza da sparare, prendere la mira, premere il grilletto, ricaricare. Ci lasciamo prendere, ferire, precipitare dentro burroni immaginari, mentre camminiamo veloci e lenti con i bicchieri da brindisi ancora stretti in mano, mentre strusciamo mansueti in fusa mute le spalle contro i muri, per avere almeno un lato coperto e preoccuparci di guardare solo avanti, per schivare pugni cazzotti e proiettili. Ci lanciano contro bombe e brutali offese, grida pianti strascichi di vestiti non di borse. E le puttane per le strade sono quelle che ci accompagnano, lo dico solo ora e l'ho detto non lo ripeto: altro che gli anni ottanta dai quali siamo scappati ancora bambini e in cui non vogliamo ritornare con dei maglioni di lana di renne che ci guardano con occhi felici di giorni invece in cui non volevamo far altro che vomitare, al ricordo, le amicizie disperse e perse e bruciate in parole non dette spiegazioni mai chieste: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, questo è il primo comandamento, perciò, cristo santo di una zazzera nera di cuspidi con base sui fianchi culi troppo larghi, pensa prima di parlare o gridare accusare puntare il dito: dico, fuoco! Nel silenzio ci si perde troppo spesso e il bosco scuro delle parole non dette per evitare pericoli, i tuoi, presupposti con mente non ancora certificata da voti universitari sonnacchiosi sugli studi rimandati in pianure antartiche; quegli animali che si nascondano sotto gli alberi di questa foresta e dietro i cespugli di bacche sterili funghi velenosi, quelli sono i pericoli più appuntiti degli aculei della tua stupida vendetta sanguinosa.

martedì 8 dicembre 2009

Spera Sfera

Dicevi che prima o poi avrei fatto suicidare i surfisti, sarebbero stati trovati impiccati con la tavola accanto. Io rispondevo che non lo sapevo, ero un po' indeciso. Stavamo facendo colazione per passare il tempo, per arrivare puntuali, vicino a dove di solito la sera ci davamo appuntamento con messaggi in codice. Qui aquila rossa: in postazione. I mondiali si giocavano di mattina, oppure di pomeriggio, in televisori piccoli e traballanti. Pioveva, non pioveva, era estate, e le piscine che andavamo a visitare erano diverse dai parcheggi davanti ai cimiteri, quelli sbagliati tra l'altro, o gli aereoporti dove ci dettavano il bollettino meteo della neve. Le piscine erano nascoste, dall'altro lato della strada, così belle e spumeggianti, accanto a fontane spruzzanti di schizzi d'acqua che si coloravano alla luce del sole; ma allo stesso tempo era così lontane dagli occhi di tutti gli altri che ci domandavamo sempre che senso avesse avuto costruire lì, in mezzo ad una zona industriale, un'oasi verde di prati tagliati in automatico da robot piccoli e quadrati; ogni volta che ci andavamo dovevamo lavare la macchina, fosse stato inverno o anche no, che l'ultimo pezzo di strada non c'era strada ma solo fango quando pioveva, sassolini invece quando c'era il sole. E quando c'era il sole, ricordi, ci incantavamo come stupidi ai piedi delle scale, aspettando di essere accolti in qualche stanza, parlavamo del più e del meno e poi ad un tratto ci fermavamo, nei discorsi negli sguardi nei respiri in tutto quanto circolasse dentro. Credevo di essere l'unico, ma tu mi seguivi a ruota, non c'è che dire, anche se poi dicevi il contrario, ridevi, mi spintonavi via, per poi venirmi a cercare, la domenica, con telefonate nascoste, durante le quali mi chiedevi aiuto, mi domandavi chilometri che ti davo. La casa era così bassa che tra poco ci picchiavamo la testa sul soffitto, e non dovevamo chiamarla casa perchè in fondo non lo era, una specie di garage allargato dove era stato messo il riscaldamento e diviso in stanze più o meno uguali con bagno e cucina. Quando ti trasferisti tra i lupi, che per arrivare dicevi dovevo attraversare tre rotonde e poi altre quattro, credevo di essermi perso per almeno cinque volte prima di riconoscere la luce accesa, il tuo numero squillante sul cellulare che mi chiamava per dirmi: butto la pasta? Quella si che era una casa, anche se lontana, anche se oggi sembra più vicina, ma già non ci vivi più. Chissà se dove stai ora c'è un sgabuzzino abbastanza grande dove mettere tutte queste parole, che se piove rischiano di lievitare, diventare sempre più grandi e non entrarci più. Meglio che mi fermi, prima di rischiare di affogare tra le lettere e i ricordi.

giovedì 20 agosto 2009

La differenza tra te e il tuo dipinto disegnato con le parole

Preferiva i libri alla vita vera, e questo, lo so, era un gran bell'handicap per una persona che voleva farsi amare. Gli mancava lo slancio, quel gesto genuino che agli altri permetteva di fare il primo passo su un filo teso tra due grattacieli, alti quasi a grattare via le nuvole, e il vuoto sotto fino ai grigi e minuscoli marciapiedi, senza rete di protezione ad evitarne una possibile caduta. Nell'incessante sfogliar pagina sapeva che alla fine di tutti i personaggi incontrati tra le battute d'inchiostro ne avrebbe capito alla perfezione fisionomina, intenti, personalità ed anima; la stessa cosa non poteva dire di tutta quella gente che uscendo di casa, andando a fare la spesa al supermercato, o anche semplicemente andando a correre al parco, con nelle orecchie gli auricolari per ascoltare la musica; tutte queste persone non avrebbero mai avuto dei contorni netti e distini come le loro possibili copie su carta: le persone vere, mi disse un giorno, non hanno contorni, è questo il problema. Per quanto possa sforzarmi di capirle, anche di conoscerle, di uscirci insieme, bere birra, fumarci delle sigarette e scambiare semplici chiacchiere sul tempo o discutere della maccanica quantistica, non potrò mai e mai e mai conoscerle del tutto. Mi capisci? Un giorno potrebbero in qualsiasi caso fare una qualsiasi cosa che non mi aspetterei mai da loro: un tipo mite e pacato potrebbe magari trovare il coraggio di buttarsi con il paracadute, oppure una nota puttana decidere di farsi suora. E questo mi spiazzerebbe del tutto, annullerebbe qualsiasi punto di riferimento abbia potuto tracciarmi attorno. Mi disorienterbbe, capisci? Le persone, quelle vere, non si finiscono mai di conoscere, per questo non hanno contorni, sono nubi che possono sempre espandersi, espandersi all'infinito. I protagonisti di un libro, invece, sono più affidabili, perché il loro carattere è racchiuso tra la prima e la quarta di copertina: quando chiudi il libro sai di conoscerli completamente, e non avranno modo di spiazzarti.
O di deluderti.

giovedì 9 luglio 2009

Le nostre corriere immaginarie

Venivi a svegliare tuo fratello e sussurravi parole corte a me: a due millimetri dalle mie orecchie, la tua bocca si muoveva al rallentatore con solo le tue labbra a riempire tutta la visuale. Era inverno, quello delle cioccolate calde nei rifugi sopra le piste da sci; quello degli occhiali scuri da pagliaccio e i cappelli avvolti attorno al collo. Poi era l'estate, quella dell'erba gialla sotto il sole fresco di montagna, quella delle partite a calcio con sconosciuti sudati e vocianti; quella del rinchiudersi nella sala giochi spenta, con i tuoi occhi a sfiorare il pavimento di legno, il sole che filtrava in quel seminterrato dalle finestre sottili appena sotto il soffitto. Era l'estate del nostro silenzio, dove la timidezza schiva che conoscevamo entrambi non ci faceva neppure toccare. Le notti insonni dentro la tenda costruita al posto del letto, passate a drogarci arrotolando le pagine del pasto nudo che stavamo mangiando con una lettura lenta e attenta; quei giorni che stiravo fino all'alba per cercare un modo nascosto per dirti tutto, senza la voce e con gli occhi chiusi. Disegnavo bottiglie di vino vuote con dentro ossa, passavo da una persona all'altra come se il fisico fosse un semplice vestito, e le vene, i muscoli, i tendini, le articolazioni, tutto quanto si potesse appendere ad una gruccia e aspettare il momento buono per indossare chi preferivi. E poi di nuovo inverno. Le nostre corriere immaginarie dove sedevamo accanto, guardando dai finestrini la neve iniziare ad accumularsi ai bordi della strada. Troppo presto per parlare, per immaginare parole da infilarci in bocca, anche se poi avevamo musica di sottofondo e nelle immagini ci vedevamo l'uno rivolto verso l'altra, intenti a discutere. Di tutte quelle chiacchierate io non mi ricordo che l'atmosfera, sognante e leggermente distaccata. E pensare che all'epoca non c'era neppure la nebbia a darci fastidio: era bel tempo e l'orizzonte bianco rimaneva saldo sotto di noi. Ci salutavamo con grazia senza farci male, senza dolore, senza alcun rito. Ci alzavamo da tavola andando via, mi alzavo da tavola e andavo verso un bosco dove ogni albero conduceva ad un mondo proprio. Mi alzavo da tavola ed un giorno ero in coma, mentre l'altro no, e tu venivi all'ospedale a trovarmi, un'ospedale bianco dove tutti i tubi che mi entravano in bocca e nel naso, dentro le braccia, non mi facevano male e non sentivo neppure. E tu piangevi, piangevi fino a ubriacarti gli occhi, seduta lì accanto, con la testa affondata sulle coperte del mio letto. E io disegnavo bottiglie di vino vuote. Ci mettevo dentro un osso come in quelle bottiglie dove si vedevano le navi antiche ricostruite dentro. Dipingevo cose strane per essere sicuro di non farti capire. E alla fine, alla fine non hai capito davvero.

lunedì 22 giugno 2009

Pm10

Metti un pomeriggio con l'aria che sa di merda, passare per le strade facendo streaching, riscaldandosi e preparandosi per l'impegno. Entrare nella zona rossa senza saperlo e vedere un motorino schiantarsi contro un muro, e subito dopo essere seguito da un camion, un tir enorme che schiaccia i resti di quel povero sopravvissuto. Due, tre frasi al massimo, imparate a memoria, a pappagallo, come le poesie a scuola: ei fu siccome immobile dato il mortal sospiro. Discutere sulla direzione dei venti, le giurisdizioni comunali, chiusure preventive, per decidere da quale parte far sventolare la bandiare bianca. Ora che non si può più portare una bambina in passeggino, fare un giro in un parco, senza dover analizzare le uova delle anatre che le covano in riva al lago del parco; analizzarle con il microscopio alla ricerca del male minore; mentre le anatre invece passeranno l'inverno alla ricerca delle uova scomparse dalla cova. Quanti pulcini uccisi dalla scienza, ora che la zona rossa si espande ad ombrello e il signore vestito bene, come uno strillone di inizio secolo scorso modernizzato a quello attuale, ci dà il benvenuto nella zona rossa, senza definirla, senza spiegarla. Non c'è zona rossa, non c'è zona: nuotiamo ovunque nella diossina, e micropolveri sparse dappertutto. Dove portare la propria bambina in passeggino? se fuori è tutto malato e non si vede, anzi, sembra quasi una così bella giornata.

lunedì 25 maggio 2009

L'unica volta che hai avuto freddo

L'unica volta che hai avuto freddo è stata quella sera che ti portai alla rocca. Indossavi solo una sottile maglia bianca, con delle scritte evidenziate alcune si altre no, con sopra il tuo solito giacchetto marrone, ed anche se ti ci abbracciavi dentro, cercavi di coprirti il più possibile senza però aggancaire la cerniera e chiuderla del tutto fin sotto il mento, era proprio fisicamente impossibile che tu potessi stare al caldo. La primavera non aveva ancora deciso se fermarsi oppure no: di giorno il sole scaldava facendoci spogliare o vestire il meno possibile, e la notte al buio il freddo diventava pungente cogliendoti di sorpresa. Quella sera non dovevi neppure uscire, avevi deciso di rimanere a casa a guardarti un film, o uno di quei documentari storici sugli egizi, gli atzechi o i babilonesi. Quando arrivai a casa tua e ti convinsi a fare un giro, più per parlare che non per altro, afferrasti le prime cose che avevi lasciato sopra il letto e partimmo poi con la mia macchina.
Non ricordo di preciso come ci ritrovammo alla rocca. Forse tra una curva a destra, un semaforo rosso e alcuni nuovi sensi unici, c'eravamo così vicini che mi venne naturale andarci. Tu non c'eri mai stato e quando mi fermai al parcheggio poco dopo la piazza dicesti che era un bel posto: buio, illuminato quel tanto da non essere eccessivo, e con un bel prato davanti. In realtà la rocca non è altro due antiche torri rimaste più o meno miracolosamente in piedi, unite tra loro da un muro di mattoni bianchi che delimitano una specie di cortile interno. Detta così può sembrare chissà cosa, ma in realtà è tutto molto più decadente e abbattuto da renderlo non certo molto speciale. L'unica cosa di meraviglioso, quello si, è il paesaggio che dall'alto si può guardare illuminarsi delle luci della vallata, le macchine come formiche elettriche e fluorescenti che passano giù in basso sull'autostrada, mentre attorno la notte avvolge le case, nascondendole del tutto o solo in parte.
Scendemmo di macchina continuando a parlare, con te che ti sfogavi di quella ragazza con cui uscivi. Lasciavi andare avanti le parole, su parole e parole, e mentre dicevi questo o dicevi quello capivo sempre di più che avevi semplicemente bisogno di parlarne, che forse non avevi le idee chiare neppure te e dire le cose a voce, magari anche a nessuno o avendo l'impressione di dirle a qualcuno anche se poi le dicevi soprattutto a te stesso, le capivi meglio e te ne facevi un'idea, un'opinione. Oppure avevi voglia di stare con lei e non con me, e parlando di lei, di come stava l'ultima sera che l'hai sentita, di quanto tempo era passato dalla volta che le avevi telefonato e ti aveva risposto, dei vostri discorsi e dei vostri sguardi, dei significati che tu davi ai suoi occhi e ai significati che i tuoi occhi acquisivano ogni volta che guardavano lei; forse parlando di tutto questo, impregnando ogni frase di questa ragazza, magari non così speciale ma pur sempre speciale, era un po' come se ci fossi insieme a lei, ne sentivi certo meno la mancanza.
Così, quando arrivati sotto la torre ti ho detto di salire, di andare a guardare un po' il panorama dall'alto, tu hai detto ok, andiamo, per poi fermarti a metà percorso, dicendo di voler tornare indietro. Avevi paura: non sei mai stato uno abituato alle grandi, o anche medie, altezze. Abbiamo ridisceso le scale in silenzio, senza quasi neppure respirare. Poi, seduta su una panchina nascosta dalla strada, abbiamo visto una coppia di ragazza legati tra di loro. Non si sono accorti di noi, hanno continuato a baciarsi come se niente fosse, come se noi non esistessimo affatto. Allora hai ripreso a parlare: portami a casa, hai detto. Ho voglia di vedere un documentario. Su una antica civiltà? Ti ho chiesto. No, sull'impollinazione dei fiori, mi hai risposto.