ogni tanto mi soffermo a pensare su quanto tempo sia capace di perdere facendo cose del tutto inutili. rispondo a quella parte di me stesso che solleva questi pensieri che ciò che ci rende felici, che ci fa stare bene, alla fine non è affatto inutile, anzi: è l'esatto contrario.
Qual è il contrario di inutilità? chiedo al me seduto sempre in salotto a baloccarsi con i vocabolari.
Utilità, cretino. mi risponde lui.
no, no. protesto io. qualcosa di più pieno, qualcosa che renda l'idea non solo di essere utile ma di possedere un'enorme ricchezza di utilità.
lascia stare, dice il primo me con il quale stavo parlando. in qualsiasi modo tu la metta ciò che fai serve soltanto a farti prendere per il culo. un modo dozzinale di fare qualcosa di dilettantesco, così ridicolo nella tua convinzione da risultare comico. fai solo ridere, ma far ridere in modo involontario è solo triste. per questo è inutile. è un affannarsi privo di qualsiasi fine.
di solito a questo punto iniziamo a litigare, io e la parte di me stesso che mi dice queste cose. cominciamo a insultarci a vicenda, chiamandoci in malo modo. tiriamo in ballo le nostre mamme, che poi sarebbe sempre e solo una: la solita. a volte finiamo per tirarci dietro un vaso, dei piatti; ci buttiamo per terra montando uno sopra all'altro. giù cazzotti sul muso, nel tentativo di spaccare il naso, romperlo e poi ridurlo a poltiglia. quando arriviamo a questa fase la vista del sangue ci esalta, ci fa trovare nuove energie per sopraffare l'altro. potremmo anche ammazzarci a vicenda se non ci fosse qualcuno disposto a fermarci. peccato le volte in cui capitano queste maniache azzuffate siamo sempre soli, dobbiamo e possiamo contare solo sulle proprie forze. dobbiamo auto convincerci a smettere.
è inutile. dice l'altro me che studia la scienza del corpo ma soprattutto della mente. non quello dei vocabolari, perché lui si intrattiene solo con le parole, le studia le controlla, le spacca in due per analizzarne la composizione e il senso: non lui. a fermarci, grazie al cielo, è quello che cerca di capire i meccanismi di causa effetto, quelli che ci portano a fare qualcosa non tanto così per fare, quanto piuttosto perché dietro c'è un intero reticolo di motivazioni. per questo ci dice: è inutile. perché lui lo sa, lo sa benissimo. potete affannarvi quanto vi pare, continua, picchiarvi per giorni e giorni interi, dalla mattina alla sera, fino quasi ad ammazzarvi. non importa. voi volete convincere l'altro a darvi ragione, ma non ce la farete mai. fino a quando non firmerete una specie di armistizio tutta questa faccenda andrà avanti all'infinito. non c'è modo uno di voi due l'abbia vinta.
se sono io quello seduto sopra l'altro me e menar cazzotti, lui si avvicina e dice: puoi anche torturarlo o picchiarlo quanto vuoi, ma lui andrà avanti nel dire che è inutile quello che fai, fino a quando caso mai non si convincerà del contrario. se invece è l'altro me ad essere seduto sopra e a picchiarmi, allora si avvicina allo stesso modo ma dice: risparmia le energie. per quanto tu possa andare avanti lui non smetterà mai di fare quello che fa, perché lo ritiene giusto e smetterà solo e soltanto se e quando se ne stancherà, quando saranno i suoi occhi a non vederlo più come una cosa utile.
detto questo ci supera, camminando piano, ed esce dalla stanza. ci lascia fermi, uno seduto sopra l'altro, senza darci modo di andare avanti. ci pone sempre di fronte alla verità, davanti alla quale è difficile scappare e inutile usare la violenza. la verità è uno specchio, se lo picchi rischi di romperlo e di portarti dietro anni su anni di sfiga.
ci separiamo, per questo. ognuno prende la propria strada, tranquillizzando l'aria tutto attorno a noi. fino a quando non riparte: ti ridono dietro, dice. allora riprendiamo a litigare.
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mercoledì 8 settembre 2010
mercoledì 14 luglio 2010
Un luogo del calcio
I negozi non si trovano più dove erano prima. Alcune strade sono diventate sensi unici, mentre altre sono apparse dal nulla, andando ad asfaltare prati dove da bambini andavamo a giocare. Il primo campo da calcio, quello più vicino casa, nel quale ho iniziato a tirare calci ad un pallone e a riceverne sugli stinchi, è stato trasformato in un parcheggio e il giovedì e il sabato viene invaso dai banchi del mercato. All'altezza del cerchio di centrocampo c'è ora una grande aiuola leggermente rialzata, mentre in memoria delle aree di rigore ci sono due strisce di verde dove sono stati piantati un paio di piccoli alberi.
Ricordo le vecchie tribune in legno che costeggiavano tutta una fascia, la stessa dove in un angolo si trovavano gli spogliatoi. Su una di queste tribune mio fratello saltò festante di gioia la volta che mi vide fare il primo goal della mia carriera, in mischia. Tutt'oggi non so con precisione se fui davvero io a spingere quella palla dentro la porta, ma adesso credo ormai importi davvero poco. Vincemmo undici a zero, e il mio presunto goal fu l'undicesimo, quindi immagino che anche all'epoca importasse lo stesso poco.
Ricordo come noi ragazzi bistrattavamo quel campo, così duro, senza un ciuffo d'erba che fosse uno, completamente sterrato e delimitato in tutto il suo perimetro dai muri delle case intorno. Poco importava se poi tutti, tutti quanti, avevamo iniziato a giocare lì, a fare le nostre prime esperienza sportive in un luogo che era diventato un simbolo di tutto il paese per più di una generazione. Anche mio fratello, lo stesso mio fratello che saltava sulle tribune quando tutti dissero che avevo fatto goal, anche mio fratello, dicevo, ha iniziato a giocare proprio su quello stesso campo. Così come pure i fratelli maggiori di tutti i miei amici. Le storie, le partite epiche e fangose, si rincorrevano una dietro l'altra, sempre su quello stesso campo, sempre uguale, identico.
Mio fratello una volta non giocava, era in panchina insieme ad altri suoi amici, ma fuori pioveva talmente tanto forte che il loro allenatore gli aveva detto di andarsi a riparare negli spogliatoi, dalla parte opposta, lontano dalle panchine vere e proprie che altro non erano che delle piccole nicchie ricavate nel muro di una casa. Fuori pioveva e mio fratello avrà avuto non più di dieci anni. Per scherzo i suoi amici gli dissero che poteva andare a casa, perché l'allenatore aveva detto che non avrebbe fatto entrare nessuno. Casa nostra era molto vicina al campo. Ci si poteva arrivare a piedi senza troppa fatica. Così mio fratello si cambiò e tornò a casa. Cinque minuti dopo l'allenatore arrivò negli spogliatoi per dirgli che lo avrebbe fatto entrare, ma lui non c'era già più. Quell'allenatore è stato poi il motivo per cui mio fratello ha smesso di giocare a calcio. Adesso gioca a basket. Certamente trova meno fango, ma l'ultima volta che sono andato a vederlo partecipava ad un torneo tre contro tre, all'aperto, ed anche quella volta pioveva.
Di storie come queste penso ce ne siano infinite. Basterebbe chiedere un po' in giro e chiunque potrebbe tirare fuori dai ricordi un qualche aneddoto bizzarro. Tipo: d'estate, quando tutti i campionati erano finiti e nessuno andava più a giocare, quel campo veniva utilizzato per farci il luna park, e per poco più di un mese venivano parcheggiati lì, senza uno straccio di protezione, i camion delle giostre. Era buffo, perché per la prima volta da piccolo capii come le cose potessero davvero cambiare l'aspetto di un posto. Quel rettangolo di terra che quando ci correvamo dentro undici contro undici più l'arbitro sembrava immenso, con i calci in culo, gli ottovolanti, le varie bancarelle: sembrava così piccolo, che quando ci andavamo la sera dopo cena, con le luci euforiche accese di mille colori, eravamo sempre così stretti tra la folla da non poterci quasi girare. Incontravamo amici, amici di amici, parenti che non vedevamo da chissà quanto, e ci salutavamo stretti mentre l'altra gente ci passava accanto strusciandosi addosso a noi. Se poi pioveva a settembre trovavamo ancora impresse nel campo i segni dei grandi pneumatici dei camion delle giostre, come delle piste per le biglie. E quando qualcuno faceva un dribbling ben riuscito, o una serpentina tra gli avversari, dicevamo che non era merito suo, ma che la palla era semplicemente entrata dentro uno di quei canali e lui non aveva fatto altro che seguirla nel suo zigzagare.
Oppure: ieri sera ci sono ripassato, e mi sono tornati in mente tanti ricordi. Tipo il pomeriggio durante il quale capii davvero quale fosse il mio ruolo; la partita durante la quale entrai in scivolata e la palla si fermò in una pozza d'acqua facilitando il contropiede degli avversari che vinsero proprio uno a zero, grazie a me; la mattina che per saltare la scuola partecipai ad un torneo interscolastico e il pallone mi sembrava così piccolo; i giorni caldi durante i quali uscivamo dagli spogliatoi per andare a casa a piedi e durante il tragitto riprendevamo a sudare.
Tutti questi ricordi, uno ad uno, si raccontano un po' da sé, perché in fondo non c'è bisogno di raccontarli veramente: basta solo accennarli, poi ognuno li ha dentro e non è necessario attaccare una parola dietro l'altra, sono sufficienti le immagini. Raccontarli è proprio come fare un bel dribbling: basta iniziare, poi la storia entra dentro l’impronta di una ruota di un camion delle giostre e non tu devi fare altro che seguirla. Il merito sarà tutto suo.
Ricordo le vecchie tribune in legno che costeggiavano tutta una fascia, la stessa dove in un angolo si trovavano gli spogliatoi. Su una di queste tribune mio fratello saltò festante di gioia la volta che mi vide fare il primo goal della mia carriera, in mischia. Tutt'oggi non so con precisione se fui davvero io a spingere quella palla dentro la porta, ma adesso credo ormai importi davvero poco. Vincemmo undici a zero, e il mio presunto goal fu l'undicesimo, quindi immagino che anche all'epoca importasse lo stesso poco.
Ricordo come noi ragazzi bistrattavamo quel campo, così duro, senza un ciuffo d'erba che fosse uno, completamente sterrato e delimitato in tutto il suo perimetro dai muri delle case intorno. Poco importava se poi tutti, tutti quanti, avevamo iniziato a giocare lì, a fare le nostre prime esperienza sportive in un luogo che era diventato un simbolo di tutto il paese per più di una generazione. Anche mio fratello, lo stesso mio fratello che saltava sulle tribune quando tutti dissero che avevo fatto goal, anche mio fratello, dicevo, ha iniziato a giocare proprio su quello stesso campo. Così come pure i fratelli maggiori di tutti i miei amici. Le storie, le partite epiche e fangose, si rincorrevano una dietro l'altra, sempre su quello stesso campo, sempre uguale, identico.
Mio fratello una volta non giocava, era in panchina insieme ad altri suoi amici, ma fuori pioveva talmente tanto forte che il loro allenatore gli aveva detto di andarsi a riparare negli spogliatoi, dalla parte opposta, lontano dalle panchine vere e proprie che altro non erano che delle piccole nicchie ricavate nel muro di una casa. Fuori pioveva e mio fratello avrà avuto non più di dieci anni. Per scherzo i suoi amici gli dissero che poteva andare a casa, perché l'allenatore aveva detto che non avrebbe fatto entrare nessuno. Casa nostra era molto vicina al campo. Ci si poteva arrivare a piedi senza troppa fatica. Così mio fratello si cambiò e tornò a casa. Cinque minuti dopo l'allenatore arrivò negli spogliatoi per dirgli che lo avrebbe fatto entrare, ma lui non c'era già più. Quell'allenatore è stato poi il motivo per cui mio fratello ha smesso di giocare a calcio. Adesso gioca a basket. Certamente trova meno fango, ma l'ultima volta che sono andato a vederlo partecipava ad un torneo tre contro tre, all'aperto, ed anche quella volta pioveva.
Di storie come queste penso ce ne siano infinite. Basterebbe chiedere un po' in giro e chiunque potrebbe tirare fuori dai ricordi un qualche aneddoto bizzarro. Tipo: d'estate, quando tutti i campionati erano finiti e nessuno andava più a giocare, quel campo veniva utilizzato per farci il luna park, e per poco più di un mese venivano parcheggiati lì, senza uno straccio di protezione, i camion delle giostre. Era buffo, perché per la prima volta da piccolo capii come le cose potessero davvero cambiare l'aspetto di un posto. Quel rettangolo di terra che quando ci correvamo dentro undici contro undici più l'arbitro sembrava immenso, con i calci in culo, gli ottovolanti, le varie bancarelle: sembrava così piccolo, che quando ci andavamo la sera dopo cena, con le luci euforiche accese di mille colori, eravamo sempre così stretti tra la folla da non poterci quasi girare. Incontravamo amici, amici di amici, parenti che non vedevamo da chissà quanto, e ci salutavamo stretti mentre l'altra gente ci passava accanto strusciandosi addosso a noi. Se poi pioveva a settembre trovavamo ancora impresse nel campo i segni dei grandi pneumatici dei camion delle giostre, come delle piste per le biglie. E quando qualcuno faceva un dribbling ben riuscito, o una serpentina tra gli avversari, dicevamo che non era merito suo, ma che la palla era semplicemente entrata dentro uno di quei canali e lui non aveva fatto altro che seguirla nel suo zigzagare.
Oppure: ieri sera ci sono ripassato, e mi sono tornati in mente tanti ricordi. Tipo il pomeriggio durante il quale capii davvero quale fosse il mio ruolo; la partita durante la quale entrai in scivolata e la palla si fermò in una pozza d'acqua facilitando il contropiede degli avversari che vinsero proprio uno a zero, grazie a me; la mattina che per saltare la scuola partecipai ad un torneo interscolastico e il pallone mi sembrava così piccolo; i giorni caldi durante i quali uscivamo dagli spogliatoi per andare a casa a piedi e durante il tragitto riprendevamo a sudare.
Tutti questi ricordi, uno ad uno, si raccontano un po' da sé, perché in fondo non c'è bisogno di raccontarli veramente: basta solo accennarli, poi ognuno li ha dentro e non è necessario attaccare una parola dietro l'altra, sono sufficienti le immagini. Raccontarli è proprio come fare un bel dribbling: basta iniziare, poi la storia entra dentro l’impronta di una ruota di un camion delle giostre e non tu devi fare altro che seguirla. Il merito sarà tutto suo.
mercoledì 17 dicembre 2008
Ingoiare merda
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Stop
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Ingoiare merda
lunedì 27 ottobre 2008
Back!
Mi piacerebbe poter dire che le settimane durante le quali non ho scritto assolutamente niente siano state una specie di settimane sabbatiche, fatte di viaggi, tempo libero e completo relax. Mi piacerebbe, ma non lo posso dire: sarebbe solo una delle tante bugie dette di continuo, e significherebbe assai poco (anche le bugie bisogna centellinarle, altrimenti perdono gran parte del loro valore. In fondo da piccoli la figurina di più valore era la più rara, non quella che trovavi di continuo). La verità, come sempre, è assai più semplice: non avevo voglia di scrivere, ne sapevo cosa avrei potuto scrivere. Non è un vero e proprio blocco dello scrittore (visto che per prima cosa io non sono uno scrittore) bensì un piccolo momento di pausa durante il quale fermarsi un po’ a pensare.
Durante questo periodo di black-out ho avuto modo di guardare dall’esterno questa sottospecie di blog e di farmi un po’ di domande. Domande stupide, domande cretine, domande che se non fossi stato fermo mi sarei vergognato di pormi, e domande che in qualsiasi caso era giusto fare e farsi.
Per prima cosa ho fatto qualche passo in dietro, un anno e poco più, per cercare di capire come questo blog sia nato e soprattutto per quale motivo. Sul come è stato piuttosto facile: non è certo un bambino, o un infante che ho portato in grembo per nove mesi, c’è stata solo una congiunzione astrale che ha portato la mia voglia di creare qualcosa a farsi viva quando gli strumenti per farlo si rendevano abbastanza pubblici. Non sono uno dei precursori dei blog, quelli che vedi nati anni e anni fa, o che hanno cambiato più volte piattaforma e hanno la possibilità di mettere tra i propri links anche una voce di storico che punta ad un altro sito.
Trovare invece il motivo per cui il blog è nato è stato assai più difficile. Ho cercato di essere il più onesto possibile con me stesso, anche se questo avrebbe potuto portarmi a vergognarmi non poco, nel tentativo di trovare la vera causa di tutto questo.
Spogliarsi di qualcosa di più dei semplici vestiti: ecco una frase che mi è sempre piaciuta e che ho coniato in una delle tante mattine durante il viaggio che da casa mi porta in ufficio. Ho sempre desiderato utilizzarla da qualche parte, perché in fondo mi sembra esprima una poesia profonda , sia nel significato che nel senso figurato delle parole. Il momento opportuno, il punto giusto dove mettere questa frase, penso sia arrivato. Per cercare di capire cosa mi ha portato a “requisire”, o se meglio vogliamo dire ad occupare, lo spazio mygreendarling.blogspot.com nel web ho dovuto spogliarmi di tutte le storie o le finzioni o i diversivi (che sono diversi, ovviamente, dai detersivi) che mi ero costruito attorno e con i quali riuscivo a scrivere senza sentirmi un completo cretino, o uno sciocco, o forse uno scemo. Una volta nudo in questo modo ho avuto la possibilità di guardarmi attorno ed osservare ciò che mi circondava: quello che era rimasto era riconducibile alle motivazioni della nascita del blog. Prendi una cosa, qualsiasi essa sia, eliminane tutte le parti superflue, e quello che rimane è l’essenza dell’oggetto di partenza. Questo ho cercato di fare per il blog. Il risultato è stato che alla fine mi sono ritrovato con tutto attorno uno spazio completamente bianco. Cosa c’era di sbagliato? E soprattutto: c’era qualcosa di sbagliato?
A forza di togliere cose superflue mi sono trovato a non avere più niente tra le mani. Questo significa che il sito (non un vero e proprio sito, più una parola usata come sinonimo di blog) è un concentrato di superfluo, ovvero un qualcosa di non necessario, in qualche modo inutile.
All’inizio non avevo certo intenzione di cambiare il mondo: credo che ormai nessuno, nell’attuale realtà, ne sia più capace, non come singolo per lo meno. L’idea di poter anche solo modificare una virgola con quello che scrivevo è un sogno da bambino che onestamente non mi ero neppure sognato di sognare (scusate il gioco di parole penoso, ma era più forte di me).
Girovagando un po’ per la rete però ho avuto modo di leggere qualche cosa qua e là. Ho preso in esame blog di persone più o meno conosciute, di personaggi più o meno famosi, e ho letto pagine lette da più o meno altre persone. Scartata tutta una serie di siti su cui ragazzine viziate buttavano giù una lagnosa lista di desideri su abiti/scarpe/uscite-in-discoteca/ragazzi che non ti lasciava niente se non parole ripetute fino alla noia (non denigro, anche se può sembrare il contrario, la nascita di tali blog: in fondo un tempo c’era il diario segreto, mentre ora c’è la corsa a rendere il proprio privato il più pubblico possibile; sto solo dicendo che forse, forse, è sbagliato il posto o la modalità con cui queste cose vengono scritte.); tagliati via tutti quei siti di ragazzetti “boni” e palestrati che utilizzano internet solo per rimorchiare; mi sono trovato alla fine a leggere cose interessanti e divertenti, fresche, genuine. Non parlo soltanto di autori dai quali mi potevo aspettare una cosa del genere (se leggo Giap so già in partenza che leggerò qualcosa di non banale); ma anche persone che presumibilmente sono come me, o come te che stai leggendo, gente che ha trovato in internet uno strumento con il quale “uscire fuori” (anche se in realtà poi succede l’esatto opposto), di esprimersi in modo libero e di far capire/leggere agli altri tutto il loro talento.
Di fronte a queste letture ho avuto due diverse reazioni, se così si possono definire. La prima è stata quella di mettermi buono, zitto in un angolo, e farmi un piccolo esame di coscienza: quello che scrivevo/scrivo io era ed è anche solo lontanamente paragonabile a quello che avevo letto ed apprezzato? Se voglio in effetti continuare a scrivere e ad alimentare questo blog per quale motivo lo voglio fare? O scrivo qualcosa di interessante, oppure scrivo qualcosa di divertente; in entrambi i casi devo scrivere qualcosa che cambi chi legge, che alla fine della lettura non si senta tale e quale a prima, che in qualche modo lo abbia “arricchito”, se non in termini di cultura almeno di divertimento. Nei vari post che ho pubblicato ci sono cose che mi piacciono, e altre che mi piacciono meno; alcune cose invece fanno proprio schifo e altre ancora non hanno proprio senso di starsene lì. Devo partire dai post che mi piacciono e usare quelli come fondamenta di quello che voglio costruire in futuro, utilizzando i post che non mi piacciono come errori dai quali imparare e da non commettere più. Questo lungo discorso che sto scrivendo ora è il primo passo in un cammino la cui meta non è ben precisa, né credo ce l’abbia veramente. L’importate, d’altronde, è andare. Camminando, o viaggiando più in generale, si osserverà il paesaggio, si incontreranno persone diverse: si crescerà.
La seconda reazione, quella venuta dopo aver pensato quanto sopra, è stata di stupore. Se partiamo dalla supposizione che queste persone sono come me, devo presumere anche che abbiano un lavoro, una minima vita sociale, e che debbano in qualche modo pur dormire e magiare. E allora mi domando: ma il tempo per scrivere, anche post lunghi e complessi, dove diavolo lo trovano? Per caso loro hanno a disposizione un giorno di trentasei ore? Oppure sotto sotto sono tutti una specie di collettivo e alimentano il blog un po’ per uno, a turni più o meno regolari?
No, molto probabilmente è solo una questione di organizzazione e di voglia. L’organizzazione risiede nella capacità di ritagliarsi un po’ di tempo per mettere giù un po’ di parole, di legarle insieme e tirarne fuori qualcosa di sensato e di “giusto”. La voglia invece sta dentro, ed è quella piccola spinta che ti porta ad accendere il pc, o a prendere un foglio di carta con la penna, e metterti a scrivere anziché fare qualche altra cosa, come magari metterti a guardare le peggio stronzate alla tv, o farcirti un panino con le peggio stronzate che trovi in cucina (di solito in certe situazioni le peggio stronzate sono sempre una costante). Possiamo dire che la prima segue a rimorchio la seconda, e proprio in quest’ultima io devo un po’ migliorare.
Dovrei mettermi nella testa di dover scrivere un po’, anche solo qualche parola, ogni giorno, magari la sera/notte prima di spegnere le luci e di andare a fare visita a qualche mio amico nel modo dei sogni. Stephen King, in un suo libro non horror, diceva che esiste una dea della scrittura che per qualche motivo va a far visita agli scrittori e dà loro quella speciale magia che permette loro di scrivere le loro storie. Il caro vecchio Stephen diceva anche che bisognava aiutarla questa dea, e cercare di scrivere ogni giorno più o meno alla stessa ora e nello stesso luogo, in modo da farle sapere dove trovarci e quando trovarci; così, quando l’autore decide di fare una pausa, di smettere per quel giorno di scrivere, può salutare in senso figurato questa mitologica dea e darle appuntamento al giorno dopo. Stesso posto, stessa ora.
Non so se mai riuscirò a fare una cosa del genere, ma almeno dovrei cercare di farle sapere che se davvero mi vuole ogni giorno io sono disponibile. Se anche riuscissi a scrivere una sola decente frase al giorno, o a descrivere un particolare stato d’animo, dovrei sentirmi fortunato e in pace con me stesso: avrei fatto il mio dovere e ne dovrei essere fiero. Anche solo una singola frase, pur che sia valida, degna di essere letta.
E spero che ora vada avanti da se, senza bisogno di doversi guardare di continuo allo specchio e distogliere lo sguardo.
Molto probabilmente la risposta coincide.
Durante questo periodo di black-out ho avuto modo di guardare dall’esterno questa sottospecie di blog e di farmi un po’ di domande. Domande stupide, domande cretine, domande che se non fossi stato fermo mi sarei vergognato di pormi, e domande che in qualsiasi caso era giusto fare e farsi.
Per prima cosa ho fatto qualche passo in dietro, un anno e poco più, per cercare di capire come questo blog sia nato e soprattutto per quale motivo. Sul come è stato piuttosto facile: non è certo un bambino, o un infante che ho portato in grembo per nove mesi, c’è stata solo una congiunzione astrale che ha portato la mia voglia di creare qualcosa a farsi viva quando gli strumenti per farlo si rendevano abbastanza pubblici. Non sono uno dei precursori dei blog, quelli che vedi nati anni e anni fa, o che hanno cambiato più volte piattaforma e hanno la possibilità di mettere tra i propri links anche una voce di storico che punta ad un altro sito.
Trovare invece il motivo per cui il blog è nato è stato assai più difficile. Ho cercato di essere il più onesto possibile con me stesso, anche se questo avrebbe potuto portarmi a vergognarmi non poco, nel tentativo di trovare la vera causa di tutto questo.
Spogliarsi di qualcosa di più dei semplici vestiti: ecco una frase che mi è sempre piaciuta e che ho coniato in una delle tante mattine durante il viaggio che da casa mi porta in ufficio. Ho sempre desiderato utilizzarla da qualche parte, perché in fondo mi sembra esprima una poesia profonda , sia nel significato che nel senso figurato delle parole. Il momento opportuno, il punto giusto dove mettere questa frase, penso sia arrivato. Per cercare di capire cosa mi ha portato a “requisire”, o se meglio vogliamo dire ad occupare, lo spazio mygreendarling.blogspot.com nel web ho dovuto spogliarmi di tutte le storie o le finzioni o i diversivi (che sono diversi, ovviamente, dai detersivi) che mi ero costruito attorno e con i quali riuscivo a scrivere senza sentirmi un completo cretino, o uno sciocco, o forse uno scemo. Una volta nudo in questo modo ho avuto la possibilità di guardarmi attorno ed osservare ciò che mi circondava: quello che era rimasto era riconducibile alle motivazioni della nascita del blog. Prendi una cosa, qualsiasi essa sia, eliminane tutte le parti superflue, e quello che rimane è l’essenza dell’oggetto di partenza. Questo ho cercato di fare per il blog. Il risultato è stato che alla fine mi sono ritrovato con tutto attorno uno spazio completamente bianco. Cosa c’era di sbagliato? E soprattutto: c’era qualcosa di sbagliato?
A forza di togliere cose superflue mi sono trovato a non avere più niente tra le mani. Questo significa che il sito (non un vero e proprio sito, più una parola usata come sinonimo di blog) è un concentrato di superfluo, ovvero un qualcosa di non necessario, in qualche modo inutile.
All’inizio non avevo certo intenzione di cambiare il mondo: credo che ormai nessuno, nell’attuale realtà, ne sia più capace, non come singolo per lo meno. L’idea di poter anche solo modificare una virgola con quello che scrivevo è un sogno da bambino che onestamente non mi ero neppure sognato di sognare (scusate il gioco di parole penoso, ma era più forte di me).
Girovagando un po’ per la rete però ho avuto modo di leggere qualche cosa qua e là. Ho preso in esame blog di persone più o meno conosciute, di personaggi più o meno famosi, e ho letto pagine lette da più o meno altre persone. Scartata tutta una serie di siti su cui ragazzine viziate buttavano giù una lagnosa lista di desideri su abiti/scarpe/uscite-in-discoteca/ragazzi che non ti lasciava niente se non parole ripetute fino alla noia (non denigro, anche se può sembrare il contrario, la nascita di tali blog: in fondo un tempo c’era il diario segreto, mentre ora c’è la corsa a rendere il proprio privato il più pubblico possibile; sto solo dicendo che forse, forse, è sbagliato il posto o la modalità con cui queste cose vengono scritte.); tagliati via tutti quei siti di ragazzetti “boni” e palestrati che utilizzano internet solo per rimorchiare; mi sono trovato alla fine a leggere cose interessanti e divertenti, fresche, genuine. Non parlo soltanto di autori dai quali mi potevo aspettare una cosa del genere (se leggo Giap so già in partenza che leggerò qualcosa di non banale); ma anche persone che presumibilmente sono come me, o come te che stai leggendo, gente che ha trovato in internet uno strumento con il quale “uscire fuori” (anche se in realtà poi succede l’esatto opposto), di esprimersi in modo libero e di far capire/leggere agli altri tutto il loro talento.
Di fronte a queste letture ho avuto due diverse reazioni, se così si possono definire. La prima è stata quella di mettermi buono, zitto in un angolo, e farmi un piccolo esame di coscienza: quello che scrivevo/scrivo io era ed è anche solo lontanamente paragonabile a quello che avevo letto ed apprezzato? Se voglio in effetti continuare a scrivere e ad alimentare questo blog per quale motivo lo voglio fare? O scrivo qualcosa di interessante, oppure scrivo qualcosa di divertente; in entrambi i casi devo scrivere qualcosa che cambi chi legge, che alla fine della lettura non si senta tale e quale a prima, che in qualche modo lo abbia “arricchito”, se non in termini di cultura almeno di divertimento. Nei vari post che ho pubblicato ci sono cose che mi piacciono, e altre che mi piacciono meno; alcune cose invece fanno proprio schifo e altre ancora non hanno proprio senso di starsene lì. Devo partire dai post che mi piacciono e usare quelli come fondamenta di quello che voglio costruire in futuro, utilizzando i post che non mi piacciono come errori dai quali imparare e da non commettere più. Questo lungo discorso che sto scrivendo ora è il primo passo in un cammino la cui meta non è ben precisa, né credo ce l’abbia veramente. L’importate, d’altronde, è andare. Camminando, o viaggiando più in generale, si osserverà il paesaggio, si incontreranno persone diverse: si crescerà.
La seconda reazione, quella venuta dopo aver pensato quanto sopra, è stata di stupore. Se partiamo dalla supposizione che queste persone sono come me, devo presumere anche che abbiano un lavoro, una minima vita sociale, e che debbano in qualche modo pur dormire e magiare. E allora mi domando: ma il tempo per scrivere, anche post lunghi e complessi, dove diavolo lo trovano? Per caso loro hanno a disposizione un giorno di trentasei ore? Oppure sotto sotto sono tutti una specie di collettivo e alimentano il blog un po’ per uno, a turni più o meno regolari?
No, molto probabilmente è solo una questione di organizzazione e di voglia. L’organizzazione risiede nella capacità di ritagliarsi un po’ di tempo per mettere giù un po’ di parole, di legarle insieme e tirarne fuori qualcosa di sensato e di “giusto”. La voglia invece sta dentro, ed è quella piccola spinta che ti porta ad accendere il pc, o a prendere un foglio di carta con la penna, e metterti a scrivere anziché fare qualche altra cosa, come magari metterti a guardare le peggio stronzate alla tv, o farcirti un panino con le peggio stronzate che trovi in cucina (di solito in certe situazioni le peggio stronzate sono sempre una costante). Possiamo dire che la prima segue a rimorchio la seconda, e proprio in quest’ultima io devo un po’ migliorare.
Dovrei mettermi nella testa di dover scrivere un po’, anche solo qualche parola, ogni giorno, magari la sera/notte prima di spegnere le luci e di andare a fare visita a qualche mio amico nel modo dei sogni. Stephen King, in un suo libro non horror, diceva che esiste una dea della scrittura che per qualche motivo va a far visita agli scrittori e dà loro quella speciale magia che permette loro di scrivere le loro storie. Il caro vecchio Stephen diceva anche che bisognava aiutarla questa dea, e cercare di scrivere ogni giorno più o meno alla stessa ora e nello stesso luogo, in modo da farle sapere dove trovarci e quando trovarci; così, quando l’autore decide di fare una pausa, di smettere per quel giorno di scrivere, può salutare in senso figurato questa mitologica dea e darle appuntamento al giorno dopo. Stesso posto, stessa ora.
Non so se mai riuscirò a fare una cosa del genere, ma almeno dovrei cercare di farle sapere che se davvero mi vuole ogni giorno io sono disponibile. Se anche riuscissi a scrivere una sola decente frase al giorno, o a descrivere un particolare stato d’animo, dovrei sentirmi fortunato e in pace con me stesso: avrei fatto il mio dovere e ne dovrei essere fiero. Anche solo una singola frase, pur che sia valida, degna di essere letta.
E spero che ora vada avanti da se, senza bisogno di doversi guardare di continuo allo specchio e distogliere lo sguardo.
Molto probabilmente la risposta coincide.
giovedì 2 ottobre 2008
Io e gli altri
Spesso mi illudo che gli altri si accorghino di me a prescindere dal fatto di conoscermi o meno. Credo forse di spiccare tra la folla? Di brillare di una particolare luce che mi illumina e fa dire agli altri: eccolo lì! No, non credo. O meglio: no, non voglio che sia così. Sarebbe troppo da persona piena di se: il mondo non gira attorno ad una singola persona, figuriamoci se gira attorno a me; non è così e neppure voglio che lo sia.
Penso sia solo un istinto, o un pensiero riflesso e remoto: una specie di specchio psicologico che fa in modo di riflettere quello che penso io in quello che l'altra persona potrebbe pensare. E' molto più facile, se ti concentri su una persona, pensare che per questa tu non sia del tutto invisibile, che comunque ti noti e che magari, in fondo in fondo, ti veda come tu vedi lei. E' facile pensarlo e aiuta assai nei comportamenti, ma quasi mai tale pensiero corrisponde alla realtà.
E' una piccola nota che mi premeva di appuntarmi, giusto per ricordarmelo.
Penso sia solo un istinto, o un pensiero riflesso e remoto: una specie di specchio psicologico che fa in modo di riflettere quello che penso io in quello che l'altra persona potrebbe pensare. E' molto più facile, se ti concentri su una persona, pensare che per questa tu non sia del tutto invisibile, che comunque ti noti e che magari, in fondo in fondo, ti veda come tu vedi lei. E' facile pensarlo e aiuta assai nei comportamenti, ma quasi mai tale pensiero corrisponde alla realtà.
E' una piccola nota che mi premeva di appuntarmi, giusto per ricordarmelo.
lunedì 1 settembre 2008
L'anno durante cui morirò in un campo di calcio
E così si riparte. Stasera inizia ufficialmente la stagione sportiva 2008-09. Saranno tre settimane continuative di preparazione e di corse varie, serate passate sulla pista di atletica, correndo ripetutamente distanze che andranno via via a diminuire.
Non so cosa aspettarmi quest'anno, magari di stare bene e di buttare giù qualche chilo. La squadra riparte quasi da zero, la maggior parte dei giocatori di quest'anno è nuova e se non sbaglio di quelli che hanno iniziato l'avventura quattro anni fa, quando la società riprese magicamente l'attività, siamo rimasti solo in due. C'è qualche ritorno, qualcuno che si rifà vivo, altri che dopo anni e anni passati solo a fare allenamenti forse quest'anni si è deciso a giocare; per il resto poi è gente nuova, e anche piuttosto giovane.
Ripartiamo quest'anno dal gradino più basso possibile della Figc, e questo porta i sui vantaggi: male che vada non dovremo preoccuparci di retrocedere (a me è già successo con un'altra squadra: un anno arrivare ultimi, non retrocedere, e l'anno dopo, a seguito di una rivoluzione, vincere il campionato).
Ci sarà un nuovo ruolo, che negli anni passati guardavo un po' storto e quando ero costretto a giocarci non è che facessi i salti di gioia; ma oggi, dopo tutto quello che è successo, sembra essere la cosa migliore.
Molto probabilmente ci sarà tanta panchina da fare, ma questo non importa. Chi come me continua a giocare, anche in queste categorie, non lo fa certo per il voler essere a tutti i costi titolare: lo fa per l'atmosfera che si respira negli spogliatoi, per le amicizie che ogni anno si vengono a creare, per il poter condividere con altri gioie e dolori... ovviamente però, e questo lo so già da ora, una volta che inizierò a ballare, quando mi toccherà rimanere fuori mi gireranno parecchio le scatole (per non dire di peggio).
Non so cosa aspettarmi quest'anno, magari di stare bene e di buttare giù qualche chilo. La squadra riparte quasi da zero, la maggior parte dei giocatori di quest'anno è nuova e se non sbaglio di quelli che hanno iniziato l'avventura quattro anni fa, quando la società riprese magicamente l'attività, siamo rimasti solo in due. C'è qualche ritorno, qualcuno che si rifà vivo, altri che dopo anni e anni passati solo a fare allenamenti forse quest'anni si è deciso a giocare; per il resto poi è gente nuova, e anche piuttosto giovane.
Ripartiamo quest'anno dal gradino più basso possibile della Figc, e questo porta i sui vantaggi: male che vada non dovremo preoccuparci di retrocedere (a me è già successo con un'altra squadra: un anno arrivare ultimi, non retrocedere, e l'anno dopo, a seguito di una rivoluzione, vincere il campionato).
Ci sarà un nuovo ruolo, che negli anni passati guardavo un po' storto e quando ero costretto a giocarci non è che facessi i salti di gioia; ma oggi, dopo tutto quello che è successo, sembra essere la cosa migliore.
Molto probabilmente ci sarà tanta panchina da fare, ma questo non importa. Chi come me continua a giocare, anche in queste categorie, non lo fa certo per il voler essere a tutti i costi titolare: lo fa per l'atmosfera che si respira negli spogliatoi, per le amicizie che ogni anno si vengono a creare, per il poter condividere con altri gioie e dolori... ovviamente però, e questo lo so già da ora, una volta che inizierò a ballare, quando mi toccherà rimanere fuori mi gireranno parecchio le scatole (per non dire di peggio).
giovedì 28 agosto 2008
Esperienze culinarie (schifose) - Parte Prima
Come ho già detto nel post precedente quella appena passata è stata un'estate facilmente definibile "all'ingrasso". Putroppo, a causa della mia indole debole e manipolabile, non si è trattato di un sano e godurioso ingrasso, con portate magari di cinghiale, pesce a volontà, polenta con baccalà (questo però l'ho mangiato, per fortuna), salumi di origine controllata, e quant'altro la dolce penisola sia in grado di offrire di appetitoso sopra un piatto; il più delle volte in bocca finivano patatine (wackos, pringles, e soprattutto una marca di nicchia capace di produrre e mettere sul mercato delle patate al pepe buonissime ma che mettevano una sete bestiale dopo appena due assaggi), merendine varie, e 4 salti in padella: ovvere tutta roba che d'ora in poi viene semplicemnte catalogata come "troiai".
Tra le altre cose mi sono finiti tra le mani, e poi in bocca, tre nuovi prodotti che non potevo certo esimermi dal provare.
1) Il gelato di Indiana Jones.
Dopo il film è toccato al gelato farmi tornare indietro nel tempo, quando osservavo in televisione (i predatori e il tempio maledetto) e poi al cinema (l'ultima crociata) le avventure del dottor Jones con occhi sognanti e la mente che mi trasportava già all'età adulta, perso in qualche deserto dell'Egitto e impegnato in improbabili scavi archeologici. Ne ho comprata un'intera scatola, quando sono stato lasciato imprudentemente da solo a vagare tra gli scaffali del supermercato, e da quasi un mese è pressochè integra all'interno del mio congelatore. Ne ho mangiato uno solo, e ne ho offerti due sogghignando e con quella vena bastarda che da piccolo a carnevale mi spingeva a distribuire a destra e a manca gomme da masticare all'aglio, poi ho represso nel profondo qualsiasi malsana tentezione di mangiarne un'altro. E' una specie di magnum dalla forma soltanto un po' ondulata, e leggermente più piccolo del gelato dell'algida (grazie al cielo!): all'interno è completamente fatto di vaniglia, mentre all'esterno una preoccupante glassa arancione (si, avete letto bene, proprio arancione tipo maglia dell'Olanda) è zebrata, se così si può dire, da delle piccole linee di cioccolato. Fin qui niente di preoccupante, anzi: la vaniglia è uno dei gusti che preferisco, ma il problema non era quello, quanto come penso vi starete domandando: di cosa era fatta la glassa esterna? Non lo so, e in tutta sincerità non ho voluto scoprirlo leggendo gli ingredienti. So solo che aveva il gusto delle Big-Babol, e non dico di fragola ma proprio di chewingum. Una cosa abominevole: ad ogni morso non facevo che sentire in bocca quel saporaccio schifoso che si veniva a creare dall'unione della glassa con la vaniglia (il cioccolato si sentiva assai pochino), e non facevo altro che sperare che quel morso si rivelasse l'ultimo.
Per gli altri due rimando la descrizione di qualche giorno. Il solo ricordo del gelato di Indy mi ha disgustato fin quasi al vomito.
Tra le altre cose mi sono finiti tra le mani, e poi in bocca, tre nuovi prodotti che non potevo certo esimermi dal provare.
1) Il gelato di Indiana Jones.
Dopo il film è toccato al gelato farmi tornare indietro nel tempo, quando osservavo in televisione (i predatori e il tempio maledetto) e poi al cinema (l'ultima crociata) le avventure del dottor Jones con occhi sognanti e la mente che mi trasportava già all'età adulta, perso in qualche deserto dell'Egitto e impegnato in improbabili scavi archeologici. Ne ho comprata un'intera scatola, quando sono stato lasciato imprudentemente da solo a vagare tra gli scaffali del supermercato, e da quasi un mese è pressochè integra all'interno del mio congelatore. Ne ho mangiato uno solo, e ne ho offerti due sogghignando e con quella vena bastarda che da piccolo a carnevale mi spingeva a distribuire a destra e a manca gomme da masticare all'aglio, poi ho represso nel profondo qualsiasi malsana tentezione di mangiarne un'altro. E' una specie di magnum dalla forma soltanto un po' ondulata, e leggermente più piccolo del gelato dell'algida (grazie al cielo!): all'interno è completamente fatto di vaniglia, mentre all'esterno una preoccupante glassa arancione (si, avete letto bene, proprio arancione tipo maglia dell'Olanda) è zebrata, se così si può dire, da delle piccole linee di cioccolato. Fin qui niente di preoccupante, anzi: la vaniglia è uno dei gusti che preferisco, ma il problema non era quello, quanto come penso vi starete domandando: di cosa era fatta la glassa esterna? Non lo so, e in tutta sincerità non ho voluto scoprirlo leggendo gli ingredienti. So solo che aveva il gusto delle Big-Babol, e non dico di fragola ma proprio di chewingum. Una cosa abominevole: ad ogni morso non facevo che sentire in bocca quel saporaccio schifoso che si veniva a creare dall'unione della glassa con la vaniglia (il cioccolato si sentiva assai pochino), e non facevo altro che sperare che quel morso si rivelasse l'ultimo.
Per gli altri due rimando la descrizione di qualche giorno. Il solo ricordo del gelato di Indy mi ha disgustato fin quasi al vomito.
mercoledì 27 agosto 2008
Io e Phelps
Di solito l'estate mi ha sempre portato a dimagrire, ma quest'anno complice qualche acciacco che preferivo tenere a bada, il fatto di non essere andato praticamente da nessuna parte, e l'attività fisica limitata alla breve passeggiata che da camera mia porta al bagno, devo purtroppo ammettere a me stesso di aver preso qualche chilo.
Lo dico perchè in fondo non sono solo "qualche chilo" ma forse sono anche qualcosa di più, e tutte le volte che lo dico in pubblico gli altri mi guardano con sguardo un po' perplesso e mi domandano cosa diavolo stia dicendo: te stai proprio bene, se te sei grasso gli altri cosa dovebbero dire?
Beh, non so cosa dovrebbero dire gli altri ma io mi vedo e mi sento e non posso starmene zitto. Sarà che sono sempre stato molto magro e ora sentirmi un po' di ciccia addosso mi mette in difficoltà (non tanto per l'aspetto estetico, di quello in fondo me ne frega un'emerita..., quanto piuttosto per l'attività fisica). I due anni passati più o meno a non fare niente a livello calcistico cominciano a farsi sentire. Può sembrare una cretinata, perchè in fondo in questo ultimo periodo non facevo altro che due allenamenti la settimana più la partita, e spesso anche io ammettevo che durante gli allenamenti a volte facevamo poco o nulla; ma anche i semplici movimenti, il corricchiare, anche il solo voltarsi da una parte per vedere dove va la palla, devo dire che qualcosa facevano.
Durante le recenti olimpiadi (magari un giorno se avrò mai tempo e voglia scriverò qualcosa su ciò che mi è piaciuto e ciò che invece non mi è piaciuto) i riflettori sono stati puntati inizialmente tutti su un unico atleta: Phelps. Un grande nuotatore, non si può dire altro di un ragazzo che riesce a vincere otto medaglie d'oro durante una stessa olimpiade; ma poi, visto che i giornalisti e i media in generale non riescono mai a fermarsi ai meriti prettamente sportivi, tutti sono andati ad indagare sempre più a fondo, perchè alla fine qualche cosa sui giornali e nei servizi televisivi si deve pur scrivere e dire. Premetto che non sono stati così malvagi, in quanto bene o male sono pur sempre rimasti in ambiti sportivi: di Phelps non sono andati a scavare nella vita privata e sentimentale, come invece hanno fatto per la Pellegrini (che tra l'altro mi ha anche un po' scassato, perchè lei a dire la verità ci mette molto del suo visto che ogni cinque parole tira fuori due occhi a cuoricino da far crepare all'istante un diabetico, e ogni due frasi non riesce a non dire qualcosa riguardo la sua relazione amorosa), si sono limitati a raccontare un po' la sua adolescenza, ma proprio brevemente, e poi si sono concentrati sulla sua alimentazione.
Non posso dire niente, perchè l'alimentazione quasi al pari degli allenamenti può anche suggerire come faccia a fare certe prestazioni. Quello che però mi ha impressionato è quanto diavolo mangi questo ragazzo qui. Cavolo! Ogni mattina fa una colazione che io forse farei fatica a finire anche a pranzo. Non mi ricordo tutto per filo e per segno, ma tra le altre cose si pappa anche una fritta fatta con cinque uova. Ed è solo la colazione, poi c'è da aggiungere pranzo e cena.
Molti hanno giustamente detto che riesce a sopportare questa dieta per la vita che sta facendo attualmente (nei suoi allenamenti tra le altre cose ci sono 5 chilometri in bicicletta e 20 chilometri da fare in vasca, ogni giorno), ma che poi ne subirà le conseguenze non appena deciderà di ritirarsi; basti vedere oggi come è Thorpe, che non è grasso ma un po' cicciottello rispetto a prima lo è diventato.
Tutto questo enorme preambolo semplicemente per dire che forse a me è successo ciò che accadrà a Phelps. In due tappe: prima sono passato dalla vita frenetica che facevo alle superiori (andavo a scuola, tornavo a casa e senza mangiare prendevo il treno per Firenze, facevo l'allenamento [quattro volte la settimana], poi riprendevo il treno e tornavo a casa praticamente a sera) alla vita tranquilla post-maturita (non facevo nulla tutto il giorno e avevo tre allenamenti la settimana la sera dopo cena): e già qui una bella festa all'ingrasso ci fu; poi sono passato dalla vita lavorativa (dieci ore alla scrivania, e due allenamenti settimanali la sera dopo cena) alla vita da quasi pensionato (sempre dieci ore alla scrivania, e due allenamenti settimanali la sera dopo cena che però mi limitavo a guardare da bordo campo).
Le mie abitudini alimentari non sono cambiate di una virgola, più o meno. Il problema quindi non è che ho iniziato a mangiare come un maiale: ho sempre mangiato come un maiale.
Lo dico perchè in fondo non sono solo "qualche chilo" ma forse sono anche qualcosa di più, e tutte le volte che lo dico in pubblico gli altri mi guardano con sguardo un po' perplesso e mi domandano cosa diavolo stia dicendo: te stai proprio bene, se te sei grasso gli altri cosa dovebbero dire?
Beh, non so cosa dovrebbero dire gli altri ma io mi vedo e mi sento e non posso starmene zitto. Sarà che sono sempre stato molto magro e ora sentirmi un po' di ciccia addosso mi mette in difficoltà (non tanto per l'aspetto estetico, di quello in fondo me ne frega un'emerita..., quanto piuttosto per l'attività fisica). I due anni passati più o meno a non fare niente a livello calcistico cominciano a farsi sentire. Può sembrare una cretinata, perchè in fondo in questo ultimo periodo non facevo altro che due allenamenti la settimana più la partita, e spesso anche io ammettevo che durante gli allenamenti a volte facevamo poco o nulla; ma anche i semplici movimenti, il corricchiare, anche il solo voltarsi da una parte per vedere dove va la palla, devo dire che qualcosa facevano.
Durante le recenti olimpiadi (magari un giorno se avrò mai tempo e voglia scriverò qualcosa su ciò che mi è piaciuto e ciò che invece non mi è piaciuto) i riflettori sono stati puntati inizialmente tutti su un unico atleta: Phelps. Un grande nuotatore, non si può dire altro di un ragazzo che riesce a vincere otto medaglie d'oro durante una stessa olimpiade; ma poi, visto che i giornalisti e i media in generale non riescono mai a fermarsi ai meriti prettamente sportivi, tutti sono andati ad indagare sempre più a fondo, perchè alla fine qualche cosa sui giornali e nei servizi televisivi si deve pur scrivere e dire. Premetto che non sono stati così malvagi, in quanto bene o male sono pur sempre rimasti in ambiti sportivi: di Phelps non sono andati a scavare nella vita privata e sentimentale, come invece hanno fatto per la Pellegrini (che tra l'altro mi ha anche un po' scassato, perchè lei a dire la verità ci mette molto del suo visto che ogni cinque parole tira fuori due occhi a cuoricino da far crepare all'istante un diabetico, e ogni due frasi non riesce a non dire qualcosa riguardo la sua relazione amorosa), si sono limitati a raccontare un po' la sua adolescenza, ma proprio brevemente, e poi si sono concentrati sulla sua alimentazione.
Non posso dire niente, perchè l'alimentazione quasi al pari degli allenamenti può anche suggerire come faccia a fare certe prestazioni. Quello che però mi ha impressionato è quanto diavolo mangi questo ragazzo qui. Cavolo! Ogni mattina fa una colazione che io forse farei fatica a finire anche a pranzo. Non mi ricordo tutto per filo e per segno, ma tra le altre cose si pappa anche una fritta fatta con cinque uova. Ed è solo la colazione, poi c'è da aggiungere pranzo e cena.
Molti hanno giustamente detto che riesce a sopportare questa dieta per la vita che sta facendo attualmente (nei suoi allenamenti tra le altre cose ci sono 5 chilometri in bicicletta e 20 chilometri da fare in vasca, ogni giorno), ma che poi ne subirà le conseguenze non appena deciderà di ritirarsi; basti vedere oggi come è Thorpe, che non è grasso ma un po' cicciottello rispetto a prima lo è diventato.
Tutto questo enorme preambolo semplicemente per dire che forse a me è successo ciò che accadrà a Phelps. In due tappe: prima sono passato dalla vita frenetica che facevo alle superiori (andavo a scuola, tornavo a casa e senza mangiare prendevo il treno per Firenze, facevo l'allenamento [quattro volte la settimana], poi riprendevo il treno e tornavo a casa praticamente a sera) alla vita tranquilla post-maturita (non facevo nulla tutto il giorno e avevo tre allenamenti la settimana la sera dopo cena): e già qui una bella festa all'ingrasso ci fu; poi sono passato dalla vita lavorativa (dieci ore alla scrivania, e due allenamenti settimanali la sera dopo cena) alla vita da quasi pensionato (sempre dieci ore alla scrivania, e due allenamenti settimanali la sera dopo cena che però mi limitavo a guardare da bordo campo).
Le mie abitudini alimentari non sono cambiate di una virgola, più o meno. Il problema quindi non è che ho iniziato a mangiare come un maiale: ho sempre mangiato come un maiale.
martedì 5 agosto 2008
Il resoconto di una telefonata
Quindici minuti, con mia madre che si arrampicava tra parole e interminabili flash-back per raccontarmi di una telefonata al numero verde dell'Enel. La morale, alla fine di un monologo che mi ha visto esausto e stremato, sudato fradicio dalla fatica per seguirne il filo logico, è: quando hai tempo scrivi su un foglio il tuo indirizzo mail.
(E vi risparmio la pronuncia di indirizzo mail)
(E vi risparmio la pronuncia di indirizzo mail)
giovedì 26 giugno 2008
Eccola, eccola
Di solito quando faccio una figura di merda non è me ne importa un gran che. Ma questa forse non è proprio definibile come figura di merda, è più qualche altra cosa. Non saprei come spiegarla, con un'unica parola, ma la sensazione che mi ha fatto provare è quella tipica di una figura di merda; come uscire dal bagno con la patta aperte, o fare degli apprezzamenti su una donna scoprendo poi che è la mamma di qualche tuo amico che al momento ti sta accanto: la voglia di tornare indietro e di non fare nulla, ecco. Così mi sono sentito.
Vorrei davvero tornare indietro e non fare nulla, non dire niente, perchè a volte sono sempre così cretino e infantile che poi a ripensarci me ne vergogno.
ps. Qual'è la figura di merda in oggetto? Beh, cazzi miei, no?
Vorrei davvero tornare indietro e non fare nulla, non dire niente, perchè a volte sono sempre così cretino e infantile che poi a ripensarci me ne vergogno.
ps. Qual'è la figura di merda in oggetto? Beh, cazzi miei, no?
mercoledì 18 giugno 2008
Il sergente
In questi giorni è morto Mario Rigoni Stern.
Non ero un suo assiduo lettore; però ricordo che "Storia di Tonle" fu il primo libro che il mio professore del biennio mi fece leggere.
Pensare a come introdusse quel romanzo, a come parlava dell'autore.
Pensare che Mario Rigoni Stern se ne è andato più o meno un anno dopo il mio professore del biennio, beh... mi fa pensare, ecco tutto.
Non ero un suo assiduo lettore; però ricordo che "Storia di Tonle" fu il primo libro che il mio professore del biennio mi fece leggere.
Pensare a come introdusse quel romanzo, a come parlava dell'autore.
Pensare che Mario Rigoni Stern se ne è andato più o meno un anno dopo il mio professore del biennio, beh... mi fa pensare, ecco tutto.
giovedì 5 giugno 2008
L'arcobaleno si fa retta
Avevo iniziato a leggere L'arcobaleno della Gravità (Gravity Rainbow by Thomas Pynchon), ma alla fine ho dovuto ammettere a me stesso di non trovarmi nel momento adatto per leggere un libro del genere. Era da molto che non mollavo un libro sul comodino, o lo nascondevo da qualche parte in casa, per evitare che in qualche modo lui mi "guardasse" sconsolato e mi pregasse di riprenderlo in mano. Prima lo facevo molto più spesso, ma da qualche anno a questa parte avevo imparato a scegliere i libri con una certa regolare coscienza su ciò che mi sarrebbe potuto piacere e ciò che invece di sicuro non mi sarebbe piaciuto.
Questa volta però è un altro discorso. Non è che L'arcobaleno della Gravità sia un brutto romanzo, o non mi sia piaciuto, anzi. Per le quasi 200 pagine che ho avuto il piacere di gustarmi devo dire che era davvero molto interessante, soprattutto per i fantastici e misteriosi sentirei di parole in cui ad ogni capoverso Pynchon riesce ad accompagnare il lettore. Il fatto è un altro: in questo periodo (fatto di casini vari, decisioni e indecisioni, dubbi, perplessità, situazioni che non riesco a capire e altre che invece con impensabili voli pindarici cerco di spiegare) l'arcobaleno non era il libro giusto. Quando l'ho aperto per la prima volta ho desiderato fortissimamente che lo fosse; ho strizzato gli occhi e con la mente ho pregato chissà chi affinché in quelle pagine trovassi ciò che stavo cercando. Ma già dalle sue dimensioni, dal suo carattere piccolo e da qualcos'altro che all'epoca non mi saltò all'occhio, dovevo capire che quello si sarebbe rivelato un semplice buco nell'acqua.
I libri hanno dei periodi. Ogni romanzo va letto in un determinato tempo; un tempo che è l'intrecciarsi del tempo del libro e del tempo di chi lo deve leggere. E' difficile, è un po' come due rette che si incontrano in un solo punto. Un libro va letto quando queste due rette si incontrano. La linea dell'arcobaleno correva dritta, mentre la mia si attorcigliava su se stessa. Un giorno o l'altro riprenderò in mano quel grosso volume grigio della Bur, rileggerò le quasi 200 pagine che ho già letto, e magari ricorderò questo primo tentativo, questo primo approccio andato male. Magari sorriderò: l'avevo invitato a cena, l'arcobaleno, e lui si è presentato pure al ristorante, vestito di tutto punto pronto per una perfetta serata romantica a lume di candela; ed invece sono stato io a non farmi vivo, a non sedermi davanti a lui, e a non chiacchierare, aprirmi in lui, guardandolo negli occhi.
Questa volta però è un altro discorso. Non è che L'arcobaleno della Gravità sia un brutto romanzo, o non mi sia piaciuto, anzi. Per le quasi 200 pagine che ho avuto il piacere di gustarmi devo dire che era davvero molto interessante, soprattutto per i fantastici e misteriosi sentirei di parole in cui ad ogni capoverso Pynchon riesce ad accompagnare il lettore. Il fatto è un altro: in questo periodo (fatto di casini vari, decisioni e indecisioni, dubbi, perplessità, situazioni che non riesco a capire e altre che invece con impensabili voli pindarici cerco di spiegare) l'arcobaleno non era il libro giusto. Quando l'ho aperto per la prima volta ho desiderato fortissimamente che lo fosse; ho strizzato gli occhi e con la mente ho pregato chissà chi affinché in quelle pagine trovassi ciò che stavo cercando. Ma già dalle sue dimensioni, dal suo carattere piccolo e da qualcos'altro che all'epoca non mi saltò all'occhio, dovevo capire che quello si sarebbe rivelato un semplice buco nell'acqua.
I libri hanno dei periodi. Ogni romanzo va letto in un determinato tempo; un tempo che è l'intrecciarsi del tempo del libro e del tempo di chi lo deve leggere. E' difficile, è un po' come due rette che si incontrano in un solo punto. Un libro va letto quando queste due rette si incontrano. La linea dell'arcobaleno correva dritta, mentre la mia si attorcigliava su se stessa. Un giorno o l'altro riprenderò in mano quel grosso volume grigio della Bur, rileggerò le quasi 200 pagine che ho già letto, e magari ricorderò questo primo tentativo, questo primo approccio andato male. Magari sorriderò: l'avevo invitato a cena, l'arcobaleno, e lui si è presentato pure al ristorante, vestito di tutto punto pronto per una perfetta serata romantica a lume di candela; ed invece sono stato io a non farmi vivo, a non sedermi davanti a lui, e a non chiacchierare, aprirmi in lui, guardandolo negli occhi.
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