E non abbiamo mai ballato in un campo, sotto la luna le stelle al buio per non vedersi ma solo sentirci quando ci toccavamo o essere bagnati d'argento nell'oscurità quel tanto che bastava per sfiorarci. Non ci siamo mai sdraiati su un prato, dopo aver ballato, per baciarci e baciarci e baciarci e baciarci solo baciarci all'infinito e anche oltre finché l'infinito non fosse diventato una linea tratteggiata da qualche parte, perso in un luogo che non ritrovavamo ma non cercavamo neppure. E non ci siamo mai baciati neppure per un secondo, altro che infinità e tempo che si ferma e non vuol passare; altro che sospensione momentanea dei sogni e della realtà in uno specchio congelato; altro che le nostre lingue a danzare in un nuovo spazio; altro che le braccia a stringerci più forte, più vicini, più stretti. Non ci siamo mai baciati di fronte ad un paesaggio che sapeva di desolazione, macerie di una guerra che aveva fatto solo rovine, palazzi sgretolati e muri rimasti solo per metà eretti. Non ci siamo mai baciati di nascosto o sotto i riflettori, su una astronave aliena mentre guardavamo le galassie danzare in un vortice di luce. Non ci siamo mai baciati al termine di un giorno, quando la notte scivola sul cielo freddo punteggiato di diamanti. Non ci siamo mai baciati sulla sabbia granulosa che attendeva il nostro ritorno dal mare scuro, freddo, di mezzanotte. Non ci siamo mai baciati su una spiaggia, al buio, mentre i rumori lontani delle macchine rendevano sonoro il traffico nelle strade, e le voci sempre più distanti delle persone, i passi delle scarpe sulle passeggiate, la musica delle onde nel rituffarsi in acqua. Non ci siamo mai baciati ad occhi chiusi, ad occhi aperti, ascoltando tutto questo, ascoltando anche altro, e la nostra saliva bagnarci la bocca, renderci umidi, renderci unici. Non ci siamo mai baciati quando la luce nei nostri sguardi si faceva sempre più simile, uguale, identica a quella che nascondevo io sotto le palpebre, a quella che nascondevi tu sotto le ciglia, quando gli altri dicevano che ci stavamo accarezzando con i nostri pensieri e che eravamo vicini non solo fisicamente e che eravamo affiatati accordati che suonavamo perfettamente. Non ci siamo mai baciati quando fuori pioveva. Non ci siamo mai baciati quando non faceva freddo e io sentivo freddo e tu mi misuravi la temperatura con le labbra sulla fronte e mi abbracciavi per riscaldarmi e io stavo già meglio. Non ci siamo mai baciati quando. Non ci siamo. Mai. Baciati.
E ora, adesso, proprio in questo momento, tutti questi baci che non ci siamo rubati, bisbigliano frasi come fossero fantasmi tutto attorno a noi. Spiriti trasparenti che ci tengono svegli. La loro voce è occasione. La loro voce è presente, passato, futuro. La loro voce dice: non vi siete mai baciati.
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giovedì 7 gennaio 2016
lunedì 29 novembre 2010
Liquidi fallimenti
hai fallito, perché pensavi che tutti i baci avessero lo stesso identico sapore. ti aspettavi di trovare sulle sue labbra la medesima liquirizia che avevi assaggiato la prima volta, quando le vostre bocche si sono incontrate di sfuggita, uno sfiorarsi, e solo dopo, giorni e giorni, si sono poi date appuntamento per vedere di parlarsi addosso, una sopra l'altra, una dentro l'altra, per cercare di mettere ordine tra gli umori e non solo, anche nella confusione sempre più sporca e devastata dei sentimenti, i tuoi e i suoi, messi prima da parte, poi ritirati fuori, appoggiati ovunque, accatastati negli angoli della casa, pile e pile traballanti, sempre in discussione con la gravità, pronti a cadere al primo movimento, rovinare per terra e creare ancora più confusione; oppure lasciati sul divano, tra un cuscino e l'altro, quasi fossero libri che uno o l'altra stava leggendo, con i segnalibri persi in pagine diverse, chi fermo a un capitolo, chi invece già pronto ad affrontare l'ultimo, o l'epilogo.
hai fallito perché partivi dallo sciocco presupposto che un bacio fosse la porta verso quei sentimenti, mentre invece è solo un navigare bagnato in bocche altrui. i sentimenti non si trovano in testa, dentro il cervello, nel collo o incastrati nella gola, indecisi tra andare su o giù, se scendere ed essere digeriti o risalire l'esofago per essere vomitati fuori. no. i sentimenti si trovano nell'alzarsi e nell'abbassarsi del petto quando si respira con affanno restandosene seduti, quando si ha il fiatone nonostante non si sia fatta alcuna corsa, quando si ha freddo e non c'è cappotto più caldo di un abbraccio. i sentimenti sono le ustioni che ti ritrovi lungo le braccia senza neppure accorgertene, quando lei ti appoggia per caso una parte di se stessa sulla tua pelle. il contatto involontario, questi sono i sentimenti. è il calore che si dipana da un punto qualsiasi del tuo corpo non appena il tatto, il tuo senso forse più sottovalutato, si accorge che lei ti sta toccando. e non importa se ti dici che sia solo un caso, che sia dovuto allo spazio ristretto, o alle situazioni, che non sia volontario, se lei lo abbia fatto apposta o senza minimamente accorgersene, se per lei sia un fatto normale o se come per te quella sciocchezza di calore anche per lei sia la cosa più importante che ti possa attraversare in quel momento la testa, il mondo, l'universo intero. no, non te ne frega e non te ne dovrebbe fregare, perché quelli, quelli che stai provando sono i tuoi di sentimenti, mentre gli altri, quelli per i quali ti fermeresti e bloccheresti pure la rotazione terreste per trovarne la soluzione, quelli sono i sentimenti di lei, e fino a quando non si deciderà a prenderti in disparte, a guardarti fisso negli occhi, a non curarsi della paura che sempre si prova a dire certe cose, a parlare sul serio di argomenti che la natura forse non vorrebbe neppure venissero mai trattati a parole, bensì a gesti, espressioni, comportamenti, di svuotarsi e riempirsi in un modo talmente adrenalinico così come inspiegabile con razionalità, fino a quando non sarà pronta a tradurre quello che prova in frasi comprensibili, in suoni che siano più distinti dai suoi palpiti o dei batticuori trattenuti a forza, del galoppare feroce che la fa quasi vergognare - se ne sarà accorto? l'avrà capito? - fino a quando non deciderà di esplicarteli, di rendersi vulnerabile, quelli non li potrai mai sapere, perché sono i suoi di sentimenti.
hai fallito perché pensavi che mescolando ciò che provavi con ciò che provava lei ne uscisse fuori un colore rosa tenue, una tonalità capace di cullare entrambi senza farvi sentire il vuoto d'animo che si prova ogni qualvolta si precipita nel vuoto, quando ti lanci da un aereo in quota senza essere sicuro di avere il paracadute ben allacciato alle spalle, e la terra nel mentre si avvicina, senti il vento schiaffeggiarti violento in faccia, strapparti quasi via i vestiti, renderti nudo di fronte a tutto quanto ti sta venendo incontro, o a cui stai andando incontro. un bacio, se è qualcosa oltre al semplice essere bacio, è lo scambio di sentimenti. tu a dare a lei i tuoi e sperare lei faccia altrettanto. solo così un bacio è un vero bacio, altrimenti qualcuno ne esce sempre soltanto sconfitto, privo di quei sentimenti per i quali ha lavorato duro per fare crescere.
hai fallito, ma non nell'atto pratico o nel sognare, nello sperare, nel riempire il vuoto che vi divideva con ipotesi di come questo vuoto potesse essere colmato, bensì perché non ti sei reso conto che ogni bacio immaginato ti allontanava sempre di più dal bacio reale. quello dato in cucina di spalle alla base del suo collo, quello per le strade buie davanti a stazioni illuminate dai lampioni arancioni, quelli dati senza schiudere le labbra ma solo appoggiandole con delicatezza sopra le sue in un sospiro trattenuto, quello dove hai portato le mani ad accarezzarle il viso, quello irto di passione che vi ha fatto cadere sul pavimento, quelli scambiati in piedi uno davanti all'altra, quelli dati sdraiati sul letto, sul divano, seduti in silenzio al cinema; ognuno di questi baci ti ha allontanato dall'unico bacio che ancora non hai baciato: il suo.
hai fallito, ma questo non significa che tu non debba continuare a cercare, rialzandoti, perdendoti, riafferrandole la mano, facendole sentire lo stesso calore, il fuoco, - bruci, per favore bruciamo insieme - non significa che fallire sia un male, o che fallire insieme a lei non sia il fallimento più gradevole e speciale che ci possa essere.
hai fallito perché partivi dallo sciocco presupposto che un bacio fosse la porta verso quei sentimenti, mentre invece è solo un navigare bagnato in bocche altrui. i sentimenti non si trovano in testa, dentro il cervello, nel collo o incastrati nella gola, indecisi tra andare su o giù, se scendere ed essere digeriti o risalire l'esofago per essere vomitati fuori. no. i sentimenti si trovano nell'alzarsi e nell'abbassarsi del petto quando si respira con affanno restandosene seduti, quando si ha il fiatone nonostante non si sia fatta alcuna corsa, quando si ha freddo e non c'è cappotto più caldo di un abbraccio. i sentimenti sono le ustioni che ti ritrovi lungo le braccia senza neppure accorgertene, quando lei ti appoggia per caso una parte di se stessa sulla tua pelle. il contatto involontario, questi sono i sentimenti. è il calore che si dipana da un punto qualsiasi del tuo corpo non appena il tatto, il tuo senso forse più sottovalutato, si accorge che lei ti sta toccando. e non importa se ti dici che sia solo un caso, che sia dovuto allo spazio ristretto, o alle situazioni, che non sia volontario, se lei lo abbia fatto apposta o senza minimamente accorgersene, se per lei sia un fatto normale o se come per te quella sciocchezza di calore anche per lei sia la cosa più importante che ti possa attraversare in quel momento la testa, il mondo, l'universo intero. no, non te ne frega e non te ne dovrebbe fregare, perché quelli, quelli che stai provando sono i tuoi di sentimenti, mentre gli altri, quelli per i quali ti fermeresti e bloccheresti pure la rotazione terreste per trovarne la soluzione, quelli sono i sentimenti di lei, e fino a quando non si deciderà a prenderti in disparte, a guardarti fisso negli occhi, a non curarsi della paura che sempre si prova a dire certe cose, a parlare sul serio di argomenti che la natura forse non vorrebbe neppure venissero mai trattati a parole, bensì a gesti, espressioni, comportamenti, di svuotarsi e riempirsi in un modo talmente adrenalinico così come inspiegabile con razionalità, fino a quando non sarà pronta a tradurre quello che prova in frasi comprensibili, in suoni che siano più distinti dai suoi palpiti o dei batticuori trattenuti a forza, del galoppare feroce che la fa quasi vergognare - se ne sarà accorto? l'avrà capito? - fino a quando non deciderà di esplicarteli, di rendersi vulnerabile, quelli non li potrai mai sapere, perché sono i suoi di sentimenti.
hai fallito perché pensavi che mescolando ciò che provavi con ciò che provava lei ne uscisse fuori un colore rosa tenue, una tonalità capace di cullare entrambi senza farvi sentire il vuoto d'animo che si prova ogni qualvolta si precipita nel vuoto, quando ti lanci da un aereo in quota senza essere sicuro di avere il paracadute ben allacciato alle spalle, e la terra nel mentre si avvicina, senti il vento schiaffeggiarti violento in faccia, strapparti quasi via i vestiti, renderti nudo di fronte a tutto quanto ti sta venendo incontro, o a cui stai andando incontro. un bacio, se è qualcosa oltre al semplice essere bacio, è lo scambio di sentimenti. tu a dare a lei i tuoi e sperare lei faccia altrettanto. solo così un bacio è un vero bacio, altrimenti qualcuno ne esce sempre soltanto sconfitto, privo di quei sentimenti per i quali ha lavorato duro per fare crescere.
hai fallito, ma non nell'atto pratico o nel sognare, nello sperare, nel riempire il vuoto che vi divideva con ipotesi di come questo vuoto potesse essere colmato, bensì perché non ti sei reso conto che ogni bacio immaginato ti allontanava sempre di più dal bacio reale. quello dato in cucina di spalle alla base del suo collo, quello per le strade buie davanti a stazioni illuminate dai lampioni arancioni, quelli dati senza schiudere le labbra ma solo appoggiandole con delicatezza sopra le sue in un sospiro trattenuto, quello dove hai portato le mani ad accarezzarle il viso, quello irto di passione che vi ha fatto cadere sul pavimento, quelli scambiati in piedi uno davanti all'altra, quelli dati sdraiati sul letto, sul divano, seduti in silenzio al cinema; ognuno di questi baci ti ha allontanato dall'unico bacio che ancora non hai baciato: il suo.
hai fallito, ma questo non significa che tu non debba continuare a cercare, rialzandoti, perdendoti, riafferrandole la mano, facendole sentire lo stesso calore, il fuoco, - bruci, per favore bruciamo insieme - non significa che fallire sia un male, o che fallire insieme a lei non sia il fallimento più gradevole e speciale che ci possa essere.
mercoledì 24 novembre 2010
Posacenere
mi rimprovera che con il tempo ci posso fare qualsiasi cosa. non è la mancanza, quanto piuttosto il materiale di cui compongo il tempo. fai finta sia di pongo, mi dice. puoi modellarlo con le tue mani, farlo diventare una tazza da caffè - andiamo a prendere un caffè? e ci perdiamo nelle brevi passeggiate sotto la pioggia, quelle che ci accompagnano fino al bar più vicino, chiedere la nostra droga legale e iniziare a parlare. sai, faccio io, se non ne prendo almeno due al giorno mi vengono dei mal di testa terribili. crisi d'astinenza, rispondi tu. - oppure creare un vaso con il quale annaffiare i fiori - mentre il cameriere lavora con la macchinetta, ci da le spalle, noi ci sediamo sugli sgabelli. ti parlo di regali di compleanni, lasciando volare via le parole, nascondendo con esse il desiderio di regalare a te qualcosa, magari delle rose, delle scarlett carson ti donerei, in modo silenzioso. il corriere arriverebbe a casa tua di mattina, suonando il campanello mentre tu magari sei a fare colazione. aprendo la porta vedresti questo mazzo enorme di rose a nascondere il viso della persona che te le sta porgendo. sorrideresti, tu, e penseresti: per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno. - ogni cosa potresti fare, basta che tu sia abbastanza bravo a farla.
cosa intendi? gli domando.
il pongo è un materiale malleabile. ricordi quando all'asilo ci giocavamo quasi tutti i pomeriggi? per le feste, tipo la festa del papà, le suore ci facevano fare dei posacenere, o roba del genere. non importava quanto tu sbraitassi facendo notare che nostro padre non fumava affatto e che quindi un posacenere come regalo non era tanto per lui quanto piuttosto un regalo per qualche altro padre, uno qualsiasi che magari entrava a casa nostra. comunque, ci davano una confezione per uno, ci dicevano di bagnarlo un po' per renderlo morbido - il cameriere appoggia le tazzine sul bancone di fronte a noi. la mano gli si scioglie un po' lasciando colate di rosa acceso sui piattini. sembra cera caduta da una candela. quanto vorrei essere con te in una stanza al buio, con solo delle candele a illuminare l'ombra attorno a noi. - e ognuno di noi iniziava a modellarlo come meglio credeva. c'era chi ci appoggiava sopra una scatola e usava questa come stampo, per alzare i bordi del proprio posacenere in modo regolare, perpendicolari precisi alla base. chi invece provava a farlo rotondo, andando incontro a improbabili oggetti dalle forme geometriche non meglio definite. ricordo però che tu non avevi fatto niente di tutto questo. avevi preso la tua porzione di pongo, l'avevi fatta diventare un mattone spesso qualche centimetro, e poi ci avevi appoggiato la mano nel mezzo, spingendo verso il banco con tutta la tua forza. avevi preso un coltello di plastica, perché i coltelli veri all'asilo erano proibiti, così come le forbici con le punte non arrotondate, e tenendo sempre il palmo al centro del tuo pongo avevi tagliato via il materiale superfluo, formando in questo modo un ovale attorno alla tua mano. avevi fatto un posacenere con le tue impronte, un regalo personale, non uno dei tanti, uno fra i tanti, perso tra gli scaffali di un negozio, riprodotto in serie: un pezzo unico. - quando finisci di bere il tuo caffè lotto senza fare rumore con la voglia di accarezzarti. sento il braccio alzarsi verso il tuo viso, senza potere farci niente, anche se ho paura che tu non lo voglia, che un gesto del genere ti faccia arrabbiare. ma non ho la facoltà neppure di fermare il mio corpo. appoggio la mano destra sulla tua guancia sinistra e sento uno strano effetto bagnato sulle punte delle dita, sul lato interno delle falangi, liquido scorrere giù fino al polso. quando accarezzo leggero la tua pelle, facendo scivolare la mano verso il basso, il colore viene via come se non fosse fissato in profondità nell'epidermide quanto piuttosto soltanto appoggiato sopra. macchio la tua mandibola portandoci sopra il rossore che avevi appena sotto gli occhi, un po' di nero dei tuoi capelli. il tuo volto diventa un di quei dipinti dove l'artista non si preoccupa di rappresentare in modo perfetto la realtà, dove non vuole nascondere in tutti i modi la sua mano. il tuo viso si trasforma in un quadro sul quale i movimenti del pennello si notano ancora, uno a uno, dove i colori non sono perfettamente lisci, bensì un poco sporgenti, con lineamenti in rilievo. sono i quadri che preferisco. - tutti quei posacenere erano diversi, al di là di quanto tu avessi potuto fare per differenziare il tuo, per renderlo particolare. qualsiasi posacenere avresti preso a caso in quella classe sarebbe stato sicuramente unico, perché non avrebbe avuto la perfezione di quelli trovati nei negozi, ci sarebbe stato comunque un particolare sbagliato - tu non sembri esserti accorta di nulla. mi continui a guardare, con la faccia macchiata dalla mia carezza. il tempo pare essersi fermato. mi sembra di trovarmi dentro una fotografia, o dentro un film che è stato messo in pausa. ho la libertà di muovermi come più mi piace, di girare per vedere le facce delle altre persone dentro il bar, di controllare l'espressione del cameriere; ma tutti quanti sono dipinti in modo approssimativo, proprio come ho ridotto il tuo volto, i colori escono dai contorni, non si capisce bene dove finiscano le giacche e dove inizi l'aria. l'atmosfera attorno a noi si fonde con la gente, diventa un blocco unico di colore. io cerco di sistemarti la faccia, di arrotondarti le guancie in un sorriso, uno dei tuoi sorrisi così esplosivi. ti modello le sopracciglia in modo da far posto ai tuoi occhi, tento di ridipingerti nel modo perfetto in cui ti ricordo, nella bellezza del tuo essere te. ma per quanto mi affanni, per quanto provi e riprovi, spostando i colori da un lato all'altro del tuo viso, creando sfumature di volta in volta più precise, più dettagliate, non riesco mai farti tornare come eri prima: perfetta nei tuoi contorni. allunghi una mano verso di me, ma non a velocità normale, non come se il tempo si fosse rimesso a viaggiare, bensì al rallentatore, piano piano, per raggiungere la mia guancia ci metti un'eternità. non preoccuparti, dici in un arcobaleno di movimenti, se non rientro nei miei bordi forse è perché non ci sto mai dentro, perché fuoriesco di continuo. forse hai ragione, penso. perché contenerti tutta, oltre l'aspetto fisico, sei infinita, nei tuoi smussamenti interiori, le tue contraddizioni, gli incroci stradali della tua personalità, e gli incidenti, i tamponamenti dei pensieri, gli sbalzi d'umore, la felicità così come la rabbia, è davvero difficile. - non puoi pretendere di raggiungere la perfezione, di eguagliare i posacenere di chi fa per lavoro proprio il fare posacenere, sette giorni su sette, ventiquattr'ore su ventiquattro. puoi fare qualsiasi cosa, posacenere, tazze, vasi per fiori. il tempo ti permette di fare tutto, basta metterti al tavolo e concentrarti sul farlo bene, a prescindere dal risultato che otterrai. - mi dispiace, dico. per cosa? per non riuscirti mai a descriverti in un modo migliore, di farti bella come invece sei. ogni volta mi infrango contro i miei limiti. - basta che ti ricordi che non conta la perfezione. i prodotti fatti in serie sono sempre freddi, quelli artigianali invece contengono un calore tutto loro. l'importante è che tu faccia di tutto per creare il tuo oggetto al meglio delle tue possibilità, di usare il tempo nel miglior modo possibile. - ti voglio bene.
cosa intendi? gli domando.
il pongo è un materiale malleabile. ricordi quando all'asilo ci giocavamo quasi tutti i pomeriggi? per le feste, tipo la festa del papà, le suore ci facevano fare dei posacenere, o roba del genere. non importava quanto tu sbraitassi facendo notare che nostro padre non fumava affatto e che quindi un posacenere come regalo non era tanto per lui quanto piuttosto un regalo per qualche altro padre, uno qualsiasi che magari entrava a casa nostra. comunque, ci davano una confezione per uno, ci dicevano di bagnarlo un po' per renderlo morbido - il cameriere appoggia le tazzine sul bancone di fronte a noi. la mano gli si scioglie un po' lasciando colate di rosa acceso sui piattini. sembra cera caduta da una candela. quanto vorrei essere con te in una stanza al buio, con solo delle candele a illuminare l'ombra attorno a noi. - e ognuno di noi iniziava a modellarlo come meglio credeva. c'era chi ci appoggiava sopra una scatola e usava questa come stampo, per alzare i bordi del proprio posacenere in modo regolare, perpendicolari precisi alla base. chi invece provava a farlo rotondo, andando incontro a improbabili oggetti dalle forme geometriche non meglio definite. ricordo però che tu non avevi fatto niente di tutto questo. avevi preso la tua porzione di pongo, l'avevi fatta diventare un mattone spesso qualche centimetro, e poi ci avevi appoggiato la mano nel mezzo, spingendo verso il banco con tutta la tua forza. avevi preso un coltello di plastica, perché i coltelli veri all'asilo erano proibiti, così come le forbici con le punte non arrotondate, e tenendo sempre il palmo al centro del tuo pongo avevi tagliato via il materiale superfluo, formando in questo modo un ovale attorno alla tua mano. avevi fatto un posacenere con le tue impronte, un regalo personale, non uno dei tanti, uno fra i tanti, perso tra gli scaffali di un negozio, riprodotto in serie: un pezzo unico. - quando finisci di bere il tuo caffè lotto senza fare rumore con la voglia di accarezzarti. sento il braccio alzarsi verso il tuo viso, senza potere farci niente, anche se ho paura che tu non lo voglia, che un gesto del genere ti faccia arrabbiare. ma non ho la facoltà neppure di fermare il mio corpo. appoggio la mano destra sulla tua guancia sinistra e sento uno strano effetto bagnato sulle punte delle dita, sul lato interno delle falangi, liquido scorrere giù fino al polso. quando accarezzo leggero la tua pelle, facendo scivolare la mano verso il basso, il colore viene via come se non fosse fissato in profondità nell'epidermide quanto piuttosto soltanto appoggiato sopra. macchio la tua mandibola portandoci sopra il rossore che avevi appena sotto gli occhi, un po' di nero dei tuoi capelli. il tuo volto diventa un di quei dipinti dove l'artista non si preoccupa di rappresentare in modo perfetto la realtà, dove non vuole nascondere in tutti i modi la sua mano. il tuo viso si trasforma in un quadro sul quale i movimenti del pennello si notano ancora, uno a uno, dove i colori non sono perfettamente lisci, bensì un poco sporgenti, con lineamenti in rilievo. sono i quadri che preferisco. - tutti quei posacenere erano diversi, al di là di quanto tu avessi potuto fare per differenziare il tuo, per renderlo particolare. qualsiasi posacenere avresti preso a caso in quella classe sarebbe stato sicuramente unico, perché non avrebbe avuto la perfezione di quelli trovati nei negozi, ci sarebbe stato comunque un particolare sbagliato - tu non sembri esserti accorta di nulla. mi continui a guardare, con la faccia macchiata dalla mia carezza. il tempo pare essersi fermato. mi sembra di trovarmi dentro una fotografia, o dentro un film che è stato messo in pausa. ho la libertà di muovermi come più mi piace, di girare per vedere le facce delle altre persone dentro il bar, di controllare l'espressione del cameriere; ma tutti quanti sono dipinti in modo approssimativo, proprio come ho ridotto il tuo volto, i colori escono dai contorni, non si capisce bene dove finiscano le giacche e dove inizi l'aria. l'atmosfera attorno a noi si fonde con la gente, diventa un blocco unico di colore. io cerco di sistemarti la faccia, di arrotondarti le guancie in un sorriso, uno dei tuoi sorrisi così esplosivi. ti modello le sopracciglia in modo da far posto ai tuoi occhi, tento di ridipingerti nel modo perfetto in cui ti ricordo, nella bellezza del tuo essere te. ma per quanto mi affanni, per quanto provi e riprovi, spostando i colori da un lato all'altro del tuo viso, creando sfumature di volta in volta più precise, più dettagliate, non riesco mai farti tornare come eri prima: perfetta nei tuoi contorni. allunghi una mano verso di me, ma non a velocità normale, non come se il tempo si fosse rimesso a viaggiare, bensì al rallentatore, piano piano, per raggiungere la mia guancia ci metti un'eternità. non preoccuparti, dici in un arcobaleno di movimenti, se non rientro nei miei bordi forse è perché non ci sto mai dentro, perché fuoriesco di continuo. forse hai ragione, penso. perché contenerti tutta, oltre l'aspetto fisico, sei infinita, nei tuoi smussamenti interiori, le tue contraddizioni, gli incroci stradali della tua personalità, e gli incidenti, i tamponamenti dei pensieri, gli sbalzi d'umore, la felicità così come la rabbia, è davvero difficile. - non puoi pretendere di raggiungere la perfezione, di eguagliare i posacenere di chi fa per lavoro proprio il fare posacenere, sette giorni su sette, ventiquattr'ore su ventiquattro. puoi fare qualsiasi cosa, posacenere, tazze, vasi per fiori. il tempo ti permette di fare tutto, basta metterti al tavolo e concentrarti sul farlo bene, a prescindere dal risultato che otterrai. - mi dispiace, dico. per cosa? per non riuscirti mai a descriverti in un modo migliore, di farti bella come invece sei. ogni volta mi infrango contro i miei limiti. - basta che ti ricordi che non conta la perfezione. i prodotti fatti in serie sono sempre freddi, quelli artigianali invece contengono un calore tutto loro. l'importante è che tu faccia di tutto per creare il tuo oggetto al meglio delle tue possibilità, di usare il tempo nel miglior modo possibile. - ti voglio bene.
mercoledì 20 ottobre 2010
India
quando ballavamo lontani perché più stretti c'erano le indigestioni di entrambi a ostacolarci, e scambiavi ciò che volevo dire ma non dicevo per rutti sputati tra i tuoi capelli. quando a due chilometri da prato est i cartelloni autostradali ci avvertivano di traffico intenso fino a firenze, dicevi che l'auto faceva scintille pazze contro il guardrail. non arriveremo mai in india ad aprire una pizzeria, ripetevi, di questo passo. sei sette otto. chissà quanto costa il casello, tra qui e nuova delhi, ci domandavamo. avremmo dovuto dare via tutti i nostri ricordi per pagare il pedaggio. tipo la volta che pensavo di aver capito qualcosa, e qualcos'altro, e invece in realtà non avevo capito un cazzo. perché prima devi capire te, ripetevi. oppure quando ci avevano tagliato la corrente a tutti e due e non sapevamo dove andare a passare la notte, c'era buio ovunque, sia da me che da te, centrare il divano era così difficile, rischiavamo ad ogni passo di cadere su dei materassi. e tu nel frattempo incurante non smettevi di preparare le valige, riempiendole di quante più cose possibili, porta ceneri, carillon, porta foto, fotografie, guide per riconoscere i propri santi, e i propri incubi, cartine per orientarsi nel momento del bisogno, dieci domande al buddah per cercare la via dell'illuminazione. ti preparavi ogni giorno per espatriare, india arrivo, come un mantra ripetuto appena prima di dormire. avevamo già comprato i biglietti del treno, perché in aereo non era bello, volare sopra i confini anziché correrci sopra. eravamo in autostrada verso la stazione, quando io ti dissi che non ce la facevo. non potevo privarmi dei ricordi, me lo impone la mia dieta. i robivecchi, i mercatini dell'usato, non fanno per me. cioè, lo fanno, ma solo per acquistare, non per vendere. non posso partire. anche questo, non potrei mai sopportare di vederlo su di un armadio stinto, in mostra a chi ci cammina accanto, con attaccato il prezzo al pubblico, le voci dei possibili compratori, è conveniente. vorrà dire, ti dissi, che avrò ricordi anche per te. ma tu avevi già dato via tutto, pure me. mi avevi già dimenticato.
mercoledì 13 ottobre 2010
Tu, io e Vasco Brondi
mi sono sempre chiesto come facesse a non piacerti vasco brondi, illuminato dalle sue luci della centrale elettrica, tra la musica, i suoi testi. dicevi di non sopportarne il modo di cantare, così urlato. no, ripetevi quando lo sentivi iniziare alla radio, di nuovo uno che urla. ma io non ti credevo. a me piaceva talmente tanto. pensavo bastassi solo io a farcelo piacere a entrambi. ti avrei prestato volentieri un po' del mio gradimento, tu in cambio mi avresti dato la sensazione che ti donavano alcuni gruppi strani di cui io non avevo mai sentito parlare. ragionavo così: il piacere o non piacere lo misuravo a livello di persone, con un numero. a me piace tizio, a me piace caio. il livello di piacere, così lo chiamavo nella mia testa, aumentava di una unità ogni volta che qualcuno, in modo conscio o inconscio, ripeteva dentro di se: mi piace tizio, mi piace caio. se qualcuno invece diceva: mi piace tizio, ma non mi piace caio, allora tizio si staccava, guadagnava punti, mentre caio rimaneva fermo al palo. tre a due per tizio, la corsa può riprendere. e così via.
in questo mio strano gioco non contavano i decimali, i numeri a destra della virgola, oppure le opinioni espresse sempre dopo la virgola. così se qualcuno diceva: mi piace tizio, ma mica poi tanto tanto, a referto andava soltanto il mi piace tizio, un punto, senza contare quello detto dopo la virgola, il ma mica poi tanto tanto, quelli erano i decimali. in questo gioco, ti dicevo, il punteggio è un numero intero, non c'è spazio per le frazioni. a tenere conto di certi giudizi si rischierebbe di complicare i calcoli, andando a lavorare con i tre quarti, i quattro quinti, dieci sedicesimi. bisognava velocizzare, essere concisi.
per questo era inutile che io mi dicessi: a me piace vasco brondi, ma talmente tanto tanto. per quanto potessi sforzarmi, o aggiungere parole numeri dopo la virgola nel tentativo di avvicinarmi il più possibile all'unità successiva, al due, io avrei contato solo per uno. avevo un solo voto e non potevo farlo valere il doppio. così pensavo bastasse tu dicessi a te stessa: a me non piace vasco brondi, anche se c'è gente molto peggio in giro. in termini di numeri questo giudizio non sarebbe stato poi tanto negativo, forse si poteva tradurre in uno zero virgola tre, virgola quattro. da solo, ignorando la parte dopo la virgola, il tuo voto sarebbe stato solo zero, nullo, ma se ti avessi prestato il mio virgola nove nove nove nove nove nove all'infinito, ovvero il resto del mio giudizio sottratto dall'unità che avevo già dato, insieme saremmo arrivati ad un abbondante uno, e a questo punto al diavolo quel che restava a destra della virgola.
poi l'altra sera, primi di addormentarmi, mi sono reso conto di come avrei potuto donarti tutto quanto il mio gradimento per vasco brondi senza però spostare di un millimetro la tua opinione su di lui. non si tratta di piacere o non piacere, di darti una mano a fartelo piacere, o di aiutarti nel cercare di farlo. a te molto probabilmente non piacerà mai vasco brondi, neppure se te lo dessi da mangiare imboccandoti, seduta al tavolo, con il bavaglino.
si dice spesso di un artista, di una persona: non ci sono vie di mezzo, o lo si ama o lo si odia. in questo caso io lo amo mentre tu invece lo odi, e sinceramente penso sia molto più facile per l'amore trasformarsi in odio, che non piuttosto il contrario, l'odio in amore. per questo mi sono messo a pensare al motivo per cui io lo amo, cercando di riflesso il motivo per cui tu lo odiassi. è come un continente, la reputazione che si ha di una persona, l'africa per esempio. alla fine ci sono arrivato. ci siamo entrambi su questo continente, sia tu che io, solo che io sono affacciato sulle coste che danno sull'oceano del piacere, mentre tu sei dall'altra parte, dalla parte opposta, sulle coste bagnate dall'oceano del non piacere. io in mauritania e tu in somalia, o viceversa. il motivo per cui io lo amo è lo stesso per cui tu lo odi: l'africa, ovvero i testi. vasco nelle sue canzoni racconta di vite proprio come quelle che vorrei vivere io, quelle sognate. quando lo ascolto sento il racconto dei giorni possibili peggiori migliori, disegnati con le parole che io non riesco a trovare. quando lo ascolti te invece senti il ripetersi di giorni che a differenza mia tu hai già vissuto. le sue canzoni parlano di amori stesi sui pavimenti, di case in affitto in cui sdraiarsi abbracciati, di letti condivisi, di sigarette su sigarette (e invidiamo le ciminiere perché hanno sempre da fumare), di tramonti a cui avete dato fuoco, di futuri inverosimili, di trip rincorsi su motorini elaborati, di carta stagnola, dei garage a milano nord. io guardo quei giorni con le lenti rosa, tu con le lenti normali.
forse c'è un codice di comportamento tra le persone come te e vasco, ovvero quello di non raccontare mai come sono i giorni che vivete, per non fare ubriacare gli altri, come me, di vite che non ci appartengono, di situazioni dentro le quali non possiamo entrare perché non ne abbiamo il passaporto. ci farebbero male, voi lo sapete, andremmo subito in overdose, forzando il fisico a raggiungere livelli per noi improponibili. forse è questo il motivo per cui odi vasco brondi, il motivo per cui non ti piace: perché lo vedi come un criminale, colpevole di aver infranto una delle poche regole che avete.
e lo so di essermi spiegato a cazzo, come sempre, ma avevo questa cosa qui e mi premeva di dirti quello che ho capito, anche se non me lo hai detto ci sono arrivato da solo, dopo tanto. mi sembra di essere stato così bravo, quando invece per te era tutto così semplice.
in questo mio strano gioco non contavano i decimali, i numeri a destra della virgola, oppure le opinioni espresse sempre dopo la virgola. così se qualcuno diceva: mi piace tizio, ma mica poi tanto tanto, a referto andava soltanto il mi piace tizio, un punto, senza contare quello detto dopo la virgola, il ma mica poi tanto tanto, quelli erano i decimali. in questo gioco, ti dicevo, il punteggio è un numero intero, non c'è spazio per le frazioni. a tenere conto di certi giudizi si rischierebbe di complicare i calcoli, andando a lavorare con i tre quarti, i quattro quinti, dieci sedicesimi. bisognava velocizzare, essere concisi.
per questo era inutile che io mi dicessi: a me piace vasco brondi, ma talmente tanto tanto. per quanto potessi sforzarmi, o aggiungere parole numeri dopo la virgola nel tentativo di avvicinarmi il più possibile all'unità successiva, al due, io avrei contato solo per uno. avevo un solo voto e non potevo farlo valere il doppio. così pensavo bastasse tu dicessi a te stessa: a me non piace vasco brondi, anche se c'è gente molto peggio in giro. in termini di numeri questo giudizio non sarebbe stato poi tanto negativo, forse si poteva tradurre in uno zero virgola tre, virgola quattro. da solo, ignorando la parte dopo la virgola, il tuo voto sarebbe stato solo zero, nullo, ma se ti avessi prestato il mio virgola nove nove nove nove nove nove all'infinito, ovvero il resto del mio giudizio sottratto dall'unità che avevo già dato, insieme saremmo arrivati ad un abbondante uno, e a questo punto al diavolo quel che restava a destra della virgola.
poi l'altra sera, primi di addormentarmi, mi sono reso conto di come avrei potuto donarti tutto quanto il mio gradimento per vasco brondi senza però spostare di un millimetro la tua opinione su di lui. non si tratta di piacere o non piacere, di darti una mano a fartelo piacere, o di aiutarti nel cercare di farlo. a te molto probabilmente non piacerà mai vasco brondi, neppure se te lo dessi da mangiare imboccandoti, seduta al tavolo, con il bavaglino.
si dice spesso di un artista, di una persona: non ci sono vie di mezzo, o lo si ama o lo si odia. in questo caso io lo amo mentre tu invece lo odi, e sinceramente penso sia molto più facile per l'amore trasformarsi in odio, che non piuttosto il contrario, l'odio in amore. per questo mi sono messo a pensare al motivo per cui io lo amo, cercando di riflesso il motivo per cui tu lo odiassi. è come un continente, la reputazione che si ha di una persona, l'africa per esempio. alla fine ci sono arrivato. ci siamo entrambi su questo continente, sia tu che io, solo che io sono affacciato sulle coste che danno sull'oceano del piacere, mentre tu sei dall'altra parte, dalla parte opposta, sulle coste bagnate dall'oceano del non piacere. io in mauritania e tu in somalia, o viceversa. il motivo per cui io lo amo è lo stesso per cui tu lo odi: l'africa, ovvero i testi. vasco nelle sue canzoni racconta di vite proprio come quelle che vorrei vivere io, quelle sognate. quando lo ascolto sento il racconto dei giorni possibili peggiori migliori, disegnati con le parole che io non riesco a trovare. quando lo ascolti te invece senti il ripetersi di giorni che a differenza mia tu hai già vissuto. le sue canzoni parlano di amori stesi sui pavimenti, di case in affitto in cui sdraiarsi abbracciati, di letti condivisi, di sigarette su sigarette (e invidiamo le ciminiere perché hanno sempre da fumare), di tramonti a cui avete dato fuoco, di futuri inverosimili, di trip rincorsi su motorini elaborati, di carta stagnola, dei garage a milano nord. io guardo quei giorni con le lenti rosa, tu con le lenti normali.
forse c'è un codice di comportamento tra le persone come te e vasco, ovvero quello di non raccontare mai come sono i giorni che vivete, per non fare ubriacare gli altri, come me, di vite che non ci appartengono, di situazioni dentro le quali non possiamo entrare perché non ne abbiamo il passaporto. ci farebbero male, voi lo sapete, andremmo subito in overdose, forzando il fisico a raggiungere livelli per noi improponibili. forse è questo il motivo per cui odi vasco brondi, il motivo per cui non ti piace: perché lo vedi come un criminale, colpevole di aver infranto una delle poche regole che avete.
e lo so di essermi spiegato a cazzo, come sempre, ma avevo questa cosa qui e mi premeva di dirti quello che ho capito, anche se non me lo hai detto ci sono arrivato da solo, dopo tanto. mi sembra di essere stato così bravo, quando invece per te era tutto così semplice.
martedì 14 settembre 2010
Il nostro primo
è sera. siamo seduti su un muricciolo, uno accanto all'altra, in una piazza affollata. c'è gente a passeggio, con bicchieri di plastica riempiti di birra, si muovono in gruppo, altri invece restano fermi a capannello, formano un agglomerato disomogeneo di gesta risa e scherzi. ce ne sono di grandi, di questi gruppi, alcuni contano pure dieci o più componenti. altri invece, come noi, sono solo in due, e li si vede guardarsi intorno per trovare magari un altro piccolo gruppetto con cui unirsi, una specie di mitosi al contrario. non c'è nessuno da solo, sperduto fra la folla, in cerca di amicizia. chiunque pare avere almeno un appoggio, un'arma contro la solitudine. l'unione fa la forza.
il muricciolo sul quale siamo seduti è circolare, non troppo grande, contiene una piccola porzione di terra sulla quale sono state seminate alcune piante. l'intenzione iniziale magari era quella di fornire alla piazza un occhio di verde, tenuto con cura; ma poi la natura deve aver fatto il suo corso. al posto di alberi dritti eretti su per la schiena sono venuti fuori arbusti contorti, non sviluppati verso l'alto quanto piuttosto verso la casualità, in diagonale, con rami sporgenti all'infuori. alcune foglie ci abbracciano la schiena, creano ombra sicura dietro di noi.
la luce è diffusa da dei lampioni in ferro battuto, alti non molto più di noi, arrivano a mala pena a sfiorare il primo piano delle case attorno alla piazza. sono scuri, quasi neri, di quelli in stile antico con in cima quattro braccia, una per punto cardinale, a sorreggere delle buffe imitazioni di lanterne senza olio. calati nel contesto i lampioni classici, quelli dei viali, lunghi grigi e dalla forma spoglia, un semplice cilindro allampanato, stonerebbero con il resto del paesaggio. questi invece, pur nel loro ridicolo tentativo di imitare un tempo che fu, si mimetizzano perfetti nell'ambiente, ci sono ma non si vedono se non si vogliono notare, evitano il pugno nell'occhio. anche la luce ha un tono più caldo, arancione, non è invadente, tenue quanto basta per far vedere senza per questo accecare.
parliamo, si. e ridiamo, è vero.
"perché divaghi?" mi chiedi.
non so il motivo per cui lo faccio. forse per il desiderio di allungare questi momenti fino all'infinito, oppure per fermare questi attimi in modo talmente perfetto da potermici calare poi quando ne avrò più voglia o ne avrò più bisogno, oppure perché cerco di rimandare il tempo in cui dovrò prendermi la briga di descrivere te invece del paesaggio, oppure per via della tua bellezza, di quella luce che emani e per la quale non ho più parole da spendere per riuscire a fartela capire, quanto sia interessante e piacevole e apprezzabile e diverte e profonda e luminosa e raggiante e sfaccettata, questa luce qua. mi trovo sempre in difficoltà quando devo farti uscire dalle mani, spingerti giù dalla testa, il cervello, incanalandoti dentro il collo e deviandoti, prima che tu arrivi all'incrocio del petto, sulla spalla per farti poi finire lungo le braccia fino alle dita, dalle quali infine esci. mi sento impacciato, come se sapessi già in partenza che qualsiasi cosa facessi sbaglierei comunque.
"perché divaghi?"
non lo so, sono tutte quante delle supposizioni. la verità è che stiamo parlando, è vero, stiamo ridendo, è vero, ma più in profondità stiamo in realtà giocando, con il fuoco, e lo sappiamo entrambi. siamo curiosi forse di sapere quanto ci possiamo avvicinare prima di far scattare gli allarmi, prima di sentire la sirena della polizia avvicinarsi per venirci ad arrestare. ci divertiamo a far nascere scintille dalle nostre guancie che danzano lente nello sfiorarsi. siamo due pietre focaie da sfregare fino a quando non scatta il fuoco.
e il fuoco infine scatta. quando le nostre labbra sono attratte le une alle altre in modo naturale, senza rendercene conto, quasi fosse la forza di gravità a spingerle nei movimenti. si uniscono chiuse in un bacio che sa di bagnato, poi con passi lenti si aprano un poco, fanno filtrare la lingua che timida entra furtiva ad occhi chiusi. è un procedere a tentoni, morbido, senza andare in profondità, rimanendo in superficie, galleggiare sull'acqua, fare il morto respirando appena, le braccia allargate, le gambe leggermente divaricate, formare una croce, la faccia verso il cielo, il sole a pioverti sulle palpebre abbassate, il rumore costante del mare in onde appena accennate.
dura un soffio, un battito d'ali. difficile dire se si possa anche solo definire come un bacio, magari è solo un semplice toccarsi, un assaggio di ciò che potrebbe essere davvero un bacio, ma se lo è, è il nostro primo.
quando riapriamo gli occhi siamo già lontani, distaccati. forse è stato solo un sogno, come tutto questo, o forse non lo è stato. la gente continua a camminarci accanto, con le birre in mano. alcuni rami ci sfiorano ancora le spalle. tutto quanto pare essere rimasto uguale identico a come era prima, prima che chiudessimo gli occhi e ci tuffassimo uno dentro l'altra. il mondo non sembra essere stato rivoluzionato da questo nostro gesto. ti guardo mentre tu mi guardi. non so te, ma ne vorrei ancora.
il muricciolo sul quale siamo seduti è circolare, non troppo grande, contiene una piccola porzione di terra sulla quale sono state seminate alcune piante. l'intenzione iniziale magari era quella di fornire alla piazza un occhio di verde, tenuto con cura; ma poi la natura deve aver fatto il suo corso. al posto di alberi dritti eretti su per la schiena sono venuti fuori arbusti contorti, non sviluppati verso l'alto quanto piuttosto verso la casualità, in diagonale, con rami sporgenti all'infuori. alcune foglie ci abbracciano la schiena, creano ombra sicura dietro di noi.
la luce è diffusa da dei lampioni in ferro battuto, alti non molto più di noi, arrivano a mala pena a sfiorare il primo piano delle case attorno alla piazza. sono scuri, quasi neri, di quelli in stile antico con in cima quattro braccia, una per punto cardinale, a sorreggere delle buffe imitazioni di lanterne senza olio. calati nel contesto i lampioni classici, quelli dei viali, lunghi grigi e dalla forma spoglia, un semplice cilindro allampanato, stonerebbero con il resto del paesaggio. questi invece, pur nel loro ridicolo tentativo di imitare un tempo che fu, si mimetizzano perfetti nell'ambiente, ci sono ma non si vedono se non si vogliono notare, evitano il pugno nell'occhio. anche la luce ha un tono più caldo, arancione, non è invadente, tenue quanto basta per far vedere senza per questo accecare.
parliamo, si. e ridiamo, è vero.
"perché divaghi?" mi chiedi.
non so il motivo per cui lo faccio. forse per il desiderio di allungare questi momenti fino all'infinito, oppure per fermare questi attimi in modo talmente perfetto da potermici calare poi quando ne avrò più voglia o ne avrò più bisogno, oppure perché cerco di rimandare il tempo in cui dovrò prendermi la briga di descrivere te invece del paesaggio, oppure per via della tua bellezza, di quella luce che emani e per la quale non ho più parole da spendere per riuscire a fartela capire, quanto sia interessante e piacevole e apprezzabile e diverte e profonda e luminosa e raggiante e sfaccettata, questa luce qua. mi trovo sempre in difficoltà quando devo farti uscire dalle mani, spingerti giù dalla testa, il cervello, incanalandoti dentro il collo e deviandoti, prima che tu arrivi all'incrocio del petto, sulla spalla per farti poi finire lungo le braccia fino alle dita, dalle quali infine esci. mi sento impacciato, come se sapessi già in partenza che qualsiasi cosa facessi sbaglierei comunque.
"perché divaghi?"
non lo so, sono tutte quante delle supposizioni. la verità è che stiamo parlando, è vero, stiamo ridendo, è vero, ma più in profondità stiamo in realtà giocando, con il fuoco, e lo sappiamo entrambi. siamo curiosi forse di sapere quanto ci possiamo avvicinare prima di far scattare gli allarmi, prima di sentire la sirena della polizia avvicinarsi per venirci ad arrestare. ci divertiamo a far nascere scintille dalle nostre guancie che danzano lente nello sfiorarsi. siamo due pietre focaie da sfregare fino a quando non scatta il fuoco.
e il fuoco infine scatta. quando le nostre labbra sono attratte le une alle altre in modo naturale, senza rendercene conto, quasi fosse la forza di gravità a spingerle nei movimenti. si uniscono chiuse in un bacio che sa di bagnato, poi con passi lenti si aprano un poco, fanno filtrare la lingua che timida entra furtiva ad occhi chiusi. è un procedere a tentoni, morbido, senza andare in profondità, rimanendo in superficie, galleggiare sull'acqua, fare il morto respirando appena, le braccia allargate, le gambe leggermente divaricate, formare una croce, la faccia verso il cielo, il sole a pioverti sulle palpebre abbassate, il rumore costante del mare in onde appena accennate.
dura un soffio, un battito d'ali. difficile dire se si possa anche solo definire come un bacio, magari è solo un semplice toccarsi, un assaggio di ciò che potrebbe essere davvero un bacio, ma se lo è, è il nostro primo.
quando riapriamo gli occhi siamo già lontani, distaccati. forse è stato solo un sogno, come tutto questo, o forse non lo è stato. la gente continua a camminarci accanto, con le birre in mano. alcuni rami ci sfiorano ancora le spalle. tutto quanto pare essere rimasto uguale identico a come era prima, prima che chiudessimo gli occhi e ci tuffassimo uno dentro l'altra. il mondo non sembra essere stato rivoluzionato da questo nostro gesto. ti guardo mentre tu mi guardi. non so te, ma ne vorrei ancora.
lunedì 12 luglio 2010
Quando non si ha niente da dire ma lo si vuole dire comunque a qualcuno
"quando non si ha niente da dire ma lo si vuole dire comunque a qualcuno, è come un ritornello stonato che ti balla tra le labbra ma che dentro la tua testa, dio!, quanto suona bene. e più lo pensi, lo ripensi, lo sussurri tra i respiri, credi sempre che non sarà mai così perfetto quanto invece rimarrà nel non dirlo. resta sempre impregnato di quelle non note che lo accompagnano, della corde della chitarra che non vibrano, del ritmo prima soffice e poi calzante; del tutto spoglio magari pur di significato, del senso, estrapolando frasi e riutilizzandole fuori dal loro contesto."
"allora per quale motivo lo fai? non sarebbe meglio tacere? restarsene muti, non turbare l'aria e non infrangere le onde con inutili corrugamenti del suono?"
"non esiste il meglio o il peggio." rispondo io. "i concetti di migliore e peggiore prevedono una specie di valutazione, una graduatoria, dove da una parte c'è il giusto e dall'altra c'è l'errore. ma questi due estremi non esistono, non nelle dimensioni con cui costruiamo il tempo e lo spazio di questa nostra realtà. non c'è modo di sbagliare perché non c'è affatto una risposta giusta. ognuno fa quel che si sente più incline a fare, in un determinato momento, in un intervallo ben preciso che può protrarsi per un battito d'ali per un sospiro o per decenni interi."
"quindi? perché lo dici?"
"perché se non si dicono le parole muoiono in bocca, aggrappate alla gola per non cadere giù. rimangono come campanacci a rintoccare ore morte. meglio lanciarle, pure scagliarle a volte, anche contro vento o contro voglia o contro il desiderio o la capacità di ricezione di qualcuno. il dire e l'ascoltare sono simbionti, proprio come lo sono lo scrivere ed il leggere. non c'è modo di parlare o di scrivere se dall'altra parte non c'è nessuno che ascolta o che legge."
"ma tu, tu non sai se poi alla fine tutto questo verrà ascoltato o se verrà letto, o se verrà caso mai ignorato."
"incrocio le dita." dico. "spero. tutto qui. è come essere un naufrago in una stupenda isola deserta, con una spiaggia incontaminata, mare cristallino, tempo sempre perfetto: un paradiso. posso prendere un foglio e una penna recuperati chissà dove - lascia perdere questi dettagli, non sono rilevanti - e iniziare a scrivere per poi mettere tutto quanto dentro una bottiglia e buttarla in mare, per farla portare via dalla corrente e farla arrivare chissà dove. ho lanciato un messaggio. non so se mai verrà letto o chi mai lo leggerà, ma non è detto che in questo messaggio ci sia una mia richiesta di soccorso."
"questo non significa niente. tu adesso parli del contenuto, non tanto del motivo. non c'entra assolutamente niente con ciò di cui stiamo parlando. stai semplicemente vaneggiando."
"può darsi. magari sto solo parlando a vanvera; ma tu mi stai ascoltando. e forse è proprio questo ciò che voglio più di ogni altra cosa, a prescindere dal senso, dal significato, dal motivo: voglio che tu mi ascolti. tutto qui."
"allora per quale motivo lo fai? non sarebbe meglio tacere? restarsene muti, non turbare l'aria e non infrangere le onde con inutili corrugamenti del suono?"
"non esiste il meglio o il peggio." rispondo io. "i concetti di migliore e peggiore prevedono una specie di valutazione, una graduatoria, dove da una parte c'è il giusto e dall'altra c'è l'errore. ma questi due estremi non esistono, non nelle dimensioni con cui costruiamo il tempo e lo spazio di questa nostra realtà. non c'è modo di sbagliare perché non c'è affatto una risposta giusta. ognuno fa quel che si sente più incline a fare, in un determinato momento, in un intervallo ben preciso che può protrarsi per un battito d'ali per un sospiro o per decenni interi."
"quindi? perché lo dici?"
"perché se non si dicono le parole muoiono in bocca, aggrappate alla gola per non cadere giù. rimangono come campanacci a rintoccare ore morte. meglio lanciarle, pure scagliarle a volte, anche contro vento o contro voglia o contro il desiderio o la capacità di ricezione di qualcuno. il dire e l'ascoltare sono simbionti, proprio come lo sono lo scrivere ed il leggere. non c'è modo di parlare o di scrivere se dall'altra parte non c'è nessuno che ascolta o che legge."
"ma tu, tu non sai se poi alla fine tutto questo verrà ascoltato o se verrà letto, o se verrà caso mai ignorato."
"incrocio le dita." dico. "spero. tutto qui. è come essere un naufrago in una stupenda isola deserta, con una spiaggia incontaminata, mare cristallino, tempo sempre perfetto: un paradiso. posso prendere un foglio e una penna recuperati chissà dove - lascia perdere questi dettagli, non sono rilevanti - e iniziare a scrivere per poi mettere tutto quanto dentro una bottiglia e buttarla in mare, per farla portare via dalla corrente e farla arrivare chissà dove. ho lanciato un messaggio. non so se mai verrà letto o chi mai lo leggerà, ma non è detto che in questo messaggio ci sia una mia richiesta di soccorso."
"questo non significa niente. tu adesso parli del contenuto, non tanto del motivo. non c'entra assolutamente niente con ciò di cui stiamo parlando. stai semplicemente vaneggiando."
"può darsi. magari sto solo parlando a vanvera; ma tu mi stai ascoltando. e forse è proprio questo ciò che voglio più di ogni altra cosa, a prescindere dal senso, dal significato, dal motivo: voglio che tu mi ascolti. tutto qui."
Monday morning wake up knowing that you've gotta go to school
Tell your mum what to expect, she says it's right out of the blue
Tell your mum what to expect, she says it's right out of the blue
martedì 22 giugno 2010
Non siamo noi/Braccati
sono venuti con i rilevatori di calore a cercarci. puntavano delle ingombranti pistole con uno schermo a colori caldi e colori freddi nei posti dove eravamo stati: panchine, sedie, prati. speravano di poterci rintracciare. avevano questa stramba teoria secondo la quale i nostri corpi avevano bruciato così tanto da lasciare dei residui nell'aria. non credevo funzionasse, ma dopo qualche secondo alcune immagini hanno iniziato a comparire sui loro display. non eravamo noi, anche se potevamo sembrarlo. erano piuttosto delle ombre delineate male, con i bordi giallo acceso mentre l'interno di un rosso più largo.
avevi ragione te, quando mi dicevi di non appoggiare le mani sulle tue gambe. lasci il segno, mi rimproveravi. non capivo cosa intendessi. mi guardavo ogni volta i palmi per controllare che non fossero sporchi; ma non lo erano mai. così continuavo a toccarti. e più ti toccavo più lasciavo segni.
lo sentivo, ma non credevo sarebbero stati visibili questi segni. sapevo di lasciare qualcosa, tipo: ogni lasciata è persa; ma mai e poi mai avrei potuto pensare che un giorno sarebbero stati capaci di trovarci grazie a questi miei momenti di piccola perdizione.
perché lo fai? mi chiedevi a volte. perché continui a toccarmi e toccarmi quasi la mia pelle, nuda o vestita, fosse ossigeno e del tocco tu ne avessi tutto questo bisogno vitale. perché? mi chiedevi.
no so, rispondevo. forse soltanto perché, in fin dei conti, un perché vero e proprio non c'è. perché quando sono vicino vorrei esserlo ancora di più, e quando magari ti appoggio una mano sul lato di una tua gamba, così del tutto per caso, forse tu neppure te ne accorgi mentre pensi ad altro e ad altro pensi che non sia la mia mano furtiva sulla tua gamba, conto dentro di me i secondi che passano: uno due tre, e trattengo il respiro. mi dico: ancora un secondo, soltanto uno ancora. pongo un obbiettivo, di arrivare a contare almeno fino a cento centodieci centoventi, prima di prenderti alle spalle e abbracciarti qualsiasi cosa tu faccia o tu dica.
non credevo di fare del male a nessuno. davvero. sul serio. ho sempre pensato al contrario, che invece facesse piacere. ricevere un abbraccio come ricevere un bacio, un augurio un favore. mai ho pensato in tutta la vita che stessi sbagliando, andando in una direzione mia solo e soltanto, contromano e contro tutti. invece ora mi ritrovo a guardare questi rivelatori di calore, così puntati sul nulla, quel nulla che qualche tempo fa riempivamo di noi, e mi pare ci stiano quasi inchiodando al paesaggio, ritirando su dal passato tutti i miei sentimenti sensazioni e respiri sospiri. è come se le nostre impronte fossero bruciate, e bruciando avessero lasciato un alone nel mondo.
ci stanno cercando, lo so, e forse ci stanno pure trovando. non credevo l'ombra di un fuoco facesse così tanto scalpore, o grigiore, da permettere a chi vuole di seguirne le orme. ho sempre guardato hai nostri rintocchi come a dei suoni di tatto che scacciassero il buio accogliendo al suo posto la luce. le volte che ti toccavo, che resistevo per cinquanta sessanta settanta secondi, c’erano i fuochi d'artificio per aria ad illuminare la notte, le stelle cadenti splendenti a correrci incontro; ma tutto un qualcosa che purtroppo si spegneva, che durava si e no il tempo di un lampo. invece ora scopro, senza trattenere il rimpianto, che gli avanzi dei resti lasciati alle spalle continuano a brillare e dribblare l'avanzo dei giorni, che passano passano ma non sbiadiscono mai per intero le tracce del nostro toccarci leggero, che definirlo toccarci quasi arrossisco e mi vergogno.
mi pento e mi dolgo, con il cuore e soltanto, di non aver trovato la forza, l'energia, o l'idea, di catturare i restanti bagliori riflessi, quegli attimi appena, i soffi repressi, che ho lasciato indietro e che ora non ci portiamo più appresso, alleggeriti di qualcosa che ormai è perso.
avevi ragione te, quando mi dicevi di non appoggiare le mani sulle tue gambe. lasci il segno, mi rimproveravi. non capivo cosa intendessi. mi guardavo ogni volta i palmi per controllare che non fossero sporchi; ma non lo erano mai. così continuavo a toccarti. e più ti toccavo più lasciavo segni.
lo sentivo, ma non credevo sarebbero stati visibili questi segni. sapevo di lasciare qualcosa, tipo: ogni lasciata è persa; ma mai e poi mai avrei potuto pensare che un giorno sarebbero stati capaci di trovarci grazie a questi miei momenti di piccola perdizione.
perché lo fai? mi chiedevi a volte. perché continui a toccarmi e toccarmi quasi la mia pelle, nuda o vestita, fosse ossigeno e del tocco tu ne avessi tutto questo bisogno vitale. perché? mi chiedevi.
no so, rispondevo. forse soltanto perché, in fin dei conti, un perché vero e proprio non c'è. perché quando sono vicino vorrei esserlo ancora di più, e quando magari ti appoggio una mano sul lato di una tua gamba, così del tutto per caso, forse tu neppure te ne accorgi mentre pensi ad altro e ad altro pensi che non sia la mia mano furtiva sulla tua gamba, conto dentro di me i secondi che passano: uno due tre, e trattengo il respiro. mi dico: ancora un secondo, soltanto uno ancora. pongo un obbiettivo, di arrivare a contare almeno fino a cento centodieci centoventi, prima di prenderti alle spalle e abbracciarti qualsiasi cosa tu faccia o tu dica.
non credevo di fare del male a nessuno. davvero. sul serio. ho sempre pensato al contrario, che invece facesse piacere. ricevere un abbraccio come ricevere un bacio, un augurio un favore. mai ho pensato in tutta la vita che stessi sbagliando, andando in una direzione mia solo e soltanto, contromano e contro tutti. invece ora mi ritrovo a guardare questi rivelatori di calore, così puntati sul nulla, quel nulla che qualche tempo fa riempivamo di noi, e mi pare ci stiano quasi inchiodando al paesaggio, ritirando su dal passato tutti i miei sentimenti sensazioni e respiri sospiri. è come se le nostre impronte fossero bruciate, e bruciando avessero lasciato un alone nel mondo.
ci stanno cercando, lo so, e forse ci stanno pure trovando. non credevo l'ombra di un fuoco facesse così tanto scalpore, o grigiore, da permettere a chi vuole di seguirne le orme. ho sempre guardato hai nostri rintocchi come a dei suoni di tatto che scacciassero il buio accogliendo al suo posto la luce. le volte che ti toccavo, che resistevo per cinquanta sessanta settanta secondi, c’erano i fuochi d'artificio per aria ad illuminare la notte, le stelle cadenti splendenti a correrci incontro; ma tutto un qualcosa che purtroppo si spegneva, che durava si e no il tempo di un lampo. invece ora scopro, senza trattenere il rimpianto, che gli avanzi dei resti lasciati alle spalle continuano a brillare e dribblare l'avanzo dei giorni, che passano passano ma non sbiadiscono mai per intero le tracce del nostro toccarci leggero, che definirlo toccarci quasi arrossisco e mi vergogno.
mi pento e mi dolgo, con il cuore e soltanto, di non aver trovato la forza, l'energia, o l'idea, di catturare i restanti bagliori riflessi, quegli attimi appena, i soffi repressi, che ho lasciato indietro e che ora non ci portiamo più appresso, alleggeriti di qualcosa che ormai è perso.
martedì 15 giugno 2010
Parlare
cosa potremmo dirci se alla fine parlassimo anche quando non dovremmo parlare? so che dovremmo sfogarci liberarci conoscerci, sgolarci a forza di chiacchiere a perdifiato fino appunto a stancarci esausti sfiniti; ma non riesco a non pensarci come a dei silos di conversazione, dove accumulare argomenti discorsi e quanto altro ancora: dobbiamo riempirci prima di poterci svuotare. per questo passiamo tutto questo tempo senza rivolgerci alcuna parola, per cercare di collezionarne il più possibile, di discorsi, di più belli, di più affascinanti, per poi magari un giorno lanciarceli addosso bagnati, un po' come dei gavettoni in una torrida giornata di sole.
ci sono argomenti che non trattiamo, di cui non parliamo per paura del male che potremmo farci. argomenti infagottati nel filo spinato nel quale ogni volta rischiamo di rimanere aggrappati. correndo con la bocca la lingua, giù per ripide discese scoscese di frasi intrecciate, finiamo di tanto in tanto con i vestiti che rimangono impigliati in sporgenze acuminate di cui non ci eravamo accorti. si sfilano i maglioni, tirando la lana lontano dalla trama con cui abbiamo intrecciato i nostri pensieri, si rovinano le camicie, si strappano i pantaloni. ma non credere che non pensi a ciò cui magari puoi pensare te, a quello che non ci diciamo per scaramanzia o per scarsa fiducia nell'altro - in situazioni come la nostra si ha sempre la sensazione di essere in vantaggio, che nessuno possa essere bravo quanto noi stessi, se non invece di più. anche io penso spesso ai nostri fantasmi, che sono più frenetici e agitati di noi. è solo che quando mi trovo a trasformare i pensieri in parole, mi sembra di essere così cretina sciocca infantile che cerco subito dopo di rimangiarmi tutto quanto abbia detto, riavvolgere il nastro, fare finta che non sia successo niente di niente.
non voglio trovarmi a parlare del tempo, di quanto bella o piovosa possa essere una giornata di fine aprile; non con te. lascio questi stereotipi ad altri di cui mi interesso di meno, persone di cui non mi importa davvero sul serio cosa pensino, di me o in generale. dico loro: il sole, le nuvole, fa freddo fa caldo; non esistono più, le mezze stagioni. a loro do quel tanto che basta, e non mi aspetto certo di ricevere qualcosa in cambio, che poi oltretutto non vorrei minimamente. non mi accendo neppure, non mi metto in modalità recettiva: non mi apro, non faccio in modo che qualcosa possa davvero entrarmi dentro per poterci restare.
ma con te è bello parlare anche attraverso i silenzi: quei brevi momenti inzuppati di leggero imbarazzo durante i quali restiamo muti ma facciamo vagare gli sguardi, quando magari mi volto da un'altra parte ma sento i tuoi occhi scivolarmi sulla nuca, lisciarmi i capelli, accarezzarmi il collo. a volte desidero con tutta me stessa che tu lo faccia davvero, sul serio, un giorno od un altro, di accarezzarmi magari il collo sfiorandolo con il dorso della mano. potrei appoggiare la testa sulle tue gambe mentre tu stai seduto su una panchina, ed io sdraiarmi con le ginocchia piegate verso l'alto per riuscirci ad entrare tutta senza cadere giù di sotto con i piedi o rimanerne fuori con i polpacci. chiuderei gli occhi e allargherei un sorriso per quanto mi possa essere più possibile. assaporerei la serenità che riesci ad accendere con una leggera fiamma riscaldandomi il giusto, né troppo né poco.
qualche sera mi sdraio nel letto e spengo la luce. faccio finta di averti sdraiato al mio fianco e comincio a parlare sottovoce, ripetendomi come nei ripassi preesame tutto quanto ti voglio raccontare la prossima volta. poco importa se poi, quando ti incontro davvero, tutti i miei piani saltano d'un colpo, esplodendo come d'incanto sotto il tuo sguardo, comincio a sudare, mi tremano le mani quando dico: lo tocco, non lo tocco, lo sfioro, appoggio giusto qualche istante le dita qua sopra la sua gamba. al buio, di sera, di notte, un attimo prima di addormentarmi, fantastico e ti racconto invisibile la mia intera giornata: cosa è successo, cosa ho fatto, cosa speravo o sognavo. metto da parte ciò che voglio raccontarti.
hai presente quando cammini e ti scrocchiano le gambe, le caviglie le ginocchia? un amico mi ha detto è dovuto al fatto che si formano delle piccole bolle d'aria tra le cartilagini e le articolazioni, e quando scoppiano fanno questo rumore improvviso. non so quanto sia vero, neppure lui lo sapeva tanto. credevo mi stesse prendendo in giro mentre lo raccontava; ma anche se fosse falso, se fosse stato solo un semplice scherzo per strapparmi una manciata di risate, penso che in fondo noi siamo un po' così: accumuliamo accumuliamo, e poi quando ci incontriamo scrocchiamo come le gambe, come le dita, come i nostri discorsi.
ci sono argomenti che non trattiamo, di cui non parliamo per paura del male che potremmo farci. argomenti infagottati nel filo spinato nel quale ogni volta rischiamo di rimanere aggrappati. correndo con la bocca la lingua, giù per ripide discese scoscese di frasi intrecciate, finiamo di tanto in tanto con i vestiti che rimangono impigliati in sporgenze acuminate di cui non ci eravamo accorti. si sfilano i maglioni, tirando la lana lontano dalla trama con cui abbiamo intrecciato i nostri pensieri, si rovinano le camicie, si strappano i pantaloni. ma non credere che non pensi a ciò cui magari puoi pensare te, a quello che non ci diciamo per scaramanzia o per scarsa fiducia nell'altro - in situazioni come la nostra si ha sempre la sensazione di essere in vantaggio, che nessuno possa essere bravo quanto noi stessi, se non invece di più. anche io penso spesso ai nostri fantasmi, che sono più frenetici e agitati di noi. è solo che quando mi trovo a trasformare i pensieri in parole, mi sembra di essere così cretina sciocca infantile che cerco subito dopo di rimangiarmi tutto quanto abbia detto, riavvolgere il nastro, fare finta che non sia successo niente di niente.
non voglio trovarmi a parlare del tempo, di quanto bella o piovosa possa essere una giornata di fine aprile; non con te. lascio questi stereotipi ad altri di cui mi interesso di meno, persone di cui non mi importa davvero sul serio cosa pensino, di me o in generale. dico loro: il sole, le nuvole, fa freddo fa caldo; non esistono più, le mezze stagioni. a loro do quel tanto che basta, e non mi aspetto certo di ricevere qualcosa in cambio, che poi oltretutto non vorrei minimamente. non mi accendo neppure, non mi metto in modalità recettiva: non mi apro, non faccio in modo che qualcosa possa davvero entrarmi dentro per poterci restare.
ma con te è bello parlare anche attraverso i silenzi: quei brevi momenti inzuppati di leggero imbarazzo durante i quali restiamo muti ma facciamo vagare gli sguardi, quando magari mi volto da un'altra parte ma sento i tuoi occhi scivolarmi sulla nuca, lisciarmi i capelli, accarezzarmi il collo. a volte desidero con tutta me stessa che tu lo faccia davvero, sul serio, un giorno od un altro, di accarezzarmi magari il collo sfiorandolo con il dorso della mano. potrei appoggiare la testa sulle tue gambe mentre tu stai seduto su una panchina, ed io sdraiarmi con le ginocchia piegate verso l'alto per riuscirci ad entrare tutta senza cadere giù di sotto con i piedi o rimanerne fuori con i polpacci. chiuderei gli occhi e allargherei un sorriso per quanto mi possa essere più possibile. assaporerei la serenità che riesci ad accendere con una leggera fiamma riscaldandomi il giusto, né troppo né poco.
qualche sera mi sdraio nel letto e spengo la luce. faccio finta di averti sdraiato al mio fianco e comincio a parlare sottovoce, ripetendomi come nei ripassi preesame tutto quanto ti voglio raccontare la prossima volta. poco importa se poi, quando ti incontro davvero, tutti i miei piani saltano d'un colpo, esplodendo come d'incanto sotto il tuo sguardo, comincio a sudare, mi tremano le mani quando dico: lo tocco, non lo tocco, lo sfioro, appoggio giusto qualche istante le dita qua sopra la sua gamba. al buio, di sera, di notte, un attimo prima di addormentarmi, fantastico e ti racconto invisibile la mia intera giornata: cosa è successo, cosa ho fatto, cosa speravo o sognavo. metto da parte ciò che voglio raccontarti.
hai presente quando cammini e ti scrocchiano le gambe, le caviglie le ginocchia? un amico mi ha detto è dovuto al fatto che si formano delle piccole bolle d'aria tra le cartilagini e le articolazioni, e quando scoppiano fanno questo rumore improvviso. non so quanto sia vero, neppure lui lo sapeva tanto. credevo mi stesse prendendo in giro mentre lo raccontava; ma anche se fosse falso, se fosse stato solo un semplice scherzo per strapparmi una manciata di risate, penso che in fondo noi siamo un po' così: accumuliamo accumuliamo, e poi quando ci incontriamo scrocchiamo come le gambe, come le dita, come i nostri discorsi.
giovedì 15 aprile 2010
Ci nascondiamo nell'invisibile
arde ancora questo fuoco con zampillanti lingue colorate che si esaltano verso l'alto nell'affanno di trovare spazio dove dimenarsi, o trovare ossigeno da bruciare per alimentarsi, sopravvivere. e quando non lo trova, come si fa piccolo nel suo accucciarsi sul suo letto fatto di pensieri e di riposi, parole da accudire da intagliare da intrecciare per farne maglie da indossare per farne coperte con cui scaldare, le nostre gambe braccia teste petti e ventri. esita in fondo strisciando tra la cenere e la brace fino a quando non ci decidiamo a buttarci sopra litri e litri e litri di benzina senza piombo. ma basterebbe pure poco, giusto uno sputo, per farlo tornare a danzare sfavillante di schiumosa bramosia, di fantastici languori assopiti poi dal tempo, tutto, durante il quale non ci tocchiamo né sfioriamo e a tratti neppure ci pensiamo.
non importa per questo parlare ragionare far di conto o chiacchierare, rischiamo solo di annoiarci fino in fondo, di perderci in triste e trite e bieche formalità: ciao come stai cosa fai cosa non fai quanti anni hai? chiusi stretti ancora congelati dentro un buco uno sgabuzzino una stanzina dove non riusciremmo neppure a sdraiarci se mai lo volessimo o se lo desiderassimo come il ghiaccio più del ghiaccio che con il freddo fa ustioni e bruciature, piega carne in congetture di grinze striminzite dove non conta chi ha torto o chi ha ragione, chi per gioco o per volontà, chi per fame chi per sete, chi per solitudine od orgoglio, conta solo e soltanto grattarsi e rigrattarsi via la pelle, fino ad uscire in carne viva, rossa pulsante e primitiva.
per far questo importano davvero le luci colorate? o il sole, le nuvole, le tempeste? mi domando: quanto ancora dobbiamo continuare a far sempre ed imitare le solite storie e gesta? di nuovo domani dopo domani e l'altro domani che verrà poi, recitare le nostre nenie così da impararle a memoria; non è che stiamo soltanto tirando un po' troppo la fune per vedere quando infine si deciderà a spezzarsi? in fondo si tratta di semplice evoluzione, dall'acqua all'aria per finire poi nel fuoco, tolte tutte le parole e le frasi con le quali l'agghindiamo di nastrini lucchichenti da farla risplendere così distante nel buio, la nostra evoluzione.
e se proprie non ci vogliamo evolvere che almeno si faccia una sanguinosa rivoluzione! un qualcosa che faccia capire quanto violenti siano i nostri intenti, le nostre galassie interiori. amputiamo arti, tagliamo teste, sventriamo squartiamo lamellari brandelli di muscoli nervi filamenti nodosi di calli e ossa. che ci sia pioggia di plasma e urina, feci infette dall'odore nauseabondo, il terrore fatto vile, con urla così alte da strappar le unghie contro il cielo. torturiamo, mutiliamo: interroghiamo con metodi inquisitori le nostre più recondite volontà.
da dietro la tua schiena, tu chinata in cucina a sparecchiare rigovernare, lavare pentole e piatti e bicchieri, o anche solo a pensare riflettere su tutto quanto, l'universo le piogge acide io e te, ti prenderei cingendoti la vita con la punta delle dita, appoggiandoti le labbra giusto un poco più umide bagnate, sulla base del tuo collo, sulla pelle liscia e tesa; su quel bacio soffice e beato che senza rumore o avvisi e avvisaglie, senza tregua o armistizio, sul tuo collo io bacerei.
ma poi, a volte, le rese sono pure e semplici paure.
non importa per questo parlare ragionare far di conto o chiacchierare, rischiamo solo di annoiarci fino in fondo, di perderci in triste e trite e bieche formalità: ciao come stai cosa fai cosa non fai quanti anni hai? chiusi stretti ancora congelati dentro un buco uno sgabuzzino una stanzina dove non riusciremmo neppure a sdraiarci se mai lo volessimo o se lo desiderassimo come il ghiaccio più del ghiaccio che con il freddo fa ustioni e bruciature, piega carne in congetture di grinze striminzite dove non conta chi ha torto o chi ha ragione, chi per gioco o per volontà, chi per fame chi per sete, chi per solitudine od orgoglio, conta solo e soltanto grattarsi e rigrattarsi via la pelle, fino ad uscire in carne viva, rossa pulsante e primitiva.
per far questo importano davvero le luci colorate? o il sole, le nuvole, le tempeste? mi domando: quanto ancora dobbiamo continuare a far sempre ed imitare le solite storie e gesta? di nuovo domani dopo domani e l'altro domani che verrà poi, recitare le nostre nenie così da impararle a memoria; non è che stiamo soltanto tirando un po' troppo la fune per vedere quando infine si deciderà a spezzarsi? in fondo si tratta di semplice evoluzione, dall'acqua all'aria per finire poi nel fuoco, tolte tutte le parole e le frasi con le quali l'agghindiamo di nastrini lucchichenti da farla risplendere così distante nel buio, la nostra evoluzione.
e se proprie non ci vogliamo evolvere che almeno si faccia una sanguinosa rivoluzione! un qualcosa che faccia capire quanto violenti siano i nostri intenti, le nostre galassie interiori. amputiamo arti, tagliamo teste, sventriamo squartiamo lamellari brandelli di muscoli nervi filamenti nodosi di calli e ossa. che ci sia pioggia di plasma e urina, feci infette dall'odore nauseabondo, il terrore fatto vile, con urla così alte da strappar le unghie contro il cielo. torturiamo, mutiliamo: interroghiamo con metodi inquisitori le nostre più recondite volontà.
da dietro la tua schiena, tu chinata in cucina a sparecchiare rigovernare, lavare pentole e piatti e bicchieri, o anche solo a pensare riflettere su tutto quanto, l'universo le piogge acide io e te, ti prenderei cingendoti la vita con la punta delle dita, appoggiandoti le labbra giusto un poco più umide bagnate, sulla base del tuo collo, sulla pelle liscia e tesa; su quel bacio soffice e beato che senza rumore o avvisi e avvisaglie, senza tregua o armistizio, sul tuo collo io bacerei.
ma poi, a volte, le rese sono pure e semplici paure.
martedì 13 aprile 2010
quel che può anche solo un singolo breve abbraccio
in quell'abbraccio di parte in disparte, non un abbraccio totale faccia a faccia dove perdersi e schiantarsi contro il petto contro lo stomaco stretti legati accartocciati come carta stagnola stropicciata, ma uno accanto all'altra con trasporto arrampicati come rampicanti come edera su di una ringhiera od un muro colorato in bianco e nero di quelle pellicole romantiche di un tempo che si guardano in televisione durante i pomeriggi di giorni di festa ma piovosi quando il tempo ti trattiene a casa e chiude la serratura della porta con due mandate di chiave dura che per uscire non ci vuol solo coraggio o quel briciolo di manciata di sana ed invidiabile pazzia ma anche tanta tanta volontà sincera di bagnarsi e di spogliarsi di pulirsi di lavarsi con la schiuma della pioggia della voglia della pelle del tuo prossimo di chi ti sta accanto di chi ti abbraccia non di faccia ma di lato chi ti aiuta e si aiuta con il tuo aiuto a sorreggerti e a sorreggersi per tentare di non dormire di non cadere nel sonno in piedi come i cavalli ma oscillare lenti come steli di fiori sbocciati in un campo verde e chiaro sospinti dal vento e dal suo fiato; in quell'abbraccio durato forse chissà quanto, due o tre respiri moltiplicati per novemila battiti al secondo?, e tirato per le lunghe trascinato fino all'ultimo dilatato all'infinito per non farlo mai finire nel tentativo di restare lì immobili per sempre anche quando le mani sono poi scivolate giù e la stanchezza ha fatto presa così intensa devastante da ordinare ad entrambi di mettersi a sedere; in quell'abbraccio venuto fuori si direbbe quasi per caso e senza il minimo pensiero, involontariamente ma spontaneo e naturale, lui si sentiva elettrico e dipinto di celeste, poi di blu intenso scuro, poi di giallo luminoso, un arancione rosso acceso, un bianco dello stesso bianco del candore, e poi di nuovo nero nero buio come se gli occhi si fossero chiusi o l'ombra di lei se mai potesse esser stata un'ombra si fosse posata su di lui; in quell'abbraccio che lo stingeva in un arcobaleno teso ad arco, con i mille pensieri e sensazioni a transitare come in coda lungo tutta la colonna vertebrale, lui si sentiva lei e credeva che lei fosse lui, in un attimo, forse due forse tre, forse per tutta la sua durata, di scambio di ruoli e di riconversioni, rimescolamento tattile a fior di pelle. si chiese se per caso anche per lei fosse lo stesso, se quel che sentiva lui era la stessa vibrazione che poteva ascoltare lei. si domandò, senza però riuscire a chiederlo ad alta voce e per questo a darsi o a farsi dare una risposta, se pure lei si fosse accorta come si era accorto lui, scosso da dentro da un terremoto gentile che aveva provocato un vuoto grande grosso e così denso da renderlo felice, che tra una cosa e l'altra, forse a caso forse no, forse per qualche congiunzione astrale che vedeva lui desiderarlo così tanto nello stesso tempo in cui pure lei lo pregava intensamente alla sorte, che per magia, o artifizio, o volontà di entrambi sottointesa, per qualche istante si erano tenuti per mano.
e la sua mano era calda. e al sua mano, la mano di lei, era ricca di estasi; così tanto da trasportarla fino a lui, fino al fondo ultimo e più profondo dei suoi bronchi, capillari, e farlo sussultare in palpiti silenziosi, così nascosti da custodirli in ricordi da mai dimenticarsi.
e la sua mano era calda. e al sua mano, la mano di lei, era ricca di estasi; così tanto da trasportarla fino a lui, fino al fondo ultimo e più profondo dei suoi bronchi, capillari, e farlo sussultare in palpiti silenziosi, così nascosti da custodirli in ricordi da mai dimenticarsi.
lunedì 22 marzo 2010
Ulisse
Ancora nessuno lo aveva capito: quando usava superlativi bisognava capire l'esatto estremo opposto. Era una maschera che metteva su ogni qual volta si sentiva il mondo crollare sotto i piedi. Si era detto, un giorno, che se ogni cosa sembrava andare per il peggio, forse era sufficiente dire che invece era tutto perfetto, che tutto andava benissimo. Quasi quelle parole avessero il potere magico di risollevare una situazione, colorare un giorno, accendere una notte o una sera.
Purtroppo però la realtà non funzionava proprio così. Poteva ripetersi in continuazione quei superlativi a lui tanto cari, ma le cose non cambiavano certo in conseguenza a ciò che diceva. Se il cielo era buio non bastava dire che era azzurrissimo per spazzare via le nuvole o il grigio.
Quella sera, al telefono, sapeva già cosa lo aspettava, ancor prima di rispondere. Lo sapeva perchè con il tempo aveva imparato ad assaporare quegli attimi di attesa che si trasformano poi in delusione. Era diventato bravissimo a capire il momento esatto durante il quale il dolce dell'aspettare diventava così amaro da strizzare gli occhi in disgusto; come un elastico che tendi tendi tendi all'infinito e ad un tratto, un preciso tratto, prende e si spezza schizzandoti rabbioso sulle dita. Quella sera già sapeva, perchè aveva in pratica cenato con quel sapore, sempre presente in bocca a cariargli i denti, e non bastava il vino che buttava giù a grandi sorsi, divisi in bicchieri sempre più pieni stracolmi grondanti di fuori, oltre il bordo sottile e privato; aveva già la gola intrisa di quel gusto che dà l'attesa vana, l'aspettativa marcia e consumata.
La sera usciva sempre e solo perchè sapeva che se avesse seguito lui non si sarebbe in alcun modo perso, anche quando si rendeva conto, nei vaghi momenti di lucidità, che le strade che percorreva erano soltanto sue, chiuse al traffico di altri. Poco importavano le strisce pedonali, le corsie di emergenza o le parole messe in fila una dietro l'altra in ingorghi di confusione di pensieri e intenti. E' per questo che quando rispose, quella sera, quella precisa determinata sera, non disse ciò che pensava, ciò che già sapeva; ma disse quello che gli avrebbe fatto meno male, almeno sentendolo dire dalla sua stessa voce. Perchè ogni giorno di più si sentiva come Ulisse, sempre in mare a navigare ma mai capace di tornare davvero a casa. E temeva, ogni volta, che poi alla fine non ci fosse neppure più una Penelope ad aspettare.
Purtroppo però la realtà non funzionava proprio così. Poteva ripetersi in continuazione quei superlativi a lui tanto cari, ma le cose non cambiavano certo in conseguenza a ciò che diceva. Se il cielo era buio non bastava dire che era azzurrissimo per spazzare via le nuvole o il grigio.
Quella sera, al telefono, sapeva già cosa lo aspettava, ancor prima di rispondere. Lo sapeva perchè con il tempo aveva imparato ad assaporare quegli attimi di attesa che si trasformano poi in delusione. Era diventato bravissimo a capire il momento esatto durante il quale il dolce dell'aspettare diventava così amaro da strizzare gli occhi in disgusto; come un elastico che tendi tendi tendi all'infinito e ad un tratto, un preciso tratto, prende e si spezza schizzandoti rabbioso sulle dita. Quella sera già sapeva, perchè aveva in pratica cenato con quel sapore, sempre presente in bocca a cariargli i denti, e non bastava il vino che buttava giù a grandi sorsi, divisi in bicchieri sempre più pieni stracolmi grondanti di fuori, oltre il bordo sottile e privato; aveva già la gola intrisa di quel gusto che dà l'attesa vana, l'aspettativa marcia e consumata.
La sera usciva sempre e solo perchè sapeva che se avesse seguito lui non si sarebbe in alcun modo perso, anche quando si rendeva conto, nei vaghi momenti di lucidità, che le strade che percorreva erano soltanto sue, chiuse al traffico di altri. Poco importavano le strisce pedonali, le corsie di emergenza o le parole messe in fila una dietro l'altra in ingorghi di confusione di pensieri e intenti. E' per questo che quando rispose, quella sera, quella precisa determinata sera, non disse ciò che pensava, ciò che già sapeva; ma disse quello che gli avrebbe fatto meno male, almeno sentendolo dire dalla sua stessa voce. Perchè ogni giorno di più si sentiva come Ulisse, sempre in mare a navigare ma mai capace di tornare davvero a casa. E temeva, ogni volta, che poi alla fine non ci fosse neppure più una Penelope ad aspettare.
giovedì 25 febbraio 2010
è con il tempo che poi si scopriranno gli eroi
è con il tempo che poi si scopriranno gli eroi. non con le gesta, le azioni, le foto, gli sguardi distorti di occhi comuni che guardano gli altri con più paura della normale ignoranza. tutti saremo sfocati dal passare dei giorni, migliori o peggiori nei ricordi distanti, i mesi, siano essi freddi caldi o lontani. ci perderemo nel bieco distendersi delle gambe malate, seduti tempo fa con frasi urlate per cercare di far collidere i pensieri non sempre simili o solo vicini - non si incastrano, dicevamo con voce appena sussurrata di quel filo di niente che poi erano i nostri respiri fatti di sospiri di brame di voglie nascoste nutrite con desideri mai appagati; ci abbiamo provato, e lo sapevamo mentre lo facevamo?, a inglobare i nostri più intimi modi di essere, cercando di legarli gli uni agli altri, di farli star stretti per non farli scappare, come mandrie di animali furenti che avevamo rinchiuso dentro un recinto e che invece sbavavano dal bisogno primitivo di cavalcate libere su più di un pascolo o letto - di chiacchiere al vento seduti in piazza mentre tentavamo di pulirci via il timido, di trovare un sistema per geometrizzare il nulla, quel qualcosa di grandezza variabile a ritmo di battiti sistolici, respiri trattenuti, ed emozioni ingoiate.
non erano specchi, o per lo meno non lo sono stati in tempi sincroni, a darsi appuntamento per riflettere sull'essere o non essere, essere assieme oppure divisi. erano magari droghe o abitudini alle quali ci siamo piano piano assuefatti, a forza di cadere in bagno - quante volte in una sola serata! con te che bussavi alla porta e urlavi di farti entrare, chiusa fuori in settimane di silenzio rappreso dall'ultima volta che dicevi avevamo litigato - fatti strafatti di dosi smisurate del nostro ego esaltato. ci pompavamo le arterie, le vene, riempiendo i polmoni e svuotandoli poi in un massaggio respiratorio fatto senza toccarci, di questo bisogno che non dicevamo o non ammettevamo o non palesavamo o non riuscivamo ad afferrare ma che dentro sentivamo profondo come la sete. eravamo la cura, e insieme forse ne eravamo anche il male, il vero male, di quella malattia che ci spingeva a continuare. eravamo vaccini con dentro parti di noi opportunamente debilitate, senza braccia senza gambe, senza labbra né denti. ci siamo iniettati, ci siamo drenati, ci siamo infine distesi lontani finalmente non placati.
e se davvero non erano specchi, se lo sono stati per pochi secondi istanti, se a turno li abbiamo passati, varcandone la soglia così lucida e reale - li abbiamo letti, li abbiamo raccontati, li abbiamo incorniciati in quello che dicevamo a noi stessi - chi ce lo dice, a noi, ora che siamo uno da una parte e una dall'altra, se siamo guariti e ci siamo migliorati senza dissetarci?
non erano specchi, o per lo meno non lo sono stati in tempi sincroni, a darsi appuntamento per riflettere sull'essere o non essere, essere assieme oppure divisi. erano magari droghe o abitudini alle quali ci siamo piano piano assuefatti, a forza di cadere in bagno - quante volte in una sola serata! con te che bussavi alla porta e urlavi di farti entrare, chiusa fuori in settimane di silenzio rappreso dall'ultima volta che dicevi avevamo litigato - fatti strafatti di dosi smisurate del nostro ego esaltato. ci pompavamo le arterie, le vene, riempiendo i polmoni e svuotandoli poi in un massaggio respiratorio fatto senza toccarci, di questo bisogno che non dicevamo o non ammettevamo o non palesavamo o non riuscivamo ad afferrare ma che dentro sentivamo profondo come la sete. eravamo la cura, e insieme forse ne eravamo anche il male, il vero male, di quella malattia che ci spingeva a continuare. eravamo vaccini con dentro parti di noi opportunamente debilitate, senza braccia senza gambe, senza labbra né denti. ci siamo iniettati, ci siamo drenati, ci siamo infine distesi lontani finalmente non placati.
e se davvero non erano specchi, se lo sono stati per pochi secondi istanti, se a turno li abbiamo passati, varcandone la soglia così lucida e reale - li abbiamo letti, li abbiamo raccontati, li abbiamo incorniciati in quello che dicevamo a noi stessi - chi ce lo dice, a noi, ora che siamo uno da una parte e una dall'altra, se siamo guariti e ci siamo migliorati senza dissetarci?
giovedì 11 febbraio 2010
Della stessa materia
La rividi l'ultima volta durante uno dei miei continui ricoveri in ospedale. I dottori mi stavano svuotando il corpo, la mente, le vene, rigirandomi tutto come un calzino a suon di analisi, test e quant'altro. Le mattine le passavo dentro una macchina per la tac, o con un ago attaccato al braccio, o ancora bombardato da raggi x per fare radiografie; mentre i pomeriggi li avevo più o meno liberi, quando non ero costretto a chiacchierare dei miei alternanti stati d'animo. Quel giorno, mi pare fosse un martedì o un mercoledì, era di un primo pomeriggio sereno perchè vedevo il sole passare attraverso le finestre prive di veneziane e proiettare la mia ombra sul pavimento, passeggiavo spensierato per i corridoi con tre amiche che erano venute a trovarmi. Non c'era molta gente, a parte qualche parente di altri malati che aspettava l'orario delle visite, o infermiere che camminavano veloci da un reparto all'altro con in mano delle cartellette gialle, o ancora altre infermiere o infermiri o dottori fermi in qualche punto a chiacchierare tra di loro. Io camminavo piano indossando un inglorioso pigiama a strisce verticali bianche e celesti, con una specie di camicia abbottonata fino al penutlimo bottone sotto il collo e dei pantaloni larghi che scendevano fin sopra i piedi a coprire le ciabatte. Era ancora il periodo in cui mi vergognavo da morire a farmi vedere in ciabatte dalle persone a cui tenevo veramente, per questo portavo sempre pantaloni di due o più taglie sopra la mia, in modo da non farli fermare alla caviglia ma scendere fino a nascondere qualsiasi cosa ci fosse sotto. Non che queste tre amiche fossero delle persone speciali, anzi: quando le vidi apparire in camera, io sdraiato sul letto a leggere un libro, mi meravigliai proprio che fossero venute. Di una, magari, potevo aspettarmi la visita, seppur remota e lontana; ma delle altre due proprio fu un fulmine a ciel sereno, qualcosa di inaspettato quanto inspiegabile. Non erano molte le cose che ci legavano, se non che due chiacchiere voleci scambiate distrattamente mentre qualche volta pranzavamo assieme, e non certo sui massimi sistemi o nozioni importanti di vita, vissuta e non. Quel giorno parlavamo di danza, di uno spettacolo che una di loro aveva tenuto giorni prima in un teatro cittadino e che a quanto pareva aveva riscosso così tanto successo da replicare qualche settimana dopo. Era tutta fiera e contenta e soddisfatta, nel parlarne le si vedevano gli occhi brillare, due piccole fessure che emanavano una sittile luce diamantesca, se riesco a rendere l'idea.
Mentre facevo di si con la testa, facevo di no con la testa, annuivo e borbottavo qualche porzione di parola, tranci di frasi appena abbozzate, giusto per far capire di esserci ancora, una porta poco lontano da noi si aprì verso il corridoio. Prima con calma e poi sempre più veloci ne uscirono fuori alcuni ragazzi e ragazze con zaini, borse, quaderni e appunti tenuti in mano. Certi parlavano tra di loro, scambiandosi opioni e ridento di tanto in tanto di quei sorrisi sinceri che delle battute ben piazzate riescono a far fiorire; altri invece cercavano di aggiustarsi il cappotto, o iniziavano una conversazione privata con il cellulare. Una delle ultime ad uscire fu lei. Era insieme ad altre due ragazze e tre ragazzi, e sembrava felice sicura, spensierata nell'essere indaffarata in tutte quelle sue cose che io in quel momento potevo solo immaginare.
Appena mi vide però si fece più scura, aumentò il passo e cercò di mettere quanta più distanza possibile tra noi due. Si districò senza spiegazioni dai suoi amici, portando il quaderno degli appunti ben vicino e stretto al petto, quasi volesse nascondere per qualche inspiegabile motivo ciò che vi era scritto.
Anche io senza dire niente né aspettare alcunché lasciai tutte e tre le mie amiche dietro di me, sentendo alle mie spalle qualche curioso "ma dove va?". Non corsi in quanto ancora non potevo farlo - e questo mi fa pensare che sotto certi aspetti magari inconsci lei voleva farsi raggiungere, perché sapeva bene che sarebbe bastato mettersi a correre per fuggirmi - ma allungai il passo fino a quando non fui abbastanza vicino a lei da afferrarla per un braccio. La fermai e lei fu obbligata a voltarsi. Era rigida, gli occhi non si muovevano, fermi decisi a non rivelare niente, anche se poi allo stesso tempo erano lucidi senza però lacrime.
"Dove vai?" Le chiesi.
"Affari miei."
"Come affari miei? Cosa significa?"
"Significa che non te ne deve importare."
"E perchè non ti sei fatta più viva? Questo almeno me ne potrà importare?"
"Come perchè non ti sei fatta più viva? Hai anche il coraggio di chiedermelo?" Mentre lo diceva non ero più io a tenerla, era lei che si era avvicinata a me con sguardo minaccioso. A differenza di altri momenti, quando quel suo avvicinarsi faccia a faccia un po' mi faceva paura, sempre ignaro di cosa potesse capitare, quella volta invece non vedevo l'ora che andasse avanti. Ero curioso, davvero curioso, di sapere come mai non si era fatta più viva, perchè a differenza di quanto invece sembrava sottointendere lei io non ne avevo la ben che minima idea. Era colpa mia, ovvio: lo si capiva da come aveva reagito; ma per il resto ne ero del tutto all'oscuro.
Purtroppo, proprio in quel momento, fui colto da uno dei miei attacchi e quando ripresi coscienza, quando la mente si riaffacciò dietro gli occhi, riprese possesso del contatto con la realtà attraverso i cinque sensi, compreso l'udito, io ero disteso sotto le coperte del mio letto d'ospedale, era sera, con le luci già spente, e lei non c'era più.
Mentre facevo di si con la testa, facevo di no con la testa, annuivo e borbottavo qualche porzione di parola, tranci di frasi appena abbozzate, giusto per far capire di esserci ancora, una porta poco lontano da noi si aprì verso il corridoio. Prima con calma e poi sempre più veloci ne uscirono fuori alcuni ragazzi e ragazze con zaini, borse, quaderni e appunti tenuti in mano. Certi parlavano tra di loro, scambiandosi opioni e ridento di tanto in tanto di quei sorrisi sinceri che delle battute ben piazzate riescono a far fiorire; altri invece cercavano di aggiustarsi il cappotto, o iniziavano una conversazione privata con il cellulare. Una delle ultime ad uscire fu lei. Era insieme ad altre due ragazze e tre ragazzi, e sembrava felice sicura, spensierata nell'essere indaffarata in tutte quelle sue cose che io in quel momento potevo solo immaginare.
Appena mi vide però si fece più scura, aumentò il passo e cercò di mettere quanta più distanza possibile tra noi due. Si districò senza spiegazioni dai suoi amici, portando il quaderno degli appunti ben vicino e stretto al petto, quasi volesse nascondere per qualche inspiegabile motivo ciò che vi era scritto.
Anche io senza dire niente né aspettare alcunché lasciai tutte e tre le mie amiche dietro di me, sentendo alle mie spalle qualche curioso "ma dove va?". Non corsi in quanto ancora non potevo farlo - e questo mi fa pensare che sotto certi aspetti magari inconsci lei voleva farsi raggiungere, perché sapeva bene che sarebbe bastato mettersi a correre per fuggirmi - ma allungai il passo fino a quando non fui abbastanza vicino a lei da afferrarla per un braccio. La fermai e lei fu obbligata a voltarsi. Era rigida, gli occhi non si muovevano, fermi decisi a non rivelare niente, anche se poi allo stesso tempo erano lucidi senza però lacrime.
"Dove vai?" Le chiesi.
"Affari miei."
"Come affari miei? Cosa significa?"
"Significa che non te ne deve importare."
"E perchè non ti sei fatta più viva? Questo almeno me ne potrà importare?"
"Come perchè non ti sei fatta più viva? Hai anche il coraggio di chiedermelo?" Mentre lo diceva non ero più io a tenerla, era lei che si era avvicinata a me con sguardo minaccioso. A differenza di altri momenti, quando quel suo avvicinarsi faccia a faccia un po' mi faceva paura, sempre ignaro di cosa potesse capitare, quella volta invece non vedevo l'ora che andasse avanti. Ero curioso, davvero curioso, di sapere come mai non si era fatta più viva, perchè a differenza di quanto invece sembrava sottointendere lei io non ne avevo la ben che minima idea. Era colpa mia, ovvio: lo si capiva da come aveva reagito; ma per il resto ne ero del tutto all'oscuro.
Purtroppo, proprio in quel momento, fui colto da uno dei miei attacchi e quando ripresi coscienza, quando la mente si riaffacciò dietro gli occhi, riprese possesso del contatto con la realtà attraverso i cinque sensi, compreso l'udito, io ero disteso sotto le coperte del mio letto d'ospedale, era sera, con le luci già spente, e lei non c'era più.
giovedì 29 ottobre 2009
Le mie mani
GATE 24
Hairdressing
I chirurghi per prima cosa si lavano le mani. Sempre. Minuziosamente con cura dei dettagli, tra dito e dito, con il sapone bianco a fare bolle trasparenti. Noi invece, io più che altro, non ci disinfettiamo per nulla ed operiamo a cielo aperto, senza troppa cura dei pazienti che alla fine siamo noi, stessi, che ci sdraiamo sui tavoli imbanditi per farci aprire e capire. Parliamo di antropologia come se stessimo studiando un corpo umano, alziamo parti psicologiche e dreniamo quelli che pensiamo siano fluidi di pensieri incosci, non dipendenti da noi, prendo appunti: facciamo cose in base al contesto, a quello che ci succede attorno. Chi ci spinge a fuggire, chi ad andare, chi a cambiare luogo posto e aria. E nel frattempo le mani non si fermano, si appoggiano a più riprese in luoghi e lidi migliori dove vogliono atterrare. Solo un attimo, un momento, dicono, giusto il tempo di sentire il calore, di far colare il caldo dalle punte giù dalle dita fino alle mani e risalire il braccio ed arrivare al petto. Ma a volte non ne dai il tempo, perchè le malattie ci usano come ponti per trasportarsi da un punto all'altro, siamo macchine per teletrasporto e non serve un bacio per infettare un nuovo malato, ma giusto un tocco. Diamo così un'importanza che io già davo, per il mio io, per queste mani che si sfiorano nel parlare nello scherzare, un modo una scusa sempre nuova per toccare, e i rimproveri divertiti per allontanare me e le mie mani, sorrisi fantastici a sbocciare su labbra, le tue. Mi torna in mente una canzone, con i suoi testi e la sua cadenza. Sospiro e respiro, vado a tempo, le mani, le mani già lo sanno, e mi spiegavi, per questo vedi amore non si fermano un momento e tremano così. Forse è questo il senso di tutto il movimento, perchè pensavo fino a ieri che le malattie si attaccassero con i baci, attraccando con la saliva tra lingua e lingua, ed invece ora mi hai detto delle mani e non ne fuggiamo più da questo pazzo rituale, io che tento di toccarti, innocente, prenderti per mano, appoggiarti il palmo sulle tue, non chiedo il permesso e come sanguisuga cerco di succhiarti il calore che mi dai, inconsapevole. Solo questo, giusto un poco, ma non vuoi ammalarti, e tu ritrai, cambi posizione, tono di voce, mi allontani. Forse è giusto, sia così. Ci baciamo con le mani, rimanendone scottati, il mio bacio sulle falangi, sui polpastrelli, un bacio per ogni dito. Sono bocche che non hanno labbra, sono labbra incastrate nelle impronte digitali, sono bramosie voluttuose, sono voli e paesaggi disegnati su movimenti di pianura: sono le mie mani che si muovono veloci, a fermarsi solo su di te, che si fermano alla ricerca solo quando una ricerca più non c'è, e si accucciano sulle tue perchè il nido e la casa, il calore migliore, oggi, c'è, non c'è.
Hairdressing
giovedì 22 ottobre 2009
Cantami una canzone
Siamo in salotto a casa mia. La musica suona dalle casse sopra la libreria. La tv è spenta, un quadro nero sulla parete. La luce è quella tenue e caldo della lampada a risparmio energetico vicino alla finestra: le servirà del tempo per illuminare bene tutta la stanza, ma per ora va bene, va benissimo questo fuoco leggero che non arriva a tutti gli angoli.
Io sono seduto sul divano - maglia a maniche lunghe, jeans e scarpe da ginnastica - un po' di traverso a tagliare le gambe verso di te - camicia aderente, stretta a fiori, fuori dai pantaloni portata così come piace a me, lingue di stoffa a leccare le tue cosce coperte dai jeans scuri. - Sei in piedi davanti alla parte angolare della libreria, dietro e sopra di te la luce. Stringi in mano un microfono immaginario e canti in playback atteggiandoti come le dive degli anni '30 rimodernizzate in qualche modo. Siamo soli. Io sorrido, ignorando il fatto che qualche giorno fa mi ha rimproverato di sorridere troppo. E come dovrei fare per esprimere questa leggera felicità che mi prende in certi momenti, ti ho chiesto io. Devi abbracciarmi, mi hai risposto allora, sedentoti davanti a me sulle mie ginocchia mentre io ero ancora seduto sul divano. Hai portato le mani dietro la mia nuca, appoggiando i polsi alla base del mio collo, hai avvicinato la testa alla mia e hai preso a respirarmi sempre più vicino. Hai capito, hai chiesto allargandoti anche tu in un sorriso: ho dovuto frenarmi per non cadere in un tuo bacio, in uno di quei nostri baci voluttuosi in cui ci perdiamo la notte, ad occhi chiusi, abbracci sparsi sui cuscini e sospiri persi nei nostri sogni.
Ora finisci di cantare e ti lasci cadere sul divano accanto a me.
"Cazzo." Sospiri in uno slancio di reale femminilità, fingendo la stanchezza di una vera esibizione. La musica va avanti, il cd prosegue dopo pochi secondi di silenzio verso la canzone successiva. Appoggi la testa un po' sul mio petto un po' sulla mia pancia, allungando le gambe e appoggiando i piedi con le tue allstar consumate sul bracciolo opposto del divano. Quando ci tocchiamo si sente il brusio elettronico dei cavi dell'alta tensione.
Siamo come i nostri nervi, in questo momento, distesi e rilassati. Si respira un'aria tranquilla, di mare calmo senza onde in superficie. Un bellissimo paesaggio di distesa d'acqua infinita, con quel morbido ondeggiare di brevi creste appena accennate in superficie: sembra un ballo lento e sensuale, su note sinuose in leggere curve.
"Lo sai vero - chiedi poi all'impreovviso. - che tutto questo non sta veramente accadendo."
Io sono seduto sul divano - maglia a maniche lunghe, jeans e scarpe da ginnastica - un po' di traverso a tagliare le gambe verso di te - camicia aderente, stretta a fiori, fuori dai pantaloni portata così come piace a me, lingue di stoffa a leccare le tue cosce coperte dai jeans scuri. - Sei in piedi davanti alla parte angolare della libreria, dietro e sopra di te la luce. Stringi in mano un microfono immaginario e canti in playback atteggiandoti come le dive degli anni '30 rimodernizzate in qualche modo. Siamo soli. Io sorrido, ignorando il fatto che qualche giorno fa mi ha rimproverato di sorridere troppo. E come dovrei fare per esprimere questa leggera felicità che mi prende in certi momenti, ti ho chiesto io. Devi abbracciarmi, mi hai risposto allora, sedentoti davanti a me sulle mie ginocchia mentre io ero ancora seduto sul divano. Hai portato le mani dietro la mia nuca, appoggiando i polsi alla base del mio collo, hai avvicinato la testa alla mia e hai preso a respirarmi sempre più vicino. Hai capito, hai chiesto allargandoti anche tu in un sorriso: ho dovuto frenarmi per non cadere in un tuo bacio, in uno di quei nostri baci voluttuosi in cui ci perdiamo la notte, ad occhi chiusi, abbracci sparsi sui cuscini e sospiri persi nei nostri sogni.
Ora finisci di cantare e ti lasci cadere sul divano accanto a me.
"Cazzo." Sospiri in uno slancio di reale femminilità, fingendo la stanchezza di una vera esibizione. La musica va avanti, il cd prosegue dopo pochi secondi di silenzio verso la canzone successiva. Appoggi la testa un po' sul mio petto un po' sulla mia pancia, allungando le gambe e appoggiando i piedi con le tue allstar consumate sul bracciolo opposto del divano. Quando ci tocchiamo si sente il brusio elettronico dei cavi dell'alta tensione.
Siamo come i nostri nervi, in questo momento, distesi e rilassati. Si respira un'aria tranquilla, di mare calmo senza onde in superficie. Un bellissimo paesaggio di distesa d'acqua infinita, con quel morbido ondeggiare di brevi creste appena accennate in superficie: sembra un ballo lento e sensuale, su note sinuose in leggere curve.
"Lo sai vero - chiedi poi all'impreovviso. - che tutto questo non sta veramente accadendo."
mercoledì 30 settembre 2009
Violini
Quanto poco potere abbiamo sulle nostre emozioni, e sugli argini che cerchiamo di costruire attorno ai palpiti, spazzati via da onde più grandi dei nostri stessi slanci. Come le immagini che vengono a farmi visita la notte: io e te in un prato fiorito, a cogliere viole violini e violoncelli. Il vento che soffia ad archi e tu poi sdraiata con la testa appoggiata sulle mie gambe. Ti accarezzo, lasciando vibrare la musica che si svolge ad ogni nuovo tocco. Le lievi curve dei tuoi capelli a forma di chiave di violino. E i tuoi occhi che sorridono sotto le palpebre abbassate a festa.
lunedì 21 settembre 2009
L'altra faccia della medaglia
A nulla è servito: chiudersi nel silenzio, arrotolarcisi ben bene, confezionarsi con carte da regalo, infiocchettarsi con nastri colorati per apparire più eleganti; imparare dai gatti a far le fusa o dai cani a scodinzolare ai bordi delle strade, per poi usare le unghie e graffiare, o mordere a tradimento quando meno te lo aspetti, cercare di far male nascondendosi dietro la scusa di voler giocare. Siamo animali che portano i pantaloni - ci vergognamo a tal punto - e quando ci prendiamo per la collottola a vicenda ci portiamo sempre in posti nuovi che l'altro non conosce: apprezziamo questo modo di viaggiare perché nel lato bello pensiamo che sia pur sempre un bacio; ma è strano rendersi conto, tutto ad un tratto, quando siamo lontani e soli, distanti quel tanto da non annusare l'altro, o i suoi pensieri perché lui o lei non ci pensa quando non si vede, rendersi conto brutalmente, come al risveglio da un bel sogno, che per prendersi la collottola, vedila come ti pare, ci siamo pur sempre morsi. Per questo a nulla è servito leggere quel che si legge o vedere quello che si vuole vedere; perché una monetina lanciata in un pozzo senza fondo non suonerà mai, per quanto tu possa aspettare fino all'infinito e oltre un suo minimo tintinnio.
mercoledì 16 settembre 2009
Previsioni del futuro
"Da quando in qua ti sei messo a predire il futuro?"
"Predire il futuro? Cosa intendi?"
"Si, il futuro. Hai detto di sapere già come andrà a finire, di domani e tutto il resto."
"Ah, quello intendi. Beh, non ci vuole mica un mago per capire certe cose."
"Mi sembri un po' troppo sbruffone, se fai così."
"Non sono sbruffone, sto solo leggendo alcuni dettagli."
"Dettagli..."
"Si, dettagli: piccole cose che lasci qua e là come se niente fosse."
"Quali cose?"
"Non cose inteso come oggetti materiali. Cose come fatti, parole... sensazioni."
"Allora chiamale con il loro vero nome: sensazioni. Quello che tu hai la sbruffoneria di spacciare per certezze non sono altro che tue sensazioni. Pure e semplici supposizioni."
"Saranno anche semplici supposizioni, ma domani le chiamerai in modo diverso."
"Che stronzo che sei. Ti rendi conto che dicendo in questo modo non fai altro che sminuirmi? In pratica secondo te io non avrei neanche il potere di decidere quello che voglio o non voglio fare."
"Non sto dicendo affatto questo."
"E cosa stai dicendo allora?"
"Sto dicendo semplicemente che tu hai benissimo il potere di decidere cosa fare o cosa non fare, ed infatti hai deciso già cosa NON fare, solo che non hai il coraggio di ammetterlo. Non hai il coraggio..."
"Questa è proprio bella! Tu mi vieni a parlare di coraggio? Ma ti senti quando parli? Diavolo d'un santo, dovresti bruciare dalla vergogna anche solo a pensare di usare coraggio in una frase."
"Stai solo cercando di difenderti, forse perché in fondo ti fa male capire che lo stai facendo. Se odi tanto una cosa, non farla anche tu."
"Oh, smettila di citarmi canzoni."
"Fatto sta che domani mattina, appena svegliato, sanguinerò dal naso. Riempirò completamente il fazzoletto che avrò sul comodino e nel giro di qualche ora il sangue diventerà secco, raggrinzito sulla stoffa piegata in piccole colline non stirate; mentre tra le unghie, sulle dita, appiccicato sui baffi, il sangue rimarrà di un rosso quasi luccichente, vivo. E tu tutto questo non lo vedrai. Quello che mi fa più male è che lo sai già oggi, ma non me lo vuoi dire. Ecco forse il motivo per cui sanguinerò: un modo come un altro per esprimere fisicamente il dolore."
"Scusa..."
"Predire il futuro? Cosa intendi?"
"Si, il futuro. Hai detto di sapere già come andrà a finire, di domani e tutto il resto."
"Ah, quello intendi. Beh, non ci vuole mica un mago per capire certe cose."
"Mi sembri un po' troppo sbruffone, se fai così."
"Non sono sbruffone, sto solo leggendo alcuni dettagli."
"Dettagli..."
"Si, dettagli: piccole cose che lasci qua e là come se niente fosse."
"Quali cose?"
"Non cose inteso come oggetti materiali. Cose come fatti, parole... sensazioni."
"Allora chiamale con il loro vero nome: sensazioni. Quello che tu hai la sbruffoneria di spacciare per certezze non sono altro che tue sensazioni. Pure e semplici supposizioni."
"Saranno anche semplici supposizioni, ma domani le chiamerai in modo diverso."
"Che stronzo che sei. Ti rendi conto che dicendo in questo modo non fai altro che sminuirmi? In pratica secondo te io non avrei neanche il potere di decidere quello che voglio o non voglio fare."
"Non sto dicendo affatto questo."
"E cosa stai dicendo allora?"
"Sto dicendo semplicemente che tu hai benissimo il potere di decidere cosa fare o cosa non fare, ed infatti hai deciso già cosa NON fare, solo che non hai il coraggio di ammetterlo. Non hai il coraggio..."
"Questa è proprio bella! Tu mi vieni a parlare di coraggio? Ma ti senti quando parli? Diavolo d'un santo, dovresti bruciare dalla vergogna anche solo a pensare di usare coraggio in una frase."
"Stai solo cercando di difenderti, forse perché in fondo ti fa male capire che lo stai facendo. Se odi tanto una cosa, non farla anche tu."
"Oh, smettila di citarmi canzoni."
"Fatto sta che domani mattina, appena svegliato, sanguinerò dal naso. Riempirò completamente il fazzoletto che avrò sul comodino e nel giro di qualche ora il sangue diventerà secco, raggrinzito sulla stoffa piegata in piccole colline non stirate; mentre tra le unghie, sulle dita, appiccicato sui baffi, il sangue rimarrà di un rosso quasi luccichente, vivo. E tu tutto questo non lo vedrai. Quello che mi fa più male è che lo sai già oggi, ma non me lo vuoi dire. Ecco forse il motivo per cui sanguinerò: un modo come un altro per esprimere fisicamente il dolore."
"Scusa..."
giovedì 16 luglio 2009
Il non
ho fatto tutto quanto pensavo di fare bene di fare per bene di non sbagliare di non essere cattivo oppure di non arrecare disturbo ed invece ora è così strano vederti qui non vederti qui e ripensare ai sorrisi che non sorridono più a quelli che si sono allargati nel prima nel dopo con le mille ipostesi e supposizioni e presunzioni di azioni e non azioni fatte e soprattutto non fatte fino all'inconscio nei meandri più oscuri e profondi della mente a ripensare a quello che forse non ho fatto e dove proprio possa stare il problema alle cose dette e soprattutto alle cose non dette ai motivi non dati e alle spiegazioni volute desiderate ardentemente ricercate tra scaffali di libri nelle librerie aperte la sera fino a tardi ad aspettare un segnale e girare tra le pagine a tuffarcisi dentro mentre il silenzio diventa così ampio e l'eco della mia voce dentro la mia testa nella punta delle mie dita si fa così prepotente da moltiplicarsi per mille trentamila settantaquattro milioni di miliardi di volte e rimbombare contro le pareti del mio stomaco che non accetta più nessun cibo che lo rivomita nello scarico del cesso o nel lavandino sporco del dentifricio della mattina della barba semi fatta con il rasoio ancora appoggiato sul piano quando mi sono fermato a guardarmi allo specchio e ho visto un'ombra corrermi dall'occhio destro all'occhio sinistro e la musica è cessata di colpo nello stacco di un momento improvviso mi sono ritrovato senza canzoni da ascoltare senza il volume a tenermi compagnia senza la voce e le corde e il suono di qualcuno a trattenermi ad anestetizzarmi perchè ho sempre pensato che se ascolto qualsiasi cosa abbastanza alta abbastanza rumorosa da farmi male fosse anche il pianto di un bambino il guaire sommesso di un cane in strada se lo ascolto con abbastanza violenza forse riuscirà a farmi venire un mal di testa abissale di quelli di cui non vedi la fine e ti sembra di vagare per un labirinto in quattro dimensioni così tante da non farmi pensare a te alle storie che mi faccio per colmare questo vuoto alle diramazioni degli alberi nei rami che sono il disegno della natura ricalcato su quello che faccio io per sorvolare al tuo non alla tua indifferenza al tuo improvviso distacco al tuo cocciuto non voler dare spiegazioni anche se io nel mio piccolo nel mio micromillimetro quadrato di spazio sfinito penso invece di meritarmele qualche spiegazioni non dico articolate o complesse o complicate con parole intrecciate tra capelli e maglie di lana da riporre ora nell'armadio ma almeno una semplice anche banale spiegazione oppure un affilato e appuntito vaffanculo. Ecco: almeno un vaffanculo credo di meritarmelo.
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