Salita in auto ringraziò Dio di aver insistito fino in fondo per andare con due macchine diverse. In quel momento voleva soltanto andarsene il più veloce possibile, mettere quanto più spazio tre lei e quell'agriturismo che avevano scelto insieme. Secondo i loro piani quella vacanza avrebbe dovuto essere un felice intervallo dalla solita quotidianità sveglia lavoro cena insieme e poi di nuovo letto; una parentesi fatta di coccole carezze e sesso sentito. Invece era stata semplicemente la fine: il rendersi conto di essersi esauriti, limitandosi ad essere una successione di gesti rituali.
Mentre percorreva con attenzione lo sterrato che dal parcheggio portava alla strada vera e propria, domandò a se stessa come avesse anche solo potuto pensare, o sperare, che una semplice manciata di giorni passati lontani dai loro soliti paesaggi potesse cambiare davvero qualcosa. Come se fossero gli edifici, i quartieri, le case alte e le case basse, o addirittura la città intera ad essere la vera cosa sbagliata fra loro. Cosa sarebbe poi successo una volta tornati ai panorami cui sul serio appartenevano? Scappare nella natura era stato solo un modo come un altro di scappare, punto.
E si domandò pure, anche se avrebbe giurato di non ritrovarsi mai a farlo, come fosse stato possibile passare dai colori caldi e sognanti dei primi tempi, quando ancora tutto era magia, poesia, al freddo grigio reale dove ogni cosa ha forme rigide e deve sottostare a precise leggi fisiche. Senza sapersi dare una risposta capì quanto male potesse fare capire quanto tanto fossero cambiati senza cambiare affatto.
Gli occhi le si bagnarono, offuscando la vista. E nel traffico inesistente del pomeriggio pianse lacrime di un dolore ancora dovuto soltanto allo strappo, forte brusco e repentino. Sarebbe stato diverso il dolore che avrebbe sentito nei giorni successivi: più sordo più asciutto, come un vuoto in espansione che le si sarebbe allargato dentro, nell'abbraccio della pleura; quando si sarebbe accorta che anche solo la semplice luce degli stop di un'auto in fila davanti a lei le avrebbe ricordato la luce che faceva il suo cellulare quando lui la chiamava. Quando si sarebbe accorta infine che la cura era più dolorosa della malattia.
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giovedì 13 maggio 2010
mercoledì 12 maggio 2010
Pure noi come il mondo/3
Nel riallacciarsi la camicetta lei ebbe un fremito. Non era paura, neppure rimpianto. Era piuttosto un fremito di chiusura, anche se aveva problemi a definirlo in modo così preciso. Un bottone dopo l'altro dentro le asole, si accorse tutto ad un tratto per davvero che si stava allontanando da lui.
Le parve strano. Giusto pochi minuti prima lui l'aveva vista nuda, ancora una volta; ma in quel momento non aveva provato alcuna particolare sensazione. Era ancora normale. Quello stesso fremito di chiusura che sentiva mentre con il piede appoggiato al letto si risistemava le calze, mentre si rivestiva, non le aveva accarezzato la schiena quando, ancora del tutto nuda, si era chinata dandogli le spalle per raccogliere la biancheria appoggiata sulla sedia della camera. Essere rimasta con solo il reggiseno e nient'altro, da sola nella stessa stanza con lui, aveva ancora una certa dose di intimità. Una volta vestita quell'ultima porzione di confidenza, quell'esile brandello del loro rapporto, era sparito del tutto. Erano tornati due persone normali: lei una donna, lui un uomo.
Giorni dopo quella sarebbe stata l'immagine con la quale avrebbe poi visto a posteriori la loro relazione: lui ancora fermo davanti alla finestra, nudo e scalzo, con le braccia sciolte lungo i fianchi, l'espressione spenta, distaccata, come se gli occhi non fossero più collegati ai sentimenti; lei vicina al letto, vestita solo di poco per metà, a coprirsi i seni ma non il ventre, i capelli sciolti ondulati fino a toccare le spalle esili. Così vicini, indifesi, privi di qualsiasi protezione, ma pure così lontani e distaccati allo stesso tempo.
Vestiti. Disse lei con un’espressione che assomigliava molto ad un ordine, mentre metteva le proprie cose in valigia.
Perché? Trovò il coraggio di chiederle lui. Io non voglio andarmene. Io rimango qui. Il suo comportamento stava cominciando ad esser simile a quello di un bambino.
Sono sempre le ultime cose a rimanerti impresse, rispose lei senza guardarlo. Non voglio ricordarti in questo modo.
Ma quando lei si avvicinò alla porta, pronta per uscire e per lasciarlo definitivamente, lui era ancora alla finestra: il petto irsuto con i peli che cominciavano a tendere al grigio, le cosce massicce con i muscoli appena accennati, il pene moscio pendulo tra le gambe.
Chiuse gli occhi per un istante, per non mostrare niente, per tenersi tutto quanto solo per se stessa; o per cancellare quell’ultima immagine di lui, tristemente arreso. Addio, disse cercando di mantenere un'espressione decisa, con lo sguardo quadrato, i lineamenti rigidi.
Definisci addio. Disse lui sottovoce. Definisci addio. Disse di nuovo rivolto a lei.
Lei non rispose. Si limitò a guardarlo con compassione. Poi con passo veloce se ne andò lasciando la porta aperta.
Le parve strano. Giusto pochi minuti prima lui l'aveva vista nuda, ancora una volta; ma in quel momento non aveva provato alcuna particolare sensazione. Era ancora normale. Quello stesso fremito di chiusura che sentiva mentre con il piede appoggiato al letto si risistemava le calze, mentre si rivestiva, non le aveva accarezzato la schiena quando, ancora del tutto nuda, si era chinata dandogli le spalle per raccogliere la biancheria appoggiata sulla sedia della camera. Essere rimasta con solo il reggiseno e nient'altro, da sola nella stessa stanza con lui, aveva ancora una certa dose di intimità. Una volta vestita quell'ultima porzione di confidenza, quell'esile brandello del loro rapporto, era sparito del tutto. Erano tornati due persone normali: lei una donna, lui un uomo.
Giorni dopo quella sarebbe stata l'immagine con la quale avrebbe poi visto a posteriori la loro relazione: lui ancora fermo davanti alla finestra, nudo e scalzo, con le braccia sciolte lungo i fianchi, l'espressione spenta, distaccata, come se gli occhi non fossero più collegati ai sentimenti; lei vicina al letto, vestita solo di poco per metà, a coprirsi i seni ma non il ventre, i capelli sciolti ondulati fino a toccare le spalle esili. Così vicini, indifesi, privi di qualsiasi protezione, ma pure così lontani e distaccati allo stesso tempo.
Vestiti. Disse lei con un’espressione che assomigliava molto ad un ordine, mentre metteva le proprie cose in valigia.
Perché? Trovò il coraggio di chiederle lui. Io non voglio andarmene. Io rimango qui. Il suo comportamento stava cominciando ad esser simile a quello di un bambino.
Sono sempre le ultime cose a rimanerti impresse, rispose lei senza guardarlo. Non voglio ricordarti in questo modo.
Ma quando lei si avvicinò alla porta, pronta per uscire e per lasciarlo definitivamente, lui era ancora alla finestra: il petto irsuto con i peli che cominciavano a tendere al grigio, le cosce massicce con i muscoli appena accennati, il pene moscio pendulo tra le gambe.
Chiuse gli occhi per un istante, per non mostrare niente, per tenersi tutto quanto solo per se stessa; o per cancellare quell’ultima immagine di lui, tristemente arreso. Addio, disse cercando di mantenere un'espressione decisa, con lo sguardo quadrato, i lineamenti rigidi.
Definisci addio. Disse lui sottovoce. Definisci addio. Disse di nuovo rivolto a lei.
Lei non rispose. Si limitò a guardarlo con compassione. Poi con passo veloce se ne andò lasciando la porta aperta.
martedì 11 maggio 2010
Pure noi come il mondo/2
C'era stato un tempo durante il quale lui e lei non si toccavano. Erano due punti distinti e distanti su una retta, una qualsiasi. Di tanto in tanto si sfioravano, durante le loro reciproche naturali rotazioni attorno al proprio asse; ma anche in quei momenti si sentivano comunque ben lontani.
Devi stare attenta alle parole, disse poi lui una sera.
Camminavano sul tardi per la strada deserta.
Cosa intendi per stare attenta? Chiese lei. E poi perché proprio alle parole?
Perché con le parole, rispose lui, si può dire quasi tutto.
Quasi tutto? Pensavo con le parole si potesse dire tutto.
A volte è vero. Fece lui. Altre invece no. Ad esempio: come fai a definire le parole senza usare altre parole?
Lei si fermò a guardarlo, mentre lui ancora intento nella sua spiegazione proseguiva poco più avanti: la testa china e le mani in movimento a cercare di dare una forma o un senso a quello che voleva dire.
Sorrise, luminosa come non lo era mai stata. Corse verso di lui e riprese: e come mai dovrei fare attenzione?
Perché le parole sono pericolose, fece lui, sono appuntite anche quando suonano tonde o delicate. Sono sempre pronte a ferirti.
Dici?
Lui si fermò proprio di fronte a lei. Erano arrivati ad un bivio, dopo il quale lei avrebbe proseguito diritto mentre lui avrebbe svoltato a destra. Era il momento di salutarsi.
Tu ora potresti dire che hai passato una bella serata. Potresti pure aggiungere che ti è piaciuta questa breve passeggiata che abbiamo fatto.
È vero, lo interruppe lei.
E queste sono parole buone, non dovrebbero far male. Invece una volta tornato a casa potrei accorgermi che sono mutate, che hanno cominciato a tirare fuori le unghie, come i gatti cattivi. Potrei ripensarci e credere che in fondo tu le abbia dette solo per circostanza, per buona educazione.
Non ebbe il tempo di dire nulla.
Per questo devi stare attenta alle parole. Ad usarle, o anche solo ad ascoltarle. Perché le parole possono dire tutto, e possono dire niente; dipende solo da che significato vuoi dargli, tu, in quel preciso momento.
Questo, balbettò lei con un filo di voce, questo è il motivo per cui dovrei stare attenta alle parole. Ma cosa intendevi quando hai detto che le parole possono dire quasi tutto.
Lui fece un sospiro.
Adesso, ora, potremo baciarci. Potrei prenderti la faccia tra le mani e avvicinarmi fino a toccare le tue labbra con le mie. E potrei anche descriverti ogni cosa, a partire dai nostri occhi chiusi, dall'inclinazione delle nostre teste; fino ad arrivare al momento in cui farei scivolare le dita sui tuoi capelli. Questo riuscirei a descriverlo con le parole; ma la sensazione morbida delle tue labbra, il bacio bagnato che ci scambieremmo, in tutta la sua natura, con quel misto di dolcezza e urgenza; sono questi momenti, queste sensazioni, che le parole non riescono a dire. Perché certe cose o le fai o non le dici.
Fece due passi all'indietro, sempre guardandola negli occhi, poi voltandosi si allontanò.
Quella fu la prima volta che non si baciarono.
Devi stare attenta alle parole, disse poi lui una sera.
Camminavano sul tardi per la strada deserta.
Cosa intendi per stare attenta? Chiese lei. E poi perché proprio alle parole?
Perché con le parole, rispose lui, si può dire quasi tutto.
Quasi tutto? Pensavo con le parole si potesse dire tutto.
A volte è vero. Fece lui. Altre invece no. Ad esempio: come fai a definire le parole senza usare altre parole?
Lei si fermò a guardarlo, mentre lui ancora intento nella sua spiegazione proseguiva poco più avanti: la testa china e le mani in movimento a cercare di dare una forma o un senso a quello che voleva dire.
Sorrise, luminosa come non lo era mai stata. Corse verso di lui e riprese: e come mai dovrei fare attenzione?
Perché le parole sono pericolose, fece lui, sono appuntite anche quando suonano tonde o delicate. Sono sempre pronte a ferirti.
Dici?
Lui si fermò proprio di fronte a lei. Erano arrivati ad un bivio, dopo il quale lei avrebbe proseguito diritto mentre lui avrebbe svoltato a destra. Era il momento di salutarsi.
Tu ora potresti dire che hai passato una bella serata. Potresti pure aggiungere che ti è piaciuta questa breve passeggiata che abbiamo fatto.
È vero, lo interruppe lei.
E queste sono parole buone, non dovrebbero far male. Invece una volta tornato a casa potrei accorgermi che sono mutate, che hanno cominciato a tirare fuori le unghie, come i gatti cattivi. Potrei ripensarci e credere che in fondo tu le abbia dette solo per circostanza, per buona educazione.
Non ebbe il tempo di dire nulla.
Per questo devi stare attenta alle parole. Ad usarle, o anche solo ad ascoltarle. Perché le parole possono dire tutto, e possono dire niente; dipende solo da che significato vuoi dargli, tu, in quel preciso momento.
Questo, balbettò lei con un filo di voce, questo è il motivo per cui dovrei stare attenta alle parole. Ma cosa intendevi quando hai detto che le parole possono dire quasi tutto.
Lui fece un sospiro.
Adesso, ora, potremo baciarci. Potrei prenderti la faccia tra le mani e avvicinarmi fino a toccare le tue labbra con le mie. E potrei anche descriverti ogni cosa, a partire dai nostri occhi chiusi, dall'inclinazione delle nostre teste; fino ad arrivare al momento in cui farei scivolare le dita sui tuoi capelli. Questo riuscirei a descriverlo con le parole; ma la sensazione morbida delle tue labbra, il bacio bagnato che ci scambieremmo, in tutta la sua natura, con quel misto di dolcezza e urgenza; sono questi momenti, queste sensazioni, che le parole non riescono a dire. Perché certe cose o le fai o non le dici.
Fece due passi all'indietro, sempre guardandola negli occhi, poi voltandosi si allontanò.
Quella fu la prima volta che non si baciarono.
lunedì 10 maggio 2010
Pure noi come il mondo/1
Spiegami il mondo, disse guardando fuori dalla finestra la coltre bianca di neve caduta in strada sui campi e su tutto il paesaggio fin oltre l'orizzonte. Sei bella, stupenda: meravigliosa; rispose lui disteso sul letto, le braccia le mani incrociate dietro la testa. Non parlarmi di me, si voltò di scatto lei, quasi arrabbiata. Sono stufa, annoiata, ne ho piene le scatole di tutte queste tue inutili sviolinate su di me. Dimmi degli alberi, dei fiori, delle api e del polline; spiegami il sole, il tramonto, le nuvole cariche di pioggia, quelle grigie e quelle bianche invece serene.
Potrei dirti che ogni singolo fiocco di neve caduto in questi freddi giorni è diverso da qualsiasi altro caduto in molti altri giorni freddi passati: per punte per stelle, per la forma dei cristalli che sembrano stirarsi dopo aver dormito in letargo per intere stagioni; disse lui alzandosi dal letto. Si mise a sedere tenendosi ritto il busto con le braccia allungate e puntate sul materasso disfatto. Potrei spiegarti come fanno i metereologi a cercare di capire che tempo farà domani o dopo domani o dopo domani ancora, anche fra una settimana; i calcoli precisi studiati per dire la minima e la massima su province città e regioni. Ma poi tutto questo che senso avrebbe, visto che poi alla fine dovrei pur sempre paragonare la neve a qualcosa. E quindi che cosa?
Non dirmi la pelle, sbuffò lei sfiorandosi un poco una guancia pallida con le dita. Non ce la faccio più, sono esausta. Sentì lo sforzo salirle la schiena, arrampicarsi usando una ad una le vertebre come scalini. Da dietro la stanchezza l'abbracciò con le braccia di lui. Chiuse gli occhi spossata, lasciando andare un leggero sospiro che appannò un poco il vetro della finestra. Tutto ad un tratto, con le palpebre abbassate, il paesaggio da bianco limpido solare divenne buio, nero più nero della pece; e spento: magnificamente spento.
È così che mi voglio sentire, pensò tra se: staccata. Spina, corrente, corde, fili. Tutto via.
Cosa c'è fuori? Chiese.
Fuori? Fece lui. Fuori c'è il mondo.
Ma io non lo vedo. Ho gli occhi chiusi. Dimmi com'è?
C'è un prato, innevato. Un albero lontano che si staglia solitario quasi all'orizzonte. Poi c'è la strada, oltre una siepe bassa, con le auto che sfrecciano veloci da una parte e dall'altra.
Vedi? Lo interruppe lei.
Lui sorrise, tranquillo, ignaro. Cosa?
Io sto tenendo gli occhi chiusi. È buio. Mi vedo le palpebre. Dovrei vedere me stessa, dentro. Ma non ci sono alberi, non ci sono prati, non ci sono macchine che passano, né macchine che stanno ferme immobili. C'è solo buio. Quindi non è possibile che tutto il mondo, il mondo intero, sia scomponibile in ogni sua parte, in una qualche singola parte di me.
Disse.
Si liberò dal suo abbraccio e si rivestì in silenzio, senza dire nessun'altra parola.
Potrei dirti che ogni singolo fiocco di neve caduto in questi freddi giorni è diverso da qualsiasi altro caduto in molti altri giorni freddi passati: per punte per stelle, per la forma dei cristalli che sembrano stirarsi dopo aver dormito in letargo per intere stagioni; disse lui alzandosi dal letto. Si mise a sedere tenendosi ritto il busto con le braccia allungate e puntate sul materasso disfatto. Potrei spiegarti come fanno i metereologi a cercare di capire che tempo farà domani o dopo domani o dopo domani ancora, anche fra una settimana; i calcoli precisi studiati per dire la minima e la massima su province città e regioni. Ma poi tutto questo che senso avrebbe, visto che poi alla fine dovrei pur sempre paragonare la neve a qualcosa. E quindi che cosa?
Non dirmi la pelle, sbuffò lei sfiorandosi un poco una guancia pallida con le dita. Non ce la faccio più, sono esausta. Sentì lo sforzo salirle la schiena, arrampicarsi usando una ad una le vertebre come scalini. Da dietro la stanchezza l'abbracciò con le braccia di lui. Chiuse gli occhi spossata, lasciando andare un leggero sospiro che appannò un poco il vetro della finestra. Tutto ad un tratto, con le palpebre abbassate, il paesaggio da bianco limpido solare divenne buio, nero più nero della pece; e spento: magnificamente spento.
È così che mi voglio sentire, pensò tra se: staccata. Spina, corrente, corde, fili. Tutto via.
Cosa c'è fuori? Chiese.
Fuori? Fece lui. Fuori c'è il mondo.
Ma io non lo vedo. Ho gli occhi chiusi. Dimmi com'è?
C'è un prato, innevato. Un albero lontano che si staglia solitario quasi all'orizzonte. Poi c'è la strada, oltre una siepe bassa, con le auto che sfrecciano veloci da una parte e dall'altra.
Vedi? Lo interruppe lei.
Lui sorrise, tranquillo, ignaro. Cosa?
Io sto tenendo gli occhi chiusi. È buio. Mi vedo le palpebre. Dovrei vedere me stessa, dentro. Ma non ci sono alberi, non ci sono prati, non ci sono macchine che passano, né macchine che stanno ferme immobili. C'è solo buio. Quindi non è possibile che tutto il mondo, il mondo intero, sia scomponibile in ogni sua parte, in una qualche singola parte di me.
Disse.
Si liberò dal suo abbraccio e si rivestì in silenzio, senza dire nessun'altra parola.
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