lunedì 26 maggio 2008
venerdì 23 maggio 2008
Deus Ibi Est
Against my will to these sad shores
An unknown force has drawn me
Bound unto a future shaped by ancestors before me
Day on day I march the beat to someone else's drum
I have searched far foreign lands there's nowhere left to run
Impending storm rise up rise up
Oh demons I shall shame you!
Look down the barrel of my gun and one by one I'll name you
Day on day my brothers leave go marching off to war
Yet we never understand for what we're fighting for
Ubi caritas et amor
(Where there is tender care and love)
Ubi caritas
(Where there is tender care)
Deus ibi est
(God is present)
Worldly desires and worldly gains
Designed for worldly men
I'm a master of the heart with ears and hands to lend
Soldiers come and soldiers go some changed by love for thee
A circle in the chain of life all fighting to be free
Ubi caritas et amor
Ubi caritas
Deus ibi est
So come my lord and we shall dance
To God's own private drum
Sweet Jesus and the holy vine
The afterlife to come
Day on day I march the the beat to someone else's drum
I have searched far foreign lands there's nowhere left to run
Ubi caritas et amor
Ubi caritas
Deus ibi est
An unknown force has drawn me
Bound unto a future shaped by ancestors before me
Day on day I march the beat to someone else's drum
I have searched far foreign lands there's nowhere left to run
Impending storm rise up rise up
Oh demons I shall shame you!
Look down the barrel of my gun and one by one I'll name you
Day on day my brothers leave go marching off to war
Yet we never understand for what we're fighting for
Ubi caritas et amor
(Where there is tender care and love)
Ubi caritas
(Where there is tender care)
Deus ibi est
(God is present)
Worldly desires and worldly gains
Designed for worldly men
I'm a master of the heart with ears and hands to lend
Soldiers come and soldiers go some changed by love for thee
A circle in the chain of life all fighting to be free
Ubi caritas et amor
Ubi caritas
Deus ibi est
So come my lord and we shall dance
To God's own private drum
Sweet Jesus and the holy vine
The afterlife to come
Day on day I march the the beat to someone else's drum
I have searched far foreign lands there's nowhere left to run
Ubi caritas et amor
Ubi caritas
Deus ibi est
giovedì 22 maggio 2008
In Macchina
Salgo, chiudo lo sportello e mi dò una rassettata ai capelli, in modo da asciugarmeli un po’. Con la mano destra sto quasi per tirare giù il parasole e guardarmi allo specchio per vedere in che condizioni sono, quando mi ricordo delle buone maniere.
Mi volto verso la mia sinistra, pronto a ringraziare il mio salvatore, ma le parole mi si fermano sulla punta delle labbra. Rimango senza fiato, stupito come se davvero avessi visto il violentatore con l’uncino.
Una ragazza mora, con i capelli mossi lunghi fino alle spalle, mi guarda e sorride. È un poco bagnata pure lei, ma non come me, solo leggermente, giusto quel tanto che basta per rendere una ragazza ancora più sexy di quanto non sia già.
C’è uno sbaglio. Questo passaggio non è per me. Dio ha sbagliato in qualche cosa. Cose del genere di solito non accadono al sottoscritto.
Muovo un po’ la bocca, cercando di articolare qualche parola, ma non mi esce nessun suono. Faccio gesti inconsunti per aiutarmi a tirar fuori qualcosa che possa sembrare anche un semplice monosillabo; ma l’unica cosa che ottengo è quella di sembrare un perfetto demente.
Dentro di me prego affinché lei non si accorga della mia goffaggine iniziale. Non vorrei che lei si ricordi poi di me per questi primi minuti di handicappaggine mentale. Di solito l’opinione che qualcuno si fa di te è dettata molto da ciò che pensa la prima volta che ti vede, e io ci tengo a fare una buona impressione, soprattutto con lei.
“Diavolo come sei bagnato! L’hai presa proprio tutta l’acqua.”
“Beh, si. Diciamo che mi ha colto leggermente impreparato.” Sorrido, tanto per togliermi dalla faccia quell’espressione stupita.
Lei mette la prima, guarda un po’ lo specchietto retrovisore per essere certa che nessuno arrivi e poi riparte.
I tergicristalli viaggiano ad una velocità incredibile e nonostante questo riescono a mala pena a rendere visibile la strada di fronte a noi. Tutto quello che riesco a vedere oltre il parabrezza sono solo delle incerte sagome che per me potrebbero essere qualsiasi cosa. Fossi stato io alla guida credo che ci saremmo già schiantati contro un albero o Dio sa cosa.
La ragazza alla mia sinistra invece sembra piuttosto rilassata. Non dà l’impressione di preoccuparsi più del necessario delle cattive condizione meteorologiche. Mantiene un’andatura abbastanza bassa e non ha il coraggio di mettere la quarta, ma con questa pioggia e le curve come darle torto.
Cominciamo timidamente a parlare, più per far passare il tempo che per altro. Nessuno dei due sopportava più quel silenzio di timidezza che si era venuto a creare.
Così scopro che lei si chiama Federica, ha ventinove anni e lavora in uno studio notarile.
“Tu invece ti chiami…”
“Fabio.”
“Si, Fabio. Ora ricordo.”
Ora ricordo???
Dice di avermi conosciuto ad una festa che Riccardo, un mio amico, diede qualche giorno fa a casa sua. Io a dire la verità non ho assolutamente memoria di averla conosciuta prima, ma mi hanno detto che a quella festa bevvi come un dannato, quindi tutto può essere.
Fingo perciò di rammentare alcuni particolari sul suo conto. Inizio frasi che con indifferenza lascio finire a lei e poi riprendo, come se lei mi avesse semplicemente preceduto. Un vecchio trucco che sono stato costretto ad imparare quando al liceo non avevo studiato niente.
“Come mai ti ricordi così bene di me? – la butto là, come se nulla fosse – In fin dei conti avremo parlato si o no cinque minuti al massimo.” Sono curioso di sentire cosa mi risponde.
Si possono capire molte cose su una ragazza dalla risposta che dà ad una simile domanda. Se poi lei non sta mentendo e si ricorda davvero così bene di me, beh, devo aver fatto davvero una gran bella impressione quella sera… quindi il più è fatto.
“Diciamo – risponde lei affogando le parole in un sottile ghigno che non promette affatto bene – che è difficile dimenticarsi di uno che vomita su un tavolo da biliardo.”
Ecco.
Ora torna tutto.
La buona impressione del primo incontro può pure andare a farsi friggere.
Lei scoppia in una sonora risata e si piega un po’ sullo sterzo.
Devo avere proprio un’espressione di merda. Da deluso, proprio come quella che mi sento stampata in faccia ora.
“Davvero ho fatto questo?”
“Oh, si. L’hai fatto e come, anche più di una volta.” Risponde lei riuscendo a mala pena a rendere le parole comprensibili.
Ok, ho capito. Tanto vale buttare giù la maschera, smetterla di fare l’uomo navigato, il macho, e giocare a carte scoperte. Dopo che mi ha visto fare una cosa del genere potrei pure dirle che sono Richard Gere che si è appena fatto una plastica e la situazione non migliorerebbe di una virgola. Anzi…
Le chiedo scusa e ammetto di non ricordarmi un accidente di quella sera. Lei mi dice che non fa niente, che anche a lei a volte le capita di non riconoscere le persone.
“Non è mica una tua esclusiva.” Fa lei.
“Si, però devi confessare che non è proprio la stessa cosa.” Lei sorride ancora un po’ e questo mi fa piacere. La sua risata, contenuta e per niente invadente mi fa piacere. È bello sentirla. È una di quelle risate che ti far venir voglia di sparare altre cazzate per il solo motivo di sentirla ancora un’altra volta.
“Ma qualcuno ci stava giocando a biliardo?”
Dopo neppure cinque minuti, durante i quali riesco a farla divertire in modo indicibile con un monologo che mantengo sempre a livelli inumani, ho già capito che se tutto va bene resteremo solo buoni amici. Nient’altro.
Lo intuisco da come lei si sia arresa totalmente a me. Di solito le ragazze prima di farsi lasciar conoscere pretendono che almeno sia passato un po’ di tempo. Tutte le ragazze con le quali sono uscito le prime sere erano sempre così fredde da sembrare un sofficino Findus appena tolto dal frigorifero.
È come, se prima di lasciarsi andare avessero bisogno di conoscermi di più, molto di più. Invece con Federica non è stato così. È sembrato che si sia fidata subito di me.
Inoltre dopo tutte le stronzate che sono riuscito a dire in meno di cinque minuti dubito fortemente che pensi a me come un possibile fidanzato.
Parlare con lei però è un piacere. Era da un po’ che non intrattenevo una conversazione, seppur scherzosa, che riuscisse a farmi star bene. Il più delle volte che finisco col parlare con una ragazza c’è sempre un secondo fine, invece parlare con lei è solo e semplicemente parlare.
Penso sia tutto merito di quest’atmosfera di amicizia che si è subito venuta a creare tra di noi, ma questo non mi dà affatto fastidio. Anzi, mi piace.
Forse è per questo che mi ritrovo con un sacco di amiche e nessuna fidanzata.
Mi volto verso la mia sinistra, pronto a ringraziare il mio salvatore, ma le parole mi si fermano sulla punta delle labbra. Rimango senza fiato, stupito come se davvero avessi visto il violentatore con l’uncino.
Una ragazza mora, con i capelli mossi lunghi fino alle spalle, mi guarda e sorride. È un poco bagnata pure lei, ma non come me, solo leggermente, giusto quel tanto che basta per rendere una ragazza ancora più sexy di quanto non sia già.
C’è uno sbaglio. Questo passaggio non è per me. Dio ha sbagliato in qualche cosa. Cose del genere di solito non accadono al sottoscritto.
Muovo un po’ la bocca, cercando di articolare qualche parola, ma non mi esce nessun suono. Faccio gesti inconsunti per aiutarmi a tirar fuori qualcosa che possa sembrare anche un semplice monosillabo; ma l’unica cosa che ottengo è quella di sembrare un perfetto demente.
Dentro di me prego affinché lei non si accorga della mia goffaggine iniziale. Non vorrei che lei si ricordi poi di me per questi primi minuti di handicappaggine mentale. Di solito l’opinione che qualcuno si fa di te è dettata molto da ciò che pensa la prima volta che ti vede, e io ci tengo a fare una buona impressione, soprattutto con lei.
“Diavolo come sei bagnato! L’hai presa proprio tutta l’acqua.”
“Beh, si. Diciamo che mi ha colto leggermente impreparato.” Sorrido, tanto per togliermi dalla faccia quell’espressione stupita.
Lei mette la prima, guarda un po’ lo specchietto retrovisore per essere certa che nessuno arrivi e poi riparte.
I tergicristalli viaggiano ad una velocità incredibile e nonostante questo riescono a mala pena a rendere visibile la strada di fronte a noi. Tutto quello che riesco a vedere oltre il parabrezza sono solo delle incerte sagome che per me potrebbero essere qualsiasi cosa. Fossi stato io alla guida credo che ci saremmo già schiantati contro un albero o Dio sa cosa.
La ragazza alla mia sinistra invece sembra piuttosto rilassata. Non dà l’impressione di preoccuparsi più del necessario delle cattive condizione meteorologiche. Mantiene un’andatura abbastanza bassa e non ha il coraggio di mettere la quarta, ma con questa pioggia e le curve come darle torto.
Cominciamo timidamente a parlare, più per far passare il tempo che per altro. Nessuno dei due sopportava più quel silenzio di timidezza che si era venuto a creare.
Così scopro che lei si chiama Federica, ha ventinove anni e lavora in uno studio notarile.
“Tu invece ti chiami…”
“Fabio.”
“Si, Fabio. Ora ricordo.”
Ora ricordo???
Dice di avermi conosciuto ad una festa che Riccardo, un mio amico, diede qualche giorno fa a casa sua. Io a dire la verità non ho assolutamente memoria di averla conosciuta prima, ma mi hanno detto che a quella festa bevvi come un dannato, quindi tutto può essere.
Fingo perciò di rammentare alcuni particolari sul suo conto. Inizio frasi che con indifferenza lascio finire a lei e poi riprendo, come se lei mi avesse semplicemente preceduto. Un vecchio trucco che sono stato costretto ad imparare quando al liceo non avevo studiato niente.
“Come mai ti ricordi così bene di me? – la butto là, come se nulla fosse – In fin dei conti avremo parlato si o no cinque minuti al massimo.” Sono curioso di sentire cosa mi risponde.
Si possono capire molte cose su una ragazza dalla risposta che dà ad una simile domanda. Se poi lei non sta mentendo e si ricorda davvero così bene di me, beh, devo aver fatto davvero una gran bella impressione quella sera… quindi il più è fatto.
“Diciamo – risponde lei affogando le parole in un sottile ghigno che non promette affatto bene – che è difficile dimenticarsi di uno che vomita su un tavolo da biliardo.”
Ecco.
Ora torna tutto.
La buona impressione del primo incontro può pure andare a farsi friggere.
Lei scoppia in una sonora risata e si piega un po’ sullo sterzo.
Devo avere proprio un’espressione di merda. Da deluso, proprio come quella che mi sento stampata in faccia ora.
“Davvero ho fatto questo?”
“Oh, si. L’hai fatto e come, anche più di una volta.” Risponde lei riuscendo a mala pena a rendere le parole comprensibili.
Ok, ho capito. Tanto vale buttare giù la maschera, smetterla di fare l’uomo navigato, il macho, e giocare a carte scoperte. Dopo che mi ha visto fare una cosa del genere potrei pure dirle che sono Richard Gere che si è appena fatto una plastica e la situazione non migliorerebbe di una virgola. Anzi…
Le chiedo scusa e ammetto di non ricordarmi un accidente di quella sera. Lei mi dice che non fa niente, che anche a lei a volte le capita di non riconoscere le persone.
“Non è mica una tua esclusiva.” Fa lei.
“Si, però devi confessare che non è proprio la stessa cosa.” Lei sorride ancora un po’ e questo mi fa piacere. La sua risata, contenuta e per niente invadente mi fa piacere. È bello sentirla. È una di quelle risate che ti far venir voglia di sparare altre cazzate per il solo motivo di sentirla ancora un’altra volta.
“Ma qualcuno ci stava giocando a biliardo?”
Dopo neppure cinque minuti, durante i quali riesco a farla divertire in modo indicibile con un monologo che mantengo sempre a livelli inumani, ho già capito che se tutto va bene resteremo solo buoni amici. Nient’altro.
Lo intuisco da come lei si sia arresa totalmente a me. Di solito le ragazze prima di farsi lasciar conoscere pretendono che almeno sia passato un po’ di tempo. Tutte le ragazze con le quali sono uscito le prime sere erano sempre così fredde da sembrare un sofficino Findus appena tolto dal frigorifero.
È come, se prima di lasciarsi andare avessero bisogno di conoscermi di più, molto di più. Invece con Federica non è stato così. È sembrato che si sia fidata subito di me.
Inoltre dopo tutte le stronzate che sono riuscito a dire in meno di cinque minuti dubito fortemente che pensi a me come un possibile fidanzato.
Parlare con lei però è un piacere. Era da un po’ che non intrattenevo una conversazione, seppur scherzosa, che riuscisse a farmi star bene. Il più delle volte che finisco col parlare con una ragazza c’è sempre un secondo fine, invece parlare con lei è solo e semplicemente parlare.
Penso sia tutto merito di quest’atmosfera di amicizia che si è subito venuta a creare tra di noi, ma questo non mi dà affatto fastidio. Anzi, mi piace.
Forse è per questo che mi ritrovo con un sacco di amiche e nessuna fidanzata.
mercoledì 21 maggio 2008
Steso sul lettino
IO: "Dottore, è da un po' di giorni che la strada per andare a lavoro mi sembra più lunga."
DOTTORE: "E' la reazione del suo cervello all'allungamento delle giornate."
IO: "No, non credo che sia questo. Mi sembra proprio di metterci un sacchissimo di tempo per arrivare in un punto dove prima mi pareva di arrivarci abbastanza velocemente."
DOTTORE: "Sarà il traffico..."
IO: "No, no. Traffico regolare, come sempre."
DOTTORE: "Beh, potrebbe essere il desiderio di andare in vacanza, la necessità di staccare un po' la spina. In questo modo la parte inconscia del suo cervello cerca ingannare la parte cosciente del suo cervello tentando di ritardare l'entrata a lavoro."
IO: "Mi sembra troppo ricercata e complicata come motivazione."
DOTTORE: "Oppure è la sua zona inguinale che desidera enormemente di farsi una sega."
IO: "..."
DOTTORE: "Faccia così: prima di uscire di casa si faccia una bella sega. Vedrà che tutto ad un tratto la strada per arrivare in ufficio le sembrerà cortissima."
IO: "??!?!!??"
DOTTORE: "E' la reazione del suo cervello all'allungamento delle giornate."
IO: "No, non credo che sia questo. Mi sembra proprio di metterci un sacchissimo di tempo per arrivare in un punto dove prima mi pareva di arrivarci abbastanza velocemente."
DOTTORE: "Sarà il traffico..."
IO: "No, no. Traffico regolare, come sempre."
DOTTORE: "Beh, potrebbe essere il desiderio di andare in vacanza, la necessità di staccare un po' la spina. In questo modo la parte inconscia del suo cervello cerca ingannare la parte cosciente del suo cervello tentando di ritardare l'entrata a lavoro."
IO: "Mi sembra troppo ricercata e complicata come motivazione."
DOTTORE: "Oppure è la sua zona inguinale che desidera enormemente di farsi una sega."
IO: "..."
DOTTORE: "Faccia così: prima di uscire di casa si faccia una bella sega. Vedrà che tutto ad un tratto la strada per arrivare in ufficio le sembrerà cortissima."
IO: "??!?!!??"
martedì 20 maggio 2008
Marciare al passo dell'oca: Appunti dal Paese Semplice
Sarà che in questi giorni non mi va di scrivere, oppure che oggi è arrivato il nuovo numero di Giap e che è giusto dare voce a chi riesce ad esprimersi meglio... Fatto sta che condivido tutto....
Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la "demonizzazione" dell'avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con l'appello "Il Triangolo Nero" non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l'avere intuito che etc.
Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei? Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell'estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta? Ti cancello e ti butto in un pozzo.
Semplificare.
L'immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni. La contingenza non può più essere la priorità.
L'emergenza è finita.
La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, "No alla pedonalizzazione".
L'altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l'avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?
Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.
Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, - dice con il tono di chi fa una concessione - però gli zingari sono zingari.
Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.
Ascolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch'io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro: non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E' una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un'altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo - taglia corto - e noi andremo avanti.
Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.
A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.
Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.
Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Ci sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.
Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la "demonizzazione" dell'avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con l'appello "Il Triangolo Nero" non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l'avere intuito che etc.
Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei? Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell'estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta? Ti cancello e ti butto in un pozzo.
Semplificare.
L'immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni. La contingenza non può più essere la priorità.
L'emergenza è finita.
La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, "No alla pedonalizzazione".
L'altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l'avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?
Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.
Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, - dice con il tono di chi fa una concessione - però gli zingari sono zingari.
Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.
Ascolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch'io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro: non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E' una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un'altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo - taglia corto - e noi andremo avanti.
Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.
A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.
Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.
Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Ci sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.
lunedì 19 maggio 2008
ANDIAMO A VEDERE LE LUCI... DELLA CENTRALE ELETTRICA!

Il nuovo amore si chiama "Le Luci Della Centrale Elettrica" e l'ho scoperto, come sempre, grazie al mio caro fratellone.
Da quanto ne sono innamorato non saprei neppure dire cosa mi piace, o i motivi di tutto questo attaccamento; non riesco neppure a dire qualcosa di non banale per descriverne la bellezza. Sono caduto in quel vortice in cui cadono tutte le persone infatuate, di qualcuno o di qualcosa: in ogni attimo, in ogni momento non si riesce a non pensare all'oggetto del proprio desiderio. Lo si immagina, lo si sussurra; si gusta il sapore che percorre le labbra quando si pronuncia con un filo di voce il suo nome. Ci si trova così come imbecilli a canticchiare versi, ritornelli, strofe, o addirittura canzoni intere, mentre gli altri che ti stanno attorno ti guardano con aria interrogativa. Chi è malato di musica capisce quello che intendo.
Canzoni da Spiaggia Deturpata è un piccolo, minuscolo gioiello che brilla di una luce opaca ma splendida. Non è qualcosa di eclatante, come potrebbe essere un raggio di sole nel bel mezzo di una notte scura, o lo splendore di un diamante dentro una caverna a chilometri e chilometri di profondità. E' qualcosa che va cullato tra le braccia, da tenere stretto e da avvolgerlo premurosamente per riscaldarlo. Un piccolo oggetto da accudire come un bambino, da costudire gelosamente, e da trattare con cura: vedrai che poi ti ripagherà in modo più che soddisfacente, innondando ciò che hai dentro con la sua grazia, la sua poesia e la sua sincerità; calmerà, rendendolo piatto e docile, navigabile e balneabile, quel piccolo mare inquieto che trova spazio tra cuore e stomaco.
venerdì 16 maggio 2008
Per Combattere L'Acne
La notte atomica che ci ha rimboccato le palpebre
Guardare il cielo malconcio di Chernobyl da qui
Esprimere desideri
Quando vedi scoppiare navicelle spaziali
O moduli lunari
Russi o giapponesi
O americani
Arrampicarsi sulle impalcature per prendere il sole
E rivenderlo a qualche spacciatore
Lavarsi i denti con le antenne della televisione
Durante la pubblicità
Ho abbassato le saracinesce dei negozi
Sui miei occhi
Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
A Parigi dici che non volano mosche
Benedirci in chiese chiuse
E in farmacie compiacenti
Sposarci con i cerotti usati
In passeggiate su spiagge deturpate
Le piazze sono vuote
Le piazze sono mute
Per combattere l'acne
Sono tutti in ferie
Maratone sulle tue arterie
Sulle diramazione autostradali
Sui lavori in corso solo per farti venire
E invidiare le ciminiere perchè hanno sempre da fumare
Le notti inutili
E le madri che parlano con i ventilatori negli inceneritori
Le schede elettorali
E i tuoi capelli che sono fili scoperti
Costruiremo delle molotov con i vostri avanzi
Faremo dei rave
Sull'Enterprise
Farò rifare l'asfalto
Per quando tornerai
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
E i tuoi capelli
Che sono fili scoperti
Che sono nastro isolante
Che sono fili scoperti
Che sono nastro isolante
Che sono fili scoperti
Guardare il cielo malconcio di Chernobyl da qui
Esprimere desideri
Quando vedi scoppiare navicelle spaziali
O moduli lunari
Russi o giapponesi
O americani
Arrampicarsi sulle impalcature per prendere il sole
E rivenderlo a qualche spacciatore
Lavarsi i denti con le antenne della televisione
Durante la pubblicità
Ho abbassato le saracinesce dei negozi
Sui miei occhi
Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
A Parigi dici che non volano mosche
Benedirci in chiese chiuse
E in farmacie compiacenti
Sposarci con i cerotti usati
In passeggiate su spiagge deturpate
Le piazze sono vuote
Le piazze sono mute
Per combattere l'acne
Sono tutti in ferie
Maratone sulle tue arterie
Sulle diramazione autostradali
Sui lavori in corso solo per farti venire
E invidiare le ciminiere perchè hanno sempre da fumare
Le notti inutili
E le madri che parlano con i ventilatori negli inceneritori
Le schede elettorali
E i tuoi capelli che sono fili scoperti
Costruiremo delle molotov con i vostri avanzi
Faremo dei rave
Sull'Enterprise
Farò rifare l'asfalto
Per quando tornerai
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
Siamo l'esercito del Sert
E i tuoi capelli
Che sono fili scoperti
Che sono nastro isolante
Che sono fili scoperti
Che sono nastro isolante
Che sono fili scoperti
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