Ed eccomi di nuovo qui, a smadonnare su ordini, articoli, sconti e quant'altro, nel tentativo di estrarre dei dati in modo corretto.
E' la vigilia di Italia-Francia: dentro o fuori per entrambe, riedizione della finale mondiale del 2006, e chi più ne ha più ne metta. Il tutto appeso al filo di ciò che farà l'Olanda contro la Romania: sarà onesta e farà la sua gara, quindi vincendo o al massimo pareggiando; oppure farà la furba e coglierà al volo l'opportunità di buttare fuori in un colpo solo le due finaliste mondiali? Io penso di sapere già come andrà a finire: l'Olanda farà il suo dovere, mentre noi no. Mi sembra esattamente in linea con lo spirito italiano.
martedì 17 giugno 2008
venerdì 13 giugno 2008
II Pause
Un periodo un po' di spospensione, dove a dire la verità non ho voglia di fare gran che. Neppure di scrivere, o meglio sarebbe dire di pensare, di esprimere concetti che siano anche solo minimamente degni di essere pensati o scritti.
E' in momenti come questi che mi piacerebbe vivere immerso in una canzone dei Sigur Ros.
Sarebbe molto bello.
Sarebbe stupendo.
E' in momenti come questi che mi piacerebbe vivere immerso in una canzone dei Sigur Ros.
Sarebbe molto bello.
Sarebbe stupendo.
martedì 10 giugno 2008
The Age of the Understatement
Decided
To sneak up away from your stomach
And try your pulse
And captured
What seemed all unknowing and candid
But they suspected it was false
She's playful
The boring would warn you be careful
Of her brigade
In order to tame this relentless marauder
Move away from the parade
And she was walking on the tables in the glass house
Endearingly bedraggled in the wind
Subtle in her method of seduction
The twenty little tragedies begin
And she would throw a feather boa in the road
If she thought that it would set the scene
Unfittingly dipped into your companions
Enlighten them to make you see
And there's affection to rent
The age of the understatement
Before the attraction ferments
Kiss me properly and pull me apart
Affection to rent the age of the understatement
Before this attraction ferments
Kiss me properly and pull me apart
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhh
And my fingers scratch at my hair
Before my mind can get too reckless
The idea of seeing you here
Is enough to make the sweat grow cold
Ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
To sneak up away from your stomach
And try your pulse
And captured
What seemed all unknowing and candid
But they suspected it was false
She's playful
The boring would warn you be careful
Of her brigade
In order to tame this relentless marauder
Move away from the parade
And she was walking on the tables in the glass house
Endearingly bedraggled in the wind
Subtle in her method of seduction
The twenty little tragedies begin
And she would throw a feather boa in the road
If she thought that it would set the scene
Unfittingly dipped into your companions
Enlighten them to make you see
And there's affection to rent
The age of the understatement
Before the attraction ferments
Kiss me properly and pull me apart
Affection to rent the age of the understatement
Before this attraction ferments
Kiss me properly and pull me apart
Ahhhhhhhhhhhhhhhhhh
And my fingers scratch at my hair
Before my mind can get too reckless
The idea of seeing you here
Is enough to make the sweat grow cold
Ohhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
lunedì 9 giugno 2008
A Casa
Quando arriviamo davanti casa mia ormai ci conosciamo quel tanto che basta per reputarsi entrambi buoni amici. Lei sa che non sono pericoloso, che non uscirò fuori un giorno con una improvvisa quanto improbabile dichiarazione d’amore. Io, invece, so benissimo che lei è una di quelle ragazze bellissime che, se avrò fortuna, potrò rivedere solo in televisione, ma estremamente fuori dalla mia portata.
Anni luce fuori dalla mia portata.
Io un moscerino qui sulla terra, e lei una stella su un’altra galassia.
Federica parcheggia di fronte il portone di casa mia, esattamente sull’altro lato della strada. Mette in folle e poi mi saluta, poggiandomi delicatamente le labbra sulle mie guance. Dice che è stato un piacere avermi incontrato, così per caso. Io ricambio, eccome.
“Anche per me è stato un piacere.”
Scendo di macchina e corro attraverso la pioggia verso casa.
Una volta a riparo sotto la grondaia, posso finalmente cominciare a pregare. Metto la mano in tasca del giacchetto di jeans e cerco la chiave. Nel farlo mi volto verso la Polo di Federica, ancora parcheggiata là dove mi ha lasciato. Riesco a intravedere i suoi capelli attraverso le piccole gocce che scivolano sul finestrino. Sorrido un po’ a cretino, non so perché, ma mi sembra che lei contraccambi.
Mi volto verso la porta e tiro fuori la mano con la chiave.
Abbasso lo sguardo e mi fermo un istante. Non respiro, non vivo. La pioggia introno a me ha smesso miracolosamente di scendere: rimane sospesa a metà aria come in un fotogramma di un film.
Deglutisco.
La chiave di casa è sofficemente sdraiata sul palmo della mia mano destra, aggrappata a quello sciocco portachiavi dell’autocarrozzeria di mio zio e che mia madre si ostina ad appiccicare un po’ ovunque.
È il momento della verità. Quasi non ho il coraggio di provare ad entrare.
Mi volto di nuovo verso l’altro lato della strada. Federica è ancora là. Non sembra intenzionata ad andarsene fino a che non mi abbia visto sparire dentro casa.
“Cos’ha? Crede per caso che stia cercando di entrare in una casa che non è mia??”
Se lei non ci fosse magari mi risulterebbe tutto più facile. Sapere invece che lei mi guarda mi mette un po’ di agitazione addosso. In un certo qual modo è come se mi stesse giudicando.
“Vediamo se questo è tanto scemo da rimanere chiuso fuori casa…”
Prendo tempo. Mi do una scrollatina ai capelli, anche se ora in realtà non ne avrebbero molto bisogno. Poi, non so come non so dove, trovo il coraggio di provare ad entrare.
Giro la chiave nella mia mano e la indirizzo verso la serratura.
Sono attimi che durano anni. Il percorso che la mia mano deve fare non è calcolabile neppure in un metro, ma ci mette un’eternità.
Ci sono. Mi sembra di essere tornato indietro con gli anni, quando da piccolo all’asilo mi mettevo con le gambe incrociate sul tappeto e giocavo. C’era un una specie di casetta con degli strani buchi sul tetto e il bello era proprio quello di prendere la forme geometriche sparse un po’ ovunque nell’aula e infilare ognuna nel buco giusto. La situazione, ora mi sembra più o meno la stessa.
La chiave tocca già il metallo della serratura. Sono stato attento a posizionarla in modo che scivoli dentro perfettamente e senza alcun problema. L’unica cosa che rimane da fare è prendere un lungo respiro e spingere delicatamente.
Respirare e spingere. Respirare e spingere. Respirare e spingere. Nulla di più.
Respiro.
E spingo.
La chiave entra dentro la serratura che è un piacere. Per un momento assaporo quella dolce sensazione che si prova quando una figura di merda già scritta sfuma via. Poi però, dopo pochi millimetri, la chiave si blocca e non vuole sentirne di andare oltre.
Mi fermo e assaporo quella amara sensazione che si prova quando si è protagonisti di una figura di merda già scritta.
Cerco di non drammatizzare. Anche se la prima cosa che mi verrebbe da fare sarebbe quella di battere i pugni sul portone di casa imprecando contro mio fratello, non lo faccio. Tentiamo di mantenere quel poco di dignità che ancora ho agli occhi di Federica.
L’importante in momenti come questo è non lasciar trasparire la delusione. In altre parole ciò che devo fare è fingere che tutto vada bene e non far capire a Federica che mi trovo con la cacca fin sotto il naso.
Provo ad atteggiarmi in modo del tutto naturale. So che lei non può capire molto la situazione in cui mi trovo, in fondo mi vede solo di schiena e non credo che la mia schiena sia molto espressiva. Nonostante ciò faccio in modo che non si accorga di niente.
Muovo le spalle un po’ in su e in giù. Mando la destra leggermente in basso, rialzando appena la sinistra, e poi viceversa.
Riprovo.
Forse ho solo sbagliato ad inserire la chiave. Magari ho cercato di metterla al contrario, come se non fosse la prima volta.
Mi rimetto ai nastri di partenza. Il cuore riprende a battere esattamente come prima.
Respirare e spingere. Respirare e spingere.
Niente. Si blocca dopo poco.
Riprovo. E ancora nulla. Riprovo ancora, ma è sempre la stessa storia.
Mi sono ormai quasi del tutto arreso e la mia mano che prova ad inserire la chiave dentro la serratura è più che altro un istinto riflesso. Non ci credo neppure più io che prima o poi entri del tutto. Sarebbe un colpo di culo che stonerebbe nella mia vita.
In fondo se la dea bendata avesse deciso di baciarmi questa sera avrebbe avuto il suo bel da fare. Innanzi tutto non avrebbe fatto in modo che Mirko e Irene mi intortassero ben bene convincendomi ad andare con loro all’osservatorio. Poi non avrebbe dovuto far piovere. Ed infine, se davvero avessi un briciolo di fortuna, Federica se ne sarebbe già andata via da un pezzo, senza assistere a questa straziante scena di me che rimango chiuso fuori casa.
“C’è qualche problema?” Appunto.
Anni luce fuori dalla mia portata.
Io un moscerino qui sulla terra, e lei una stella su un’altra galassia.
Federica parcheggia di fronte il portone di casa mia, esattamente sull’altro lato della strada. Mette in folle e poi mi saluta, poggiandomi delicatamente le labbra sulle mie guance. Dice che è stato un piacere avermi incontrato, così per caso. Io ricambio, eccome.
“Anche per me è stato un piacere.”
Scendo di macchina e corro attraverso la pioggia verso casa.
Una volta a riparo sotto la grondaia, posso finalmente cominciare a pregare. Metto la mano in tasca del giacchetto di jeans e cerco la chiave. Nel farlo mi volto verso la Polo di Federica, ancora parcheggiata là dove mi ha lasciato. Riesco a intravedere i suoi capelli attraverso le piccole gocce che scivolano sul finestrino. Sorrido un po’ a cretino, non so perché, ma mi sembra che lei contraccambi.
Mi volto verso la porta e tiro fuori la mano con la chiave.
Abbasso lo sguardo e mi fermo un istante. Non respiro, non vivo. La pioggia introno a me ha smesso miracolosamente di scendere: rimane sospesa a metà aria come in un fotogramma di un film.
Deglutisco.
La chiave di casa è sofficemente sdraiata sul palmo della mia mano destra, aggrappata a quello sciocco portachiavi dell’autocarrozzeria di mio zio e che mia madre si ostina ad appiccicare un po’ ovunque.
È il momento della verità. Quasi non ho il coraggio di provare ad entrare.
Mi volto di nuovo verso l’altro lato della strada. Federica è ancora là. Non sembra intenzionata ad andarsene fino a che non mi abbia visto sparire dentro casa.
“Cos’ha? Crede per caso che stia cercando di entrare in una casa che non è mia??”
Se lei non ci fosse magari mi risulterebbe tutto più facile. Sapere invece che lei mi guarda mi mette un po’ di agitazione addosso. In un certo qual modo è come se mi stesse giudicando.
“Vediamo se questo è tanto scemo da rimanere chiuso fuori casa…”
Prendo tempo. Mi do una scrollatina ai capelli, anche se ora in realtà non ne avrebbero molto bisogno. Poi, non so come non so dove, trovo il coraggio di provare ad entrare.
Giro la chiave nella mia mano e la indirizzo verso la serratura.
Sono attimi che durano anni. Il percorso che la mia mano deve fare non è calcolabile neppure in un metro, ma ci mette un’eternità.
Ci sono. Mi sembra di essere tornato indietro con gli anni, quando da piccolo all’asilo mi mettevo con le gambe incrociate sul tappeto e giocavo. C’era un una specie di casetta con degli strani buchi sul tetto e il bello era proprio quello di prendere la forme geometriche sparse un po’ ovunque nell’aula e infilare ognuna nel buco giusto. La situazione, ora mi sembra più o meno la stessa.
La chiave tocca già il metallo della serratura. Sono stato attento a posizionarla in modo che scivoli dentro perfettamente e senza alcun problema. L’unica cosa che rimane da fare è prendere un lungo respiro e spingere delicatamente.
Respirare e spingere. Respirare e spingere. Respirare e spingere. Nulla di più.
Respiro.
E spingo.
La chiave entra dentro la serratura che è un piacere. Per un momento assaporo quella dolce sensazione che si prova quando una figura di merda già scritta sfuma via. Poi però, dopo pochi millimetri, la chiave si blocca e non vuole sentirne di andare oltre.
Mi fermo e assaporo quella amara sensazione che si prova quando si è protagonisti di una figura di merda già scritta.
Cerco di non drammatizzare. Anche se la prima cosa che mi verrebbe da fare sarebbe quella di battere i pugni sul portone di casa imprecando contro mio fratello, non lo faccio. Tentiamo di mantenere quel poco di dignità che ancora ho agli occhi di Federica.
L’importante in momenti come questo è non lasciar trasparire la delusione. In altre parole ciò che devo fare è fingere che tutto vada bene e non far capire a Federica che mi trovo con la cacca fin sotto il naso.
Provo ad atteggiarmi in modo del tutto naturale. So che lei non può capire molto la situazione in cui mi trovo, in fondo mi vede solo di schiena e non credo che la mia schiena sia molto espressiva. Nonostante ciò faccio in modo che non si accorga di niente.
Muovo le spalle un po’ in su e in giù. Mando la destra leggermente in basso, rialzando appena la sinistra, e poi viceversa.
Riprovo.
Forse ho solo sbagliato ad inserire la chiave. Magari ho cercato di metterla al contrario, come se non fosse la prima volta.
Mi rimetto ai nastri di partenza. Il cuore riprende a battere esattamente come prima.
Respirare e spingere. Respirare e spingere.
Niente. Si blocca dopo poco.
Riprovo. E ancora nulla. Riprovo ancora, ma è sempre la stessa storia.
Mi sono ormai quasi del tutto arreso e la mia mano che prova ad inserire la chiave dentro la serratura è più che altro un istinto riflesso. Non ci credo neppure più io che prima o poi entri del tutto. Sarebbe un colpo di culo che stonerebbe nella mia vita.
In fondo se la dea bendata avesse deciso di baciarmi questa sera avrebbe avuto il suo bel da fare. Innanzi tutto non avrebbe fatto in modo che Mirko e Irene mi intortassero ben bene convincendomi ad andare con loro all’osservatorio. Poi non avrebbe dovuto far piovere. Ed infine, se davvero avessi un briciolo di fortuna, Federica se ne sarebbe già andata via da un pezzo, senza assistere a questa straziante scena di me che rimango chiuso fuori casa.
“C’è qualche problema?” Appunto.
venerdì 6 giugno 2008
Ask me if I wanna dance with you
Penso a quale strano e difficile meccanismo siamo noi, le persone. Così diverse le une dalle altre, e nonostante questo sempre alla ricerca di un pretesto per attirarci, come le calamite, o legarci assieme, come nodi che uniscono due corde diverse.
Mi domando se mai ci siano delle leggi che regolano i rapporti tra una o più persone. Mi chiedo se tutti siano come me o se qualcuno quando approccia un'altra persona sappia esattamente cosa stia facendo, e se abbia le idee più o meno chiare su come lo debba fare.
Mi vedo come un principiante al suo primo ballo galante, avvolto in uno smoking preso in prestito e che mi fa sentire a disagio, come fuori luogo. Mi lascio condurre dalla mia maestra, che mi prende per mano e mi cinge la vita, e seguo i suoi passi: piede destro avanti; piede sinistro avanti; piede destro di lato; e così via.
Dopo cinque o sei volte magari non diventerei un ballerino provetto, ma magari potrei cominciare a capire dove sbaglio e forse riuscirei pure a tentare di migliorarmi.
Magari potesse essere così anche con i rapporti interpersonali. Dopo un po' si potrebbe capire come funziona il tutto, a che punto bisogna muoversi, e tenere il ritmo per non adare fuori tempo. Ma le relazione non sono un ballo da sala. Nel ballo da sala sai esattamente che ad un tuo passo corrisponderà un passo ben preciso del tuo partner; non c'è niente di inaspettato, non ci sono sorprese, è tutto prestabilito e segue un preciso schema. Questo perchè la persona con cui balli si "omologa" in un certo senso al ballo.
Questo invece non avviene con i rapoporti sociali. Nessuno si "omologa" alla situazione. Due persone nella stessa situazione non si comporteranno alla stesso modo, proprio perchè sono due due persone diverse. E' la fortuna e la maledizione di questo mondo (come se di mondi ne conoscessi infiniti). Perché ballare in sala, alla lunga, annoia e sfianca; mentre ballare su un filo sospeso nel vuoto aiuta a tenere alta la concentrazione e a non addormentarsi.
Mi domando se mai ci siano delle leggi che regolano i rapporti tra una o più persone. Mi chiedo se tutti siano come me o se qualcuno quando approccia un'altra persona sappia esattamente cosa stia facendo, e se abbia le idee più o meno chiare su come lo debba fare.
Mi vedo come un principiante al suo primo ballo galante, avvolto in uno smoking preso in prestito e che mi fa sentire a disagio, come fuori luogo. Mi lascio condurre dalla mia maestra, che mi prende per mano e mi cinge la vita, e seguo i suoi passi: piede destro avanti; piede sinistro avanti; piede destro di lato; e così via.
Dopo cinque o sei volte magari non diventerei un ballerino provetto, ma magari potrei cominciare a capire dove sbaglio e forse riuscirei pure a tentare di migliorarmi.
Magari potesse essere così anche con i rapporti interpersonali. Dopo un po' si potrebbe capire come funziona il tutto, a che punto bisogna muoversi, e tenere il ritmo per non adare fuori tempo. Ma le relazione non sono un ballo da sala. Nel ballo da sala sai esattamente che ad un tuo passo corrisponderà un passo ben preciso del tuo partner; non c'è niente di inaspettato, non ci sono sorprese, è tutto prestabilito e segue un preciso schema. Questo perchè la persona con cui balli si "omologa" in un certo senso al ballo.
Questo invece non avviene con i rapoporti sociali. Nessuno si "omologa" alla situazione. Due persone nella stessa situazione non si comporteranno alla stesso modo, proprio perchè sono due due persone diverse. E' la fortuna e la maledizione di questo mondo (come se di mondi ne conoscessi infiniti). Perché ballare in sala, alla lunga, annoia e sfianca; mentre ballare su un filo sospeso nel vuoto aiuta a tenere alta la concentrazione e a non addormentarsi.
giovedì 5 giugno 2008
L'arcobaleno si fa retta
Avevo iniziato a leggere L'arcobaleno della Gravità (Gravity Rainbow by Thomas Pynchon), ma alla fine ho dovuto ammettere a me stesso di non trovarmi nel momento adatto per leggere un libro del genere. Era da molto che non mollavo un libro sul comodino, o lo nascondevo da qualche parte in casa, per evitare che in qualche modo lui mi "guardasse" sconsolato e mi pregasse di riprenderlo in mano. Prima lo facevo molto più spesso, ma da qualche anno a questa parte avevo imparato a scegliere i libri con una certa regolare coscienza su ciò che mi sarrebbe potuto piacere e ciò che invece di sicuro non mi sarebbe piaciuto.
Questa volta però è un altro discorso. Non è che L'arcobaleno della Gravità sia un brutto romanzo, o non mi sia piaciuto, anzi. Per le quasi 200 pagine che ho avuto il piacere di gustarmi devo dire che era davvero molto interessante, soprattutto per i fantastici e misteriosi sentirei di parole in cui ad ogni capoverso Pynchon riesce ad accompagnare il lettore. Il fatto è un altro: in questo periodo (fatto di casini vari, decisioni e indecisioni, dubbi, perplessità, situazioni che non riesco a capire e altre che invece con impensabili voli pindarici cerco di spiegare) l'arcobaleno non era il libro giusto. Quando l'ho aperto per la prima volta ho desiderato fortissimamente che lo fosse; ho strizzato gli occhi e con la mente ho pregato chissà chi affinché in quelle pagine trovassi ciò che stavo cercando. Ma già dalle sue dimensioni, dal suo carattere piccolo e da qualcos'altro che all'epoca non mi saltò all'occhio, dovevo capire che quello si sarebbe rivelato un semplice buco nell'acqua.
I libri hanno dei periodi. Ogni romanzo va letto in un determinato tempo; un tempo che è l'intrecciarsi del tempo del libro e del tempo di chi lo deve leggere. E' difficile, è un po' come due rette che si incontrano in un solo punto. Un libro va letto quando queste due rette si incontrano. La linea dell'arcobaleno correva dritta, mentre la mia si attorcigliava su se stessa. Un giorno o l'altro riprenderò in mano quel grosso volume grigio della Bur, rileggerò le quasi 200 pagine che ho già letto, e magari ricorderò questo primo tentativo, questo primo approccio andato male. Magari sorriderò: l'avevo invitato a cena, l'arcobaleno, e lui si è presentato pure al ristorante, vestito di tutto punto pronto per una perfetta serata romantica a lume di candela; ed invece sono stato io a non farmi vivo, a non sedermi davanti a lui, e a non chiacchierare, aprirmi in lui, guardandolo negli occhi.
Questa volta però è un altro discorso. Non è che L'arcobaleno della Gravità sia un brutto romanzo, o non mi sia piaciuto, anzi. Per le quasi 200 pagine che ho avuto il piacere di gustarmi devo dire che era davvero molto interessante, soprattutto per i fantastici e misteriosi sentirei di parole in cui ad ogni capoverso Pynchon riesce ad accompagnare il lettore. Il fatto è un altro: in questo periodo (fatto di casini vari, decisioni e indecisioni, dubbi, perplessità, situazioni che non riesco a capire e altre che invece con impensabili voli pindarici cerco di spiegare) l'arcobaleno non era il libro giusto. Quando l'ho aperto per la prima volta ho desiderato fortissimamente che lo fosse; ho strizzato gli occhi e con la mente ho pregato chissà chi affinché in quelle pagine trovassi ciò che stavo cercando. Ma già dalle sue dimensioni, dal suo carattere piccolo e da qualcos'altro che all'epoca non mi saltò all'occhio, dovevo capire che quello si sarebbe rivelato un semplice buco nell'acqua.
I libri hanno dei periodi. Ogni romanzo va letto in un determinato tempo; un tempo che è l'intrecciarsi del tempo del libro e del tempo di chi lo deve leggere. E' difficile, è un po' come due rette che si incontrano in un solo punto. Un libro va letto quando queste due rette si incontrano. La linea dell'arcobaleno correva dritta, mentre la mia si attorcigliava su se stessa. Un giorno o l'altro riprenderò in mano quel grosso volume grigio della Bur, rileggerò le quasi 200 pagine che ho già letto, e magari ricorderò questo primo tentativo, questo primo approccio andato male. Magari sorriderò: l'avevo invitato a cena, l'arcobaleno, e lui si è presentato pure al ristorante, vestito di tutto punto pronto per una perfetta serata romantica a lume di candela; ed invece sono stato io a non farmi vivo, a non sedermi davanti a lui, e a non chiacchierare, aprirmi in lui, guardandolo negli occhi.
mercoledì 4 giugno 2008
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