lunedì 14 luglio 2008

Blues '08

E' incredibile come una città come Pistoia si possa riempire per tre giorni, e poi magicamente svuotarsi come se niente fosse.
Ti ritrovi così a fare un giro la sera dell'otto luglio, quando non c'è assolutamente niente di particolare, e le strade sono deserte e aride. Passano due giorni e ti ritrovi per le stesse strade, sempre di sera, solo con i negozi aperti. Allora la gente esce un po' di più. Almeno vedi persone, incontri facce e ti pare di essere in una città vera, non uno di quei villaggi fantasma che si vedono nei vecchi western in bianco e nero.
Poi un'esplosione: tre giorni, i tre giorni del Blues, e tutti sembrano essersi dati appuntamento in centro. Ci vai la sera e quasi non riesci a camminare, ma ti lasci trascinare dalla folla. Riesci a intravedere ragazzi/e che non vedevi da una vita, gente che l'ultima volta che ci hai parlato ti hanno detto con aria schifata: Pistoia? Che noia.
Ovvio, le bancarelle del blues, forse più della musica, attirano molto più di qualsiasi cosa potrebbe offrire un "borgo" come può essere Pistoia; ma oggi il Blues non c'è più, ma nonostante questo credo Pistoia non scomparirà dentro un buco nero, per farsi poi rivedere fra un anno.

martedì 8 luglio 2008

Un'estate al mare


"Luca! Ciao!"
Dice proprio così: Luca! Ciao! Abbasso definitivamente il giornale ormai inutile.
“Katja?” faccio io.
“Katja?” fa Benedetta.
“Katja!” sorride lei. “Sapevo che ci saremmo rivisti!”
“Perché, vi eravate già visti?” interviene Benedetta.
“Si”, le dico io. “Nell’estate del ’79.”
“Beh, quella è stata la prima volta”, sorride Katja. “Ma non l’unica. L’ultima invece è stata l’altroieri.”
Si sporge, mi bacia sulle guance. Ricambio imbarazzato.
“L’altroieri?” mi fa Benedetta.
“Si”, le dico io. “In farmacia. Cioè no, tu eri in farmacia e io ero da Gerardi, dove ho incontrato Katja. Tra l’altro: Benedetta, questa è Katja. Katja, questa è Benedetta.” Si stringono la mano. “Benedetta è mia moglie, Katja. Ci siamo sposati a Roma due settimane fa.”
“Già, siete qua in viaggio di nozze.”
“Più o meno”, dico io. “Cioè, si.”
“Come si dice in Italia in questi casi? Condoglianze?”
“No, congratulazioni.”
“Ah, è vero, che stupida! Congratulazioni!”
“Grazie.”
“E Katja? Chi è Katja?” interviene Benedetta, con un tono di voce un filo risentito. Credo per via di quel condoglianze, che non si è capito se p venuto fuori per sbaglio oppure no.
“Katja è…” Esito. Mi riprendo. “Un’amica d’infanzia. Tedesca. Di monaco, se non ricordo male. Vero, Katja?”
“Di Feldafing, a quaranta minuti di S-Bahn da Monaco.”
“Interessantissimo”, fa Benedetta. “E com’è che siete diventati così amici?”
“Oh, non eravamo amici”, sorride Katja. “O almeno, a me non sembrava di ricordare proprio così. Tu che dici, Luca? Eravamo amici, secondo te? Si può dire esattamente così?”
“Beh, no”, mi stringo nelle spalle io. “Veri amici no. In fin dei conti i veri amici sono un’altra cosa.”
“Luca e io ci siamo conosciuti perché ero in vacanza con i miei genitori Qui a Marsala, e affittavamo una villa al mare di proprietà di un ufficiale…”
“La casa del colonnello Rallo”, intervengo io. “Quella che si era fatta costruire al Delfino, per la pensione.”
“Esatto. Ed è successo… come si dice, Luca?”
“Come si dice che?”
“È successo… un colpo di fulmine, no?”
“Un colpo di fulmine?” sbotta Benedetta.
“Si, vabbè, più o meno”, arrossisco io, e non capisco perché: magari per via delle rughe che segnano il viso di Katja, in particolare gli occhi. “Avevo appena quattordici anni.”
“E io diciassette”, dice Katja.
“Ah, però”, fa Benedetta. “Lei ne aveva diciassette.”
“Già”, sorride Katja. “Come ora Andrea, mia figlia.”
La fanciulla in topless dell’altro giorno a San Teodoro, penso.
“Eccola là”, continua lei, e ci indica il nugolo di kyte e windsurf nel blu del mare di fronte alla spiaggia. “È una ragazza molto sportiva. Ha preso dal padre, evidentemente.”
“Allora possa stare tranquilla”, le fa Benedetta. “Non è di sicuro figlia di Luca.”
“Ma figurati!” abbozzo una risata. “Katja e io non ci vediamo da una vita.”
“Vent’anni”, precisa Katja.
Segue un momento di silenzio. Porto una mano alla nuca. Ho la sensazione di aver perso qualche centimetro quadrato di capelli solo nel corso degli ultimi minuti. Mi schiarisco la gola ma non dico niente. Lo so: Benedetta sta facendo i conti.
“Vent’anni?” esclama a un tratto. “Ma se vi siete conosciuti nell’estate del ’79, ventisette anni fa, vuol dire che vi siete rivisti.”
“Un paio di volte”, mormoro.
“Oh, molto paio do un paio di volte”, ride Katja. “Ma eravamo ragazzi. Almeno: tu lo eri, Luca. Vivevi ancora con tua madre. E non ne volevi sapere di andartene di casa.”
Segue un altro momento di silenzio. Sotto il chiringuito passa un bambino grassissimo, con in mano un panino gigantesco. Sto per dire qualcosa, qualsiasi cosa. Magari un commento sull’obesità infantile, ormai dilagante. Ma Benedetta mi precede.
“Quante novità”, sibila. “Del resto Luca non parla volentieri del suo passato. Ma come fa a conoscere così bene la nostra lingua, signora?”
Non posso fare a meno di notare una certa enfasi sulla parola signora.
“Oh, non la conosco tanto bene. Prima ho perfino confuso le condoglianze con le congratulazioni. Ma come tutti i tedeschi adoro l’Italia, ci vengo in vacanza da più di trent’anni. E poi a Monaco insegno Storia dell’arte, e all’epoca dell’università ho anche studiato l’italiano.”
“Ma che brava. Io invece in Germania non si sono mai stata, al contrario di Luca.” Si volta verso di me. “E che posto è, questa Festafing?”
“Feldafing”, la correggo. “Bella. Molto verde. Molte mucche. Molti alberi. Se non sbaglio lì vicino c’è anche un lago.”
“Lo Starnberger See, certo”, dice Katja. “Dove mi portavi in barca alla Rosen Insel, l’Isola delle Rose. Ricordi?”
A un tratto fa molto più caldo di prima, e sento lo gocce di sudore che mi scendono sulla fronte.
“Beh, felicissima di averla conosciuta”, dice Benedetta a denti stretti, rivolgendosi a Katja. “Io vado a farmi una nuotata.”
Dopodiché, se ne va.

“Un momento”, le dico. “Un momento.”
Lei alza i suoi occhi azzurri e li punta con aria interrogativa nei miei, senza levarsi di bocca l’uccello. È piena di lentiggini. Ha solo diciassette anni.
“Senti, Andrea, non so come… emh, non so come affrontare la cosa, ma…”
Lei, sempre fissandomi negli occhi, prende a fare su e giù con la bocca, massaggiandomi le palle. Ha solo diciassette anni.
“… ma devo chiederti…”
Lei, sempre fissandomi negli occhi, lo ingoia praticamente fino alla base. Ha solo diciassette anni.
“… se per caso…”
Lei, sempre fissandomi negli occhi, mi infila piano un dito nell’ano. Ha solo diciassette anni.
“… hai fatto di recente…”
Lei, sempre fissandomi negli occhi, prende a muovere delicatamente il dito. Ha solo diciassette anni.
“… l’esame, cioè il test…”
Lei, sempre fissandomi negli occhi, ricomincia a fare su e già con al bocca continuando a muovere delicatamente il dito. Ma siamo sicuri che ha solo diciassette anni?

venerdì 4 luglio 2008

Se io indossassi il tempo

Cambierebbe qualcosa? Avere un bell'abito fatto di minuti, con un tessuto in cui si intrecciano i secondi. Guardando in basso, vedendo l'orlo dei pantaloni che si tiene su con delle ore, magari potrei tornare indietro, nel passato. E magari alzando di poco gli occhi verso il cielo potrei vedere un cappello, e in quel cappello vedere il futuro.
Ma anche se fosse così, se davvero riuscissi a trovare un sarto talmente bravo da cucirmi addosso un abito del genere, sarei davvero sicuro che cambierebbe qualcosa? Nel senso: i fatti che vedrei sarei capace di cambiarli? E in più: li cambierei?

giovedì 3 luglio 2008

Senza Dir Niente

Francesca ci guarda senza dire niente. Io la guardo, e forse qualcosa dico, anche se non me ne rendo conto. Enrico si volta subito verso di me, mentre Alessio continua a parlare come se niente fosse. Io non bado a nessuno dei due. Rimango come un ebete a fissarla, ed ogni secondo che passa mi rendo conto di metterla sempre più in imbarazzo.
Lei per un attimo abbassa velocemente lo sguardo, poi guarda di nuovo verso di noi. Neppure questa volta dice niente. Io invece evito di dire qualcosa.
Abbasso lo sguardo: ora tocca a me, come in una specie di ballo.
Poi lei volta le spalle e se ne va, ed io, anche qui, non dico niente.

mercoledì 2 luglio 2008

Tutto per una ragazza




E non bisogna essere Sherlock Holmes o non so chi per capire che Alicia era una ragazza che per me contava qualcosa.

Stava guadagnando troppi punti. Ancora un po’ e mi ci voleva la calcolatrice per fare la somma.

“Sta a sentire. Tu sei stupenda. Ma il problema è che lo sai e credi per questo di poter trattare gli altri da cani. Beh, mi dispiace, ma io non sono disperato fino a questo punto.”
E la mollai lì. Fu uno dei miei momenti migliori: le parole erano uscite bene, credevo in quelle parole e ne ero soddisfatto. E non avevo neanche cercato l’effetto. Lei mi aveva veramente, letteralmente stufato. Per circa venti secondi. Dopo venti secondi mi calmai e cercai il modo di riprendere la conversazione. E sperai che la conversazione si trasformasse in qualcos’altro – un bacio e poi il matrimonio, dopo esserci frequentati per un paio di settimane.

Perché le ragazze sono fatte così. A volte capisci che hai delle buone possibilità dal fatto che lei vuole litigare con te. Se i mondo non fosse incasinato com’è, non sarebbe così. Se il mondo fosse normale, il fatto che una ragazza ti tratti bene sarebbe buon segno, ma nel mondo reale le cose non vanno così.

L’ex di Alicia non andava a letto con lei perché aveva sempre in tasca un preservativo; io non sarei andato a letto con lei perché non ce l’avevo. Comunque, almeno voleva venire a letto con me. Quindi, tutto sommato ero contento di essere me. E meno male, aggiungo.

Bisogna viverla, la propria vita; non basta entrare e uscire. Se no non capisci mai le situazioni.

Il fatto è che si arriva a un punto in cui i fatti non contano più e, pur sapendo tutto, non si sa niente, perché non si conoscono le emozioni. È questo il problema delle storie, no? I fatti possiamo anche raccontarli in dieci secondi, volendo, ma i fatti non sono niente.

Gli altri – a scuola e all’università, professori e genitori – vogliono sapere che progetti hai, che cosa vuoi, e non puoi dirgli che vuoi una sola cosa: che tutto vada bene. Mica c’è un diploma, per questo.

Poco dopo Alicia si svegliò e le contrazione ripresero, stavolta sul serio. Bisogna contare un sacco, quando si partorisce. Prima conti il tempo che passa fra una contrazione e l’altra, poi conti i centimetri. La cervice si dilata, cioè il buco si ingrandisce, l’infermiera ti dice di quanto e quando arriva a dieci centimetri si parte. Non so ancora bene che cos’è la cervice. Non mi pare che nella vita normale venga fuori spesso.
Comunque, Alicia arrivò a dieci centimetri senza problemi, poi smise di ragliare come un asino e cominciò a ruggire come un leone quando gli vacano un occhio. E non è solo che sembrasse imbestialita. Era davvero imbestialita.

Non bisognerebbe mai estrapolare delle parole da una conversazione gradevole per ficcarle in mezzo a una conversazione sgradevole. Alla fine, invece di un bel ricordo e un brutto ricordo, ti ritrovi con due ricordi di merda.

L’età non è un concetto ben definito. Puoi raccontarti che hai diciassette anni, o quindici, o quel che vuoi, e magari è anche vero, all’anagrafe. Ma la verità anagrafica è solo un aspetto della questione. Posso dire per esperienza che è un continuo sbandare da una parte all’altra. Si possono avere diciassette, quindici, nove e cent’anni lo stesso giorno.

Nick Hornby