mercoledì 21 aprile 2010

Un Amore all'Improvviso


Quando ci si avvicina ad un film un libro o comunque un progetto che prevede il viaggio nel tempo spesso ci sono da combattere le perplessità che riguardano eventuali incongruenze che rischiano di minare il continuum spazio tempo, eventuali paradossi temporali, come insegnava già negli anni ottanta il buon vecchio dottor Emmett Brown. Domande quali: si può cambiare il passato? Cosa potrebbe succedere se il mio io del futuro incontra il mio io del passato? sono sempre in agguato, pronte a rovinare la visione di un film, la lettura di un libro; o comunque a far si che nascano discussioni tra i vari spettatori/lettori su ciò che sia possibile e passabile in quanto fantascienza, e cosa invece sia troppo pure per questo genere più o meno staccato dalla realtà: la fantomatica percentuale di fanta e scienza nella composizione del genere - agitare bene prima dell'uso.
Di fronte a questo "Un Amore all'Improvviso" però le più grandi perplessità risiedono, o almeno sono talmente grandi che offuscano le altre, non tanto nella trama quanto piuttosto nella volontà da parte dei distributori italiani di voler cambiare il titolo del film, per renderlo probabilmente più appetibile al pubblico romantico. In effetti è vero: rispetto al libro da cui è stato tratto l'aspetto maggiormente evidenziato, se non del tutto trattato, è quello prettamente romantico, la storia d'amore tra Clare ed Henry, che viaggia nel tempo, tagliando sia i risvolti drammatici che si potevano leggere nelle pagine del romanzo che la storia dell'ex fidanzata di Henry che qui viene solo accennata in una battuta; ma questo poco conta, in fin dei conti, visto che "Un Amore all'Improvviso" è l'adattamento cinematografico del romanzo già apparso in italia con il titolo (tradotto perfettamente dall'originale) "La Moglie dell'Uomo che Viaggiava nel Tempo".

Eternal Sunshine of the Spotless Mind non ha insegnato niente.

martedì 20 aprile 2010

Una Telefonata

"Ti rendi conto che non stai parlando di niente?"
"Mi rendo conto di parlare di niente."
"Sono solo delle sciocchezze, una dietro l'altra, senza capo né coda."
"Si: sono delle sbrodate estemporanee di nulla."
"E giù testate contro il muro."
"Come fai a saperlo?"
"Ti si vede in faccia: la fronte porta i segni dei tuoi scontri, dei tuoi momenti di depressione."
"Ho già cercato di aprirmi la testa, ma non ha portato a nulla: sempre le solite sbrodate estemporanee."
"Devi ubriacarti più spesso."
"Devo riflettere più spesso."
"Riflettere lo fanno gli specchi. Tu invece devi ubriacarti. Devi scrivere da sbronzo e revisionare da sobrio."
"Chi sei, Hemingway?"
"Non importa chi sono, importa che ho ragione."
"Se lo dici tu."
"Cambiamo discorso, vai. Forse è meglio. Com'è Rimini?"
"Rimini è una normale distesa di strade d'asfalto e cemento ai lati, se non sei a Rimini."
"Non sei a Rimini? Mi avevi detto..."
"Si sono a Rimini; ma la camera dell'albergo questa volta non dà sul mare."
"Non puoi sempre pretendere di avere una vista stupenda, con il tramonto all'orizzonte."
"No, sia mai. Ho una piccola, minuscola, terrazza che si affaccia su una strada parallela al lungo mare. Molto probabilmente su una delle panchine che ci sono sul marciapiedi ci ho pure dormito qualche anno fa."
"Beh, almeno ora hai un tetto sopra la testa."
"La cosa bella è che quando sono arrivato in camera era ancora giorno. Saranno state le sei e mezza e c'era ancora luce. Entrava dalla porta finestra e la camera era tutta illuminata."
"E' sempre bello riuscire a non usare la luce artificiale."
"E il bagno: era piccolo, ma forse proprio per questo era più luminoso della camera stessa."
"Dove sei andato a mangiare?"
"Dove vado sempre quando vengo a Rimini: una trattoria, pizzeria, ristorante, che è sulla strada sulla quale si affaccia la mia micro terrazza."
"Quella dove fanno tutti quei piatti costosi e elaborati?"
"Si, ma oggi avevo fame, quindi mi sono preso una pizza."
"Buona?"
"La pizza si. Pure la birra artigianale non era male. Solo che c'era il proprietario un po' troppo esuberante per i miei gusti."
"Cosa intendi per esuberante?"
"Passava tra i tavoli a scherzare con i clienti, a volte anche in modo non dico peso ma abbastanza deciso, quasi conoscesse chiunque da anni e anni."
"Anche Ale lo fa, ma non ti ha mai dato fastidio."
"Si, lo so; ma questo era molto più esuberante di Ale."
"Molto più esuberante di Ale?!? E che faceva? Ale prende a calci gli sgabelli!"
"A parte che Ale prende a calci gli sgabelli solo a fine serata, a chiusura; ma di questo qui era proprio l'atteggiamento che non mi andava giù: il tono di voce, la risata sguaiata."
"Ognuno è fatto a modo suo."
"..."
"Cosa c'è?"
"Per quanto dobbiamo andare avanti con questi discorsi?"
"Questi discorsi?"
"Si. Questi discorsi vuoti, pieni solo d'aria."
"Guarda che questi sono discorsi quotidiani."
"Non è vero."
"Cosa credi, che ogni volta che ci sentiamo possiamo ragionare dei massimi sistemi?"
"No, ma neppure di queste stronzate qui."
"Queste stronzate qui?!? E cosa sarebbero queste stronzate qui?"
"Sbrodate estemporanee."

lunedì 19 aprile 2010

Nubi all'orizzonte

Il cielo è colorato di grigio, e per quel che ne so io sembra vada a piovere. All'orizzonte grandi nuvole rigonfie si muovono nervose, pronte a scaricare tutto quanto hanno in pancia, sia acqua, fuoco o cenere. Sono tigri che si muovono a destra e a sinistra dietro le sbarre di uno zoo, che ti guardano apparentemente calme ma ti fissano con occhi decisi, senza mai perdere un tuo movimento, sempre pronte a balzarti addosso. Non importa ci siano le gabbie a proteggerti, se ne frega il loro sguardo di trappole o di ferro a separarvi; il loro sguardo dribbla le sbarre, oppure ci passa attraverso, come fossero fatte solo di fumo, le sbarre, e ti arriva dritto in faccia, il loro sguardo. Hanno gli occhi con denti affilati forse più di quelli che hanno in bocca. Quando ti accorgi di essere in pericolo, quando ti rendi conto che anche solo con il pensiero riuscirebbero ugualmente a sbranarti, saltarti addosso costringendoti a terra, e poi iniziare a ruminare con le zanne affilate prima sopra la tua pancia e poi sempre più sotto, in profondità, mentre scavano con il muso per arrivare alla fine del tuo ventre, quando l'idea di tutto questo ti si avvicina al cervello e ti sussurra del pericolo è già troppo tardi: ormai tremi già, la paura ti ha afferrato la colonna vertebrale e ci gioca a strizzare ogni singolo ramo di nervo ci passi attraverso. Cominci a sudare, le gambe si fanno tutto ad un tratto deboli, ed il mondo, il mondo ti appare in perfetta rotazione attorno al suo asse leggermente inclinato verso il sole.
Questo fanno le nuvole all'orizzonte. Ti osservano impietose, pronte a scaraventarsi su di te, senza alcun preavviso. Le guardi attento cercando di capire se siano solo tutto fumo, se siano esse in realtà innocue con la loro apparente rabbia, o se siano invece pronte a scaraventarti addosso tutto l'odio represso di chissà quale universo. Non lo sai, che già quando te lo domandi, fermandoti un poco a riflettere, a chiederti se questo o quello, abbassi le difese e sei del tutto inerme: loro ti attaccano all'istante.

venerdì 16 aprile 2010

Gli Spietati

Vivere così senza pietà
senza chiedersi perchè
come il falco e la rugiada
e non dubitare mai

non avere alcuna proprietà
rinnegare l’anima
come i sassi e fili d’erba
non avere identità

Gli spietati salgono
sul treno e non ritornano
mai più, non sono come noi
perduti antichi eroi
noi due che al binario ci diciamo addio…

non volere mai la verità
ottenere l’aldilà
navigare senza vento
migliorare con l’età

c’è un amore che non muore mai
più lontano degli dei
a saperverlo spiegare che filosofo sarei

Gli spietati salgono
sul treno e non ritornano
mai più, non sono come noi
falliti antichi eroi,
noi due che al binario salutiamo…

Gli spietati salgono sul treno e non ritornano
mai più, non sono come noi innamorati eroi,
noi due che al binario ci diciamo addio…

noi ci siamo amati
violentati
deturpati
torturati
maltrattati
malmenati
scritti lettere lo sai.

non ci siamo amati
divertiti
pervertiti
dimenati
spaventati
rovianati
licenziati
lo saprai

noi ci siamo persi
ritrovati
poi bucati
c’è un amore che mi lacera la carne
ed ancora tu lo sai

noi ci siamo amati
violentati
deturpati
c’è un amore che mi brucia nelle vene
e che non si spegne mai

noi ci siamo amati
violentati
deturpati
torturati
maltrattati
malmenati
scritti lettere lo sai.

Performed by Baustelle

giovedì 15 aprile 2010

Ci nascondiamo nell'invisibile

arde ancora questo fuoco con zampillanti lingue colorate che si esaltano verso l'alto nell'affanno di trovare spazio dove dimenarsi, o trovare ossigeno da bruciare per alimentarsi, sopravvivere. e quando non lo trova, come si fa piccolo nel suo accucciarsi sul suo letto fatto di pensieri e di riposi, parole da accudire da intagliare da intrecciare per farne maglie da indossare per farne coperte con cui scaldare, le nostre gambe braccia teste petti e ventri. esita in fondo strisciando tra la cenere e la brace fino a quando non ci decidiamo a buttarci sopra litri e litri e litri di benzina senza piombo. ma basterebbe pure poco, giusto uno sputo, per farlo tornare a danzare sfavillante di schiumosa bramosia, di fantastici languori assopiti poi dal tempo, tutto, durante il quale non ci tocchiamo né sfioriamo e a tratti neppure ci pensiamo.
non importa per questo parlare ragionare far di conto o chiacchierare, rischiamo solo di annoiarci fino in fondo, di perderci in triste e trite e bieche formalità: ciao come stai cosa fai cosa non fai quanti anni hai? chiusi stretti ancora congelati dentro un buco uno sgabuzzino una stanzina dove non riusciremmo neppure a sdraiarci se mai lo volessimo o se lo desiderassimo come il ghiaccio più del ghiaccio che con il freddo fa ustioni e bruciature, piega carne in congetture di grinze striminzite dove non conta chi ha torto o chi ha ragione, chi per gioco o per volontà, chi per fame chi per sete, chi per solitudine od orgoglio, conta solo e soltanto grattarsi e rigrattarsi via la pelle, fino ad uscire in carne viva, rossa pulsante e primitiva.
per far questo importano davvero le luci colorate? o il sole, le nuvole, le tempeste? mi domando: quanto ancora dobbiamo continuare a far sempre ed imitare le solite storie e gesta? di nuovo domani dopo domani e l'altro domani che verrà poi, recitare le nostre nenie così da impararle a memoria; non è che stiamo soltanto tirando un po' troppo la fune per vedere quando infine si deciderà a spezzarsi? in fondo si tratta di semplice evoluzione, dall'acqua all'aria per finire poi nel fuoco, tolte tutte le parole e le frasi con le quali l'agghindiamo di nastrini lucchichenti da farla risplendere così distante nel buio, la nostra evoluzione.
e se proprie non ci vogliamo evolvere che almeno si faccia una sanguinosa rivoluzione! un qualcosa che faccia capire quanto violenti siano i nostri intenti, le nostre galassie interiori. amputiamo arti, tagliamo teste, sventriamo squartiamo lamellari brandelli di muscoli nervi filamenti nodosi di calli e ossa. che ci sia pioggia di plasma e urina, feci infette dall'odore nauseabondo, il terrore fatto vile, con urla così alte da strappar le unghie contro il cielo. torturiamo, mutiliamo: interroghiamo con metodi inquisitori le nostre più recondite volontà.
da dietro la tua schiena, tu chinata in cucina a sparecchiare rigovernare, lavare pentole e piatti e bicchieri, o anche solo a pensare riflettere su tutto quanto, l'universo le piogge acide io e te, ti prenderei cingendoti la vita con la punta delle dita, appoggiandoti le labbra giusto un poco più umide bagnate, sulla base del tuo collo, sulla pelle liscia e tesa; su quel bacio soffice e beato che senza rumore o avvisi e avvisaglie, senza tregua o armistizio, sul tuo collo io bacerei.

ma poi, a volte, le rese sono pure e semplici paure.

mercoledì 14 aprile 2010

Control


Ian Curtis: Ian. Curtis.
Pensare di riuscire. Credere. Avere. Più possibilità. Una dopo l'altra. Di nascosto. Un passo in avanti. Un passo indietro. Ian.
Pensare di riuscire. Fare tutto. Continuare. Da una parte. L'altra. Il lavoro. La scrivania. Il telefono. L'epilessia. I concerti. Il sudore. Le parole. Le note. Le luci ossessive illuminanti e le braccia esaltate in alto sopra le teste di persone che ballano e saltano e cantano. Un'onda.
Le pasticche.
Ian.
Curtis.
Ian.
Manchester. Il Belgio. Nathalie. I pannolini stesi ad asciugare. L'indecisione. L'amore che ci farà a pezzi. Il cuore è diviso in due parti, distinte, destra e sinistra, ventricoli ed atrii. Dipende da dove circoliamo al momento. In quale punto di questo organo transitiamo quando parliamo o quando scriviamo. Se in una stanza d'albergo. O al numero 77 di una casa piccola. Dove metti i pannolini ad asciugare in alto, sfiorando il soffitto, per guadagnare spazio. Per mettere un po' di ordine.
Ian. Curtis. Ian. Ian. L'ordine. Il controllo. Mettersi ad asciugare, sperando di recuperare, appunto, il controllo su quello che ci accade attorno.

martedì 13 aprile 2010

quel che può anche solo un singolo breve abbraccio

in quell'abbraccio di parte in disparte, non un abbraccio totale faccia a faccia dove perdersi e schiantarsi contro il petto contro lo stomaco stretti legati accartocciati come carta stagnola stropicciata, ma uno accanto all'altra con trasporto arrampicati come rampicanti come edera su di una ringhiera od un muro colorato in bianco e nero di quelle pellicole romantiche di un tempo che si guardano in televisione durante i pomeriggi di giorni di festa ma piovosi quando il tempo ti trattiene a casa e chiude la serratura della porta con due mandate di chiave dura che per uscire non ci vuol solo coraggio o quel briciolo di manciata di sana ed invidiabile pazzia ma anche tanta tanta volontà sincera di bagnarsi e di spogliarsi di pulirsi di lavarsi con la schiuma della pioggia della voglia della pelle del tuo prossimo di chi ti sta accanto di chi ti abbraccia non di faccia ma di lato chi ti aiuta e si aiuta con il tuo aiuto a sorreggerti e a sorreggersi per tentare di non dormire di non cadere nel sonno in piedi come i cavalli ma oscillare lenti come steli di fiori sbocciati in un campo verde e chiaro sospinti dal vento e dal suo fiato; in quell'abbraccio durato forse chissà quanto, due o tre respiri moltiplicati per novemila battiti al secondo?, e tirato per le lunghe trascinato fino all'ultimo dilatato all'infinito per non farlo mai finire nel tentativo di restare lì immobili per sempre anche quando le mani sono poi scivolate giù e la stanchezza ha fatto presa così intensa devastante da ordinare ad entrambi di mettersi a sedere; in quell'abbraccio venuto fuori si direbbe quasi per caso e senza il minimo pensiero, involontariamente ma spontaneo e naturale, lui si sentiva elettrico e dipinto di celeste, poi di blu intenso scuro, poi di giallo luminoso, un arancione rosso acceso, un bianco dello stesso bianco del candore, e poi di nuovo nero nero buio come se gli occhi si fossero chiusi o l'ombra di lei se mai potesse esser stata un'ombra si fosse posata su di lui; in quell'abbraccio che lo stingeva in un arcobaleno teso ad arco, con i mille pensieri e sensazioni a transitare come in coda lungo tutta la colonna vertebrale, lui si sentiva lei e credeva che lei fosse lui, in un attimo, forse due forse tre, forse per tutta la sua durata, di scambio di ruoli e di riconversioni, rimescolamento tattile a fior di pelle. si chiese se per caso anche per lei fosse lo stesso, se quel che sentiva lui era la stessa vibrazione che poteva ascoltare lei. si domandò, senza però riuscire a chiederlo ad alta voce e per questo a darsi o a farsi dare una risposta, se pure lei si fosse accorta come si era accorto lui, scosso da dentro da un terremoto gentile che aveva provocato un vuoto grande grosso e così denso da renderlo felice, che tra una cosa e l'altra, forse a caso forse no, forse per qualche congiunzione astrale che vedeva lui desiderarlo così tanto nello stesso tempo in cui pure lei lo pregava intensamente alla sorte, che per magia, o artifizio, o volontà di entrambi sottointesa, per qualche istante si erano tenuti per mano.
e la sua mano era calda. e al sua mano, la mano di lei, era ricca di estasi; così tanto da trasportarla fino a lui, fino al fondo ultimo e più profondo dei suoi bronchi, capillari, e farlo sussultare in palpiti silenziosi, così nascosti da custodirli in ricordi da mai dimenticarsi.