oh signore mio dio, sapevo di peccare, ma dovevo anche stare pur sempre sveglio in qualche modo stamattina. presto o tardi sarebbero arrivati i risvolti di un errore così grave, ed ero consapevole sarebbero pure arrivati presto, piombando affamati come falchi sulla propria preda, perché non c'è peggior sbaglio di sbagliare essendo coscienti di sbagliare.
mi ero detto di non caderci ancora e invece ci sono caduto ancora e ancora, di nuovo, sempre e comunque, al di là di qualsiasi promessa o tentativo. quanto cretino e stupido e maligno nel volersi far del male, demolendo paesaggi interiori spazzati via da un soffio alitato male.
sapevo di peccare, mio signore, eppure ho peccato ugualmente, e se non meno addirittura di più, spingendo forte su quello che non dovevo fare e invece ho fatto. stigmate a zigzag, ecco con cosa dovrebbe colpirmi, piaghe purulenti.
oh signore, cosa devo fare per purificarmi fino al midollo? come mai vi accanite così forte su di me, la mia persona fatta di carne e non solo di spirito? a volte pare facciate tutto per farvi odiare, mettete di fronte a un vostro fedele devoto uno specchio e gli disegnate addosso tutte quante linguacce possibili maligne affinché lui perda la fede. non vi siete reso conto che come umanità, l'essere umano è capace di appiccare fuochi ben più alti del paradiso? un solo unico vero cristiano c'è stato al mondo, frutto del seno vergine della nostra santissima madonna della chiarezza, e siamo stati capaci di crocifiggerlo.
ma se è questo ciò che vuole, se davvero agogna più dell'acqua santa alla parità dei sessi, delle situazioni, dei saluti inchini chini, chiedendo con queste impiccagioni alte su per l'albero una diversificazione al contrario, dove i buoni diventeranno i cattivi e i cattivi rimarranno cattivi, questo è ciò che avrà. mi raggrinzerò come un pezzo di carta stropicciata chiusa da un pugno duro, le unghie conficcate con forza contro il palmo. l'accartoccerò ben bene questo foglio di carta, tanto da non doverlo neppure più buttare via, gettare nell'immondizia, la raccolta differenziata dei prego, mi scusi, perdoni. batterò con sassi le porte e i vetri di chi con me non è stato. le colpe diventeranno talmente tutte uguali a loro stesse da non poterle neppure più distinguere, fare di tutta l'erba un fascio. l'ossigeno, al diavolo l'aria e l'inferno dove sicuramente brucerò, ma dovrò sintetizzare il litio per poterlo buttare già a boccate, unico mangime disponibile nella mia situazione, riempirmici i polmoni fino a farli scoppiare. e non sentire niente. anestesia completa con occhi aperti e opachi.
sono stanco di vomitare, signore mio iddio. stanco di far esplodere dentro una bomba dopo l'altra. sa cosa rimane quando la prima deflagrazione lascia il posto alla seconda? niente. e quando il niente viene ridotto ancora a più minimi termini da una terza esplosione? niente e più denso niente. se davvero voleva che lo seguissi, il mio credo, non credo che mi avrebbe dato così tante prove da superare, in cui cadere, con le quali ferirsi, morire. sono già resuscitato una volta e ho finito i miracoli a mia disposizione. finché non pescherò dal mazzo delle carte delle probabilità, mi sentirò spento e non mi sentirò più.
lunedì 18 ottobre 2010
venerdì 15 ottobre 2010
1,000 Years
Performed by The Corin Tucker Band
giovedì 14 ottobre 2010
L'estate dei miei vent'anni
‘fanculo l'estate dei miei vent'anni. pensavo di avere capito tutto quando invece non avevo capito un cazzo. come sarebbero cambiati i giorni, quegli stessi e quelli dopo, se solo avessi saputo di questa mia ignoranza. avrei affrontato le cose più o meno armato, invece di procedere nudo senza alcuna difesa su strade cosparse di sale. oppure avrei fatto gli stessi identici errori, nonostante sapessi a cosa mi avrebbero portato, perché magari avrei saputo quale fosse la scelta giusta e quale invece quella sbagliata, solo che scegliere una direzione davanti a un bivio non tira in ballo solo il giusto o lo sbagliato, il buono e il cattivo, il bene e il male, il lato chiaro contro il lato oscuro. sarebbe troppo facile. il diavolo sa di essere malvagio.
l'estate dei miei vent'anni è stata invece soleggiata, senza neppure un temporale estivo. sembrava essere la perfezione, il bel tempo steso sopra il bel paese. quanti problemi erano scavati in fondo tra le radici? quanti scheletri sono poi affiorati dal terreno a forza di camminarci sopra consumandolo? i problemi c'erano pure all'ora, come ci sono anche adesso per chi ha vent'anni oggi, ma sembravano di cartapesta a confronto con quelli di questi giorni. bastava piangerci un po' sopra per farli subito bagnare, renderli friabili, deboli; oppure prenderli a cazzotti con violenza, affrontarli decisi ad avere la meglio, con le buone o con le cattive, andarci a parlare di corsa con le forbici in mano, pronti a farli a brandelli tagliuzzando via via gli angoli. quelli di adesso invece sono più subdoli, hanno memoria storica di come mi sono comportato in passato, imparano loro stessi dai loro stessi errori. vincerli non è più così facile come era un tempo. se mi presento di fronte a loro con delle forbici in mano, otto volte su dieci loro mi rispondono con un sasso. e le due restanti volte si tratta solo di fortuna.
troppo spesso dimentichiamo che crescere non significa solo migliorare, maturare, cambiare, farsi delle idee proprie su argomenti sempre diversi, scegliere una strada che ti appassiona e condividerla con altre persone a te affini che ti influenzeranno e ti faranno inconsciamente cambiare in micro aspetti di tutto il tuo essere, contribuendo in questo modo, volenti o nolenti, alla tua personale crescita - cosa che magari farai pure tu nei loro confronti, intrecciandovi così in un rapporto di dare e avere che si perde nella trasformazione di un rapporto più profondo, dove la distinzione dei diversi gesti evapora lasciando posto alla naturalezza con la quale si abbattono le distanze, o le barriere che separano l'io dall'altro, unire i propri continenti, eliminare i confini politici-. crescere significa anche raffrontarsi con problemi che, incredibile ma vero, sono cresciuti insieme a te, sono maturati, sono cambiati. illudersi di dovere o potere affrontare gli stessi identici problemi di quell'estate soleggiata dei vent'anni di chiunque equivarrebbe a voler crescere in altezza mantenendo però le stesse braccia, mani e gambe di quando avevamo cinque anni. i problemi sono parte di noi, e chi dice il contrario è soltanto qualcuno pronto a mentire pur di tranquillizzare il prossimo. i problemi vanno trattati proprio come le braccia, le mani e le gambe. ritrovarsi a trenta quaranta cinquant'anni con le stesse mani di quando invece ne avevamo quindici, avere il busto grande e spesso di un uomo ma le braccia corte ed esili di un ragazzo, i pensieri di un adulto ma la faccia di un bambino, come ci fossimo divertiti a prendere i bambolotti della nostra infanzia smontandoli degli arti e rimontandoli gli uni sul corpo degli altri, creerebbe un certo imbarazzo: tutti noterebbero quel qualcosa di strano, di fuori posto, quel qualcosa che non andrebbe.
i problemi sono una parte di noi, inutile ignorarli. siamo noi stessi a crearli, sono una specie di secrezione spontanea che il nostro corpo produce di fronte alle varie situazioni. in natura , oltre l'uomo, i problemi non esistono. risolverli non vuol dire schiacciarli, pestarli, prenderli a pugni, ucciderli, quanto piuttosto parlarci, confrontarsi, scioglierli - i nodi alle scarpe li sciogli perché vuoi mantenere intatti i lacci, non li bruci, così come non puoi bruciare i problemi, altrimenti si perderebbero anche le situazioni - assorbirli come assorbi l'adrenalina, o l'acido lattico.
per capirlo devi passare per forza da molte estati, non solo dei vent'anni. prima lo capirai e prima riuscirai a goderti le estati al loro completo, comprese quelle brutte. comprese anche quelle con molti temporali.
l'estate dei miei vent'anni è stata invece soleggiata, senza neppure un temporale estivo. sembrava essere la perfezione, il bel tempo steso sopra il bel paese. quanti problemi erano scavati in fondo tra le radici? quanti scheletri sono poi affiorati dal terreno a forza di camminarci sopra consumandolo? i problemi c'erano pure all'ora, come ci sono anche adesso per chi ha vent'anni oggi, ma sembravano di cartapesta a confronto con quelli di questi giorni. bastava piangerci un po' sopra per farli subito bagnare, renderli friabili, deboli; oppure prenderli a cazzotti con violenza, affrontarli decisi ad avere la meglio, con le buone o con le cattive, andarci a parlare di corsa con le forbici in mano, pronti a farli a brandelli tagliuzzando via via gli angoli. quelli di adesso invece sono più subdoli, hanno memoria storica di come mi sono comportato in passato, imparano loro stessi dai loro stessi errori. vincerli non è più così facile come era un tempo. se mi presento di fronte a loro con delle forbici in mano, otto volte su dieci loro mi rispondono con un sasso. e le due restanti volte si tratta solo di fortuna.
troppo spesso dimentichiamo che crescere non significa solo migliorare, maturare, cambiare, farsi delle idee proprie su argomenti sempre diversi, scegliere una strada che ti appassiona e condividerla con altre persone a te affini che ti influenzeranno e ti faranno inconsciamente cambiare in micro aspetti di tutto il tuo essere, contribuendo in questo modo, volenti o nolenti, alla tua personale crescita - cosa che magari farai pure tu nei loro confronti, intrecciandovi così in un rapporto di dare e avere che si perde nella trasformazione di un rapporto più profondo, dove la distinzione dei diversi gesti evapora lasciando posto alla naturalezza con la quale si abbattono le distanze, o le barriere che separano l'io dall'altro, unire i propri continenti, eliminare i confini politici-. crescere significa anche raffrontarsi con problemi che, incredibile ma vero, sono cresciuti insieme a te, sono maturati, sono cambiati. illudersi di dovere o potere affrontare gli stessi identici problemi di quell'estate soleggiata dei vent'anni di chiunque equivarrebbe a voler crescere in altezza mantenendo però le stesse braccia, mani e gambe di quando avevamo cinque anni. i problemi sono parte di noi, e chi dice il contrario è soltanto qualcuno pronto a mentire pur di tranquillizzare il prossimo. i problemi vanno trattati proprio come le braccia, le mani e le gambe. ritrovarsi a trenta quaranta cinquant'anni con le stesse mani di quando invece ne avevamo quindici, avere il busto grande e spesso di un uomo ma le braccia corte ed esili di un ragazzo, i pensieri di un adulto ma la faccia di un bambino, come ci fossimo divertiti a prendere i bambolotti della nostra infanzia smontandoli degli arti e rimontandoli gli uni sul corpo degli altri, creerebbe un certo imbarazzo: tutti noterebbero quel qualcosa di strano, di fuori posto, quel qualcosa che non andrebbe.
i problemi sono una parte di noi, inutile ignorarli. siamo noi stessi a crearli, sono una specie di secrezione spontanea che il nostro corpo produce di fronte alle varie situazioni. in natura , oltre l'uomo, i problemi non esistono. risolverli non vuol dire schiacciarli, pestarli, prenderli a pugni, ucciderli, quanto piuttosto parlarci, confrontarsi, scioglierli - i nodi alle scarpe li sciogli perché vuoi mantenere intatti i lacci, non li bruci, così come non puoi bruciare i problemi, altrimenti si perderebbero anche le situazioni - assorbirli come assorbi l'adrenalina, o l'acido lattico.
per capirlo devi passare per forza da molte estati, non solo dei vent'anni. prima lo capirai e prima riuscirai a goderti le estati al loro completo, comprese quelle brutte. comprese anche quelle con molti temporali.
mercoledì 13 ottobre 2010
Tu, io e Vasco Brondi
mi sono sempre chiesto come facesse a non piacerti vasco brondi, illuminato dalle sue luci della centrale elettrica, tra la musica, i suoi testi. dicevi di non sopportarne il modo di cantare, così urlato. no, ripetevi quando lo sentivi iniziare alla radio, di nuovo uno che urla. ma io non ti credevo. a me piaceva talmente tanto. pensavo bastassi solo io a farcelo piacere a entrambi. ti avrei prestato volentieri un po' del mio gradimento, tu in cambio mi avresti dato la sensazione che ti donavano alcuni gruppi strani di cui io non avevo mai sentito parlare. ragionavo così: il piacere o non piacere lo misuravo a livello di persone, con un numero. a me piace tizio, a me piace caio. il livello di piacere, così lo chiamavo nella mia testa, aumentava di una unità ogni volta che qualcuno, in modo conscio o inconscio, ripeteva dentro di se: mi piace tizio, mi piace caio. se qualcuno invece diceva: mi piace tizio, ma non mi piace caio, allora tizio si staccava, guadagnava punti, mentre caio rimaneva fermo al palo. tre a due per tizio, la corsa può riprendere. e così via.
in questo mio strano gioco non contavano i decimali, i numeri a destra della virgola, oppure le opinioni espresse sempre dopo la virgola. così se qualcuno diceva: mi piace tizio, ma mica poi tanto tanto, a referto andava soltanto il mi piace tizio, un punto, senza contare quello detto dopo la virgola, il ma mica poi tanto tanto, quelli erano i decimali. in questo gioco, ti dicevo, il punteggio è un numero intero, non c'è spazio per le frazioni. a tenere conto di certi giudizi si rischierebbe di complicare i calcoli, andando a lavorare con i tre quarti, i quattro quinti, dieci sedicesimi. bisognava velocizzare, essere concisi.
per questo era inutile che io mi dicessi: a me piace vasco brondi, ma talmente tanto tanto. per quanto potessi sforzarmi, o aggiungere parole numeri dopo la virgola nel tentativo di avvicinarmi il più possibile all'unità successiva, al due, io avrei contato solo per uno. avevo un solo voto e non potevo farlo valere il doppio. così pensavo bastasse tu dicessi a te stessa: a me non piace vasco brondi, anche se c'è gente molto peggio in giro. in termini di numeri questo giudizio non sarebbe stato poi tanto negativo, forse si poteva tradurre in uno zero virgola tre, virgola quattro. da solo, ignorando la parte dopo la virgola, il tuo voto sarebbe stato solo zero, nullo, ma se ti avessi prestato il mio virgola nove nove nove nove nove nove all'infinito, ovvero il resto del mio giudizio sottratto dall'unità che avevo già dato, insieme saremmo arrivati ad un abbondante uno, e a questo punto al diavolo quel che restava a destra della virgola.
poi l'altra sera, primi di addormentarmi, mi sono reso conto di come avrei potuto donarti tutto quanto il mio gradimento per vasco brondi senza però spostare di un millimetro la tua opinione su di lui. non si tratta di piacere o non piacere, di darti una mano a fartelo piacere, o di aiutarti nel cercare di farlo. a te molto probabilmente non piacerà mai vasco brondi, neppure se te lo dessi da mangiare imboccandoti, seduta al tavolo, con il bavaglino.
si dice spesso di un artista, di una persona: non ci sono vie di mezzo, o lo si ama o lo si odia. in questo caso io lo amo mentre tu invece lo odi, e sinceramente penso sia molto più facile per l'amore trasformarsi in odio, che non piuttosto il contrario, l'odio in amore. per questo mi sono messo a pensare al motivo per cui io lo amo, cercando di riflesso il motivo per cui tu lo odiassi. è come un continente, la reputazione che si ha di una persona, l'africa per esempio. alla fine ci sono arrivato. ci siamo entrambi su questo continente, sia tu che io, solo che io sono affacciato sulle coste che danno sull'oceano del piacere, mentre tu sei dall'altra parte, dalla parte opposta, sulle coste bagnate dall'oceano del non piacere. io in mauritania e tu in somalia, o viceversa. il motivo per cui io lo amo è lo stesso per cui tu lo odi: l'africa, ovvero i testi. vasco nelle sue canzoni racconta di vite proprio come quelle che vorrei vivere io, quelle sognate. quando lo ascolto sento il racconto dei giorni possibili peggiori migliori, disegnati con le parole che io non riesco a trovare. quando lo ascolti te invece senti il ripetersi di giorni che a differenza mia tu hai già vissuto. le sue canzoni parlano di amori stesi sui pavimenti, di case in affitto in cui sdraiarsi abbracciati, di letti condivisi, di sigarette su sigarette (e invidiamo le ciminiere perché hanno sempre da fumare), di tramonti a cui avete dato fuoco, di futuri inverosimili, di trip rincorsi su motorini elaborati, di carta stagnola, dei garage a milano nord. io guardo quei giorni con le lenti rosa, tu con le lenti normali.
forse c'è un codice di comportamento tra le persone come te e vasco, ovvero quello di non raccontare mai come sono i giorni che vivete, per non fare ubriacare gli altri, come me, di vite che non ci appartengono, di situazioni dentro le quali non possiamo entrare perché non ne abbiamo il passaporto. ci farebbero male, voi lo sapete, andremmo subito in overdose, forzando il fisico a raggiungere livelli per noi improponibili. forse è questo il motivo per cui odi vasco brondi, il motivo per cui non ti piace: perché lo vedi come un criminale, colpevole di aver infranto una delle poche regole che avete.
e lo so di essermi spiegato a cazzo, come sempre, ma avevo questa cosa qui e mi premeva di dirti quello che ho capito, anche se non me lo hai detto ci sono arrivato da solo, dopo tanto. mi sembra di essere stato così bravo, quando invece per te era tutto così semplice.
in questo mio strano gioco non contavano i decimali, i numeri a destra della virgola, oppure le opinioni espresse sempre dopo la virgola. così se qualcuno diceva: mi piace tizio, ma mica poi tanto tanto, a referto andava soltanto il mi piace tizio, un punto, senza contare quello detto dopo la virgola, il ma mica poi tanto tanto, quelli erano i decimali. in questo gioco, ti dicevo, il punteggio è un numero intero, non c'è spazio per le frazioni. a tenere conto di certi giudizi si rischierebbe di complicare i calcoli, andando a lavorare con i tre quarti, i quattro quinti, dieci sedicesimi. bisognava velocizzare, essere concisi.
per questo era inutile che io mi dicessi: a me piace vasco brondi, ma talmente tanto tanto. per quanto potessi sforzarmi, o aggiungere parole numeri dopo la virgola nel tentativo di avvicinarmi il più possibile all'unità successiva, al due, io avrei contato solo per uno. avevo un solo voto e non potevo farlo valere il doppio. così pensavo bastasse tu dicessi a te stessa: a me non piace vasco brondi, anche se c'è gente molto peggio in giro. in termini di numeri questo giudizio non sarebbe stato poi tanto negativo, forse si poteva tradurre in uno zero virgola tre, virgola quattro. da solo, ignorando la parte dopo la virgola, il tuo voto sarebbe stato solo zero, nullo, ma se ti avessi prestato il mio virgola nove nove nove nove nove nove all'infinito, ovvero il resto del mio giudizio sottratto dall'unità che avevo già dato, insieme saremmo arrivati ad un abbondante uno, e a questo punto al diavolo quel che restava a destra della virgola.
poi l'altra sera, primi di addormentarmi, mi sono reso conto di come avrei potuto donarti tutto quanto il mio gradimento per vasco brondi senza però spostare di un millimetro la tua opinione su di lui. non si tratta di piacere o non piacere, di darti una mano a fartelo piacere, o di aiutarti nel cercare di farlo. a te molto probabilmente non piacerà mai vasco brondi, neppure se te lo dessi da mangiare imboccandoti, seduta al tavolo, con il bavaglino.
si dice spesso di un artista, di una persona: non ci sono vie di mezzo, o lo si ama o lo si odia. in questo caso io lo amo mentre tu invece lo odi, e sinceramente penso sia molto più facile per l'amore trasformarsi in odio, che non piuttosto il contrario, l'odio in amore. per questo mi sono messo a pensare al motivo per cui io lo amo, cercando di riflesso il motivo per cui tu lo odiassi. è come un continente, la reputazione che si ha di una persona, l'africa per esempio. alla fine ci sono arrivato. ci siamo entrambi su questo continente, sia tu che io, solo che io sono affacciato sulle coste che danno sull'oceano del piacere, mentre tu sei dall'altra parte, dalla parte opposta, sulle coste bagnate dall'oceano del non piacere. io in mauritania e tu in somalia, o viceversa. il motivo per cui io lo amo è lo stesso per cui tu lo odi: l'africa, ovvero i testi. vasco nelle sue canzoni racconta di vite proprio come quelle che vorrei vivere io, quelle sognate. quando lo ascolto sento il racconto dei giorni possibili peggiori migliori, disegnati con le parole che io non riesco a trovare. quando lo ascolti te invece senti il ripetersi di giorni che a differenza mia tu hai già vissuto. le sue canzoni parlano di amori stesi sui pavimenti, di case in affitto in cui sdraiarsi abbracciati, di letti condivisi, di sigarette su sigarette (e invidiamo le ciminiere perché hanno sempre da fumare), di tramonti a cui avete dato fuoco, di futuri inverosimili, di trip rincorsi su motorini elaborati, di carta stagnola, dei garage a milano nord. io guardo quei giorni con le lenti rosa, tu con le lenti normali.
forse c'è un codice di comportamento tra le persone come te e vasco, ovvero quello di non raccontare mai come sono i giorni che vivete, per non fare ubriacare gli altri, come me, di vite che non ci appartengono, di situazioni dentro le quali non possiamo entrare perché non ne abbiamo il passaporto. ci farebbero male, voi lo sapete, andremmo subito in overdose, forzando il fisico a raggiungere livelli per noi improponibili. forse è questo il motivo per cui odi vasco brondi, il motivo per cui non ti piace: perché lo vedi come un criminale, colpevole di aver infranto una delle poche regole che avete.
e lo so di essermi spiegato a cazzo, come sempre, ma avevo questa cosa qui e mi premeva di dirti quello che ho capito, anche se non me lo hai detto ci sono arrivato da solo, dopo tanto. mi sembra di essere stato così bravo, quando invece per te era tutto così semplice.
martedì 12 ottobre 2010
Verso Casa
Shay sorrise e si incamminò verso l'ufficio, passando a elencarmi le regole d'oro per la sopravvivenza e per fare carriera: non fare nulla se non quando sei assolutamente obbligato a farlo; non prendere mai nessun tipo di decisione; scarica sempre la responsabilità su qualcun altro; ricorda sempre che anche se rimani in ufficio fino a mezzanotte, nessuno ti pagherà mai un minuto di straordinario; ricorda che soltanto i tuoi errori saranno accuratamente annotati e macchieranno il tuo curriculim in modo indelebile; ricorda sempre che i tuoi superiori considereranno ogni tuo tentativo di cambiare qualcosa una minaccia nei loro confronti. Soltanto chi fa meno degli altri ed evita ogni decisione, farà carriera: ecco perché Mooney, che passava la giornata a leggiucchiare l'Irish Times seduto a quella scrivania invasa dalle carte, era a capoi di un'intera sezione, mentre Carol, che si dava un gran daffare e mandava avanti l'ufficio da sola, addossandosi anche il lavoro che lui si rifiutava di fare, non sarebbe mai stata promossadalla sua mansione di tuttofare-aiuto in seconda. Aveva commesso l'errore fatale di rendersi indispensabile e avrebbe continuato a sgobbare per Mooney fino a quando lui non se ne sarebbe andato in pensione, e un giovane laureato incravattato sarebbe venuto a modernizzare l'ufficio, passandole davanti.
Pensavo alla cena che mia madre mi aveva preparato, ormai incollata al piatto, la carne rinsecchita, le verdure asciutte e raggrinzite. Poi Shay mi parcheggiava un'altra pinta davanti e scacciava quel pensiero dalla mia mente. Cominciavo a capire come Shay potesse sopravvivere all'ufficio senza rancori né amarezza: per lui si trattava di una parentesi, di otto ore di riposo prima di entrare nel suo vero mondo.
"Hai paura, Hano?" gli domandò improvvisamente.
"Si."
"Allora vengo con te. Perché anch'io sto morendo di paura."
Quel turco gli aveva detto che ovunque si vada si porta sempre la propria casa dentor di sé. Allora essa è più reale di quanto non apparirà quando vi si farà vivo ritorno, poiché non può cambiare e non si può essere trasformati vedendola.
Si inginocchiò e lentamente cominciò a muovere la lingua in mezzo alle sue cosce, prima in una direzione, poi nell'altra, descrivendo dei cerchi da cui sgorgavano cascate di caolre che la sommergevano, finché Katie incominciò a tremare dalla testa ai piedi.
"E' un errore lasciarsi prednere dal sentimentalismo. Il passato è fatto di momenti belli e di momenti brutti e, soprattutto, è passato."
"Sai una cosa, Hano?", disse Shay. "Mi mancava questo schifo di posto. E' strano, vero? Non è necessario che un posto ti piaccia, perché tu ne senta la mancanza. [...] Come si fa ad andarsene da un posto, se poi devi continuare a portartelo dietro?"
Dermot Bolger
lunedì 11 ottobre 2010
Settembre 2010

"Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così."
Italo Calvino
venerdì 8 ottobre 2010
Like Rock & Roll And Radio
Are you still in love with me
Like the way you used to be or is it changing?
Does it deepen over time like the river
That is winding through the Canyon?
Are you still in love with her?
Do you remember how you were before the sorrow?
Are you closer for the tears
Or has the weight of all the years left you hollow?
Are we strangers now?
Like the Ziegfeld Gal and the Vaudeville show?
Are we strangers now
Like rock and roll and the radio?
Like rock and roll and radio
I can see you lyin' there
Tying ribbons in your hair and pullin' faces
I can feel your hand in mine
Though were living separate lives in separate places
Are we strangers now?
Like the Ziegfeld Gal and the Vaudeville show?
Are we strangers now?
Like rock and roll and the radio?
Like rock and roll and radio
All these white lies hanging like flies on the wall
Hard wired, road tired
Counting curtain calls and waiting
Waiting for the axe to fall
Are you still in love with me
Like the way you used to be or is it changing?
Does it deepen over time, like the river
That is winding through the Canyon?
Are we strangers now?
Like the Ziegfeld Gal and the Vaudeville show?
Are we strangers now?
Like rock and roll and the radio?
Like rock and roll and radio
Like the way you used to be or is it changing?
Does it deepen over time like the river
That is winding through the Canyon?
Are you still in love with her?
Do you remember how you were before the sorrow?
Are you closer for the tears
Or has the weight of all the years left you hollow?
Are we strangers now?
Like the Ziegfeld Gal and the Vaudeville show?
Are we strangers now
Like rock and roll and the radio?
Like rock and roll and radio
I can see you lyin' there
Tying ribbons in your hair and pullin' faces
I can feel your hand in mine
Though were living separate lives in separate places
Are we strangers now?
Like the Ziegfeld Gal and the Vaudeville show?
Are we strangers now?
Like rock and roll and the radio?
Like rock and roll and radio
All these white lies hanging like flies on the wall
Hard wired, road tired
Counting curtain calls and waiting
Waiting for the axe to fall
Are you still in love with me
Like the way you used to be or is it changing?
Does it deepen over time, like the river
That is winding through the Canyon?
Are we strangers now?
Like the Ziegfeld Gal and the Vaudeville show?
Are we strangers now?
Like rock and roll and the radio?
Like rock and roll and radio
Performed by Ray LaMontagne and the Pariah Dogs
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