Sto leggendo V. di Thomas Pynchon. Non è il suo primo libro che leggo, sapevo a cosa andavo incontro quando l’ho iniziato. Pynchon è così: non proprio facile, a volte ostico, a tratti straniante, spesso ubriacante con nomi e situazioni inverosimili. Ma non è la difficoltà della prosa, né tantomeno la complessità della struttura narrativa, della storia, l’intreccio, o anche solo le singole parole scelte e usate, che mi fissano qui su questa pagina ora. Sono arrivato a pensare, con l’aiuto di qualcuno (è ovvio) (grazie a una cena, meno ovvio, ma più vero) quanto sia difficile non tanto Pynchon o qualsiasi altro autore, grande o piccolo. Mi sono soffermato sull’importanza piccola, a tratti microscopica, delle parole, di quelle anche più semplici, tipo: questo, o anche: tipo, o: anche. O: o. Tutte le parole, dalla prima all’ultima, da quella più impossibile a quella più impensabile. E allo stesso tempo, mentre pensavo a questo (proprio questo), pensavo anche a quanto fossero, tutte insieme o prese singolarmente, di una difficoltà quasi incalcolabile. Non nel dirle, a parlare, quanto piuttosto da capire nel leggerle.
E anche se qui ora mi sto spiegando male, e le parole sembrano rigirarsi tutte quante contro, attorcigliandosi le une sulle altre in un groviglio indistricabile di lettere dove non si riesce a capire dove inizi una frase e dove invece ne finisca un’altra (quasi a volere sottolineare loro stesse, le parole, la loro forza e la loro difficoltà), voglio dire, qui, le stesse parole usate magari in un discorso diretto, a voce, tra due persone, sono assai più difficili da capire, qui, in questa pagina scritta. I segni usati per definirle, i disegni che compongono in grafia la scrittura.
Leggere è un’attività talmente naturale, ora. Tendo a dimenticarne l’importanza. Come respirare. È diventato talmente automatico da non rendersene neppure conto. Apro un libro, apro V., leggo Pynchon, e nel frattempo respiro, tra una parole e un’altra. Inspiro, espiro. Leggo: “Meditava con aria impenetrabile lungo le rive di quel placido fiume del pessimismo italiano, dove tutti gli uomini erano corrotti: la storia avrebbe continuato a svilupparsi secondo una ricapitolazione degli stessi schemi.” (non è molto di buon auspicio). Se mi devo fermare per grattare un poco la testa (forse devo fare spazio dentro, dentro la testa, per le parole e le idee che sto leggendo), o togliere un ciuffo di capelli dagli occhi, spostarli dietro le orecchie, tutto questo ha bisogno di più attenzione nei movimenti di quanto invece non ne abbia bisogno leggere. Se devo spostare la mano, portarla alla nuca, grattarmi, etc, devo mettermi a pensare di farlo, di spostare la mano, di portarla alla nuca, di grattarmi; mentre se leggo, leggo e basta: le parole mi entrano in testa passando dagli occhi come se non fossi io a leggerle, a fare un’operazione attiva, quanto piuttosto fossero loro a venirmi dentro passando sempre dagli occhi, in un’operazione nella quale io sono semplicemente passivo. Le accolgo e le capisco, ma non faccio niente per prenderle. Almeno non me ne rendo conto. Invece sposto di poco un poco gli occhi, li faccio scorrere sull’inchiostro, e traduco ciò che vedo in parole effettive che capisco: trasformo i disegni della scrittura in significato.
Tutto questo in un processo automatico, tanto automatico che adesso, proprio ora, mi domando: come ho fatto a impararlo? È una cosa incredibile di cui in effetti non mi ricordo assolutamente, perché ho una vaga memoria di quando non sapevo leggere, quando i libri erano solo un mucchio di pagine con degli scarabocchi sopra; e ho memoria di quando invece sapevo leggere (quando mi sono intestardito a leggere i tre moschettieri o la storia infinita) ma non ho memoria di quando questi due momenti si sono accavallati, quel confine nel quale stato imparando a leggere: ancora non sapevo del tutto, ma qualcosa sapevo. E in questo non posso fare nessun confronto con il respirare, perché non ho proprio mai nessun ricordo di quando ancora non respiravo. Questo perché respirare è naturale, è in qualche modo implicito nell’essere.
Sono arrivato a un punto in cui anche leggere è diventato implicito, e se voglio ricordarmi di quando non leggevo (non per le possibilità di tempo o di voglia, quanto piuttosto proprio di impossibilità intesa come incapacità) devo fare uno sforzo nel guardarmi indietro, e anche facendolo non ho che un ricordo sfocato, del tipo: non ho la visione precisa di un giorno in cui magari non ho mai letto perché non sapevo, ho visioni di giorni in cui non leggevo perché troppo piccolo per interessarmi alla lettura, giorni durante i quali non facevo che giocare e giocare e giocare ancora: giorni troppo corti per contenere tutta quanta la mia esuberanza nel correre e nello scoprire cose nuove.
Se dovessi imparare ora a leggere, da dove inizierei? Se per caso dimenticassi tutto a un tratto come si fa, riuscirei a reimparare a farlo? O se dovessi insegnarlo io a qualcun altro: riuscirei a insegnarlo come è stato insegnato a me?
L’insegnamento della lettura, del leggere e non di cosa leggere o dello scegliere cosa leggere, è questo il difficile, più del leggere in sé. Nel farlo apri un mondo e ne apri mille allo stesso tempo. Se leggere ora per me è così facile è perché tutte le difficoltà si sono rifugiate dentro quella difficoltà, la difficoltà dell’insegnarmelo, talmente profonda, questa difficoltà, che io non riesco a vederne la fine (è per questo che io non riuscirei a farlo, a insegnare a leggere). È a chi ha tutta questa capacità, e soprattutto in modo molto egoistico a chi ha avuto tutta questa capacità nell’insegnarlo a me, che va tutta la mia gratitudine.
Grazie.
Grazie mille.
Davvero.
lunedì 11 marzo 2013
venerdì 8 marzo 2013
Maya colpisce ancora
Il nostro mondo più funesto apparirà
e sarà caro il disinganno quando tutto crollerà
e la ricerca del passato e le speranze nel futuro
falliranno fatalmente, quindi quale mai potrà
essere l’ambito del gioco la città
in cui far crescere la rosa, percepirne l’entità,
il giusto tempo, l’esistenza, l’epopea meravigliosa
in cui cullare la mimosa, ovvero la felicità
Sono millenni che da scimmie cazzeggiamo col potere,
col mito dell’avere, amori e religioni e non cambiamo mai,
banchieri, operazioni, studenti ed operai
Povero pusher che da solo se ne va
con i proventi del lavoro verso la celebrità,
e la ragazza di Lambrate si lamenta a voce alta
del suo seno da rifare con i soldi che non ha.
Da vent’anni da farfalle ci ostiniamo ad apparire,
fondiamo sul piacere, su ottuse dittature, la nostra civiltà,
fiammiferi o splendore, che differenza fa?
Maya colpisce ancora, colpisce ora, ci annienterà.
Esco, non ho paura, morte sicura viviamo già.
Hare Krishna, Hare.
Ave Maria che nessun figlio piangerai
e che ti erediti la crisi d’Argentina e d’Uruguay
E dalle antenne
di Segrate li cominci a decifrare i segnali
ineluttabili del vuoto che verrà,
abbiamo sempre praticato sospensioni del dolore
e modi di scappare invece è esistenziale
la mia bestialità, struttura elementare del tuo DNA
Maya colpisce ancora, addirittura ci estinguerà
Esco, non ho paura, morte sicura viviamo già
Vieni pure, Maya di peste nera e di colera ci ucciderà
Nel frattempo canto, che me ne importa,
canzone morta, cantiamo già
Hare Krishna Hare
Performed by Baustelle
e sarà caro il disinganno quando tutto crollerà
e la ricerca del passato e le speranze nel futuro
falliranno fatalmente, quindi quale mai potrà
essere l’ambito del gioco la città
in cui far crescere la rosa, percepirne l’entità,
il giusto tempo, l’esistenza, l’epopea meravigliosa
in cui cullare la mimosa, ovvero la felicità
Sono millenni che da scimmie cazzeggiamo col potere,
col mito dell’avere, amori e religioni e non cambiamo mai,
banchieri, operazioni, studenti ed operai
Povero pusher che da solo se ne va
con i proventi del lavoro verso la celebrità,
e la ragazza di Lambrate si lamenta a voce alta
del suo seno da rifare con i soldi che non ha.
Da vent’anni da farfalle ci ostiniamo ad apparire,
fondiamo sul piacere, su ottuse dittature, la nostra civiltà,
fiammiferi o splendore, che differenza fa?
Maya colpisce ancora, colpisce ora, ci annienterà.
Esco, non ho paura, morte sicura viviamo già.
Hare Krishna, Hare.
Ave Maria che nessun figlio piangerai
e che ti erediti la crisi d’Argentina e d’Uruguay
E dalle antenne
di Segrate li cominci a decifrare i segnali
ineluttabili del vuoto che verrà,
abbiamo sempre praticato sospensioni del dolore
e modi di scappare invece è esistenziale
la mia bestialità, struttura elementare del tuo DNA
Maya colpisce ancora, addirittura ci estinguerà
Esco, non ho paura, morte sicura viviamo già
Vieni pure, Maya di peste nera e di colera ci ucciderà
Nel frattempo canto, che me ne importa,
canzone morta, cantiamo già
Hare Krishna Hare
Performed by Baustelle
giovedì 7 marzo 2013
Quando ci svegliamo insieme non ci svegliamo insieme
Quando ci svegliamo insieme non ci svegliamo insieme. Sei sempre te ad alzarti per prima. Lasci nel letto una figura di calore, alla quale mi attacco, aspettando di vederti tornare in camera dopo essere stata in bagno. È un momento magico, proprio all’inizio della giornata, quando per un breve intervallo ho per me due te.
mercoledì 6 marzo 2013
My summer of love
L’estate è quel periodo dell’anno durante il quale tutti, soprattutto gli adolescenti, possono prendersi una pausa, da qualsiasi cosa. È una porzione di tempo ritagliato, un segmento, dentro cui tutti possono sbizzarrirsi e cambiare: identità, fantasie, possibilità. Lo sa bene la qui esordiente Emily Blunt, il cui personaggio gioca a interpretare un altro personaggio durante l’assenza estiva dei genitori. A farne le spese, o per meglio dire a seguirne questa breve avventura trasgressiva, è la nuova amica del cuore che a specchio vive le stesse situazioni della qui bella Emily con una piccola differenza: laddove per il personaggio della Blunt vive tutto come una finzione, Mona invece è costretta a vivere le situazioni sotto un aspetto prettamente reale. C’è il fratello che si rinchiude nella religione, c’è la mancanza dei genitori, c’è la voglia di scappare.
Mona troverà in Tamsim (Emily Blunt) la strada da percorrere per fuggire, prima in senso metaforico e poi in un’ipotesi di senso meno figurato. A fermarla sarà soltanto lo sgretolarsi delle sue certezze costruite in modo così sicuro nell’arco di quel periodo estivo.
Girato con sincerità e con mezzi magari ridotti, il film sente il peso del tempo, già a quasi un decennio dall’uscita (è del 2004), collocandosi nell’affollato ambito delle pellicole indipendenti che non riescono a sfoggiare una luce e una bellezza capaci di renderli particolari ed elevarli al di sopra della media. Una storia scritta per due, dove Emily Blunt prima gioca e poi rivaleggia con la protagonista Nathalie Press.
Mona troverà in Tamsim (Emily Blunt) la strada da percorrere per fuggire, prima in senso metaforico e poi in un’ipotesi di senso meno figurato. A fermarla sarà soltanto lo sgretolarsi delle sue certezze costruite in modo così sicuro nell’arco di quel periodo estivo.
Girato con sincerità e con mezzi magari ridotti, il film sente il peso del tempo, già a quasi un decennio dall’uscita (è del 2004), collocandosi nell’affollato ambito delle pellicole indipendenti che non riescono a sfoggiare una luce e una bellezza capaci di renderli particolari ed elevarli al di sopra della media. Una storia scritta per due, dove Emily Blunt prima gioca e poi rivaleggia con la protagonista Nathalie Press.
martedì 5 marzo 2013
Gli oscuri tempi (e anche molto stupidi)
Diciamo che me lo aspettavo, ma diciamo anche che una campagna
elettorale così mi auguravo di non vederla mai. Diciamo che anni di
sollecitazioni alla reazione istintiva e violenta stanno dando i loro
frutti. Diciamocelo. Poi, lascio parlare David Foster Wallace, su un
punto in particolare, dall‘intervista rilasciata a Larry McCaffery (traduzione di Martina Testa).
Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.
Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o l’attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Non sto cercando di seguire le orme di Tolstoj o di John Gardner. Penso solo che la letteratura che non esplori quello che significa essere umani oggi, non è arte. Abbiamo tanta narrativa di qualità che ripete semplicemente all’infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz’anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell’elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo «Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!» Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già.È una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Quello che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, vedere come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo? E queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?
Trovato su Lipperatura
Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.
Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o l’attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Non sto cercando di seguire le orme di Tolstoj o di John Gardner. Penso solo che la letteratura che non esplori quello che significa essere umani oggi, non è arte. Abbiamo tanta narrativa di qualità che ripete semplicemente all’infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz’anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell’elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo «Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!» Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già.È una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Quello che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, vedere come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo? E queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?
Trovato su Lipperatura
lunedì 4 marzo 2013
Febbraio 2013
"Quando uno si abitua in quel modo, senza mai ottenere quello che desidera, a poco a poco finisce col non capire neanche più bene quello che vuole."
Haruki Murakami
venerdì 1 marzo 2013
Cristina
Ex,
incantatori di serpenti
coppia fissa di studenti
scimmie delle occupazioni
bruciavamo come se
fosse sul punto di scoppiare
l’avvenire,
io e te da tempo
Ex Incandescenze ed uragani
Con i piedi e con le mani
Per le strade di Bologna
Un bicchiere di Fernet
In uno sputo di caffè
Olè
Come stai?
Che vita fai?
Chiede Cristina
Cos’è che provi adesso?
Ora che hai quel che vuoi
Non so rispondere
Il mio fantasma
Spedirglielo in allegato
dovrei
Ex,
amici dal fottuto giorno in cui praticò l’amore
la tua amica, la migliore. e lo praticò con me
chi fosse non ricordo più
Oh Gesù!
Come stai?
Che vita fai?
Chiede Cristina
Cos’è che sogni adesso?
Ora che fai quel che fai
Non so rispondere
Il mio fantasma
Via da lei
Prima cacciare dovrei
Vorrei, dovrei, vorrei, dovrei, vorrei,dovrei
Gli spettri abitano dimore gotiche
Come succede in Edgar Allan Poe.
Ma quelli che fanno più paura sono qui
A ricordare il tempo agli uomini.
Gli spettri agitano coscienze storiche
Fatti epocali, stragi piccole
Colpe e peccati e scie di cenere
Ciò che ci fa paura siamo noi.
Performed by Baustelle
coppia fissa di studenti
scimmie delle occupazioni
bruciavamo come se
fosse sul punto di scoppiare
l’avvenire,
io e te da tempo
Ex Incandescenze ed uragani
Con i piedi e con le mani
Per le strade di Bologna
Un bicchiere di Fernet
In uno sputo di caffè
Olè
Come stai?
Che vita fai?
Chiede Cristina
Cos’è che provi adesso?
Ora che hai quel che vuoi
Non so rispondere
Il mio fantasma
Spedirglielo in allegato
dovrei
Ex,
amici dal fottuto giorno in cui praticò l’amore
la tua amica, la migliore. e lo praticò con me
chi fosse non ricordo più
Oh Gesù!
Come stai?
Che vita fai?
Chiede Cristina
Cos’è che sogni adesso?
Ora che fai quel che fai
Non so rispondere
Il mio fantasma
Via da lei
Prima cacciare dovrei
Vorrei, dovrei, vorrei, dovrei, vorrei,dovrei
Gli spettri abitano dimore gotiche
Come succede in Edgar Allan Poe.
Ma quelli che fanno più paura sono qui
A ricordare il tempo agli uomini.
Gli spettri agitano coscienze storiche
Fatti epocali, stragi piccole
Colpe e peccati e scie di cenere
Ciò che ci fa paura siamo noi.
Performed by Baustelle
Iscriviti a:
Post (Atom)

