venerdì 29 marzo 2013

Il Testamento

ho dieci strofe per per lasciare un bel ricordo
ho dieci piani che mi aspettano giù in fondo
e sono certo in pochi possono capire
ma davvero io son felice di morire
ho fatto tutto quello che dovevo fare
ed ho sbagliato per il gusto di sbagliare
son stato sveglio quando era meglio dormire
ed ho dormito solo per ricominciare
son stato solo tutto il tempo necessario
a guardare gli altri e non per fare il solitario
ed ho creduto in tutti per quel che ho potuto
mi son rialzato sempre dopo esser caduto
ho preso in giro solo quelli più potenti
a loro ho preferito sempre i pezzenti
me ne son fregato dei giudizi della gente
nessuno giudica se è un poco intelligente
ne ho amati molti perché lo volevo fare
tanti ne ho odiati ma anche loro per amore
ho preferito Gesù Cristo a suo padre
anche se entrambi non li voglio al funerale
ho scelto tutto quello che volevo fare
ed ho pagato ben contento di pagare
perché la scelta in fondo è l'unica cosa
che rende questa vita almeno dignitosa
e quindi scelgo di saltar dal cornicione
come un gabbia- no, un falco, un piccolo aquilone
come un aereo, una falena, un pipistrello
che vola alto, invece ora io mi sfracello
ed ho scelto te per dei motivi misteriosi
siam stati accanto per giorni meravigliosi
e lo sai bene che lo faccio per natura
non rivederti più é l'unica paura
ai benpensanti che lo trovano immorale
a quelli che lo leggeranno sul giornale
alle signore bocca larga e parrucchiere
a chi non mi lascia farlo in altre maniere
io scelto esattamente tutto quel che sono
senza la scelta io la vita l'abbandono
ho scelto tutto, tutto tranne il mio dolore
lo ammazzo io e non c'è niente da capire

Performed by Appino

giovedì 28 marzo 2013

Ci troviamo la mattina

Ci troviamo la mattina a essere veloci più di quanto la natura non ci abbia dotato: due parole, un movimento, due baci, un saluto. Ci vediamo, ci sentiamo, ci baciamo, buona giornata, ciao.

mercoledì 27 marzo 2013

Skyfall

Gli ingredienti per fare bene c’erano tutti, a partire dal regista, tale Sam Mandes, fino ad arrivare a un James Bond anomalo ma ormai rodato come Daniel Craig. Se poi si aggiunge il fatto che tutti ne parlavano tanto bene, pensavo di essere davanti a un bel film, capace di farmi divertire in spensieratezza. Invece ciò che riesce a fare questo Skyfall, e lo riesce a fare davvero bene almeno nel mio caso, è far venire voglia di rivedersi il primo capitolo del reboot firmato appunto Daniel Craig. La vicenda sa di già visto, già sentito, già provato. Ed è inutile inserire un cattivo nascosto per metà film dando la parte a Javier Bardem: sembra quasi che lo si sia fatto solo per il gusto di vedergli indossare un nuovo parrucchino dopo quello ben più famoso de Non è un paese per vecchi. Il resto del cast è di alto livello, anche se relegato in parti minori, vedasi Ralph Fiennes, ma tutto quanto non riesce a elevare la pellicola a un film che potrebbe avere valore vedere. Ciò che si salva, o che per lo meno cerca di salvare del tutto la produzione, facendo passare in secondo piano le incongruenze presenti nella sceneggiatura, è il fatto di essere il primo 007 moderno a prendere in considerazione, giocandoci, il naturale passaggio del tempo, lasciandosi alle spalle e cercando di valutare il periodo in cui i film di James Bond potevano dirsi attuali, e dove lo spionaggio aveva regole ben precise. Con il passare degli anni e la trasformazione del lavoro di una spia, certi aspetti e alcuni comportamenti che si vuole vedere in un film di Bond sono andati persi. In questo Skyfall riesce ad essere al passo con i tempi e a non nascondersi dietro un dito o fare finta di nulla. Cita il passato (si veda la macchina di Bond) e sposta l’azione in un’ambientazione dove i trucchi e i metodi di una volta possano avere ancora valore. Per il resto forse è meglio il nuovo vecchio Casinò Royale, anche se non me lo ricordo bene, ma è proprio qui che Skyfall fa il suo dovere, magari involontario: invoglia a rivedere un film di 007.

martedì 26 marzo 2013

Marlene Kuntz @Officina Giovani

Quando si segue la propria strada musicale da abbastanza anni e con abbastanza successo, si arriva inevitabilmente a un punto nel quale ci si domanda se per caso quello che ci si appresta a fare non sia in qualche modo ripetitivo, se non lo si sia già fatto in precedenza. Per ovviare a questa domanda, o magari per cercare di rispondere, la tendenza è quella di allargare la propria formazione a un numero sempre maggiore di strumentisti, andando così ad arricchire arrangiamenti di canzoni conosciute a memoria di altri suoni e vibrazioni: archi, spesso violini, etc. Si guardi all’esempio nostrano degli Afterhours: nel loro ultimo concerto a cui ho assistito il palco faceva fatica a contenere il numero di musicisti chiamati a suonare.
I Marlene Kuntz, che hanno pubblicato il loro primo album nel 1994 ma sono in giro dal 1990, non possono chiamarsi fuori ed evitare di dovere rispondere alla domanda di cui sopra. Per farlo però non utilizzano la solita formula di aggiunta, ma vanno controcorrente, come spesso succede nelle loro scelte anche musicali e di genere, e decidono di lavorare in sottrazione. Sul palco infatti per questo concerto del loro nuovo tour “3 di 3” (con cui tra l’altro giocano con il titolo di una loro canzone [nota per i non fan]) salgono solo loro, ovvero i veri Marlene: Luca Bergia alla batteria, Riccardo Tesio alla chitarra, e Cristiano Godano a chitarra e voce.
Allo stesso modo, le location individuate per questa serie di concerti non sono enormi, grandi spazi infiniti nei quali radunare un numero grandissimo di spettatori, ma sono abbastanza ristretti, raccolti, quel tanto da suggerire un rapporto con il pubblico più diretto e, in un certo senso, sincero. L’Officina Giovani, in quel di Prato, non fa eccezione, tant’è che Godano & Co. per tutta la durata del concerto potranno guardare negli occhi chi è venuto a vederli, distanziati da loro solo di un metro scarso, quello tra il palco poco rialzato e le transenne del pubblico.
Proprio per la dimensione esigua del locale, decido di presentarmi alla biglietteria con un buon anticipo. Lo spettacolo è previsto per le 22.30 e calcolando che i tre di Cuneo non inizieranno mai a quell’ora, vado a ritirare il biglietto, io puntuale, alle 22.30, conscio che dovrò aspettare: non è un problema. Quando arrivo l’Officina non è ancora piena e mi lascia l’opportunità di scegliermi il posto con cura, andando a calcolare l’impatto sonoro e la visuale migliore. Dopo avere girovagato per un po’ trovo il mio habitat ideale a poco meno di due metri dal palco, tra due piloni che vanno a sorreggere il soffitto e che altrimenti avrebbero rovinato il campo visivo. La posizione è quasi perfetta, rasenta quanto di più vicino ci possa essere a un faccia a faccia frontale, e lo è fino a quando un muro di capelli leggermente rettangolare non mi si piazza davanti dopo essersi ricongiunto con un amico che a quanto pare gli teneva il posto. Il sosia in versione ingrandita di Slash dei Guns ‘n’ Roses è un tipo alto a cui non si può immaginare una faccia, talmente la nuca è coperta di ricci neri: quella chioma lo definisce già più di quanto non potrebbe fare qualsiasi altro lineamento facciale, anche il più fantascientifico. Se anche avesse una cicatrice a tagliarli in due un occhio, lui rimarrebbe comunque il tizio con un rettangolo di capelli ricci che mi oscura gran parte del palco.
Di spostarsi non se ne può parlare, perché ormai il concerto dovrebbe iniziare da un momento all’altro, e in più sono bonariamente circondato da altre persone che hanno la decenza di spirito di lasciare tra sé e gli altri quel minimo spazio di libertà di movimento che permette a qualsiasi individuo di compiere dei gesti ordinari quali, per esempio: grattarsi un attimo la testa, o applaudire una canzone.
Ma al peggio non c’è mai fine, tant’è che quando la musica registrata si zittisce di colpo, presagendo l’ingresso sul palco dei nostri, due giovanotti tutti galvanizzati mi si piazzano davanti in quel ristretto vuoto  che c’è tra il tizio dai riccioli neri e le mie mutande, dicendosi l’uno all’altro tutti eccitati: qui c’è posto!
Avvilisco, un po’ per il disagio arrecatomi e un po’ perché da un certo punto di vista odio vedermi così intollerante quando sono a un concerto: è un sintomo dell’età che avanza. Per fortuna non c’è tempo di cadere in un baratro di tristezza senile che subito i tre di tre salgono uno alla volta sul palco.
Il concerto inizia con una lettura di Fingendo la poesia. Lettura nel vero senso del termine, tant’è che Godano, in giacca nera e camicia bianca, tiene davanti agli occhi un foglio in cui è trascritto il testo della sua stessa canzone, quasi che senza la musica per lui quelle parole fossero nuove. Le letture con solo una soffice base sonora, che a intervalli più o meno regolari andranno a dare fiato al concerto, paiono volere porre maggiormente l’attenzione, qualora ce ne fosse bisogno (magari per i fan più duri e puri del rumore rumoreggiante degli esordi di gioventù quasi sonica), sulle parole e sulla scelta importante di ogni singola di esse. Scarnificandone via il suono, le note,  e pure la melodia, oltre ovviamente al ritmo, si scopre tutta la profondità di senso e la ricercatezza delle canzoni, e dai testi stessi ne emerge l’intenso e curato lavoro che sta dietro a essi.
Il gruppo è compatto e ovviamente rodato. Dopo un breve riscaldamento con pezzi acustici, nei quali si può apprezzare la pulizia elegante di Riccardo negli assoli, i Marlene sono pronti a sfrecciare su carreggiate più elettriche. Il via è dato dall’inaspettata cover di Breed dei Nirvana. Appena il pubblico la riconosce trasforma quella che fino a poco prima avevo scambiato per muta indifferenza in esaltante fragore. Parte il pogo, e nonostante qualcuno riesca rifilarmi un pestone sull’alluce destro già in non perfette condizioni, approfitto del marasma generale per mettermi alle spalle il tizio dai folti capelli neri. Senza l’ingombrante figura di questa copia annerita di Casaleggio montato a neve, il concerto decolla alla grande acquistando una nuova fantastica dimensione: quella visiva.
Per esempio: quando canta e suona Sapore di miele, con la camicia bianca ampiamente sbottonata sul petto e tutta trasparente e appiccicata sulla pelle per il sudore, è innegabile, nei suoi movimento scattosi e feroci, che Cristiano Godano si uno degli animali più sensuali  del panorama musicale ad abbracciare una chitarra. Al tempo stesso, riacquisire il contatto visivo mi permette di immergermi ancora di più nell’atmosfera del concerto, cantando a squarciagola le canzoni e saltando come un indemoniato, ballando: al diavolo il pensiero di essere vecchio, e ‘fanculo a tutti i giovanetti con cui avevo condiviso la platea all’ultimo concerto degli Zen Circus, quegli sbarbati che mi avevano fatto sentire così fuori luogo. Questo è il rock italiano, quello vero, e suona nelle note essenziali di Overflash o sull’armonia più rilassata di Nuotando nell’aria.
Il rock italiano ha un nome e un cognome ben definiti. Il rock italiano è i Marlene Kuntz più di quanto i Marlene Kuntz non facciano parte del rock italiano. Da un certo punto di vista il gruppo di Cuneo lo detta il rock italiano, lo forma, plasmandolo per assurdo a sua immagine e somiglianza nelle più svariate declinazioni i tre decidano di cantarlo: con rumore e furia, o con più armonia e ragionamento. Siano essi in forma allargata o nel nucleo compatto, tre di tre la mischia gaia di vipere. E allora, lasciatevi mordere da queste vipere. È sempre un piacere di veleno.

lunedì 25 marzo 2013

Il circo del diavolo

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Le storie che si raccontavano da ubriachi – pirotecniche, come veri e propri spettacoli – non obbedivano alle leggi inutili e tediose dell’attendibilità.

Era più facile raccontare la verità se la si travestiva da finzione.

Rudy guardò Henry, i suoi occhi verdi luminosi e tristi, e capì che non avrebbe potuto fare nulla per salvarlo. Ma anche dopo essersene reso conto, sapeva che non avrebbe smesso di provarci, perché erano amici, e quando si è amici il minimo che si può fare è questo: provarci.

Solo, con il resto del mondo a ricordarti chi eri, non eri che uno dei tanti

“Le carte hanno una loro storia, lo sapevi? Non ne sono certo, ma credo che il re rappresenti qualcuno.”
Henry non riuscì a trattenersi e disse tutto d’un fiato: “Il re di cuori rappresenta Carlo magno, il re di quadri è Giulio Cesare, il re di fiori è Alessandro il Grande e il re di picchè è Davide, un personaggio della Bibbia.”

Le cose belle si trovano nelle piccole scatole.

“È così che si fa amicizia con gli animali”, disse Hannah. “Trattandoli con amore.” Fece una pausa pensando a quanto aveva detto. “Lo stesso vale per le persone, credo. Se sei carino con loro, loro saranno carine con te.”

La vita è triste, ma le vere tragedie colpiscono solo pochi e perseguitano il resto di noi per sempre.

L’unica differenza tra un eroe reale e un eroe tragico è che l’eroe tragico sopravvive alle sue perdite.

Non è il numero di perdite che conta, ma la loro gravità.

Pensai dovesse avere i suoi stessi capelli biondi e gli occhi azzurri, la stessa luminosità, così radiosa che per dormirle accanto bisognava girarsi di spalle.

Sarebbe bello se dentro di noi ci fosse una lampadina che si accende automaticamente quando qualcuno si innamora di noi. Sarebbe bello se l’amore venisse sempre corrisposto.

Le luci si accenderanno e ti ritroverai davanti al pubblico, e ogni singola persona ti guarderà con due occhi, credimi: uno che vuole vederti trionfare, l’altro che vuole vederti crollare e fallire. In questo mondo non hai molte occasioni per sbagliare.

“L’amore”, ripeté Henry, facendo un passo verso Marianne, che non sembrava neppure accorgersi della sua presenza. “Se solo sapessimo come funziona. Perché senza dubbio è un trucco, un’illusione. Può qualcosa di così meravigliosamente potente, misterioso e ingannevole essere anche reale?”

Il fatto era che aveva bevuto quasi troppo. Non gli capitava mai di bere troppo, ma gli capitava spesso di bere quasi troppo, e questa era una di quelle occasioni. Era leggermente stordito, un paio di secondi in ritardo rispetto al mondo.

Capire cosa ci è successo è un conto; capire perché è successo è tutta un’altra cosa.

I miei genitori erano preoccupati per me e io ero preoccupato per loro. Capii, grazie a loro e a quasi tutti gli adulti che conoscevo, che quando un ragazzo diventa uomo la ricerca della verità, nella maggior parte dei casi, si concludeva.

Sono un tipo curioso, ho sempre voglia di imparare. Cerco di capire le cose. La verità ti dà un senso di libertà. È come una cosa positiva, anche quando quello che scopri non è bello.

Non ne ero tanto sicuro, ma se dici le cose con la giusta convinzione la gente tende a credere a tutto. Cominci a crederci persino tu.

A volte, da qualche parte, per ragioni che non immagineresti e crederesti mai, qualcuno è felice.

Il dolore era arrivato a un livello tale da trasformarsi chissà come in una forma di piacere intorpidito.

Le persone vivono nel mondo come se il mondo fosse un posto in cui vivere. Come se fosse fatto per loro. E la cosa più straordinaria fu che Henry lo capì in quel momento – il mondo era fatto per loro. Per lui, per tutti noi. È per questo che il mondo esiste. Buon Dio. Perché ci aveva messo così tanto a capirlo? Che questa vita, questo mondo, era qualcosa di cui anche lui poteva far parte?

Daniel Wallace

venerdì 22 marzo 2013

La distanza

Muovi le tue mani su di me
Il silenzio sembra indispensabile
Per controllare le parole
E dimostrare di sentirsi debole
Tu da me non hai che l'assenza
Quello che ti resta è la distanza
Tu da me non avrai che l'assenza
Muovati rapidamente
Legami
Poi controlla l'istabilità
di ogni nostro punto di contatto e spiegami
cosa vuoi da me, come devo cambiare per non farti star male
Tu da me non hai che l'assenza
Quello che ti resta è la distanza
Tu da me non avrai che l'assenza
Quello che ti resta è la distanza
La distanza
Muovi le tue mani su di me
Il silenzio sembra indispensabile
E poi finire le parole dentro ai gesti stanchi
e poi tornare ad imparare a rimanere soli
Siamo lontani
Lontani
Così quello che ti resta è la distanza
Tu da me non avrai che l'assenza
Quello che ti resta è la distanza
La distanza
E poi finire le parole
Come finire le parole

Performed by Paolo Benvegnù

giovedì 21 marzo 2013

Quando stiamo male

Quando stiamo male stiamo male a turno, prima io e poi te, o viceversa. In questo modo ci possiamo curare a vicenda, e passarci amorevolmente la malattia. In questo modo si riparte, in ciclo continuo: prima io, poi te, poi di nuovi io, e poi di nuovo te.