Someday you'll win by far
your evil side
that subtly makes you wild
when grows in thee
and leaves you lonely dear so lonely dear
you wait for a cure that won't come
Before then you thought you are too dark
well decided to go
but your love is there
your only love is there
Where the truth and his fluidity
accept the cruelty
of your bleak and darkened soul
Still my lover days
go on with stupid prayers
"Please make me happier, please make me happy"
But your only fear is to feel lonely dear
so you'd better come home
Cause any flower blossom you know?
towards the light, i mean
so follow my light, my dear
My love against your sorrow will heal all of your scares
i swear.
venerdì 18 ottobre 2013
giovedì 17 ottobre 2013
Zigomi che parlano
“Secondo te sta parlando sul serio?” Lei si era lasciata cadere all’indietro, in un delicato planare verso di lui, per potergli parlare. Lo aveva usato come un cuscino, sul quale adagiarsi semi sdraiata. Aveva appoggiato la testa sul suo petto, voltandosi un poco di lato, e lo aveva guardato dal basso verso l’alto.
Qual era la domanda?
La prima cosa a venirgli in mente, senza alcun motivo apparente, furono i suoi zigomi. Quella parte di lei anticipò qualsiasi altra cosa. Solo dopo vennero gli occhi, le orecchie, le labbra, i denti. Un ritratto di lei si disegnò da solo dentro la sua testa partendo dagli zigomi. Per quei brevi attimi iniziali gli zigomi furono l’unica parte di lei a sua disposizione, una ciambella di salvataggio alla quale lui si aggrappò immediatamente. Come spiegare: nel breve lasso di tempo, tra quando lui avvertì il peso della nuca di lei sul suo petto a quando realizzò in modo conscio che quel peso era lei e che quella testa era la sua, lei cessò di esistere nella sua mente come figura intera. Non era più un viso, un corpo, dei capelli, bensì solo e soltanto quegli zigomi. O meglio: un piccolo rettangolo regolare posto all’altezza degli zigomi, una specie di censura al contrario. A velocità accelerata rivide ogni giorno passato insieme a lei ritagliato in quella porzione del suo viso, in tutte le sfumature delle sue mille espressioni. La vide allegra, con il sorriso che si poteva intuire anche solo scorgendo appena gli zigomi; la vide triste, con due tenere lacrime a bagnarle le guance nell’unica volta che l’aveva vista piangere; la vide annoiata, arrabbiata, assonnata; mentre dormiva, mentre leggeva, mentre beveva. Era incredibile con quale facilità potesse capire il suo stato d’animo a partire da solo i suoi zigomi. Lui si rese conto, in quel momento, di quanto il corpo di lei parlasse in ogni sua parte. Gli occhi, i suoi occhi, volevano dire qualcosa, così come le sue labbra, la fronte; oppure le mani, quando lo toccava o non lo taccava, faceva gesti e disegnava qualcosa di astratto nell’aria. Non c’erano solo le sue parole, era lei tutta a costruire un discorso.
Qual era la domanda?
La prima cosa a venirgli in mente, senza alcun motivo apparente, furono i suoi zigomi. Quella parte di lei anticipò qualsiasi altra cosa. Solo dopo vennero gli occhi, le orecchie, le labbra, i denti. Un ritratto di lei si disegnò da solo dentro la sua testa partendo dagli zigomi. Per quei brevi attimi iniziali gli zigomi furono l’unica parte di lei a sua disposizione, una ciambella di salvataggio alla quale lui si aggrappò immediatamente. Come spiegare: nel breve lasso di tempo, tra quando lui avvertì il peso della nuca di lei sul suo petto a quando realizzò in modo conscio che quel peso era lei e che quella testa era la sua, lei cessò di esistere nella sua mente come figura intera. Non era più un viso, un corpo, dei capelli, bensì solo e soltanto quegli zigomi. O meglio: un piccolo rettangolo regolare posto all’altezza degli zigomi, una specie di censura al contrario. A velocità accelerata rivide ogni giorno passato insieme a lei ritagliato in quella porzione del suo viso, in tutte le sfumature delle sue mille espressioni. La vide allegra, con il sorriso che si poteva intuire anche solo scorgendo appena gli zigomi; la vide triste, con due tenere lacrime a bagnarle le guance nell’unica volta che l’aveva vista piangere; la vide annoiata, arrabbiata, assonnata; mentre dormiva, mentre leggeva, mentre beveva. Era incredibile con quale facilità potesse capire il suo stato d’animo a partire da solo i suoi zigomi. Lui si rese conto, in quel momento, di quanto il corpo di lei parlasse in ogni sua parte. Gli occhi, i suoi occhi, volevano dire qualcosa, così come le sue labbra, la fronte; oppure le mani, quando lo toccava o non lo taccava, faceva gesti e disegnava qualcosa di astratto nell’aria. Non c’erano solo le sue parole, era lei tutta a costruire un discorso.
lunedì 14 ottobre 2013
Le vergini suicide
Il dottor Armonson suturò le ferite dei polsi. Dopo cinque minuti di trasfusione dichiarò che la ragazza era fuori pericolo. Le diede un buffetto sotto il mento. “Che ci fai qui, piccola? Non puoi sapere quanto è brutta la vita, giovane come sei.”
Fu allora che Cecilia espresse verbalmente ciò che doveva rappresentare l’unica parvenza di una lettera d’addio, superflua, tra l’altro, dato che non era morta. “Dottore” disse, “è evidente che lei non è mai stato una ragazza di tredici anni.”
Intorno a noi, nei loro nascondigli, gli insetti diedero inizio a un coro vibrante nell’esatto momento in cui voltammo le spalle all’edificio. Tutti dicevano che erano grilli, ma non ne avevamo mai trovati, nei cespugli irrorati o nei praticelli livellati, e non avevamo la minima idea di che aspetto avessero. Erano una presenza di puro suono.
Non avevamo mai visto nessuno che come lei sembrasse nudo anche con i vestiti.
Trip non aveva mai avuto neanche bisogno di comporre un numero telefonico. Per lui era una novità assoluta: i discorsi strategici imparati a memoria, le possibili conversazioni provate e riprovate, la respirazione profonda dello yoga, tutto per prepararsi al tuffo cieco, a capofitto, nel mare crepitante delle linee telefoniche. Non conosceva l’agonia dello squillo interminabile che qualcuno avrebbe interrotto sollevando la cornetta, non sapeva cosa fosse il colpo al cuore nell’udire quella voce incomparabile che all’improvviso era collegata alla tua, la sensazione di essere troppo vicini persino per vederla, quella persona, di essere addirittura dentro il suo orecchio.
Provare dolore è naturale. Superarlo è una questione di scelta.
Per tutto il tragitto Lux non fece che girare la manopola della radio alla ricerca della sua canzone preferita. “È una cosa che mi fa diventare matta” disse. “Sei sicura che la stanno trasmettendo da qualche parte, solo che la devi trovare.”
A quel punto non le conoscevamo più, e le loro nuove abitudini, l'aprire una finestra, ad esempio, per gettare via un asciugamano di carta appallottolato, ci inducevano a chiederci se le avessimo mai conosciute davvero, o se invece la nostra vigilanza fosse stata una caccia alle impronte digitali dei fantasmi.
Aspettavamo che le ragazze ci inviassero un segnale, e intanto la nostra immaginazione lavorava a pieno ritmo.
Sapevamo che Cecilia si era uccisa perché era una disadattata, perché l’aldilà la chiamava, e sapevamo che le sorelle, una volta abbandonate, avevano percepito il suo richiamo. Ma appena tiriamo queste conclusioni ci viene un nodo alla gola, perché sono vere e ingannevoli al tempo stesso.
Non riuscivamo a immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene: il vuoto e la calma.
Jeffrey Eugenides
Fu allora che Cecilia espresse verbalmente ciò che doveva rappresentare l’unica parvenza di una lettera d’addio, superflua, tra l’altro, dato che non era morta. “Dottore” disse, “è evidente che lei non è mai stato una ragazza di tredici anni.”
Intorno a noi, nei loro nascondigli, gli insetti diedero inizio a un coro vibrante nell’esatto momento in cui voltammo le spalle all’edificio. Tutti dicevano che erano grilli, ma non ne avevamo mai trovati, nei cespugli irrorati o nei praticelli livellati, e non avevamo la minima idea di che aspetto avessero. Erano una presenza di puro suono.
Non avevamo mai visto nessuno che come lei sembrasse nudo anche con i vestiti.
Trip non aveva mai avuto neanche bisogno di comporre un numero telefonico. Per lui era una novità assoluta: i discorsi strategici imparati a memoria, le possibili conversazioni provate e riprovate, la respirazione profonda dello yoga, tutto per prepararsi al tuffo cieco, a capofitto, nel mare crepitante delle linee telefoniche. Non conosceva l’agonia dello squillo interminabile che qualcuno avrebbe interrotto sollevando la cornetta, non sapeva cosa fosse il colpo al cuore nell’udire quella voce incomparabile che all’improvviso era collegata alla tua, la sensazione di essere troppo vicini persino per vederla, quella persona, di essere addirittura dentro il suo orecchio.
Provare dolore è naturale. Superarlo è una questione di scelta.
Per tutto il tragitto Lux non fece che girare la manopola della radio alla ricerca della sua canzone preferita. “È una cosa che mi fa diventare matta” disse. “Sei sicura che la stanno trasmettendo da qualche parte, solo che la devi trovare.”
A quel punto non le conoscevamo più, e le loro nuove abitudini, l'aprire una finestra, ad esempio, per gettare via un asciugamano di carta appallottolato, ci inducevano a chiederci se le avessimo mai conosciute davvero, o se invece la nostra vigilanza fosse stata una caccia alle impronte digitali dei fantasmi.
Aspettavamo che le ragazze ci inviassero un segnale, e intanto la nostra immaginazione lavorava a pieno ritmo.
Sapevamo che Cecilia si era uccisa perché era una disadattata, perché l’aldilà la chiamava, e sapevamo che le sorelle, una volta abbandonate, avevano percepito il suo richiamo. Ma appena tiriamo queste conclusioni ci viene un nodo alla gola, perché sono vere e ingannevoli al tempo stesso.
Non riuscivamo a immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene: il vuoto e la calma.
Jeffrey Eugenides
lunedì 7 ottobre 2013
Settembre 2013
"Può anche darsi che io faccia finta di non sperarci proprio perché ci spero troppo."
Banana Yoshimoto
giovedì 3 ottobre 2013
Soprattutto, un fottuto essere umano. Vita di David Foster Wallace
Ci sono un paio di cose da tenere ben presenti, quando si legge Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.
Innanzitutto la sua “primogenitura”: quella tentata da D.T. Max (DeeTee, per gli amici) è la prima ricostruzione completa di una personalità umana e letteraria di straordinaria complessità come quella di David Foster Wallace. È una grossa responsabilità da portare sulle spalle: significa, in parte, tracciare un solco interpretativo con cui gli eventuali tentativi futuri non potranno evitare di misurarsi. In qualche modo, come per ogni biografia, significa riplasmare la figura che si vuole descrivere: ma quando lo fai per la prima volta, devi avere una bella mano ferma e un’autoconsapevolezza grande come una montagna.

Ma soprattutto, Ogni storia d’amore è una storia in cui alla fine il protagonista muore. Lo sappiamo tutti: l’autore ancor prima di cominciare a scrivere il libro, il lettore prima ancora di iniziare a leggerlo. Nessuno può fare nulla per evitarlo. Chi scrive il libro, però, parla per primo, il che ci mette di fronte a un altro curioso dilemma: come possiamo essere sicuri che la conoscenza anticipata del finale non rischi di indurre l’autore a sovrainterpretare la realtà che dovrebbe limitarsi a registrare? Esempio: lungo tutto il corso della parabola esistenziale di Wallace, Max semina fuggevoli ma incisivi accenni alla presenza latente del suicidio: nella sua narrativa, nel suo pensiero, nella sua ironia. Tu sei lì che leggi, e ogni tanto te lo ritrovi davanti, come un monito, o una minaccia. Mi sono ritrovato a chiedermi: e se DFW non si fosse suicidato? Ci sembrerebbero davvero ancora così inquietanti, così onnipresenti, queste brevi e continuative ricorsività? Lo so, è un paradosso accademico; ma anche un po’ wittgensteiniano. Cos’è la biografia di un suicida? La registrazione di fatti, o la riscrittura di una storia a partire dal finale? Chissà cosa ne avrebbe pensato DFW.
Mi ero fatto le stesse domande leggendo, anni fa, A Beautiful Mind di Sylvia Nasar, la biografia del matematico schizofrenico John Nash (poi interpretato straordinariamente da un Russell Crowe non ancora bolsissimo). In effetti la figura di Nash presenta anche alcune coincidenze inaspettate con quella di DFW per come la tratteggia Max. Al di là delle somiglianze caratteriali (ossessiva ricerca della novità nei rispettivi campi, competitività, complessi di inferiorità sublimati in senso di superiorità, egocentrismo, ambizione, rapporto di amore-odio con l’insegnamento e la vita accademica), ciò che accomuna DFW e John Nash è proprio il complesso rapporto che i due intrattengono con la realtà. A entrambi si adatta benissimo il motto della terapia di riabilitazione “A ridurmi così sono state le mie grandi idee”: menti troppo complesse che cercano di interpretare e mettere in ordine realtà troppo complesse. L’uno con i numeri, l’altro con le parole. Solo che – DFW se ne accorge presto – è impossibile mettere ordine nella realtà, “semplicemente perché è troppa!”. Un fragoroso e costante mitragliare di input di informazione, stimoli cognitivi, sensoriali, pubblicitari: un “Rumore Totale” di fronte a cui la mente passiva si annulla, e la mente ricettiva implode per l’impossibilità di elaborarli tutti.

Allo stesso modo è difficile elaborare tutta in una volta la biografia di Wallace scritta da Max. Non per la quantità di dati che fornisce: anzi, a differenza di altri testi del genere la butta molto meno sull’erudito, e per nulla sul gossipparo (P.S.: grazie, DeeTee). Semmai, per l’immediatezza senza sconti dell’impatto con l’esperienza di vita di DFW a cui il testo di Max costringe il lettore. Rapporto con la madre, confronto-scontro con la scrittura (sempre più travagliato e impotente), sessuomania, droga, alcol e riabilitazione, donne (tantissime donne), successo letterario vissuto come fallimento, relazioni-rifugio con colleghi come Franzen e DeLillo: Max ci guida attraverso la vita di DFW senza mai lasciarsi andare alla facile tentazione di calare nel suo racconto l’esca del sentimentalismo. Racconta e descrive con l’obiettività analitica del vero biografo, e a volte si ha quasi l’impressione straniante – quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, i tasselli della vita di DFW sembrano incastrarsi senza scosse, insegnamento, scrittura e riabilitazione vanno a gonfie vele – che in fondo un finale diverso sia possibile, che forse la corsa verso il buio non sai poi così scontata. Ma ovviamente l’epilogo non poteva essere che un finale alla DFW: brusco, quasi interrotto, in cui la parola sembra scomparire e lasciare una sospensione a forma di spazio vuoto. Come in Infinite Jest, il vero finale è al di là del testo.

Questo per quanto riguarda il racconto della vita intesa come successione di fatti. Ma quella di DFW è stata soprattutto una vita letteraria, e a Max non sfugge mai di mano il doppio filo che intesse il racconto. In parallelo con la propria riabilitazione, DFW intendeva anche guarire la narrativa contemporanea: che gli sembrava anch’essa malata di un solipsismo passivo utile solo a precipitare ulteriormente gli uomini in una gabbia di solitudine ed esclusione. Le soluzioni escogitate da chi lo aveva preceduto – postmodernisti, realisti, minimalisti – si erano rivelate non solo inefficaci, ma controproducenti: l’ironia con cui avevano cercato di scuotere i lettori altro non era se non una forma alternativa, disincantata del male stesso. L’intrattenimento insomma aveva fallito, ci voleva qualcosa che andasse oltre. E proprio “Un intrattenimento fallito” doveva essere il sottotitolo (poi rifiutato dall’editor Michael Pietsch) di Infinite Jest: l’opera che doveva guarire il lettore distogliendolo dalla pura passività del consumatore e sfiancandolo, costringendolo a continui andirivieni, stordendolo con una trama distorta, enciclopedica, vorticosa, forzandolo ad andare oltre il racconto stesso per comprenderne davvero il significato.
Le pagine dedicate alla complessa lavorazione di Infinite Jest, così come quelle in cui Max analizza il rapporto sempre problematico di Wallace con la propria opera, con i suoi colleghi o le correnti letterarie a cui aderiva contrapponendosi, sono tra le migliori del libro. Perché ci mostrano, in fieri, la costruzione di un nuovo concetto di narrativa ad opera di un uomo che, nel frattempo, andava anch’egli costruendosi o disfacendosi di pari passo con la sua opera. E che, nella propria esistenza quotidiana, sembrava riflettere come in uno specchio distorto tutte le complesse problematiche del suo lavoro di scrittore. Vista in questa luce, sembra assumere un significato del tutto particolare anche la circostanza che DFW se ne sia andato lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Il re pallido, su cui si era impantanato al punto da prosciugare del tutto le proprie residue energie. Una vita incompiuta per un’opera incompiuta.

L’ironia ultima è che DFW sia diventato proprio ciò che aveva sempre rifuggito: una rockstar. Un idolo incondizionato delle masse di lettori (o, più spesso, di non-lettori) che hanno finito per trasfigurarlo in una sorta di Kurt Cobain della narrativa, distorcendo completamente quel messaggio che per tutta la vita aveva cercato di trasmettere. Proprio per questo uno dei pregi migliori del libro di Max sta nell’intensità con cui ci ricorda, ad ogni pagina, la sostanza di quel messaggio. Che è semplice, guardate: ci vuole un libro intero a spiegarcelo, ma una volta capito è proprio semplice.
Dice solo: non venerate gli idoli, non ingabbiate la vostra anima. Dimenticatevi di me. Leggete. E lasciate che la letteratura cerchi di insegnarvi cosa significa “essere un fottuto essere umano”.
Trovato qua: Holden & Company: Immaginari e contraddizioni a stelle e strisce
Innanzitutto la sua “primogenitura”: quella tentata da D.T. Max (DeeTee, per gli amici) è la prima ricostruzione completa di una personalità umana e letteraria di straordinaria complessità come quella di David Foster Wallace. È una grossa responsabilità da portare sulle spalle: significa, in parte, tracciare un solco interpretativo con cui gli eventuali tentativi futuri non potranno evitare di misurarsi. In qualche modo, come per ogni biografia, significa riplasmare la figura che si vuole descrivere: ma quando lo fai per la prima volta, devi avere una bella mano ferma e un’autoconsapevolezza grande come una montagna.
Ma soprattutto, Ogni storia d’amore è una storia in cui alla fine il protagonista muore. Lo sappiamo tutti: l’autore ancor prima di cominciare a scrivere il libro, il lettore prima ancora di iniziare a leggerlo. Nessuno può fare nulla per evitarlo. Chi scrive il libro, però, parla per primo, il che ci mette di fronte a un altro curioso dilemma: come possiamo essere sicuri che la conoscenza anticipata del finale non rischi di indurre l’autore a sovrainterpretare la realtà che dovrebbe limitarsi a registrare? Esempio: lungo tutto il corso della parabola esistenziale di Wallace, Max semina fuggevoli ma incisivi accenni alla presenza latente del suicidio: nella sua narrativa, nel suo pensiero, nella sua ironia. Tu sei lì che leggi, e ogni tanto te lo ritrovi davanti, come un monito, o una minaccia. Mi sono ritrovato a chiedermi: e se DFW non si fosse suicidato? Ci sembrerebbero davvero ancora così inquietanti, così onnipresenti, queste brevi e continuative ricorsività? Lo so, è un paradosso accademico; ma anche un po’ wittgensteiniano. Cos’è la biografia di un suicida? La registrazione di fatti, o la riscrittura di una storia a partire dal finale? Chissà cosa ne avrebbe pensato DFW.
Mi ero fatto le stesse domande leggendo, anni fa, A Beautiful Mind di Sylvia Nasar, la biografia del matematico schizofrenico John Nash (poi interpretato straordinariamente da un Russell Crowe non ancora bolsissimo). In effetti la figura di Nash presenta anche alcune coincidenze inaspettate con quella di DFW per come la tratteggia Max. Al di là delle somiglianze caratteriali (ossessiva ricerca della novità nei rispettivi campi, competitività, complessi di inferiorità sublimati in senso di superiorità, egocentrismo, ambizione, rapporto di amore-odio con l’insegnamento e la vita accademica), ciò che accomuna DFW e John Nash è proprio il complesso rapporto che i due intrattengono con la realtà. A entrambi si adatta benissimo il motto della terapia di riabilitazione “A ridurmi così sono state le mie grandi idee”: menti troppo complesse che cercano di interpretare e mettere in ordine realtà troppo complesse. L’uno con i numeri, l’altro con le parole. Solo che – DFW se ne accorge presto – è impossibile mettere ordine nella realtà, “semplicemente perché è troppa!”. Un fragoroso e costante mitragliare di input di informazione, stimoli cognitivi, sensoriali, pubblicitari: un “Rumore Totale” di fronte a cui la mente passiva si annulla, e la mente ricettiva implode per l’impossibilità di elaborarli tutti.
Allo stesso modo è difficile elaborare tutta in una volta la biografia di Wallace scritta da Max. Non per la quantità di dati che fornisce: anzi, a differenza di altri testi del genere la butta molto meno sull’erudito, e per nulla sul gossipparo (P.S.: grazie, DeeTee). Semmai, per l’immediatezza senza sconti dell’impatto con l’esperienza di vita di DFW a cui il testo di Max costringe il lettore. Rapporto con la madre, confronto-scontro con la scrittura (sempre più travagliato e impotente), sessuomania, droga, alcol e riabilitazione, donne (tantissime donne), successo letterario vissuto come fallimento, relazioni-rifugio con colleghi come Franzen e DeLillo: Max ci guida attraverso la vita di DFW senza mai lasciarsi andare alla facile tentazione di calare nel suo racconto l’esca del sentimentalismo. Racconta e descrive con l’obiettività analitica del vero biografo, e a volte si ha quasi l’impressione straniante – quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, i tasselli della vita di DFW sembrano incastrarsi senza scosse, insegnamento, scrittura e riabilitazione vanno a gonfie vele – che in fondo un finale diverso sia possibile, che forse la corsa verso il buio non sai poi così scontata. Ma ovviamente l’epilogo non poteva essere che un finale alla DFW: brusco, quasi interrotto, in cui la parola sembra scomparire e lasciare una sospensione a forma di spazio vuoto. Come in Infinite Jest, il vero finale è al di là del testo.
Questo per quanto riguarda il racconto della vita intesa come successione di fatti. Ma quella di DFW è stata soprattutto una vita letteraria, e a Max non sfugge mai di mano il doppio filo che intesse il racconto. In parallelo con la propria riabilitazione, DFW intendeva anche guarire la narrativa contemporanea: che gli sembrava anch’essa malata di un solipsismo passivo utile solo a precipitare ulteriormente gli uomini in una gabbia di solitudine ed esclusione. Le soluzioni escogitate da chi lo aveva preceduto – postmodernisti, realisti, minimalisti – si erano rivelate non solo inefficaci, ma controproducenti: l’ironia con cui avevano cercato di scuotere i lettori altro non era se non una forma alternativa, disincantata del male stesso. L’intrattenimento insomma aveva fallito, ci voleva qualcosa che andasse oltre. E proprio “Un intrattenimento fallito” doveva essere il sottotitolo (poi rifiutato dall’editor Michael Pietsch) di Infinite Jest: l’opera che doveva guarire il lettore distogliendolo dalla pura passività del consumatore e sfiancandolo, costringendolo a continui andirivieni, stordendolo con una trama distorta, enciclopedica, vorticosa, forzandolo ad andare oltre il racconto stesso per comprenderne davvero il significato.
Le pagine dedicate alla complessa lavorazione di Infinite Jest, così come quelle in cui Max analizza il rapporto sempre problematico di Wallace con la propria opera, con i suoi colleghi o le correnti letterarie a cui aderiva contrapponendosi, sono tra le migliori del libro. Perché ci mostrano, in fieri, la costruzione di un nuovo concetto di narrativa ad opera di un uomo che, nel frattempo, andava anch’egli costruendosi o disfacendosi di pari passo con la sua opera. E che, nella propria esistenza quotidiana, sembrava riflettere come in uno specchio distorto tutte le complesse problematiche del suo lavoro di scrittore. Vista in questa luce, sembra assumere un significato del tutto particolare anche la circostanza che DFW se ne sia andato lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Il re pallido, su cui si era impantanato al punto da prosciugare del tutto le proprie residue energie. Una vita incompiuta per un’opera incompiuta.
L’ironia ultima è che DFW sia diventato proprio ciò che aveva sempre rifuggito: una rockstar. Un idolo incondizionato delle masse di lettori (o, più spesso, di non-lettori) che hanno finito per trasfigurarlo in una sorta di Kurt Cobain della narrativa, distorcendo completamente quel messaggio che per tutta la vita aveva cercato di trasmettere. Proprio per questo uno dei pregi migliori del libro di Max sta nell’intensità con cui ci ricorda, ad ogni pagina, la sostanza di quel messaggio. Che è semplice, guardate: ci vuole un libro intero a spiegarcelo, ma una volta capito è proprio semplice.
Dice solo: non venerate gli idoli, non ingabbiate la vostra anima. Dimenticatevi di me. Leggete. E lasciate che la letteratura cerchi di insegnarvi cosa significa “essere un fottuto essere umano”.
Trovato qua: Holden & Company: Immaginari e contraddizioni a stelle e strisce
lunedì 30 settembre 2013
L'inattesa piega degli eventi
Sarà così anche per Mussolini. Rimpiangere i tiranni è molto più semplice che sopportarli.
L’uomo s’inclinò verso di me e spiegò in tono solenne: “È un’età difficile, e almeno adesso se le daranno senza rompere le scatole.”
“Ma quale età è facile, alla fine?” domandò la mia voce per pura cortesia.
Enrico Brizzi
venerdì 27 settembre 2013
Interlude
Great stairs beneath the moon
Tonight I’ll be dreaming over you
People the rhythm instead
And there you’ll be, there you’ll be inside my head
I will dream of you
You’ll dream of me too
Your arms go around my waist
There would be no better place
So a milkman have shocked me while I’m awake
I never ran fast enough for my mistakes
Would you really want me, the light of day
That very same man showed flaws right through my face
I will dream of you
You’ll dream of me too
Your arms go around my waist
There would be no better place
Close your hand and run to the moon
Close your hand and run to the moon moon moon
In and out, in and out, in and out oh oh oh
In and out, in and out, in and out oh oh oh
Oh oh
Performed by London Grammar
Tonight I’ll be dreaming over you
People the rhythm instead
And there you’ll be, there you’ll be inside my head
I will dream of you
You’ll dream of me too
Your arms go around my waist
There would be no better place
So a milkman have shocked me while I’m awake
I never ran fast enough for my mistakes
Would you really want me, the light of day
That very same man showed flaws right through my face
I will dream of you
You’ll dream of me too
Your arms go around my waist
There would be no better place
Close your hand and run to the moon
Close your hand and run to the moon moon moon
In and out, in and out, in and out oh oh oh
In and out, in and out, in and out oh oh oh
Oh oh
Performed by London Grammar
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