mercoledì 28 settembre 2011

Viaggio 2.0

Giulia diceva spesso che non c'era bisogno di viaggiare per averne i ricordi. Io le prime volte le rispondevo: spiegati meglio, non credo di avere capito proprio bene. Vuoi dire, continuavo io con voce un po' incredula, che credi sul serio di poter avere dei ricordi di viaggi che non hai mai fatto?
Certe discussioni nascevano sempre davanti alla tv, quando incappavamo in un programma dove qualcuno di perfettamente normale, come potevamo essere noi, persone qualunque, raccontava il proprio viaggio, di nozze di vacanze o di semplice evasione. Io dicevo che sarebbe stato bello, magari un giorno, riuscire a partecipare a una trasmissione del genere, portare in studio il nostro filmato artigianale e poter dire: siamo stati qui, qua, quo; e tutta la gente in studio ci avrebbe fatto i complimenti.
Lei però smorzava i toni, e diceva appunto che i filmati che andavano in onda non erano per niente affatto artigianali, ma il risultato ultimo di un grande lavoro di regia, montaggio, fotografia. E le persone che lo commentano, controbattevo io, secondo te come la prendono di parlare su delle immagini non proprie? Loro non ci sono neppure stati fisicamente nei posti di cui parlano.
La guardavo con indecisione: non capivo se stesse dicendo sul serio oppure mi stesse semplicemente prendendo in giro. A volte lo faceva, e si giustificava dicendo che le piaceva troppo la faccia che facevo quando cercavo di districare la realtà dalla sua fantasia.
Vuoi dire, abbozzavo io a passi lenti, a tentoni, verificando di avere suolo sotto le scarpe prima di poggiarci il peso; vuoi dire, una specie di televisione del futuro?
La televisione del futuro l'avevamo inventata noi. Una sera stavamo guardando un programma di cucina, dove lo chef di turno ci istruiva su come preparare in modo squisito una torta, o un primo, un secondo, adesso non ricordo bene; e ci dicemmo, molto seri e affamati, che la nostra televisione aveva fatto ormai il suo tempo. Molto presto sarebbero arrivati nei salotti di tutte le famiglie degli apparecchi di nuova generazione. Non sarebbero stati schermi piatti o al plasma, alta qualità delle immagini o del sonoro; ma ci sarebbe stato un cambiamento radicale e profondo. Se avessimo guardando un programma di cucina, come per esempio nel nostro caso, con questi nuovi televisori sarebbe bastato premere un tasto per far apparire davanti ai nostri occhi il piatto pronto da mangiare. Altro che 3D, sarebbe stato un 4-5D. Basta fare accoppiare una tv con un forno, diceva Giulia, e oplà. Ecco cosa era la televisione del futuro.
Nello stesso modo, pensavo, l'evoluzione successiva sarebbe stata quella di permettere di usufruire di una opzione del genere non solo per i programmi di cucina, ma anche per i programmi di viaggio. Premendo un altro tasto del telecomando saremmo stati teletrasportati direttamente nei posti che si vedevamo nello schermo. O qualcosa del genere.
Ma Giulia non intendeva proprio questo. Secondo lei con del semplice esercizio si poteva evitare di spostarsi per viaggiare. Lei lo faceva, ogni sera da quando aveva sette anni. Ecco come: sdraiata a letto, prima di addormentarsi, chiudeva gli occhi e richiamava alla mente tutte le foto che aveva visto, magari nelle riviste sfogliate in sala d'aspetto dal dentista, o nei cartelloni pubblicitari sparsi per strada, oppure ancora i paesaggi di qualche film visto al cinema in una sala buia. Prendeva tutte queste immagini e ne costruiva un modello tridimensionale in cui ci piazzava in mezzo la sua figura astratta. In questo modo poteva visitare Parigi, Londra, Berlino, Dublino e Pechino; perdersi per le strade sconosciute di una chissà sperduta cittadina norvegese, a un passo dal mare freddo e dal vento gelido, e fare pure lunghi viaggi interstellari, quando si sentiva particolarmente fantascientifica. Poteva fare il giro del mondo in meno anche di ottanta giorni, alla velocità di un battito di ciglia.
Guarda che Kerouac il libro lo a scritto a casa, mica fisicamente per la strada, diceva lei in base alla leggenda secondo cui l'autore di On The Road non avesse neppure la patente.
Ma a me la cosa non quadrava poi molto. Mi domandavo che senso avesse viaggiare sottraendo al verbo il suo stesso significato, ovvero il viaggio; cosa volesse dire vedere le cascate del Niagara senza però sentirne gli spruzzi bagnati sulla pelle; o passeggiare per le strade di Barcellona senza avere nel naso l'odore spagnolo dell'asfalto. E ancora: quanto si potesse definire viaggio un viaggio che mancava di strade percorse, o di cieli sorvolati, mari salpati: era ancora un viaggio, arrivare dritti a destinazione, o era qualcosa di simile ma diverso?
Le avrei voluto davvero chiedere tutte queste cose, perché in fondo ero sicuro sarebbe stata capace di dissipare ogni mio minimo dubbio, perplessità, interrogativo; ma ogni volta che ero lì lì vicino a farle presente ciò che non mi tornava, lei mi afferrava la mano, distesa sotto le coperte con ancora gli occhi chiusi, un sorriso disegnato felice sulle labbra, e diceva: guarda! ora siamo in cima alla Tour Eiffel; oppure: abbiamo scalato l'Everest; siamo in Tibet. E tutto quanto veniva spazzato via, non mi importava più di niente, né dei ricordi, del viaggiare o del semplice arrivare; perché ero comunque contento di essere là, qualunque posto fosse, in cima insieme a lei. In un modo o in un altro.

lunedì 26 settembre 2011

parlarepensare

Non alzo mai la voce, eppure parlo parlo, lo faccio di continuo. A volte a vanvera, altre invece con un minimo di senso. Affronto qualsiasi argomento mi passi per la testa, sembra quasi voglia soltanto fare capire a me stesso di essere capace di. Non importa cosa dico, anche se in realtà di importanza ne ha molta seppure poi, qui, poi dica il contrario, è per non prendersi troppo sul serio, ma quello che si dice è sempre importante, altrimenti si muoverebbe solo la bocca; ma io voglio produrre dei suoni, tanto per evitare che le labbra si cicatrizzino. Parlo a voce bassa perché non voglio importunare nessuno, tanto che spesso mi chiedo se ci sia qualcuno capace davvero di ascoltarmi, fisicamente, oltre me, voglio dire: pensare è diverso, parlando si butta fuori tutta una serie di parole, ma se si parla e nessuno ci ascolta, non è un po' come pensare? Solo che il parlare senza essere ascoltati è appesantito da un senso di frustrazione che ti si aggrappa alle spalle con dei piccolo uncini, uno per ogni dita di questa frustrazione. E lo sai, la frustrazione è un'animale strano, ha venti mani e sette dita per ognuna di esse.
Ma se parlo e non mi ascolti, neppure tu, dimmi, che senso ha? Non ne ha molto, perché in tutto questo tempo ho rischiato di precipitare in uno strano stato di incoscienza, di unione, di perdita della propria identità, tipico di chi racchiude dentro un'altra persona ciò che vede, ciò che fa, ciò che desidera, ciò che sogna. Ci confondiamo, o per lo meno io mi confondo in te, mi mimetizzo. Gli altri non mi vedono quando ti guardano ma ci sono pure io tra i tuoi segni e il tuo sorriso, nei tuoi occhi - dietro, non in superficie. Quindi io non esisto più, sono in te. E se te non mi ascolti, se neppure tu mi ascolti, significa che non mi ascolto neppure io. Cos'è allora tutto questo affannarsi? non è parlare perché nessuno mi ascolta, ma non è neppure pensare, perché neppure io stesso mi ascolto. Quindi? Dimmi, dimmi cos'è?

venerdì 23 settembre 2011

Guardia '82

La spiaggia di Guardia rovente
Era piena di gente
Si parlava di sport
di Pertini e Bearzot

Io ignaro di questo, ignaro di tutto
Fabbricavo castelli di sabbia
Con paletta e secchiello
ed in testa un cappello

E lei, stava senza mutande
Ma io non la guardavo neanche
M'infilavo i braccioli e poi dritto nel mare
Non sapevo neanche cosa fosse l'Amore.

Dieci anni più tardi la vidi, vicino a un falò
E bruciava la carne e bruciavano canne
Io stavo seduto da solo a suonar la chitarra
A cantare canzoni, a cercare attenzioni

Ma lei non mi guardava neanche
Ed io facevo finta di niente
Ingollavo Peroni e iniziavo ad urlare
Delle pene che solo ti sa dare l'amore

Sulla spiaggia lattine anni '80
Quando il mare s'incazza e riporta
Ricordi che avevi
coperto di sabbia

Palloni arancioni sgonfiati
Fare "ciao" ad un treno che passa
E guardare nel cielo
la scia di un aereo

E lei, sempre senza mutande
Ed io che non capivo neanche
E scavavo la sabbia cercando tesori
E vedevo la vita soltanto a colori

E poi, di colpo fra le sue braccia
Noi due, stretti sotto la doccia
La paura e la voglia
di fare l'amore

Il 31 d'Agosto
c'è una storia che nasce
e un'estate che muore

Performed by Brunori Sas

mercoledì 21 settembre 2011

Cut

Quando disse per la prima volta che voleva andarsene non lo presi molto sul serio. Era reduce da un’attenta rilettura di “On the road” e i suoi progetti erano intrisi di autostop, lavori saltuari, amori interinali, feste da sballo, bevute di ogni tipo, avventure sessuali, avventure di ragionamento, avventure di discussioni accese al limite delle botte, voglia di comunicare, giovani ragazze dalla pelle chiara, dalla pelle scura, con le lentiggini e i pantaloni stretti strappati sul culo, le cosce lunghe, le camicie con le maniche arricciate, e quintali di sigarette, accendini sprecati, finiti, buttati, tabacco da quattro soldi, birra scura servita in enormi bicchieri di plastica trasparente, musica a tutto volume, case disabitate, arredamenti provvisori, fuochi accesi nei cortili di ville in costruzione, periferie perdute, campagne innocenti, amicizie intercontinentali, parole sconosciute, accenti farfugliati, ginocchia sbucciate e mani consumate, carezze trattenute, sentimenti annodati alla bocca dello stomaco, abbracci avvinghiati sopra materassi sventrati, amori di una notte, amplessi stretti, larghi, sdegnati, senza tatto, urla strozzate in gola, grida disperate, mal di testa mattutini, dopo sbornie assillanti, capi chini su fiotti di vomito marrone, cessi che non scaricano, cessi che si intasano, bagni pubblici e privati, gabinetti sporchi di locali sempre affollati, concerti sold-out tutte le sere, orecchie che fischiano, rumori indecifrabili, note rotonde e ovattate, braccia affusolate, spalle sudate da leccare, baci alla base del collo, lingue di ogni sapore, umori acidi, umori dolciastri, umori liquidi e spaesanti, occhiate nascoste, richieste di compassione, delicatezze lungo i fianchi, colpi forti sulle natiche, violenza richiesta, pugni in tasca, marce di protesta, striscioni fatti con vecchie lenzuola, slogan urlati dentro megafoni, braccia alzate, manganellate prese sulle costole, cariche evitate, fughe incondizionate senza guardarsi indietro, rifugi insperati, letti costruiti con tavolini, cuscini fatti da braccia o culi altrui, notti che iniziano al tramonto, e poi vino, alcool, risate frastagliate in singhiozzi trattenuti; tutto questo e altro ancora. Difficile stargli dietro.
Vado via, disse un giorno. Poi riprese a parlare e tutto quanto si perse tra altre parole, confuse, come sempre. Presi quella sua intenzione come un gioco, uno scherzo, una nuova dissociazione dell’alba. Invece.

lunedì 19 settembre 2011

La strada

More about La strada

Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.
Però certe cose uno se le dimentica, no?
Si, ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

Quella era stata la giornata ideale della sua infanzia. La giornata su cui modellare tutte le giornate a venire.

Mai è un sacco di tempo.

Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

Domanda: che differenza c’è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?

Durante la notte sulle montagne sopra di loro si scatenò un temporale che fra tuoni e schianti avanzò cannoneggiando verso valle, mentre il mondo livido e nudo riemergeva a sprazzi dal buio della notte nel chiarore velato dei fulmini.

Le persone che non hanno nessuno farebbero bene a imbastirsi qualche fantasma decente.

Il bambino si strofinò via il sonno dagli occhi con il dorso delle mani.

Ma se uno fosse l’ultimo uomo sulla faccia della terra, come farebbe a saperlo? Disse.
Be’, suppongo che non lo saprebbe. Lo sarebbe e basta.
Non lo saprebbe nessuno.
Non cambierebbe nulla. Quando si muore è come se morissero anche tutti gli altri.

Le cose andranno meglio quando non ci sarà più nessuno.
Davvero?
Certo.
Meglio per chi?
Per tutti.
Per tutti.
Certo. Staremo tutti meglio. Respireremo più facilmente.
Buono a sapersi.
Si, infatti. Quando ce ne saremo andati tutti qui resterà solo la morte, e anche lei avrà i giorni contati. Vagherà per la strada senza niente da fare e nessuno a cui farlo. Dirà: dove sono finiti tutti? Ecco come andrà. E che c’è di male?

Non ci augura nemmeno buona fortuna?, disse l’uomo.
Non so neanche che cosa significhi. Com’è fatta la fortuna? Chi può dirlo?

Il bambino si alzò e lasciò cadere la coperta sulla sabbia, si tolse il giaccone, le scarpe e i vestiti. Rimase lì nudo, con le braccia strette attorno al corpo, saltellando. Poi partì di corsa verso la riva. Così bianco. La spina dorsale tutta nodi. Le scapole che andavano e venivano come lame sotto la pelle candida. Di corsa nudo e ballonzolante e urlante in mezzo alle onde che si srotolavano lente sul bagnasciuga.

Il sapore del sale sulle labbra. L’attesa. L’attesa. Poi il lento boato dell’onda che si abbatte. Il sibilo effervescente dell’acqua che si spande sulla sabbia e si ritira.

Nelle secche a pochi passi dagli scogli un cadavere vecchio di chissà quanto fluttuava tra i pezzi di legno portati lì dalla corrente. Avrebbe voluto nasconderlo al bambino, ma il bambino aveva ragione. Cosa c’era da nascondere?

Una palude morta. Alberi senza vita che spuntavano dall’acqua grigia con barbe di muschio fossile. I soffici mucchietti di cenere contro lo spigolo dell’asfalto. L’uomo si fermò e si sporse dal parapetto di cemento ruvido. Forse, guardandone la distruzione, finalmente sarebbero riusciti a vedere come era fatto il mondo. I mari, le montagne. Il poderoso contro spettacolo delle cose che cessano di esistere. La sconfinata desolazione, idropica e gelidamente terrena. Il silenzio.

Cormac McCarthy

venerdì 16 settembre 2011

Smells like teen spirit

Load up on guns and bring your friends
It's fun to lose and to pretend
She's over bored and self assured
Oh no, I know a dirty word

Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello!

With the lights out, it's less dangerous
Here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
Here we are now, entertain us
A mulatto
An albino
A mosquito
My libido

I'm worse at what I do best
And for this gift I feel blessed
Our little group has always been
And always will until the end

Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello!

With the lights out, it's less dangerous
Here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
Here we are now, entertain us
A mulatto
An albino
A mosquito
My Libido

And I forget just why I taste
Oh yeah, I guess it makes me smile
I found it hard, it was hard to find
Oh well, whatever, nevermind

Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello, how low?
Hello, hello, hello!

With the lights out, it's less dangerous
Here we are now, entertain us
I feel stupid and contagious
Here we are now, entertain us
A mulatto
An albino
A mosquito
My libido
A denial!!
A denial!!
A denial!!
A denial!!
A denial!!
A denial!!
A denial!!
A denial!!
A denial!!

Performed by Nirvana