giovedì 31 gennaio 2013
Al cinema
Al cinema è buio, ma a prescindere dal genere di film – fantascienza, giallo, horror, thriller, romantico, fantasy, drammatico, comico, commedia, documentario – c’è sempre la tua mano ad aspettarmi.
mercoledì 30 gennaio 2013
Miami Vice
Alla fine del film si ha l’idea che a Miami ci sia sempre un temporale in arrivo, in qualsiasi notte, cielo nuvoloso e plumbeo, tuoni e fulmini, più ovviamente alla criminalità straripante dai bordi delle strade e da qualsiasi locale. Una città vista in nero, o gradazione di grigio assai fosche. Nella località della Florida infatti viene girato essenzialmente di notte mentre le parti con il sole vengono affidate a Cuba o altre nazioni del Sud America.
Si parla di narcotraffico e di una talpa all’interno di una organizzazione governativa che permette ai trafficanti di rintracciare gli infiltrati delle forze speciali. Un controspionaggio con i fiocchi che i nostri due protagonisti saranno obbligati a scoprire nel tentativo di stanare la talpa. Questa la premessa, che in fondo è tutto il film intero. Perché la storia si dipana poi in miriadi di alleanze e “unioni commerciali” che lasciano ben poco ad altro, tant’è che la missione non viene portata a compimento (magari poteva essere sviluppata in un possibile sequel?).
Le certezze, in un ben delineato e poco confusionario intrecciarsi di personaggi, sono la regia ferma di Mann, senza sbavature, il fatto che Colin Farrell pur acconciato da bolso taroccato, con tanto di capelli lunghi e baffi molto retrò, non possa fare a meno di scoparsi chicchessia, anche come se in questo caso le conseguenze sono palesemente prevedibili (e non promettono certo il meglio), e un determinato personaggio invece quando scopa ama ascoltare Chris Cornell.
Magari bello, con alcuni punti lasciati in sospeso, ma non un film bellissimo. Anche il gioco a riconoscere luoghi e posti non ha dato alcuna soddisfazione: tutto al buoi, tutto in luoghi desolati, e molto in altre città diverse da Miami.
Si parla di narcotraffico e di una talpa all’interno di una organizzazione governativa che permette ai trafficanti di rintracciare gli infiltrati delle forze speciali. Un controspionaggio con i fiocchi che i nostri due protagonisti saranno obbligati a scoprire nel tentativo di stanare la talpa. Questa la premessa, che in fondo è tutto il film intero. Perché la storia si dipana poi in miriadi di alleanze e “unioni commerciali” che lasciano ben poco ad altro, tant’è che la missione non viene portata a compimento (magari poteva essere sviluppata in un possibile sequel?).
Le certezze, in un ben delineato e poco confusionario intrecciarsi di personaggi, sono la regia ferma di Mann, senza sbavature, il fatto che Colin Farrell pur acconciato da bolso taroccato, con tanto di capelli lunghi e baffi molto retrò, non possa fare a meno di scoparsi chicchessia, anche come se in questo caso le conseguenze sono palesemente prevedibili (e non promettono certo il meglio), e un determinato personaggio invece quando scopa ama ascoltare Chris Cornell.
Magari bello, con alcuni punti lasciati in sospeso, ma non un film bellissimo. Anche il gioco a riconoscere luoghi e posti non ha dato alcuna soddisfazione: tutto al buoi, tutto in luoghi desolati, e molto in altre città diverse da Miami.
martedì 29 gennaio 2013
Blue Willa @Controsenso
L’atmosfera è densa. Fuori è freddo mentre dentro, in uno spazio ristretto, è caldo di quel caldo fatto dai respiri di altre persone e dai loro corpi coperti da cappotti pesanti e maglie e sciarpe e guanti. Non c’è spazio per la pelle libera, la sola che si vede è nella faccia, o nelle gambe delle ragazze che indossano una gonna, ma anche in questo caso è solo un’impressione velata dalle calze spesso scure, e gli stivali alti, giacche di pelle, acconciature strane dai colori sgargianti e a volte metallizzati.
Lo scenario è il tipico dipinto che si potrebbe pensare di disegnare guardando a un altrettanto tipico e ipotetico locale indipendente. Ipotetico, e: si potrebbe pensare. Da queste parti non ci sono molti locali del genere, non di quelli che si potrebbe immaginare come tali, appunto. La prerogativa viene lasciata alle grandi città, dove da qui si possono sognare luoghi in cui la musica risuona con più liberta e soprattutto con più continua regolarità. Qui non siamo in una metropoli, siamo nella zona industriale di una città che nasce come periferia di una grande città piccola. Prato è l’estensione dell’urbanizzazione di Firenze, e Firenze, se paragonata a Roma o Milano, arrossisce per l’imbarazzo.
La gente fa la spola da fuori a dentro, al bancone del bar e di nuovo fuori: prendere qualcosa da bere, fumare una sigaretta; aspettare. L’inizio si lascia attendere, l’apertura delle danze si annacqua in discorsi tra le persone accorse al concerto, chiacchiere ancora ricche degli strascichi che il capodanno si è lasciato alle spalle. È tempo utile per raccontarsi cose accadute una manciata di giorni prima, quando ancora era un anno fa, e i buoni propositi sembravano davvero buoni e possibili nella loro possibile realizzazione. Dello stesso avviso sembra essere Serena, che si aggira tra il pubblico salutando amici e conoscenti, fermandosi a scambiare quattro parole prima di mettersi a cantare sul palco, abbandonando la giacca pesante e anche un atteggiamento talmente naturala da lasciare pensare che tra un saluto e l’altro, tra un ciao, un come stai, è da tanto che non ci vediamo, come va come non va, i prossimi a beneficiare delle sue parole e del suo sorriso saremmo proprio noi, come se magicamente, nel sogno di qualsiasi fan, lei si ricordasse delle nostre facce tra tutte le miriadi di facce viste in chissà quanti altri concerti oltre a quelli a cui abbiamo assistito noi.
Noi siamo seduti su una porzione di gradinata larga abbastanza da contenere non più di quattro culi normalmente larghi. Ci sono tre scalini e noi siamo seduti su quello più alto, senza per questo guardare la gente dall’alto in basso, anzi: siamo proprio all’altezza degli occhi di chi ci cammina davanti, sulla pista, e anche Serena ci passa di fronte un paio di volte, tra una passeggiata e l’altra, e siamo proprio lì, a un soffio da lei, non può non vederci, non può non notare quegli occhi appollaiati come su di un ramo che la osservano passare con la stessa espressione di chi costudisce il segreto non troppo segreto di sapere chi essa sia. Ovviamente non ci viene a salutare e anche se quando salirà sul palco sembrerà lanciarci delle strane occhiate indirizzate proprio a noi e a nessun altro, sapremo bene distinguere l’illusione sognatrice di essere il suo punto unico di concentrazione, nel cantare e nel recitare con la sua voce a tratti potente e a tratti delicata, urlante nella nuova linea che il gruppo ha intrapreso, dalla realtà fisica di trovarsi più o meno nel centro esatto dell’orizzonte del palco, e che il suo cono visivo, quando guarda verso il pubblico, da dove si trova lei sul palco, potrebbe abbracciare qualsiasi persona presente nel locale e fargli provare la stessa identica sensazione di importanza e vicinanza (emotiva).
Prima di tutto ciò c’è spazio per una band emergente che inizia a suonare verso le undici, l’orario perfetto per permettere a tutti di scolarsi una birra e un cocktail a scelta. Si chiamano Sneers, un duo chitarra/voce batteria che è una specie di White Stripes invertiti, con lui seduto dietro ai tamburi e lei in piedi, di lato al microfono e il più delle volte leggermente ingobbita su di esso, i capelli lisci e lunghi di un castano chiaro tendente al biondo sporco a nasconderle il volto, intenta a cantare i testi delle loro canzoni. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, non sono di Prato e neppure dei dintorni. I due vengono da Berlino, e non è ben chiaro se abbiano macinato chilometri su chilometri appositamente per venire a suonare a questo specifico concerto o se abbiano un qualche tipo di accordo con i Blue Willa per aprire tutti i loro spettacoli. È un mistero non abbastanza stuzzicante da richiederne in modo assiduo la soluzione, tanto più che il gruppo non lascia un’impressione così profonda da radicarsi nella mente e nei cuori degli spettatori. Il loro stile è rumoroso, rabbioso, chiassoso, con le parole che vengono urlate con tono basso tanto da non far capire se lei, la cantante, stia appunto cantando in inglese o in tedesco. Appartengono a una scena che molto probabilmente non appartiene a noi italiani, o almeno non appartiene a chi è intervenuto qui stasera, visto che nessuno pare prestar loro troppa attenzione. È un antipasto sonoro del concerto vero e proprio, e non è colpa loro né del pubblico se la loro esibizione passa così in secondo piano da sembrare un riempitivo della serata. È molto improbabile che qualcuno sia venuto in questo locale, questa precisa sera, per vedere e ascoltare loro.
L’interesse di chiunque è tutto rivolto verso questi nuovi Blue Willa, evoluzione dei vecchi Baby Blue, che stanno per esordire con un album tutto nuovo prodotto Carla Bozulich. Complice anche l’effetto megafono ottenuto da una buona campagna pubblicitaria fatta dalla critica di settore, tutti sembrano essere incuriositi da questo nuovo vecchio gruppo e dalla virata post punk, o new punk, o comunque più hard del rock precedentemente suonato, con la quale il quartetto ha deciso di darsi alle stampe.
Ed ecco che quindi il concerto è compresso e riassumibile dentro un’unica canzone, nella quale Serena pare guardarmi con più insistenza e durante la quale io devo ripetermi più e più volte di non lasciarmi trasportare troppo dai suoni e dalle sensazioni che ne nascono, dentro di me e fuori da me, di non farmi illudere dalla mia mente del mio punto di vista, costringendomi a mettermi al suo posto, al posto di Serena, e di guardarmi dal suo punto di vista. Devo fare uno sforzo sovrumano per tentare di rendermi immune dalla magia che la musica può fare, e dare, e regalare, a chi ha ancora voglia di emozionarsi per sei o quattro corde pizzicate per produrre un suono. E infatti non ci riesco. Finisco per lasciarmi sommergere del tutto dal rumore (ai Blue Willa piace fare rumore, ma un rumore, state attenti, non confuso ma organizzato) disseminato nell’aria in forme geometriche concentriche, una dentro l’altra, ad allargarsi fino a raggiungerti e ad accerchiarti, ovvero: farti sentire in mezzo alla canzone.
Per tutta la durata sono ipnotizzato dalle sue mani, le mani di Serena, che si muovono una sopra l’altra, come se fossero una medusa nell’acqua, al ritmo di un noise musicale che tutto il gruppo costruisce attorno alla voce della loro cantante, con chitarra basso e batteria a racchiudersi a cupola sulla piccola figura della propria front woman come per accudirla. Quando si chiudono, le mani, di scatto, all’improvviso, ho come un crampo allo stomaco, o al cuore, o una via di mezzo: un crampo al cuore sarebbe troppo, ma allo stesso tempo un crampo allo stomaco sarebbe troppo poco. Ecco, questo.
Lo scenario è il tipico dipinto che si potrebbe pensare di disegnare guardando a un altrettanto tipico e ipotetico locale indipendente. Ipotetico, e: si potrebbe pensare. Da queste parti non ci sono molti locali del genere, non di quelli che si potrebbe immaginare come tali, appunto. La prerogativa viene lasciata alle grandi città, dove da qui si possono sognare luoghi in cui la musica risuona con più liberta e soprattutto con più continua regolarità. Qui non siamo in una metropoli, siamo nella zona industriale di una città che nasce come periferia di una grande città piccola. Prato è l’estensione dell’urbanizzazione di Firenze, e Firenze, se paragonata a Roma o Milano, arrossisce per l’imbarazzo.
La gente fa la spola da fuori a dentro, al bancone del bar e di nuovo fuori: prendere qualcosa da bere, fumare una sigaretta; aspettare. L’inizio si lascia attendere, l’apertura delle danze si annacqua in discorsi tra le persone accorse al concerto, chiacchiere ancora ricche degli strascichi che il capodanno si è lasciato alle spalle. È tempo utile per raccontarsi cose accadute una manciata di giorni prima, quando ancora era un anno fa, e i buoni propositi sembravano davvero buoni e possibili nella loro possibile realizzazione. Dello stesso avviso sembra essere Serena, che si aggira tra il pubblico salutando amici e conoscenti, fermandosi a scambiare quattro parole prima di mettersi a cantare sul palco, abbandonando la giacca pesante e anche un atteggiamento talmente naturala da lasciare pensare che tra un saluto e l’altro, tra un ciao, un come stai, è da tanto che non ci vediamo, come va come non va, i prossimi a beneficiare delle sue parole e del suo sorriso saremmo proprio noi, come se magicamente, nel sogno di qualsiasi fan, lei si ricordasse delle nostre facce tra tutte le miriadi di facce viste in chissà quanti altri concerti oltre a quelli a cui abbiamo assistito noi.
Noi siamo seduti su una porzione di gradinata larga abbastanza da contenere non più di quattro culi normalmente larghi. Ci sono tre scalini e noi siamo seduti su quello più alto, senza per questo guardare la gente dall’alto in basso, anzi: siamo proprio all’altezza degli occhi di chi ci cammina davanti, sulla pista, e anche Serena ci passa di fronte un paio di volte, tra una passeggiata e l’altra, e siamo proprio lì, a un soffio da lei, non può non vederci, non può non notare quegli occhi appollaiati come su di un ramo che la osservano passare con la stessa espressione di chi costudisce il segreto non troppo segreto di sapere chi essa sia. Ovviamente non ci viene a salutare e anche se quando salirà sul palco sembrerà lanciarci delle strane occhiate indirizzate proprio a noi e a nessun altro, sapremo bene distinguere l’illusione sognatrice di essere il suo punto unico di concentrazione, nel cantare e nel recitare con la sua voce a tratti potente e a tratti delicata, urlante nella nuova linea che il gruppo ha intrapreso, dalla realtà fisica di trovarsi più o meno nel centro esatto dell’orizzonte del palco, e che il suo cono visivo, quando guarda verso il pubblico, da dove si trova lei sul palco, potrebbe abbracciare qualsiasi persona presente nel locale e fargli provare la stessa identica sensazione di importanza e vicinanza (emotiva).
Prima di tutto ciò c’è spazio per una band emergente che inizia a suonare verso le undici, l’orario perfetto per permettere a tutti di scolarsi una birra e un cocktail a scelta. Si chiamano Sneers, un duo chitarra/voce batteria che è una specie di White Stripes invertiti, con lui seduto dietro ai tamburi e lei in piedi, di lato al microfono e il più delle volte leggermente ingobbita su di esso, i capelli lisci e lunghi di un castano chiaro tendente al biondo sporco a nasconderle il volto, intenta a cantare i testi delle loro canzoni. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, non sono di Prato e neppure dei dintorni. I due vengono da Berlino, e non è ben chiaro se abbiano macinato chilometri su chilometri appositamente per venire a suonare a questo specifico concerto o se abbiano un qualche tipo di accordo con i Blue Willa per aprire tutti i loro spettacoli. È un mistero non abbastanza stuzzicante da richiederne in modo assiduo la soluzione, tanto più che il gruppo non lascia un’impressione così profonda da radicarsi nella mente e nei cuori degli spettatori. Il loro stile è rumoroso, rabbioso, chiassoso, con le parole che vengono urlate con tono basso tanto da non far capire se lei, la cantante, stia appunto cantando in inglese o in tedesco. Appartengono a una scena che molto probabilmente non appartiene a noi italiani, o almeno non appartiene a chi è intervenuto qui stasera, visto che nessuno pare prestar loro troppa attenzione. È un antipasto sonoro del concerto vero e proprio, e non è colpa loro né del pubblico se la loro esibizione passa così in secondo piano da sembrare un riempitivo della serata. È molto improbabile che qualcuno sia venuto in questo locale, questa precisa sera, per vedere e ascoltare loro.
L’interesse di chiunque è tutto rivolto verso questi nuovi Blue Willa, evoluzione dei vecchi Baby Blue, che stanno per esordire con un album tutto nuovo prodotto Carla Bozulich. Complice anche l’effetto megafono ottenuto da una buona campagna pubblicitaria fatta dalla critica di settore, tutti sembrano essere incuriositi da questo nuovo vecchio gruppo e dalla virata post punk, o new punk, o comunque più hard del rock precedentemente suonato, con la quale il quartetto ha deciso di darsi alle stampe.
Ed ecco che quindi il concerto è compresso e riassumibile dentro un’unica canzone, nella quale Serena pare guardarmi con più insistenza e durante la quale io devo ripetermi più e più volte di non lasciarmi trasportare troppo dai suoni e dalle sensazioni che ne nascono, dentro di me e fuori da me, di non farmi illudere dalla mia mente del mio punto di vista, costringendomi a mettermi al suo posto, al posto di Serena, e di guardarmi dal suo punto di vista. Devo fare uno sforzo sovrumano per tentare di rendermi immune dalla magia che la musica può fare, e dare, e regalare, a chi ha ancora voglia di emozionarsi per sei o quattro corde pizzicate per produrre un suono. E infatti non ci riesco. Finisco per lasciarmi sommergere del tutto dal rumore (ai Blue Willa piace fare rumore, ma un rumore, state attenti, non confuso ma organizzato) disseminato nell’aria in forme geometriche concentriche, una dentro l’altra, ad allargarsi fino a raggiungerti e ad accerchiarti, ovvero: farti sentire in mezzo alla canzone.
Per tutta la durata sono ipnotizzato dalle sue mani, le mani di Serena, che si muovono una sopra l’altra, come se fossero una medusa nell’acqua, al ritmo di un noise musicale che tutto il gruppo costruisce attorno alla voce della loro cantante, con chitarra basso e batteria a racchiudersi a cupola sulla piccola figura della propria front woman come per accudirla. Quando si chiudono, le mani, di scatto, all’improvviso, ho come un crampo allo stomaco, o al cuore, o una via di mezzo: un crampo al cuore sarebbe troppo, ma allo stesso tempo un crampo allo stomaco sarebbe troppo poco. Ecco, questo.
lunedì 28 gennaio 2013
Tutto bruciato, tutto devastato
Aveva due guance che ricoprivano praticamente tutta la faccia, e lineamenti minuti e storti che sembravano appiccicati lì in gran fretta.
Claire uscì dall’acqua, accovacciata come una scattista sulle lunghe gambe per tenersi in equilibrio e non sbucciarsi un ginocchio. Poi si chinò e avvolse le dita attorno a una coscia abbronzata, facendo scorrere la mano lungo tutta la gamba, pelando via l’acqua in tante strisce argentate. Bob la guardò asciugarsi l’altra gamba in quel modo e la bellezza della scena gli fece pizzicare la gola.
“E se non parlassimo di niente?” Ribatté lei. “Sono una persona più felice quando mi dimentico chi sei.”
Ho sempre saputo che la vita va presa così com’è, senza contratto di garanzia, e che se vuoi ottenere qualcosa farai meglio ad affrontarla con il fuoco nelle vene.
Il nostro non è il tipo di amore fraterno che augurerei ad altri uomini, ma abbiamo la fortuna di possedere un unico, semplice dono: in questi rari momenti di felicità sappiamo condividere la gioia intensamente e sinceramente proprio come facciamo con l’odio.
Mi diceva che l’amore era come la varicella, una cosa da affrontare presto perché avanti negli anni poteva davvero ucciderti.
Dall’ultima volta che l’avevo vista Lucy aveva raggiunto un nuovo stadio di stanchezza e vecchiaia.
Wells Tower
Claire uscì dall’acqua, accovacciata come una scattista sulle lunghe gambe per tenersi in equilibrio e non sbucciarsi un ginocchio. Poi si chinò e avvolse le dita attorno a una coscia abbronzata, facendo scorrere la mano lungo tutta la gamba, pelando via l’acqua in tante strisce argentate. Bob la guardò asciugarsi l’altra gamba in quel modo e la bellezza della scena gli fece pizzicare la gola.
“E se non parlassimo di niente?” Ribatté lei. “Sono una persona più felice quando mi dimentico chi sei.”
Ho sempre saputo che la vita va presa così com’è, senza contratto di garanzia, e che se vuoi ottenere qualcosa farai meglio ad affrontarla con il fuoco nelle vene.
Il nostro non è il tipo di amore fraterno che augurerei ad altri uomini, ma abbiamo la fortuna di possedere un unico, semplice dono: in questi rari momenti di felicità sappiamo condividere la gioia intensamente e sinceramente proprio come facciamo con l’odio.
Mi diceva che l’amore era come la varicella, una cosa da affrontare presto perché avanti negli anni poteva davvero ucciderti.
Dall’ultima volta che l’avevo vista Lucy aveva raggiunto un nuovo stadio di stanchezza e vecchiaia.
Wells Tower
venerdì 25 gennaio 2013
La distruzione di un amore
Come un gruppo Metal
In un locale vuoto
Con due vecchi al bancone
Ti sentirai
Come un cecchino
Senza le munizioni
Al suo primo lavoro
Ti sentirai
Animale da ghiaccio ai tropici
Vegetariano costretto a tritare carne
Per campare...
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
Naufrago leghista
Salvato da un rumeno
Residente a Milano
Aspira polvere nel deserto
Un nuovo sospettato
In un caso già chiuso
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
Performed by Colapesce
In un locale vuoto
Con due vecchi al bancone
Ti sentirai
Come un cecchino
Senza le munizioni
Al suo primo lavoro
Ti sentirai
Animale da ghiaccio ai tropici
Vegetariano costretto a tritare carne
Per campare...
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
Naufrago leghista
Salvato da un rumeno
Residente a Milano
Aspira polvere nel deserto
Un nuovo sospettato
In un caso già chiuso
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
Performed by Colapesce
giovedì 24 gennaio 2013
Facciamo finta
Facciamo finta che sia domenica, anche se devo andare a lavorare. Andiamo a fare colazione, in macchina perché piove. Poi torniamo a casa, dimenticandoci la spesa, fino a quando le coperte sono ancora calde. Abbracciami e riscaldami, in tutte le posizioni: facciamo finta.
mercoledì 23 gennaio 2013
Quell'idiota di nostro fratello
Ormai in America sembra essersi decisamente affermato un genere di film che potrebbe essere definito come “quelli di Judd Apatow”. Non è un male, perché quest’ultimi non sfociano mai in una becera cazzata sguaiata e volgare, ma rimangono in equilibrio tra una commedia divertente e una commedia sbracata. Sono pellicole che fanno sorridere, riuscendo a portare il proprio pubblico a quel limite di umorismo che non arriva mai a risate maleducate.
Quell’idiota di nostro fratello, anche se non è di Judd Apatow, raggruppa un cast di tutto rispetto inserendolo tutto quanto in un’unica famiglia e si diverte a collegarne le sorelle unendole con l’unico figlio maschio, il solito simpatico Paul Rudd che per rendersi meno riconoscibile qui si è fatto crescere la barba.
C’è quindi questo fratello abbastanza ingenuo e tra le nuvole, e c’è il suo adorato cane Obi-Wan Kenobi. C’è la sua ex ragazza che, dopo il primo soggiorno di lui in prigione per spaccio di sostanze stupefacenti, lo caccia di casa e gli impedisce di vedere l’amato Obi-Wan. C’è la sorella Elizabeth Banks che pur di riuscire a scrivere un buon articolo per Vanity Fair è disposta a tutto. C’è la sorella Emily Mortimer sposata con figli che non vede il tradimento del marito e si rifugia in una comoda trasandatezza. C’è la sorella lesbica Zooey Deschanel che convive con la sua ragazza avvocato dalla parolaccia facile e che rimane incinta a causa di una breve sbandata etero (e protagonista della più bella battuta di tutto il film).
Tutti questi personaggi si intrecceranno con i loro problemi e i loro guai, additando l’ingenuo Paul Rudd come fonte di tutte le loro difficoltà. Capiranno solo alla fine che sono loro a essere sbagliati, a fare le cose in modo non corretto, per quanto strano possa apparire, e che il loro fratello è un’anima magari troppo candida ma pur sempre buona.
Un film senza troppe pretese ma che si lascia vedere in tranquillità.
Quell’idiota di nostro fratello, anche se non è di Judd Apatow, raggruppa un cast di tutto rispetto inserendolo tutto quanto in un’unica famiglia e si diverte a collegarne le sorelle unendole con l’unico figlio maschio, il solito simpatico Paul Rudd che per rendersi meno riconoscibile qui si è fatto crescere la barba.
C’è quindi questo fratello abbastanza ingenuo e tra le nuvole, e c’è il suo adorato cane Obi-Wan Kenobi. C’è la sua ex ragazza che, dopo il primo soggiorno di lui in prigione per spaccio di sostanze stupefacenti, lo caccia di casa e gli impedisce di vedere l’amato Obi-Wan. C’è la sorella Elizabeth Banks che pur di riuscire a scrivere un buon articolo per Vanity Fair è disposta a tutto. C’è la sorella Emily Mortimer sposata con figli che non vede il tradimento del marito e si rifugia in una comoda trasandatezza. C’è la sorella lesbica Zooey Deschanel che convive con la sua ragazza avvocato dalla parolaccia facile e che rimane incinta a causa di una breve sbandata etero (e protagonista della più bella battuta di tutto il film).
Tutti questi personaggi si intrecceranno con i loro problemi e i loro guai, additando l’ingenuo Paul Rudd come fonte di tutte le loro difficoltà. Capiranno solo alla fine che sono loro a essere sbagliati, a fare le cose in modo non corretto, per quanto strano possa apparire, e che il loro fratello è un’anima magari troppo candida ma pur sempre buona.
Un film senza troppe pretese ma che si lascia vedere in tranquillità.
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