venerdì 18 novembre 2011

Un viaggio

Ho finito i nomi con i quali ci chiamavamo: tu, io, tutti quanti, perché alla fine avevamo così poco da chiamarci, eravamo sempre insieme, anzi, io ne ho fatta pure una specie di malattia di questo vedere tu solo tu e i tuoi amici, dieci anni di differenza senza sentirli, e non parlavo, mi inventavo le parole. Ti vedevo ridere e questo mi faceva ridere a mia volta, nonostante forse non riuscissi a capire proprio bene cosa stavi dicendo - a volte le parole erano difficili e quei dieci anni di differenza si mettevano tra me e te, con le esperienze e le conoscenze e i vocaboli nuovi ed eruditi - o cosa avesse acceso quello spunto di ilarità, una battuta su aspetti a me ancora sconosciuti, forse per poco, perché poi me li avresti spiegati o mi sarei incaponito io di capirli, per sentirti meno lontano, esserti più vicino, non solo fisicamente ma anche con la testa.
All'inizio, tra i sei e dieci e quindi anni, correvo, correvo e correvo per cercare di riprenderti. Era tutto una corsa, perché per quanto cercassi di andare più forte tu mi precedevi mantenendo sempre la stessa distanza. Mi sembrava strano, all'epoca, pensare che mentre io crescevo pure tu lo facevi. Mi pareva impensabile perché già io ti vedevo grande, in tutti i sensi, e non capivo la necessità di farti ancora più grande, voglio dire: una cosa si cerca di migliorarla quando ha dei difetti, non quando è già perfetta.
A dire la verità, all'inizio stavo fermo, paffuto rimbacuccato dentro delle tutine di lana per tenermi al caldo. Mi tenevi in braccio e ci facevamo scattare foto tremendamente anni '80. Quello era il tempo di quelle foto. I figli, eravamo. Lo siamo tutt'ora, ma in modo diverso. C'è una bella differenza con l'altra foto fatta molto molto dopo: noi due grandi, già vicini, appoggiati al termosifone della nostra stanza, con alle spalle la finestra, tu con la barba, io ancora glabro. Trova le differenze, evidenti, come fossimo riprodotti in un gioco di una scarsa settimana enigmistica. Però siamo sempre noi, gli stessi, io e te. Nella prima foto c'era una strada a dividerci e io, anche se ancora non riuscivo a camminare, se non carponi a quattro zampe come i cani, cercavo di raggiungerti e ho continuato a farlo fino a quasi raggiungerti, nella seconda foto, ti sono vicino, manca poco, forse solo la barba.
Adesso camminiamo a fianco, uno accanto all'altro, anche se può sembrare strano o magari non lo facciamo spesso, o se lo abbiamo fatto anche prima nonostante la distanza, ed è un bel viaggiare, davvero, anche quando ci chiedono di spingere gli autobus rimasti fermi nei parcheggi. E tutto questo, molto confuso ma sincero, è per dire che sì, è vero, è davvero un bel viaggio, questo qua, ma un compagno di viaggio migliore, una specie di guida turistica che è anche un amico, soprattutto, prima di tutto, davvero, sul serio, non potrei averlo.

mercoledì 16 novembre 2011

A Dangerous Method


Quanto ci si può spingere nel cercare di guarire una persona prima di trovarsi inevitabilmente a essere malati noi stessi? Magari non allo stesso modo, ma di una malattia solo di poco diversa. Fare il giro del mondo, o della mente, trovandosi infine non più a guardare in faccia il problema, bensì ad averlo alle spalle, il problema, ed esserne una perfetta preda.
Non è dato sapere quanto di A Dangerous Method, firmato da un terzo diciamo Cronenberg, dopo il primo Mosca, e il secondo History of Violence, sia vero in quanto più vero non si può, affondando le proprie radici nella realtà storica, e quanto invece sia stato scritto apposta per la sceneggiatura stessa. Questo solo uno studioso di psicoanalisi, con esami e discussioni alle spalle, può saperlo. Normale è che riducendo la vita di una persona per metterla dentro un film, alcuni se non molti aspetti debbano essere per forza tagliati, fatti fuori, quel tanto per fare in modo al personaggio stesso di riuscire a entrare nel film. Succede più ai personaggi secondari, qui Freud, magari a tratti Sabina Spielrein, sicuramente la moglie di Jung, ma è lo stesso Jung, personaggio diciamo principale, o protagonista della storia, a farne le spese forse maggiori, in quanto su di lui ci si aspetta un'accuratezza maggiore. Nel suo caso invece i tagli paiono essere stati fatti con l'accetta, andando a decapitare alcuni aspetti non proprio secondari. Non è il come è stato fatto, magari anche in modo abile e perfetto, come la ricostruzione scenica e di vestiti, abbigliamento di inizio novecento, quanto piuttosto il pensiero alla persona vera di Jung: un senso di sconsolata pena nel caso tutto Jung fosse quel Jung visto in questa pellicola.
Il film è un film parlato, dove la migliore parte sono i dialoghi, magari non molto accessibili ma capaci ugualmente di far riflettere. Lo so, si tratta in qualsiasi caso di una specie di psicoanalisi for dummies, ma ognuno prende quel che la mente riesce a mangiare. Per questo i personaggi forse sono visti come secondari, semplici pedine a cui dare la parola e fare palare. Sotto questo aspetto viene fortemente penalizzato il personaggio di Vincent Cassel, una meteora nell'arco narrativo ma di una potenza devastante se si pensa che i suoi ragionamenti vengono usati come cardine per invertire la rotta mentale di Jung, ma ci può stare, in un film parlato. Ciò che non ci può stare è il fatto di avere sorvolato, passandoci sopra in modo piuttosto superficiale, giusto una citazione, senza però approfondirne il concetto o spiegarlo ai più, sul transfert e il controtransfert, vera "malattia" di cui prima viene infettata Sabina Spielrein e poi Jung.
Sarebbe stato un altro film se magari non fossero stati messi in primo piano i dialoghi, andando a scoprire con una lanternina i recessi di alcuni pensieri, o le spinte non tanto all'adulterio quanto piuttosto a non rompere con la moglie, ma non per questo può essere visto come un'occasione mancata. Un film, come lo è questo, può prendere varie direzioni, magari svoltare a destra o svoltare a sinistra, magari una più bella e una più brutta, ma prende la propria direzione e la percorre con sicurezza, e molto bene.
Alla fine c'è solo da incrociare le dita, ma per un altro aspetto: insieme a compagni classici di viaggio dell'ultimo Cronenberg, Viggo Mortensen e Vincent Cassel, si aggregano al regista canadese i nuovi Michael Fassbender e Kiera Knightley. Se il primo riesce in qualche modo a uscirne bene, la seconda, soprattutto nella primissima parte nella quale sembra giocare a marcare eccessivamente le proprie smorfie, risulta non proprio all'altezza della pellicola, anche se alla fine, anche grazie a una normalizzazione del proprio personaggio, riesce a riprendersi. La speranza è che, con il prossimo Cosmopolis il vampiro Robert Pattinson non risulti una scelta non del tutto azzeccata come qui la Knightley.

lunedì 14 novembre 2011

Tutto troppo

È che avevo bevuto troppo, tra vino birra, altro vino, altra birra, non avevo mangiato niente, tutto quanto a stomaco vuoto, neppure un caffè, e poi mi sembrava di essere in ritardo, facevo tutto di corsa, tra la corsa vera e propria per venirti a prendere, e la corsa di testa a non pensare a niente, e la corsa in macchina a zigzagare tra altre macchine per correre veloce nel traffico senza fare incidenti, stare attento agli stop, anche quelli nascosti, appena messi, e i doppi sensi, i divieti d'accesso invertiti, perché questa città quando si tratta di traffico sembra essere una metropoli e cambia in continuazione, ti svegli una mattina e non sai più dove andare, quale strada prendere per andare dove non sai più dove andare. Avevo bevuto troppo ed ero stanco, le gambe mi si afflosciavano su se stesse, stavo per cadere quasi in ginocchio: non ero più abituato a correre così tanto, sentivo i muscoli irrigidirsi in un modo strano, duri ma vuoti, quasi fossero una parete di cartongesso alla quale tiri un cazzotto convinto di farti del male e invece ti ritrovi con il pugno immerso fino al polso dentro un buco del finto muro sgretolato. E così avevo bevuto ed ero pure stanco, non me ne puoi fare una colpa, avevo caldo, sudavo dentro la mia camicia troppo larga, troppo sporca, troppo leggera se fuori fosse stato freddo e avessi voluto prestartela per coprirti, togliermela sbottonando i bottoni uno a uno, appoggiartela sulle spalle mentre avrei tentato di fare un poco il gentiluomo - che poi una delle due: o fuori sarebbe stato freddo, e allora come avrei potuto sudare, forse sudore freddo, oppure sudavo perché fuori sarebbe stato caldo, e allora te non avresti potuto avere freddo, a meno che non tu fossi malata, la febbre fa strani scherzi - le dita mi scivolavano da quanto sudavo, e cercavo di fare veloce, di non perdere altro tempo, mentre ti aiutavo ad arricciarti le maniche della tua di camicia e ti ho sfiorato distrattamente senza volerlo per un breve attimo il seno. Non me ne ero neppure accorto, tanto ero impegnato a piegare perfettamente, senza troppe grinze di troppo, la manica della tua camicia, e perché, lo sai, sono impacciato, alcune cose non le faccio di proposito, le faccio ma non le faccio, nel senso che non me ne rendo conto, e ormai sono così tanto abituato, ho una specie di callo sulla mia maldestrezza, che faccio e non mi rimane niente, perché in fondo non lo voglio fare e non sono pronto a prendere i risultati del mio fare non voluto, ho capito di averlo fatto solo quando me lo hai detto tu, sorridendo, senza esserne affatto infastidita, forse perché in fondo ormai lo sai che sono disadatto e non è che me ne voglia approfittare di alcune certe situazioni. Me lo hai detto a titolo informativo, non per rimproverarmi o cosa, sorridendo, appunto, senza rabbia, e anche allora non ho battuto ciglio, non mi sono sentito in imbarazzo, o a disagio, o un qualsiasi altro stato in cui si dovrebbe sentire un ragazzo quando tocca il seno a una ragazza e quest'ultima non è nuda, non è sopra di lui, non sta insieme a lui in un letto, non si offre con i suoi baci, non si dà per lui in tutto e per tutto, anima corpo e seno, bocca, labbra, orecchie, occhi, mente, solo sua, le gambe affusolate attorno ai suoi fianchi, e la pelle ruvida di brividi, l'eccitazione a livello epidurale. Io non ti sentivo, non pensavo al tuo seno, pensavo a tutt'altro, pensavo: speriamo che non piova, di stare bene, di non sudare troppo, e soprattutto, di non fare troppe cazzate. Appunto.

venerdì 11 novembre 2011

Saldati

Aspetto che il mio cuore faccia 'boom'
chi semina peste raccoglie dolore
sotto le lenzuola
anche tu
io divento un fiume
tu profumi come un fiore

Cadi giù dal letto 'badabum'
mi tieni più forte
poi non ti muovi
chiudi gli occhi e non ti vedo più
poi lego i miei capelli ai tuoi
con più di mille nodi

Portami a vedere il cielo questa notte
anche se è nuvolo
ho tanto caldo anche se è inverno
ho tanto caldo anche se è inverno

Mi sento che non peso quasi più
rivolto nel letto:
silenzio, che dorme! shh..
"E come stai?"
mi chiedo dandomi del tu
"come a primavera sugli alberi le foglie"

Portami a vedere il cielo questa notte
anche se è nuvolo
ho tanto caldo anche se è inverno
ho tanto caldo anche se è inverno

Ma che bel sogno...
fino a mattina non ho chiuso occhio

Portami a vedere il cielo questa notte
anche se è nuvolo
ho tanto caldo anche se è inverno
ho tanto caldo anche se è inverno

Performed by Dente

mercoledì 9 novembre 2011

Parole

Ci siamo scritti tanto e tanto addosso, a volte neppure quello, soltanto scritti diversi in diversi posti, provincie lontane. Le tue montagne, così come il tuo lago. Ci siamo scritti dentro usando l'inchiostro come il sangue e non soltanto viceversa. Ci siamo scritti per disegnarci, ci siamo riempiti di parole, e con le parole abbiamo tracciato i nostri contorni. Gli aggettivi i nostri valichi, le frontiere sul mondo esterno, mentre i malumori o le voglie strane, pazze idee senza senso, o guerre fantomatiche, trincee infinite, sporchi lezzi e sudici, dentro ospedali pronti a curare ogni possibile malattia inventata - la mia mente è malata - sono i nostri intestini aggrovigliati tutti quanti attorno a loro stessi, sopra sotto di traverso, ammassati convulsi e confusi. Le parole ce le siamo tatuate sulla pelle, così tanto da non lasciare nessuno spazio libero e tutte le volte doversi riscrivere sopra. Ricordo ancora quando entrai piano in quella stanza virtuale, senza fare rumore, con la paura di rompere qualcosa, delicato, dissi: permesso, posso? Quante parole ancora avevamo da passarci, uno all'altra, scambio dare avere, un baratto - anche se tutte le volte penso sempre io sia in eterno debito, come mai potrei avvicinarmi?
Quante parole ancora da scambiarci, da qui e per giorni e giorni e giorni interi. Non mi stanco mai. Sperando sempre di non disturbare. A cominciare da queste, che con un filo di voce, ti dico piano: buon compleanno.

lunedì 7 novembre 2011

Skippy non morire!

SlowMind One è una fanzine di letteratura impopolare. Paul Murray è invece uno scrittore irlandese. Skippy Muore è il suo secondo libro. Inizia con un prologo in cui Skippy e un suo amico sono seduti in un bar. Succedono un po' di cose, ci sono un po' di personaggi. Prendendo in esame solo e soltanto il prologo, ignorando tutto quello che potrebbe accadere nel resto del libro successivamente,http://www.blogger.com/img/blank.gif mi sono permesso di dare una mia personale versione di questo prologo: un remake o una specie di cover. La potete trovare sul sito di SlowMind One, a questo indirizzo:

http://slowmindone.wordpress.com/2011/11/06/skippy-non-morire/

oppure leggerla in pdf sempre ospitato da SlowMind One:

http://slowmindone.files.wordpress.com/2011/11/skippy-non-morire-edward-s-portman.pdf

Buona lettura

venerdì 4 novembre 2011

I think I like you

Did you ever know love, cause I want to be with you
Did you ever know love, cause I want to be with you
Did you ever see a light inside your mind?
Did you ever stop to look what it makes you blind?
You should feel the love from my skin to my bones, it's a feeling that's making me high...

There is something and it makes me smile, I think I like you.
There is something burning in my mind, yeah, I think I like you.

Did you ever think twice, cause I want to be with you
No doubt from my side, cause I want to be with you

Did you ever make love, was I on your mind?
Did you ever get enough, were you satisfied?
You should feel the love from my skin to my bones, it's a feeling that's making me high...

There is something and it makes me smile, I think I like you.
There is something burning in my mind, yeah, I think I like you.

I want you, call me, don't you forget.
I'll wait, I want her, don't waste my time.
There is something and it makes me smile, I think I like you.
There is something burning in my mind, yeah, I think I like you.
There is something and it makes me smile, I think I like you.
There is something burning in my mind, yeah, I think I like you.