martedì 23 novembre 2010

Stelle

"è buffo."
"cosa?"
"le stelle. le immaginiamo come un qualcosa di ben preciso, un'entità definita, a se stante, mentre invece non sono altro che soli lontanissimi da noi, o pianeti sui quali la luce si riflette."
era buio. l'aria era fredda, ma lui non aveva mai sofferto di brividi o di abbassamento della temperatura. se ne rimaneva un po' piegato in avanti, con gli avambracci appoggiati sul ferro battuto della ringhiera. in mano una bottiglia di birra, quasi vuota. la festa in casa sembrava procedere su binari standard, con la musica a uscire dalle finestre aperte, il brusio sommesso di chiacchiere vaghe, il fumo a salire alto fino al soffitto. lui era uscito in terrazza solo per avere un po' di calma, e per respirare. c'era troppa gente in uno spazio troppo ristretto, l'afa stava diventando insostenibile e lui non la sopportava. lei lo aveva raggiunto qualche minuto dopo. si era messa addosso un giubbotto, uno qualsiasi preso dal divano sul quale tutti gli invitati avevano gettato il proprio, ed era uscita con il pretesto di fumare. appena fuori aveva rabbrividito, chiudendosi in un abbraccio dentro il cappotto, un po' per attirare l'attenzione ma soprattutto perché lei non era proprio uguale a lui. lei il freddo lo soffriva.
una volta una sua amica le aveva chiesto:
"cosa ci trovi in lui?" lei non aveva saputo cosa dirle. è così complicato dare una risposta a una domanda così semplice, aveva pensato lei in quella circostanza. la chimica che si scatena nel cervello di una persona, quando si trova accanto a un'altra persona, dovrebbe rimanere confinata dentro lo spazio del cervello, invece molto spesso entra in circolo e finisce col sedimentarsi in fondo al cuore. ma era una motivazione troppo complicata da dare alla sua amica, molto probabilmente non l'avrebbe capita.
"siete così diversi." aggiunse poi questa sua amica, quasi a rispondersi da sola.
lei lo sapeva. c'erano un miliardo di cose che non li accomunavano, trova le differenze, ma pensava che non fosse in fondo un male. forse era proprio questo che l'attraeva di lui, gli spazi e gli interessi che non trovavano corrispondenza in nessuno spazio e in nessuno interesse di lei. se fossimo attratti da delle semplici copie di noi stesse, si disse, tutti quanti avrebbero una relazione con lo specchio del proprio bagno.
lui si era voltato. si era portato la bottiglia alla bocca, bevendo un sorso di birra, e poi aveva detto:
"ciao."
"ciao." aveva risposto lei avvicinandosi alla ringhiera fino ad arrivare vicino a lui, alla sua destra.
"ti stai divertendo?"
l'inizio di una conversazione è sempre la parte peggiore. tutti si affannano per incastrare al meglio le parole, per mettere a proprio agio le altre persone, così si finisce sempre per dire delle banalità. iniziare a parlare, soprattutto quando si tratta di parlare in due, da soli, somiglia a una specie di battaglia, magari tra due gladiatori nell'antica roma. lo scontro vero e proprio è sempre preceduto da una fase di studio, durante la quale i due combattenti si camminano attorno, si guardano, cercano di capire le debolezze del proprio avversario, quando si tratta di una lotta vera e propria, o gli interessi dell'altro quando invece si tratta di una conversazione.
lei aveva imparato a non dare troppo peso a ciò che si dice durante i primi dieci minuti di una chiacchierata. sono solo sciocchezze, servono per rompere il ghiaccio, instaurare un rapporto di fiducia, una specie di riscaldamento pre gara. ciò che contava, ai suoi occhi e alle sue orecchie, era quello che sarebbe stato detto dopo, quando entrambi si sarebbero ormai lasciati alle spalle i saluti, i come stai, e tutti gli altri vari rituali di buona educazione.
come per esempio era accaduto in quella occasione. erano finiti a parlare delle stelle. nessuno dei due forse era conscio di come ci fossero capitati, quale linea di dialogo avessero seguito per partire da quel suo ti stai divertendo fino ad arrivare ai corpi celesti sopra le loro teste. ma questo non li preoccupava. quella stessa chimica che fuoriesce dal cervello e si deposita nel cuore ha il potere di fare perdere la memoria a breve termine, lei lo sapeva.
"sembrano così piccole, tanti piccoli puntini luminosi appuntati sopra il cielo." disse lei.
"invece sono gigantesche, e in continuo movimento. ruotano tutte quante, una specie di danza."
"a volte sembra quasi impossibile che pure noi, nel nostro piccolo, con questo pianeta microscopico, facciamo parte di questo ballo. a viverci dentro sembra che il mondo sia fermo, stabile, immobile come un roccia."
"oh, no. - disse lui. - per me non è affatto così. per me il mondo gira in continuazione, si rivoluziona perennemente, e lo si può percepire in qualsiasi momento, altrimenti non si spiegherebbe come mai a volte le cose vadano alla perfezione e poi un attimo dopo, senza che nessuno faccia nulla, sia tutto quanto andato a rotoli. se il mondo non si muovesse, una volta trovata la stabilità questa dovrebbe rimanere. invece la stabilità è una specie di castello di carte, basta una minima vibrazione e il castello crolla. per questo si capisce che il mondo gira, e girando fa crollare i nostri castelli."

lunedì 22 novembre 2010

Heart-shaped box

da piccoli stilizzavamo tutto, qualsiasi cosa. quando disegnavamo una casa, un'auto, lo facevamo con linee semplici, segmenti ben decisi, senza troppe curve. amavamo gli angoli, da piccoli. solo con il tempo abbiamo iniziato a preferire le circonferenze, il tratto rotondeggiante che si poteva ottenere cercando di smussare gli spigoli contro cui andavamo sempre a sbattere e che, a forza di scontrarci contro, avevamo capito ci facevano male. e le curve si sono portate dietro tutta una serie di altri concetti, significati, come se le linee dritte di prima fossero appunto dritte per il semplice motivo che erano leggere, spoglie di qualsiasi peso avesse potuto gravitare su di loro, mentre le curve fossero delle linee tracciate da una parte all'altra di un burrone, sulle quali al centro era stato appoggiato un qualcosa di non meglio definito, un quadrato magari, e che questo quadrato a causa della gravità avesse rotto la rigida orizzontalità della linea iniziale e l'avesse come piegata, formando una specie di goccia con la parte rotondeggiante rivolta verso il basso. oppure: le curve erano curve perché trasportavano dei feriti, magari proprio determinati significati, come facevano i cowboy trascinandosi a cavallo una barella. il corpo di questi concetti, tutti sanguinanti, moribondi, erano ripiegati su se stessi dal dolore, e non riuscivano a camminare eretti, in piedi, come invece avrebbero potuto fare le linee che li avevano preceduti, perché le linee in fondo erano prive di ogni responsabilità, spoglie di qualsiasi senso. non ne uscivano certo bene le curve, né avevano vita facile.
ma all'asilo, quando la suora ci diceva di disegnare casa nostra, con il lapis ben appuntato tracciavamo sicuri sul foglio un quadrato al quale facevamo indossare sulla testa un triangolo a spiovente, due finestre a fare gli occhi e la porta d'ingresso a formare la bocca. era un disegno piuttosto semplice. non ci mettevamo dentro le fondamenta, i muri portanti. non ci preoccupavamo di quante stanze potesse avere al suo interno quella nostra casa, e non ci importava neppure che tutte quante le nostre case su quei fogli si somigliassero in modo impressionante e allo stesso modo non somigliassero affatto alla nostra casa reale. non disegnavamo la verità, quanto piuttosto l'ideale. la stessa cosa la facevamo quando dovevamo ritrarre un'auto. all'epoca, anche se non è passato poi tutto questo tempo, eravamo più facilitati rispetto a ora. le macchine dei nostri papà, così come quelle che vedevamo in giro per strada, erano tutte più o meno simili e sembravano tutte quante delle grandi scatolette di tonno con le ruote. quando dovevamo disegnarle facevamo un rettangolo appoggiato su due cerchi. ancora non pensavamo al motore, al tubo di scappamento, all'asse e al semiasse, allo sterzo che avrebbe permesso alla macchina di girare, o al serbatoio dove mettere la benzina che avrebbe permesso alla macchina di viaggiare. no, non pensavamo a niente di tutto questo. noi tracciavamo linee sicure, linee dritte, e con queste semplicavamo la realtà. nella realtà non c'è niente che sia così ben definito, così netto, deciso. c'è sempre qualcosa che alleggerisce gli angoli, che ne macchia i colori: non è mai del tutto completamente bianco, né mai del tutto completamente nero. ma questo ancora noi non lo sapevamo.
anche il cuore non sfuggiva a questa regola. quando dovevamo disegnarlo facevamo una v sopra la quale abbozzavamo due piccole colline, poi saldavamo le due figure per farle sembrare una figura unica e nascondevamo i punti in cui avevamo staccato il lapis dal foglio per riposare il polso o per prendere la rincorsa per il tratto successivo. era un disegno assai banale, ma era pure l'inizio della fine. fu una delle prime cose che disegnammo ad avere le curve, a parte le ruote della macchina, ma quelle erano una parte secondaria del disegno, mentre il cuore con i suoi due semicerchi affiancati era il motivo stesso del disegno.
avremmo dovuto continuare a disegnare il cuore come una v, cercando con l'esercizio di farlo sempre di più simile a una scatola. in questo modo avremmo potuto guardarlo come tale, mettendoci dentro quello che ci piaceva: i sospiri, i bei sospiri; i baci dati e ricevuti a occhi chiusi; i brividi di felicità quando avverti che la felicità stessa ti ha afferrato l'anima fino al midollo. invece ci siamo ostinati a volerlo studiare, il cuore. così l'abbiamo composto di atri, di ventricoli; gli abbiamo dato dei punti di accesso per farci entrare il sangue, e dei punti di uscita per farlo uscire, sempre il sangue. abbiamo capito che per quanto importante esso sia, questo nostro cuore, altro non è che un semplice muscolo, che si contrae e si rilassa, al ritmo dei nostri battiti, per spingere il sangue ad annaffiare tutto quanto il corpo, fino alle punte più estreme della periferia, mani e piedi. solo che se ci facciamo male a una gamba e un muscolo si sfibra, lo chiamiamo strappo, mentre se ci fa male il cuore le chiamiamo ancora pene d'amore.
è questo che ci frega, è un po' un controsenso. disegniamo il cuore come una scatola, altrimenti se il cuore si strappasse lo chiameremo infarti, ma nonostante questo non possiamo fare a meno degli atri e dei ventricoli. e questo ci scombussola, ci fa andare avanti come se fossimo sempre, in qualsiasi momento, ubriachi. barcolliamo tra i rapporti. se solo riuscissimo a disegnare anche il cuore con delle linee dritte, i giorni sarebbero assai più semplici.

giovedì 18 novembre 2010

Aktarus

raccontami ancora quelle storie delle buona notte per cui non ti sei mai seduto sul mio letto a leggere un libro. ogni sera non era un rituale, quello di spegnere la luce e sentire la tua voce, perché le luci erano spente ma c'era sempre una voce nuova a riempire la stanza, e non una semplice stanza ma la Stanza. la musica usciva dalle casse abbastanza alta da non farci sentire il rumore con il quale il mondo fuori si affannava in contorsioni complicate a crescere, per tenere il passo dei nostri anni, e allo stesso tempo sempre la musica non suonava troppo alta da non farci sentire le nostre voci mentre parlavamo; ci accompagnava, ecco cosa faceva. mentre tu mi insegnavi a poggiare il vinile sul piatto, ad alzare il braccio del giradischi per farlo appunto girare, pulirne sempre la superficie prima di ascoltarlo. era un suono meraviglioso il fruscio scomposto che faceva la testina quando scivolava tra i primi solchi.
allo stesso modo mi insegnavi a fare altro, a leggere per esempio. perché non è tanto il tecnicismo, il riuscire a distinguere prima le lettere e poi le parole intere, far propri termini difficili o complicati, farmi spiegare da te che tutto sapevi e tutto sai, cosa significavano quei vocaboli strani che non riuscivo neppure a pronunciare - non era un caso, e non lo è tutt'ora, se nell'unico vocabolario che mi sento di consultare, l'unico di cui mi fidi, in cui mi rifugi ogni volta che ho un dubbio, non era un caso e non lo è tutt'ora, che in quel vocabolario siano scritte frasi tue, un discorso che so già non riuscirò mai a raggiungere nonostante mi possa sforzare in tutti i modi tutti i giorni di sfiorarlo anche solo - quanto piuttosto cosa leggere. mi hai insegnato a leggere ciò che era importante leggere, ciò che andava letto, ignorando i libri più banali, quelli inconsistenti, i libri inutili, così come mi hai insegnato a guardare ciò che c'era da guardare, cosa c'era da ascoltare. non mi hai fatto perdere, mi hai tenuto per mano anche quando eravamo lontani, anche quando eravamo distanti e non sentivamo il contatto della pelle sulla pelle, mi hai fatto attraversare un bosco schivando i percorsi dei lupi, facendomi passare per radure non troppo frequentate ma proprio per questo proprio belle, stupende, affascinanti. mi hai detto: non guardare dove vanno tutti, vai dove ti piace andare. e la cosa più straordinaria è che lo hai detto senza parlare, ma con i gesti, con le azioni, senza essere diretto come un treno in faccia ma efficace allo stesso modo.
raccontami ancora quelle storie, e altre storie. chiamami con i nomi dei tuoi cartoni animati, e io ti chiamerò ancora con i miei nomi inventati.

martedì 16 novembre 2010

Polifemo

e tu nuda, nei lineamenti.. solo la musica nelle orecchie.. siamo profondi quanto l'intestino di un gigante.. polifemo ubriaco in una grotta affacciata sul mare guarda l'acqua pensando di essere un dio... allo specchio ci riflettiamo contro immagini di noi stessi distorte dalle nostre aspettative e speranze, per scovare il punto preciso dove si intersecano i meridiani e i paralleli, le linee guida dei nostri pensieri, le diagonali dei nostri desideri. trova le coordinate e io te lo prometto, scaverò. tra la pelle chiara macchiata dalle tue espressioni, lo sguardo disteso, i denti felici, le tende dei tuoi capelli, lentiggini solo poco accennate per dare riposo ai marinai, navigare da un occhio all'altro, scalare montagne e dislivelli, i bassipiani delle tue guancie, la pianura delle tue labbra; la pelle, tesa, del viso, cromata del colore di quando arrossisci volgendo la testa da un'altra parte. il modo curioso con cui cerchi di nascondere un sorriso quando vieni colta di sorpresa, da un complimento da una mano da un saluto, da uno sguardo.
urliamo per farci capire. ci voltiamo solo di tanto in tanto per guardarci, scambiarci opinioni. sbagliare. non è il caso di rimanere seduti. beviamo birre fino a farci svenire i sensi, dentro, come distaccati da tutto il resto, tenuti in equilibrio da fili invisibili che li legano sospesi tra lo stomaco, i polmoni, il fegato. i nostri organi a suonare musiche subliminali, tese tra la felicità e l'estraneità. il non sapere chi. il divertirsi anche quando. il nonostante tutto. il basta che. il basta e avanza.
ascolto storie di cui non conosco i protagonisti. vesto nomi con facce rosse piene di x di censura. nel frattempo vedo ancora la tua immagine, e non mi importa: dei lampi a illuminare il cielo; delle strade perse, chiuse, ritrovate; del ticchettare frenetico e costante delle lancette dell'orologio; dell'india, del giappone, di tutti quanti i paesi orientali; di quella porzione, ampia e scostante, di te che non conosco; del freddo pungente a ferirmi prima le mani, poi il petto, con lunghe lame affilate di vento gelido a soffiarmi sul collo dove non riesco a ripararmi con il colletto del giubbotto. dimentico i miei promemoria, lascio scappare via dal recinto i cavalli pazzi delle mie fantasie. li ho tenuti mansueti fino a ora sperando di poterli addomesticare; ma sbagliavo, in fondo proprio come ho fatto sedendomi, perché gli animali selvatici non sono fatti per essere rinchiusi. quando lo sono diventano cattivi, marciscono all'interno, inacidiscono insieme al sangue nelle vene, fino a scoppiare e far più danni di quanto non avrebbero fatto se lasciati liberi. la fantasia è una mandria furiosa di cavalli, non a caso si definisce galoppante. senti il rumore dei suoi zoccoli pestare forte il terreno, proprio qui accanto, alla mia sinistra, ancora una volta seduta, accucciata, buona.
quello di cui ho bisogno non sono cavalli, quanto piuttosto cani, da compagnia. quelli domestici che si sdraiano vicino alla poltrona dove leggo, che scodinzolano felici appena mi vedono. più reali. più veri.
apri il palco, tirando via le tende dei tuoi capelli. li passi con una mano portandoteli dietro la nuca. forse un po' imbarazzata. dici: prendimi. fai di me quello che vuoi. appena entrata in soggiorno ti vedo risplendere. niente addosso. sei limpida. non ridi, non piangi. tieni un'espressione decisa a voler arrivare fino in fondo. rimani in attesa di una mia risposta. ti guardo restando seduto, sbaglio ancora. perseverare è diabolico, mi pare di sentire. un'eco lontana. il diavolo, forse.
è così strano vederti senza scarpe. sei scalza, e gli occhi, i miei, vengono subito attratti dai tuoi piedi. non sono del tutto appoggiati a terra. si tengono un poco sulle punte, ma non troppo. tra il pavimento e il tallone passerebbe appena un foglio di giornale.
salgo sulle tue caviglie con lo sguardo. mi attorciglio attorno ai tuoi polpacci. divento stringhe di sandali a schiava fino ad arrivare proprio sotto le tue ginocchia. ti stanno bene, ti dico, anche se non si vede ancora niente, né io né loro.
mi guardi arrossendo un po'. è la prima reazione che lasci trapelare. in quel momento, preciso istante, mi avvento su di te, sulla tua vita, la afferro cingendola con un braccio, inginocchiato come sono ai tuoi piedi, poi l'altro. cintura. affondo la faccia dentro la tua pancia, annusandone l'odore. il tuo odore dentro le mie narici, sulla mia pelle, in quello spazio ristretto dove ho sempre amato trovarlo: tra il labbro superiore e il naso.
sento le tue dita annodarsi tra i capelli sulla mia nuca. spingono verso di te. con la mano destra scivolo verso l'alto fino alla tua scapola sinistra. siamo a specchio.
sospiri.
alzo gli occhi. vedo le mie unghie finire la loro corsa sulla tua spalla, sporgono un poco sopra la clavicola altrettanto sporgente. riflettono la tenue luce che illumina la stanza. tu reclini la testa all'indietro, alzando lo sguardo verso il soffitto. barcolli un po' indietreggiando. cerchi un appoggio. con una mano tenti di afferrare lo stipite della porta.
respiri sempre più velocemente. inspiri, espiri. inspiri, espiri.
io rimango abbracciato a te, intento a impastare baci sul tuo ventre. scavo con le labbra, inumidisco con la lingua, tutto attorno al tuo ombelico. sento caldo appena sotto il mento. inspiri espiri, inspiri espiri. la tua pelle come un cuscino mi schiaffeggia dolce con i suoi movimenti ad aprirsi e chiudersi, in su e in giù, accompagnando il ritmo del tuo braccare l'aria.
allunghi il collo, ti stiri verso l'alto. con movimento contrario io ti tiro giù. ne esce un effetto rallenty con il quale ci sdraiamo a terra, scomposti, uno sopra l'altra. inspiriespiri, inspiriespiri. nuoto su di te, con le mani, la bocca, gli occhi, fino ad arrivare a suon di carezze e sussurri speciali nell'incavo del tuo collo. lì affondo il colpo, lascio penetrare i miei canini nella tua carne, come farebbe un vampiro affamato di sangue. tu stridi un respiro più affilato verso l'esterno, facendolo passare attraverso i denti chiusi. gli occhi stretti in una smorfia che disegna il tuo piacere di un rosso acceso proprio nel centro del tuo petto. lo sterno ti si illumina fosforescente facendo intravedere i palpiti infuocati mulinare verso il basso. le tue gambe si muovono prima senza controllo, mosse da una scossa elettrica che scarichi sul mondo con sillabe acute, poi si attorcigliano sopra la mia schiena, stringendomi a te. non mi lasci andare via, mi leghi.
scivolo fino ad arrivare alla tua bocca e sulle tue labbra lascio cadere le mie labbra. due onde opposte si scontrano in zampilli di movimenti fugaci dove le nostre lingue cercano di trovare un ordine. il tuo affanno si mischia con il mio affanno, si mescola con la passione umida che ci ha portati a terra, trascinandoci uno sull'altra, a toccarci, baciarci, accarezzarci con violenta ferocia. stiamo andando a fuoco e cerchiamo in qualche modo di calmare le fiamme, farle appassire sotto una coperta. fino a quando una scintilla più potente, più forte, si insinua e si accende dentro il nostro inguine, diventato tutt'uno senza darci nessun preavviso. in quel momento un chiasso sinuoso esplode in lontananza. soltanto noi riusciamo a sentirlo: il suono di benvenuto che accoglie una galassia nuova appena nata.
guardiamo il soffitto, esausti. dio ha creato il mondo in sei giorni, il settimo si è riposato. noi abbiamo compresso tutto quanto in una serie forsennata di battiti, pompando il sangue più forte nelle vene fino quasi a rovinarcele. tornare alla normalità è faticoso, a volte fa pure male, vedere il proprio petto riprendere un ritmo tranquillo, gonfiarsi e sgonfiarsi con sempre meno frequenza.
poi le tue parole, senza il tuo sguardo.
mi piacerebbe passare più tempo con te, da sola. vorrei tu lo capissi sul serio, davvero. ma in certi momenti mi accorgo di non avere tempo, tempo materiale, per perdermi nei labirinti della tua mente.

Distanti

Quando lui le telefonò lei era appena uscita dalla doccia. Aveva fatto giusto in tempo ad avvolgersi stretta dentro l'accappatoio e precipitarsi in fretta, zampettando scalza, verso l'apparecchio che stava squillando.
Mentre alzava la cornetta non pensava fosse lui. Di solito non chiamava mai a quell'ora, se lo faceva significava che era in viaggio, da qualche parte perso per l'Italia, in una camera d'albergo con il letto matrimoniale e la televisione piccola che prendeva solo pochi canali, e male. Era così che di solito si mettevano a parlare: in modo distante, separati da chissà quanti chilometri, e chilometri, ogni volta. Quando non c'era tutto quello spazio tra loro non sprecavano certo il tempo a parlare.
"Ciao." Fece lui senza darle il tempo di chiedere chi fosse.
"Hey! ma sei tu."
"Certo, chi diavolo avrebbe dovuto essere?"
"No, niente... cioè: nessuno."
"Disturbo, per caso?" A tratti lei odiava quel suo modo sempre preciso di piombare dentro una giornata, chiedendo permesso, scusate, quasi non l'avesse già abbastanza sconvolta la sua vita, entrandoci all'improvviso, quella volta si senza chiedere il permesso, e rovesciandola tutta come un calzino.
"No, no. Mi stavo facendo una doccia."
"Sei ancora nuda?"
"Mi dispiace per te, ma ho fatto in tempo a mettermi l'accappatoio." Rise, cercando di stare quanto meno un po' al gioco, nonostante sapesse bene che non ci sarebbe riuscita, non per molto almeno.
"Peccato. Mi piace immaginarti nuda, magari ancora gocciolante d'acqua, con il corpo bagnato, mentre fai scivolare la mano lungo i fianchi e giù giù..."
"Rallenta tesoro, altrimenti la compagnia telefonica ti farà pagare la tariffa delle chiamate erotiche."
"Potremmo fare sesso telefonico, se ti va."
"Preferirei averti per le mani, piuttosto che lavorare di fantasia."
"E cosa mi faresti, se fossi lì con te?"
"Beh - voleva lasciarlo un po' sulle spine, farlo rosolare giusto qualche minuto sulla graticola, quel tanto che bastava per fargli capire che non poteva ottenere tutto subito; non ancora almeno. - dipende molto da come ti saresti comportato e da come ti comporteresti."
"Lo sai che io mi comporto sempre bene."
"Si, intanto però sei andato via senza neppure avvertirmi, senza farmelo sapere."
"Lo so. - divenne serio. - Purtroppo è stata una cosa improvvisa, un'emergenza."
"Dove ti hanno spedito questa volta?" Lui di lavoro riparava complessi macchinari odontoiatrici, contorti apparecchi che si snodavano in braccia allungabili e che erano capaci di fare un perfetto modello tridimensionale al computer di tutta quanta la bocca dal paziente.
"Sono poco fuori Brescia."
"Brescia? Questa mancava alla collezione, no?"
"Si, è la prima volta che ci capito." Si divertivano a tenere il conto di tutti i capoluoghi di provincia nei quali lui soggiornava, e ogni volta che capitava in un posto nuovo cercava in qualsiasi modo di prenotare la notte in una catena di alberghi diversa, in modo da poterle portare in dono saponette e shampoo che lei poi posizionava come tanti piccoli trofei dentro l'armadietto del bagno.
"Com'è la camera?"
"Non è un granché: è piuttosto scarna, però è davvero grande. Forse anche per questo motivo sembra così vuota, arredata poco. Tra il letto e l'armadio c'è talmente tanto spazio che mi ci posso sdraiare tranquillamente in mezzo."
"Woaw! E' una delle più grandi in cui sei stato, no?"
"Si. - rispose lui. - Ma anche una delle più vuote."
A quel punto a lei il respiro le si raggrinzò tutto attorno al petto, formando un leggero avvallamento concavo giusto in mezzo ai seni. Pregò con tutto il cuore che lui non pronunciasse quella frase, quella specie di ritornello che ogni volta saltava fuori quasi fosse il bacio della buona notte quando un bacio vero e proprio non potevano scambiarselo: una specie di contentino, lo zuccherino da dare al cavallo mansueto, ecco che sapore aveva quella frase per lei.
"Vorrei tanto che tu fossi qui con me, adesso." Ecco. Quelle parole la colpirono come una lama arroventata intenta a farsi largo dentro il suo ventre. Era troppo per quella sera, non ne poteva più. A volte raggiungeva un limite massimo di sopportazione oltre il quale non credeva possibile arrivare, e quella era una di quelle volte.
"Ora devo andare. - Disse lei con tono freddo, tornando ad avere tra le mani una semplice cornetta e non una mano di lui, un orecchio dentro il quale sussurrare o più semplicemente parlare. - Ho fissato con una mia amica per andare al cinema."
"Cinema? Non me lo avevi detto..."
"Scusa, ma sono proprio in ritardo. Ci sentiamo domani. - Tagliò corto. - Caso mai."
"Ok. Ciao. E Buona notte."
"Notte."
"Ti amo." Click.
Non fece in tempo. Forse perché una parte di lei magari voleva sentirsi dire quelle parole, le bramava, erano diventate una specie di droga da quando gliele aveva dette la prima volta; ma non fu abbastanza veloce nel riattaccare per strozzare la sua voce prima che pronunciasse quella stronzata da catene ai polsi.
Una parte di lei poteva anche volerle sentire quelle parole, ma una parte di lei non ne sopportava neppure più il suono, l'idea; non riusciva più neanche a guardare un film senza che un moto di rivoluzione violenta si scatenasse a metà strada tra il suo stomaco e il suo intestino ogni volta che un qualche personaggio le pronunciava, quelle stramaledette parole.
Appoggiata la cornetta al ricevitore si lasciò crollare sul pavimento, scivolando con la schiena contro la parete e ritrovandosi infine seduta rannicchiata a terra. Con una mano appoggiata alla base della fronte cercava di non piangere, ma sentiva già le lacrime mischiarsi con l'acqua che le gocciolava già dai capelli.
Casa sua era diventata d’un tratto silenziosa. E vuota. Lei sola, in mezzo a quel vuoto grande, enorme.
"Mi piace immaginarti nuda."
Avrebbe voluto qualcosa per le mani solo per poterlo scaraventare contro il muro e vederlo sfracellarsi scomposto e distrutto. Aveva voglia di sciupare, rompere. Aveva voglia di.

lunedì 15 novembre 2010

Cercasi batterista, chiamare Alice

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Uno spillo di dolore la trafisse dalla base del collo passando attraverso tendine, muscolo, osso, attraverso il cervello, soprattutto, e le perforò il dietro degli occhi.

Ovunque fossi sentivi questa fame di un po' di semplice conversazione.

Cinque, sei, sette re rimase steso sotto il tavolino nella cucina della canonica. Fu allora che capì come la rigidità del concetto di tempo attecchisse solo sullo strato più esterno del pensiero civilizzato.

La perdita del padre era la rovina per un bambino. E da quel giorno ebbe l'impressione che fossero scomparsi tutti ipadri del vicinato. O meglio, di padri ce n'erano, erano i papà che non si vedevano più.

La dipendenza era il controspionaggio della carne, il corpo che faceva il doppio gioco.

La madre di Alice stava dormendo.
Alice e Ruthie la guardavano e basta. Non aveva abrasioni né graffi né suture. Niente nel suo sonno che meritasse preoccupazione. Era solo l'ospedale di per sé a essere preoccupante. Era il posto in sé che ti condannava alla malattia.

La fabbrica produceva caffè decaffeinato solubile, e le sue trasfomazioni chimiche erano accompagnate da un odore di gomma bruciata o di tetti creosotizzati. La puzza era penetrata nel terreno e negli alberi lì vicino, dentro i pori degli abitanti.

Innamorata non era la parola esatta, però ci andava vicino.

Uscì sul gradino davanti casa. Gli uccelli e i fiori avevano la banalità dei biglietti d'auguri.

"Sto sbagliando qualcosa", disse Dennis.
"Quello che sbagli", spiegò Alice, "è pensarci, pensare che stai sbagliando qualcosa. Non darti per vinto, questo ti consiglio. Non li sopporta nessuno quelli che si danno per vinti."

Ci si aspettava che le feste fossero divertenti, ma un sacco di volte non lo erano affatto. La gente si confondeva sempre.

La cosa buffa dei canali porno a pagamento era che la parte veramente migliore erano le pubblicità, tutte quelle pubblicità che dicevano che il programma ricominciava subito. Così come la parte migliore delle feste erano i preparativi.

Una sera aveva convinto Scarlett ad andare a letto con lui. Scarlett della band. Erano rimasti fuori fino a tardi dopo aver suonato in qualche locale. Un ottimo esempio di pessimo sesso occasionale. Il punto era stato l'opera di convincimento. Come faceva certa gente ad abboccare a tutte quelle cazzate, se non voleva abboccare fin dal principio? O forse poteva capitare, come con Scarlett, che un giorno ci fosse la giusta congiunzione astrale o qualcosa del genere, e allora succedeva e basta. Quella sera Scarlett si era semplicemente lasciata convincere. Stava passando un brutto periodo ed era disposta a fare cose. L.G. sapeva che la gente doveva essere in un brutto periodo se si ritrovava a casa sua, e ci si era abituato. Il fatto era che prima o poi ci si ritrovavano quasi tutti.
E si era unita a loro anche una ragazza. Una ragazzina. Scarlett non aveva cercato di dissuaderlo, e alla ragazza l'idea piaceva. Al momento nessuno dei tre aveva di meglio da fare.
Sul tetto, mentre aspettava l'arrivo dei fusti, mentre aspettava la festa, L.G. ricordò che quella volta non riusciva a concentrarsi. Era un problema numerico. Le due donne lo baciavano insieme, ciascuna su una guancia diversa, oppure lui ne baciava una, e l'altra stava facendo lo stesso. Non sapeva da che parte girarsi. Oppure teneva Scarlett con le braccia e l'altra con le gambe, oppure una delle due era in questa identica posizione. Chi lavorava nella finanza poteva abituarsi a calcoli del genere, forse, ma L.G. no.
Il problema non era trovarsi davanti due ragazza che facevano sesso, per come la vedeva L.G.; il problema era ritrovarsi finalmente a fare una cosa che l'aveva tanto stuzzicato e rendersi conto che non lo stuzzicava più. Le fantasie sono come gli ideali: esistono solo per farti perdere l'orientamento. Prova a prenderele e quelle si spostano. Ancora più in là, di solito.

E Ruthie andò a colpo sicuro, accorgendosi soltanto dopo di come Lane si stringeva addosso l'asciugamano, di come persino in quel momento si vergognava del suo corpo: le sue concavità, i suoi spigoli.

Lane andò alla finestra. Fuori dalla stanza di J.D. il sole cominciava a tramontare e aveva i colori di un incendio doloso.

Qual era il ragionamento che finalmente permetteva ai giovani di mollare, una volta per tutte, la giovinezza? Sembrava che quella generazione non volesse andarsene mai di casa. Crescevano fino a un certo punto e poi passavano il decennio successivo, fino al collasso, a cercare di riassaporare il senso di novità dell'adolescenza, quella pulsazione della giovinezza che sembra, nel suo pieno fiorire, permanente.

Tutto questo perché la cosa che faceva paura era passare lì dentro il tempo che ci dovevi passare, tenere la bocca chiusa e obbedire a quello che ti dicevano loro. La cosa che faceva paura era guarire, cambiare. Perché allora ti rispedivano nel mondo. A provarci di nuovo.

Quando salirono sull'autobus Dennis passò un braccio attorno alle spalle di Scarlett, e lei glielo lasciò fare e fu una cosa carina. Scesero a qualche isolato dal negozio del disinfestatore, davanti al Pinnacle. Poi si salutarono. Le vittorie più grandi stavano nelle cose più piccole.

Era pomeriggio. Arancione, rosso e ocra si riflettevano sugli edifici grigi e polverosi sull'altra sponda del fiume. I riflessi danzavano nel punto in cui acqua dolce e acqua salata confluivano increspandosi.

Più cose dicevano, più cose c'erano da dire, ma non una che andasse a segno, non una che li facesse sentire compresi, o che li convincesse del fatto che la vicinanza umana poteva placare l'intensità della solitudine. Le parole che si scambiavano erano come l'asfalto sotto le ruote dell'autobus. Erano come i paesaggi che si percorrono in lungo e in largo mille volte ma restano sconosciuti, se non per i cartelloni. Comunque ne valeva la pena.

Rick Moody

giovedì 11 novembre 2010

Quadrati

quando disegna lui disegna sempre dei quadrati. li fa precisi, con bordi netti, spigoli acuminati. come alcuni giorni, dice con un sorriso amaro. non importa dove si trovi, se a casa seduto in cucina, o più spesso al ristorante dopo avere mangiato: lui prende una penna e inizia a tracciare tratti decisi, privi di esitazioni. non ci sono vie di mezzo, o lo fai o non lo fai. se sbagli, pace, hai sbagliato. non c'è modo di tornare indietro. odia i lapis proprio per questo. se per caso vai un po' storto puoi sempre prendere una gomma e cancellare tutto quanto, ripartire da zero sullo stesso identico foglio, fare finta non sia successo nulla; ma la verità è che niente è così facile. quando compi un gesto ti porti dietro tutta una serie di effetti, conseguenze. ti costruisci appresso un reticolo fitto di azioni secondarie che non sarebbero mai esistite se tu non avessi fatto quel gesto - magari un saluto, una semplice mano alzata. il tuo gesto non sarà mai singolo, solo tuo, ma si interfaccerà con altri gesti di altre persone, i quali si relazioneranno con altri gesti ancora, di altre persone ancora, e ancora e ancora, pressoché all'infinito. cancellare puoi cancellare, è vero, ma solo i tuoi gesti. quelli degli altri rimarranno, su di loro non hai alcun potere. fare finta di non avere sbagliato, a questo punto, conta poco. sarai un po' come un buco nero: il tuo errore non si vedrà, magari, ma tutte le conseguenze che ha generato saranno ancora lì, a orbitare attorno a esso, anche se esso in realtà non ci sarà più. puoi fregare gli sciocchi, chi non vede non crede, ma gli astronomi sapranno bene che lì in mezzo, nel centro preciso attorno al quale gravitano tutti i gesti secondari, dove ora c'è solo uno spazio vuoto, prima c'era il tuo errore. sbagliare è naturale. cercare di cancellare i propri sbagli non è neppure diabolico: è da cretini.
"quindi disegnare è una specie di esercizio?"
domande del genere secondo lui non avevano senso. tutto quanto era un esercizio. disegnare, respirare, cercare di spiegarsi. qualsiasi cosa. inoltre, quando affrontava questo argomento, tutti perdevano di vista la questione centrale, ovvero non il disegno, inteso come azione, quanto piuttosto cosa disegnava. solo una volta una persona gli fece la domanda che più di ogni altra si aspettava: perché disegni sempre e solo quadrati?
si trovavano in una trattoria, alla fine di una cena. erano con un gruppo di amici, una quindicina circa. tutti si conoscevano, chi più chi meno, ma dopo il caffè si formarono inevitabili alcuni gruppetti di discussione. c'era chi parlava di calcio, chi di cosa aveva comprato durante gli ultimi saldi, altri invece discutevano delle nuove uscite cinematografiche. lui era in disparte, da solo. aveva preso a disegnare i suoi quadrati sulla tovaglietta di cartone sulla quale aveva mangiato. la luce era calda, sembrava abbracciarlo. atmosfera intima, come piaceva a lui, con il frastuono delle voci altrui in sottofondo. all'inizio non si accorse neppure di lei, seduta in silenzio alla sua sinistra. lo guardava sorseggiando del vino, rosso della casa, portandosi alle labbra un bicchiere sporco, opaco. pareva incuriosita, attratta da quello che stava facendo, ma non così tanto da interromperlo per chiedergli spiegazioni. fu lui a rivolgerle la parola per primo.
"vuoi imparare?" lo chiese senza distogliere lo sguardo dal tavolo.
"a disegnare quadrati? no, grazie. penso di saperlo già fare."
"non si impara mai abbastanza a fare una cosa."
si voltò. lei bevve un po'.
"allora perché mi guardi?"
"sono curiosa."
"perché me ne sto qui da solo a disegnare anziché mettermi a parlare con qualcuno?"
"no. - fece lei - perché disegni solo dei quadrati."
colpito. la sua espressione si congelò per alcuni brevi attimi. lei se ne accorse.
"vedi?" disse indicando la tovaglietta, quasi stesse a lei fargli notare cosa aveva disegnato fino ad allora. un quadrato piccolo in alto a sinistra, un quadrato più grande nell'angolo in basso a destra, uno minuscolo al centro, e accanto a quest'ultimo un quadrato capace di contenere al suo interno la base di un bicchiere.
"perché soltanto quadrati?" chiese di nuovo lei, avvicinandosi un po' e aspettando attenta una sua risposta.
lui posò la penna. fece un respiro. poi un altro.
"disegno quadrati per metterci dentro le cose serie." era la prima volta che lo diceva, che lo diceva ad alta voce.
"le cose serie?"
"si. tutte le cose di cui, proprio perché sono serie, finiamo per non parlare mai."
"scusa ma credo di non capire."
"lo so. è normale. sono abbastanza complicato." rise lui.
"forse è anche per questo che disegni dei quadrati. - lei non si scompose. - sostanzialmente sono figure geometriche piuttosto semplici. disegnandoli cerchi di rendere semplice pure te stesso."
"può essere. non l'avevo mai guardata sotto quest'ottica."
un cameriere iniziò a sparecchiare il tavolo, portando via alcuni piatti ma lasciando una caraffa dentro la quale rimaneva ancora un po' di vino.
"in effetti però - non voleva che la discussione si perdesse nel nulla. - non è importante il portagioie, quanto piuttosto le gioie che ci metti dentro."
lui capì cosa intendeva. gli piacque il modo con cui aveva riportato il discorso sui suoi binari, ammiccando senza usare gli occhi, o la bocca, bensì le parole.
"cosa è per te una cosa seria?" gli chiese ancora lei.
"una cosa seria può essere qualsiasi cosa. prendi la cosa più stupida che ti possa venire in mente - lei pensò: ritagliare articoli di giornale che parlano di gossip; collezionare schegge di bicchieri rotti; bruciare foto di viaggi andati male; vendere a mercati dell'usato i souvenir di una vita - se la affronti seriamente, se ne parli in modo attento, senza permetterti la minima ironia, pure quella cosa diventa seria. tutto sta nel modo in cui affronti l'argomento."
"quindi potremmo parlare di merda, magari di un calcolo statistico sul numero di persone necessarie per spalare via tanta cacca da ricoprire un intero campo di calcio, e potremmo dire di parlare di una cosa seria?"
"in teoria si." versò del vino nel suo bicchiere e ne bevve un sorso.
"allora, sempre in teoria, potremmo parlare sempre di cose serie, anche quando parliamo di minchiate."
"è questo il problema: le persone non vogliono essere sempre serie, anzi. se affronti sempre le cose in modo serio rischi di diventare noioso. devi riuscire a intervallare i tuoi discorsi con delle battute, degli scherzi."
"mi pare normale: non essere solo e soltanto serio, ma neppure sempre e soltanto cretino."
"a te pare normale." con lo sguardo indicò un gruppo degli amici poco distanti da loro. una serie di risate sguaiate ininterrotte uscivano dal capannello mentre uno di loro raccontava orgoglioso le sue avventure sessuali.
"chi non riesce a trovare il giusto equilibrio rischia di non parlare mai seriamente, di naufragare sul lato sbagliato, quello più semplice. è facile non prendersi sul serio, dire solo frasi stupide. queste non devono avere una profondità, non devi lavorarci per tirarle fuori: basta dare fiato. altra cosa è farsi un'opinione, ragionare sulle cose, cercare di capirle, scavarsi dentro."
"e i quadrati cosa c'entrano?"
"i quadrati sono dei contenitori. ci metto dentro tutte quelle cose di cui non posso parlare perché altrimenti mi emarginerei. quando sono in compagnia in genere scherzo tranquillamente con gli altri, sono il primo a dire puttanate, a fare il cretino; ma non voglio diventare davvero cretino, non del tutto. per questo mentre parlo disegni i quadrati, e tra una sciocchezza e l'altra ci butto dentro quello che avanza, ovvero le cose serie." mentre diceva strappò un pezzo della tovaglietta e ci disegnò dentro un quadrato, dopodiché lo porse a lei.
"da quanto tempo ci conosciamo?"
"ormai sarà qualche anno." rispose lei.
"e fino a oggi quante volte avremmo parlato? - silenzio. - e di cosa abbiamo parlato? forse del tempo, di sciocchezze varie, ma mai di qualcosa di più sensato. non voglio tu pensi io sia solo risate e stronzate. questo - disse riferendosi al quadrato che le stava dando - è la conversazione di oggi."
"non dovresti preoccuparti troppo dell'opinione degli altri." disse lei prendendo il pezzo di tovaglietta di cartone.
"non mi sto preoccupando dell'opinione degli altri, mi sto preoccupando della tua di opinione."
quel giorno lei lo conobbe di più. da quel giorno lui continuò a disegnare quadrati, ma sul foglio lei cominciò a vedere dei cubi.