venerdì 28 giugno 2013

Unbelievers

Got a little soul
The world is a cold, cold place to be
Want a little warmth
But who’s going to save a little warmth for me

We know the fire awaits unbelievers
All of the sinners the same
Girl you and I will die unbelievers bound to the tracks of the train

See the snow come down
It’s coming on down from the highest peak
Want a little leaf, but who’s going to save a little leaf for me

We know the fire awaits unbelievers
All of the sinners the same
Girl you and I will die unbelievers bound to the tracks of the train

I’m not excited
But should I be
Is this the fate that half of the world has planned for me?

I know I love you
And you love the sea
Wonder if the water contains a little drop little drop for me

See the sun go down
It’s going on down when the night is deep
Want a little light but who’s going to save a little light for me?

We know the fire awaits unbelievers
All of the sinners the same
Girl you and I will die unbelievers bound to the tracks of the train

If I’m born again I know that the world will disagree
Want a little grace but who’s going to say a little grace for me?

We know the fire awaits unbelievers
All of the sinners the same
Girl you and I will die unbelievers bound to the tracks of the train

I’m not excited
But should I be
Is this the fate that half of the world has planned for me?

I know I love you
And you love the sea
Wonder if the water contains a little drop little drop for me

I’m not excited
But should I be
Is this the fate that half of the world has planned for me?

I know I love you
And you love the sea
Wonder if the water contains a little drop little drop for me
Performed by Vampire Weekend

mercoledì 26 giugno 2013

Into Darkness: Star Trek

Lo spazio profondo attende. I suoi confini restano lì, fermi, mentre il resto si estende verso l’infinito, in attesa di essere esplorato. Sarà compito dell’equipaggio della Enterprise setacciare ogni singolo pianeta sperso nello spazio esterno per conoscere e comprendere nuove specie di vita. Ma non sarà l’equipaggio di questo Enterprise a farlo, non ancora. Sarà quello della serie originale del telefilm. Quello del film di Abrams ha il compito di riscrivere la storia e di narrarne in modo alternativo i presupposti, anticipando forse un po’ gli eventi.
Adrenalinico, ricco di effetti speciali e di azione, la pellicola, proposta solo in versione 3D nelle sale delle vicinanze (ma che si reggerebbe bene in piedi, e forse meglio, senza gli occhialini) magari può porgere il fianco a qualche critica extra-fanmade, ovvero quelle più generiche che esulano le teorie e le congetture nerd. A mente fredda possono essere individuati alcuni buchi nei quali la sceneggiatura viene forzata per l’evolversi della storia, ma Abrams è bravo a nasconderli, coinvolgendo lo spettatore in un vortice di narrazione ed eventi che non lasciano tempo per riflettere molto su cosa realmente accada. Si segue il percorso che il regista vuole far seguire, quello impresso nella pellicola come un solco, e lo si percorre assai gradevolmente, godendosi tutto il tempo della proiezione sognando a occhi aperti. Un risultato ottimo per quelli che dovrebbero essere un film di fantascienza.
Gli estimatori di lungo corso della saga, quelli che seguivano il telefilm originale in tv, avranno sicuramente di che lamentarsi, così come avvenne con il primo episodio di Abrams, ma bisogna dare merito al regista americano di essere riuscito a riportare entusiasmo sulla plancia della mitica nave della flotta stellare. Un rinnovamento che potrà fare storcere la bocca a qualcuno ma che è stato capace di portare molta gente che inizialmente non era attratta da Star Trek a vedere un film di Star Trek. Un bottino non di poco conto, soprattutto per le tasche delle case di produzioni.
Un film bello e piacevole che lascia ben sperare per il prossimo riavvio a cui è chiamato Abrams. Un lavoro che lo porterà a vere e proprie guerre e che lo vedrà vestire oltre i panni del regista anche quelli di pacificatore: il nuovo episodio del tanto odiato (dai treker) Star Wars.
E che la forza sia con lui.

martedì 25 giugno 2013

Una chiacchierata

Ci eravamo arrampicati su per gli stretti tornanti fino ad arrivare a quella che alcuni secoli prima era una rocca a difesa della città sottostante. Il tempo aveva lasciato ben poco, solo qualche masso impilato uno sopra l’altro a vago ricordo di un muro di cinta. In un angolo, il più remoto e lontano dalla vista, si poteva immaginare ergersi una torre quadrata, la base era appena accennata. Da lì alcuni uomini di vedetta facevano la guardia per controllare che all’orizzonte non arrivassero i nemici.
Pochi anni prima la circospezione comunale aveva deciso di adibire l’intera zona a una specie di area protetta, un luogo di interesse culturale, o spazio archeologico, non ricordo bene. Il risultato fu una festa celebrativa durante la quale tutti quanti si divertirono a vestirsi con abiti medioevali e a favellare come era uso fare all’epoca. Era stata anche fatta una passeggiata panoramica, lungo la quale ci si poteva mettere a sedere su una delle panchine in legno e restarsene in coppia a parlare, oppure semplicemente a guardare di fronte a sé.
Noi eravamo seduti proprio su una di quelle panchine. Fin da subito la zona non aveva attirato nessun tipo di turismo, né tantomeno era diventata il nucleo principale di ritrovo della gioventù cittadina. Era sempre per lo più deserta, se si escludono alcuni tossici che di tanto in tanto vi trovavano rifugio per spacciare e comprare e. L’erba, quella ai bordi delle strade, compresa la passeggiata che doveva essere il fiore all’occhiello dell’intera area, cresceva incontrollata senza che nessuno si prendesse il fastidio di tagliarla regolarmente. Nelle sere d’estate più fortunate potevi sentire il lieve alito di vento soffiare tra i ciuffi più alti, muoverli in un danza ondulata, e startene a occhi chiusi a goderti quella leggera brezza rinfrescare le giornate sempre più calde.
Noi andavamo là a prescindere dal tempo. Non aspettavamo l’estate per salire lassù. Ci andavamo quando più ci tornava comodo, anche d’inverno se ne sentivamo il bisogno. Era un buon posto dove starsene in pace a parlare. Quella volta per esempio era abbastanza freddo ed entrambi indossavamo una giacca di pelle. Tenevamo il bavero rialzato per ripararci il collo mentre un sorso dopo l’altro ci passavamo una bottiglia di vino rosso che avevamo portato da giù.
Lei parlava, poi si fermava. Aspettava qualcosa che pareva non arrivare mai, un segno o un indizio, dopodiché riprendeva a parlare. Si tuffava in discorsi così appassionati che le parole sembravano prendere forma davanti a noi. Sentiva fortemente quello che diceva. I suoi discorsi erano individui, li partoriva quasi.
Lo spettacolo era fantastico. Eravamo abbastanza in alto e abbastanza dispersi nel nulla da essere illuminati solo dalla luce della luna, piena quella sera. Allo stesso tempo di fronte a noi si srotolava il paesaggio della valle, fatto di strade collegate le une alle altre, con i lampioni ad accendere la notte e i fari delle auto percorrerle lente. Era come vedere il fluire di un sangue irradiato da chissà quale sostanza radioattiva.
Fino a quando io a un tratto mi decisi a dire: lui non capisce quale persona speciale tu sia. E fu lì che rovinai tutto. Non in quel preciso istante, non in quel momento, ma furono quelle parole che diedero il via a un processo di erosione che portò a smussare il terreno sul quale si appoggiava tutta quella stupenda sensazione di tranquillità e bellezza.
A volte lo capisce. Rispose lei. Capisce che sono speciale.
Aveva sentito nella mia frase un certo grado di critica negativa ed era subito corsa a cercare un riparo, un modo per giustificarsi giustificando lui.
Era calato un silenzio così denso da prendere quasi forma attorno a noi. Era un muro spesso e solido, non a difesa ma a separazione.
Non dovrebbe capirlo sempre, di continuo, dissi io, che sei speciale?

lunedì 24 giugno 2013

Come stare soli

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Il cervello non è un album in cui i ricordi vengono immagazzinati separatamente come fotografie inalterabili. Un ricordo è , invece, come afferma lo psicologo Daniel L. Schachter, una “costellazione temporanea” di attività – un’eccitazione inevitabilmente approssimativa dei circuiti neuronali che collegano un insieme di immagini sensoriali e dati semantici per creare la sensazione momentanea di un ricordo unitario. Immagini e dati sono raramente appannaggio esclusivo di un unico ricordo.

È molto difficile vivere con una persona molto infelice quando sospetti di essere la causa principale di quell’infelicità.

Una delle principali caratteristiche della mente è la smania di costruire interi a partire da frammenti. Tutti quanti abbiamo un vero e proprio punto cieco nel campo visivo, nella zona in cui il nervo ottico si congiunge alla retina, ma il nostro cervello registra immancabilmente un mondo senza soluzioni di continuità. Cogliamo parte di una parola e ci sembra di sentirla per intero. Vediamo volti espressivi in una tappezzeria a disegni floreali; siamo sempre impegnati a riempire gli spazi vuoti.

Mio padre era un uomo profondamente riservato, e per lui essere riservati significava mantenere il contenuto vergognoso della propria vita intima lontano dagli sguardi della gente.

La privacy perde valore se non esiste qualcosa a cui contrapporla.

Se sei uno scrittore e nemmeno tu hai voglia di leggere, come puoi aspettarti che qualcun altro legga i tuoi libri?

Il romanziere ha sempre più cose da dire a lettori che hanno sempre meno tempo per leggerle: dove trovare l’energia per dialogare con una cultura in crisi quando la crisi consiste nell’impossibilità di dialogare con la cultura?

Immaginiamo che l’esistenza umana sia definita da un Dolore: il Dolore di non essere, ognuno di noi, il centro dell’universo; di avere desideri che saranno sempre più numerosi dei mezzi a nostra disposizione per soddisfarli. Se consideriamo la religione e l’arte come i metodi storicamente preferiti per venire a patti con questo Dolore, che ne è dell’arte quando i nostri sistemi tecnologici ed economici e persino le nostre religioni commercializzate sono ormai abbastanza sofisticati da collocare ognuno di noi al centro del proprio universo di scelte e gratificazioni?

Non sopporto l’idea che la narrativa seria ci faccia bene, perché non credo che esista una cura per tutte le cose sbagliate del mondo, e anche se lo credessi, che diritto avrei di offrire una cura, io che per primo mi sento ammalato?

Ciò che emerge come elemento comune a tutti non è la certezza che un romanzo possa cambiare qualcosa, ma la certezza che possa preservare qualcosa.

La morte è una rottura del legame fra l’io e il mondo, e dato che l’io non può immaginare di non esistere, forse ciò che rende davvero spaventosa la prospettiva di morire non è la scomparsa della coscienza ma la scomparsa del mondo.

Il valore di un’azione della Philip Morris aumentò con un coefficiente di 192 tra il 1966 e il 1989. Sano, ricco e saggio, l’uomo che nel ’64 smise di fumare e investi i soldi delle sigarette in azioni Philip Morris.

Se il lavoro dello scrittore si basa sulla creazione di personaggi complessi su un ampio sfondo sociale, come si fa a scrivere un romanzo se gli elementi sullo sfondo sono indistinguibili da quelli in primo piano?

Jonathan Franzen

venerdì 21 giugno 2013

1784

Lei non ha più bisogno di credere
e accarezza le gambe ai suoi demoni
e come neve scioglie e confonde il silenzio
di un inverno che non può nascondersi

poi diventa luce che
non tradisce nessuno
come il fuoco che si sa fermare
è un coltello che non vuole fare male

e nei suoi occhi i miei sogni esplodono
nei suoi occhi i miei sogni esplodono
nei suoi occhi i miei sogni esplodono

purifica i miei slanci e travolgimi
paralizza le gambe ai miei angeli
avvicina le labbra

poi diventi luce e illumini
e non esiste nessuno
che non possa vederti volare
e sorridere sfiorando le parole

e nei tuoi occhi i miei sogni esplodono
nei tuoi occhi i miei sogni esplodono
nei tuoi occhi i miei sogni esplodono

luce delle ispirazioni
luce dei deserti
che riconosce e vedi gli alberi danzare
sai ferire le parole
trarle in salvo fino a diventare gesti
luce inestinguibile
luce di liberazione
scendi in strada qualunque strada
regala i tuoi occhi al mare
un bambino, i tramonti infiniti
ai poeti ai pazzi ai naviganti
perché di loro è il mondo
e non di chi li sta uccidendo
e fai che tutto sia difficile da imparare
che ci voglia attenzione sudore
impossibile da dominare...
impossibile da dominare...

Performed by Paolo Benvegnù

mercoledì 19 giugno 2013

The master




Il trauma della guerra durante la quale si è imparato a distinguere il tempo scomponendolo in lunghi giorni su spiagge assolate. Tornare a una vita fatta di quotidianità che non riesci più a capire: la vedi, passa davanti a te ma non riesci ad afferrarla. Anneghi tutto nell’alcool, quello stesso alcool che durante la guerra hai imparato a miscelare con una precisione distruttiva, rottamando ciò che distrugge davvero. Bevi, bevi, bevi e bevi ancora, non riuscendo mai a mantenere uno straccio di lavoro, mentre ti scopi una ragazza dietro l’altra per dimenticarne una sola precisa. Quando finisci dentro una storia, non ti rendi neppure conto di come diavolo tu ci sia finito, ma ormai è tardi: ti ci trovi impelagato e tutte le parole ti si appiccicano addosso senza riuscire a scrollartele di dosso. Chi ti parla, chi ti insegna e ha la presunzione di farlo, inventa le sue parole su parole su parole e viaggia in lungo e in largo basando la sua vita su una missione, su un preciso ordine di idee: l’opera di una vita, sotterrata in un deserto di altri pensieri. Sono parole che non valgono neppure la carta sulla quale si potrebbero stampare. Si stampano e poi si cambiano dopo averle dette, non tanto per lealtà intellettuale quanto piuttosto per attirare meglio. Non c’è scopo, non c’è una meta che rimane fissa. L’obbiettivo è attrarre quante più persone, riuscire a vivere andando più veloce possibile. Fissa un punto, e vacci a velocità supersonica. Quando ci arrivi scopri che l’orizzonte si è allontanato ancora di più, e allora vai oltre, vai oltre quel punto, ti spingi ancora più in là, per arrivare ancora una volta dove prima l’orizzonte si perdeva e da dove ora è già fuggito. Quando arrivi là, laddove la vita ti ha portato, scopri che ormai è tardi e non puoi più tornare indietro. Questo è quello che ti porta a capire la verità, e a buttartela alle spalle, perché niente è vero. Non tutte le parole che hai sentito e i metri che hai percorso avanti e indietro in una stanza.

martedì 18 giugno 2013

Non solo i cervelli fuggono dall'Italia

Breve riflessione sulle dichiarazioni del consigliere comunale Valandro sul ministro Kyenge (e relative presunte scuse)

Al nord, è risaputo, la Lega Nord (o quel che ne resta) domina incontrastata nonostante già nel nome del partito sia presente un grave errore, o per lo meno una grave omissione. Lega, ok, Nord, appunto, ma quale nord? Se i dirigenti avessero voluto fare le cose a modo, il movimento si sarebbe dovuto chiamare “Lega Nord Italia”. Non è un mistero infatti che quello che per noi è nord sia allo stesso tempo sud per qualcun altro. Basta leggere lo stesso nome con gli occhi di una persona che abita per esempio a Berlino e il partito di Maroni diventa un ossimoro complicato del quale è difficile cogliere il significato. Quale Lega Nord se loro sono al sud, si chiederebbe il cittadino tedesco.
Questo per sottolineare quanto qualsiasi cosa possa essere relativa e quanto, allo stesso tempo, le parole dovrebbero essere usate con attenzione. Quest’ultime sono un’invenzione dell’uomo e come qualsiasi invenzione esse possono essere utilizzate nel modo giusto (la ruota quale ingranaggio di un mezzo per spostarsi) o nel modo sbagliato (la stessa ruota di cui sopra usata per lavarsi i denti). Nei giorni scorsi il consigliere comunale Dolores Valandro di Padova ha usato le parole a sua disposizione nel modo più sbagliatissimo possibile (l’errore è voluto per evidenziare il grado di gravità di tali parole):
“Mai nessuno che la stupri?”
riferendosi al ministro per l’integrazione Cecile Kyenge.
Tenendo presente che il consigliere comunale esercita la sua fede politica sotto la bandiera della Lega Nord (Italia), e che la frase sopra riportata è stata scritta (su Facebook) a seguito dell’ultima tornata elettorale, che ha visto la Lega Nord (Italia) perdere consensi nonché comuni, le parole hanno avuto una cassa di risonanza tale da non poter passare inosservate.
Non appena la notizia è stata raccolta da testate giornalistiche nazionali, il consigliere comunale si è prontamente scusata con la diretta interessata (che per inciso è una donna di colore), sebbene non di persona (e qui mi domando che tipo di scuse possano mai essere quelle rilasciate ai mezzi di stampa [scuse di circostanza per cercare di recuperare la propria figura pubblica, mi rispondo io]), sottolineando però quanto le sue esternazioni fossero solo il risultato di un momento di rabbia.
Non so cosa Dolores Valandro volesse ottenere con una dichiarazione del genere, ma quello che a me è parso di sentire è un estremo tentativo di trovare una scusante, del tipo: non nego di aver detto quelle parole, ma non potete condannarmi perché non lo dicevo sul serio, quando sono arrabbiata non sono io a parlare, è la rabbia. Ammesso e non concesso che tutta questa personale ricostruzione dei fatti sia veritiera, ovvero che quelle parole siano state dette davvero in un momento di rabbia e non perché il consigliere comunale le pensasse davvero (lo spero), questo non dovrebbe essere certo una scusante. La rabbia, se è il sentimento che ha parlato al posto del consigliere, è pur sempre di sua proprietà ed è di sua responsabilità. Non ci si può nascondere dietro la scusa della rabbia per giustificare parole come quelle sopra riportate.
La cosa che mi ha sconvolto, oltre al fatto che alcune compagne di partito abbiano avuto la faccia tosta di provare pure a giustificare Valandro dicendo che lei non aveva fatto altro che dire quello che il popolo pensava (ma il popolo, o per lo meno la maggior parte di esso, pensa pure che tutta la classe politica sia marcia, che i parlamentari e i senatori guadagnino troppo sia sotto forma di sussidi che di stipendi, eppure tutto questo non è stato esternato da Valandro), è soprattutto che da un certo punto di vista questa dichiarazione di “scusa” sia stata accolta dall’opinione pubblica senza battere ciglio. Forse era quanto ci si aspettava, era il massimo che Valandro potesse dire dopo avere messo il piede, o per meglio dire la lingua (ma questa parola porterebbe ad altri scandali a causa della parola che segue), in fallo. Quando l’ho ascoltata, alla radio in auto mentre tornavo a casa, la prima reazione è stata quella di disgusto, a livello viscerale in modo istintivo, poi riflettendoci bene, in un secondo momento dopo avere metabolizzato le informazioni, mi è parsa la più classica delle lavate di mano: Valandro ha chiesto scusa ma non si è assunta la responsabilità di quanto detto. Ha demandato la responsabilità di quelle parole alla sua Rabbia, dividendola da sé stessa.
Se da una parte le dichiarazioni iniziali di Valandro risultano essere un grave uso delle parole, le successive scuse sono un vergognoso utilizzo di dialettica per distogliere l’attenzione dell’ascoltatore dal vero senso del discorso. Sono due aspetti entrambi da condannare, ma se le prime frasi hanno alzato un fuoco di indignazione (giusto), le seconde, quelle che avrebbero dovuto rappresentare le “scuse” ufficiali, non hanno portato alla stessa indignazione. Molto probabilmente perché le seconde sono mascherate da un leggero velo retorica, mentre le prime si sono presentate nude e crude in tutta la loro violenza. Non voglio soffermarmi sulle prime, visto che tanto chiunque ci si può soffermare e tutti i maggiori organi di stampa lo hanno già fatto (come era doveroso fare) ma voglio porre uno sguardo più attento sulle presunte scuse. Queste, secondo me, sono davvero vergognose e sono l’ennesimo specchio di cosa sia oggi la realtà italiana.
In un paese che sembra essere allo sbando, con un tasso di disoccupazione in costante crescita e un peso fiscale sopra la media europea, tutti quanti paiono non avere altro obbiettivo, scusate il francesismo, di pararsi il culo. In Italia, come potrebbe avvenire benissimo in altri paesi, c’è una fuga incredibile non tanto di cervelli quanto piuttosto di sbagli. Se si ascoltano dichiarazioni e/o interviste sembrerebbe che nesssuno, qui, sbagli mai: non c’è nessuno che abbia l’onestà intellettuale di ammettere di avere sbagliato, in modo chiaro e semplice. C’è sempre una piccola postilla che cerca di giustificare o di evadere lo sbaglio. Il risultato è che in Italia, appunto, sembrerebbe che nessuno sbagli.
La rabbia di Valandro è solo l’ultimo esempio di questa propensione all’allontanamento dell’errore dalla propria responsabilità. Da un certo punto di vista è anche traballante e incerto come esempio, non si regge in piedi da solo: la rabbia non può essere usata come scusante, altrimenti chiunque fosse arrabbiato potrebbe essere giustificato a prendere in mano una pistola e sparare in testa a qualcuno. È vero, ho ucciso tizio, ma i miei gesti erano dettati da un momento di rabbia. Voi lo scagionereste una persona che dice una cosa del genere? Per quale motivo allora dovrei discolpare Valandro che si scusa dicendo che le sue parole erano solo il frutto di un momento di rabbia?
Le parole. Le parole. Le parole sono importanti! Avrei apprezzato maggiormente una dichiarazione più semplice, che non ammettesse difese, magari anche più corta: mi scuso, ho sbagliato. Punto. Fine. È un errore, uno solo. È grosso, grande, razzista e pure disgustoso. È già abbastanza ingombrante da solo, per quale motivo lo vuoi accompagnare con un altro errore, ovvero il non ammetterlo? Questo non è un caso isolato, è solo l’ultimo di una lunga serie. È sempre così, lo è da tempo ormai, e gli errori, gli sbagli, invece di essere per così dire smaltiti si accumulano. Si alza il tappeto e li si nasconde lì sotto.
Il capostipite di questo atteggiamento è senza dubbio l’onnipresente Silvio Berlusconi. In vita sua pare non avere mai sbagliato neppure a soffiarsi il naso e nel corso degli anni ha affinato uno stile tutto suo che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Quando era ancora Presidente del Consiglio B. si rese protagonista di una serie di sfortunate dichiarazioni, sia a livello nazionale che internazionale, che in tutta onestà erano difficilmente digeribili da chiunque. Ognuna di queste dichiarazioni ha scatenato, nel suo campo di interessi, un polverone di malumori nonché di crisi diplomatiche assai ardue da gestire. L’autore, con un triplo salto carpiato all’indietro con annessa supercazzola alla toscana, si è fatto beffa di chiunque lo accusasse di inesistente diplomazia dicendo che le sue erano semplici battute, delle innocenti barzellette.
Non posso dire più niente, si lamentava, ora vengo attaccato anche quando faccio dell’ironia. Il problema è che se si prendessero queste parole per vere, cioè che quelle di B. erano solo delle battute, si rischierebbe di entrare in uno scenario assai pericoloso e dal quale sarebbe difficile uscire. Qualsiasi cosa, una volta detta, potrebbe essere dichiarata battuta, anche la più terribile. Dichiari guerra e poi, dopo avere visto cosa ne segue, ti appresti a dire: hey, stavo scherzando. In un mondo dove tutto può essere una battuta, così come ogni giustificazione viene accettata come metodo per sfuggire dall’ammissione di colpa, non esisterebbero errori, verrebbero cancellati ancor prima di chiamarli tali. Sarebbe un mondo idilliaco, un mondo perfetto. Almeno sembrerebbe così. Ma in un mondo del genere, dove nessuno sbaglia, come si farebbe a giudicare una persona? Se tutti fanno le cose in modo perfetto, in egual modo, nessuno commette alcun tipo di errore, chiunque, tutti, sono perfettamente uguali. In un’azienda che fabbrica cristalleria un impiegato modello sarebbe identico a un altro impiegato che in un giorno si fa cadere dalle mani decine e decine di bicchieri di vetro. Non per colpa sua, sia chiaro. Una volta il vetro era scivoloso, un’altra volta un rumore l’ha spaventato, un’altra volta ancora c’è stato un blackout, un’altra volta…
Allo stesso modo, traslando l’esempio sulla scena politica, come puoi giudicare un politico se nessun politico commette errori? A questo punto tutti i politici sarebbero uguali e la tua scelta sarebbe ininfluente, in quanto sarebbe del tutto casuale, come estrarre un nome da una miriade di nomi tenendo gli occhi chiusi.
È questo che mi preoccupa delle “scuse” del consigliere comunale Valandro, ovvero che si è scusata cercando di giustificarsi per non ammettere la sua colpa. Ha dato la colpa a qualcun altro, o a qualcos’altro, anche se la rabbia, quella che lei accusa di essere la causa delle sue parole, è pur sempre la sua. È l’inizio di un processo che porta ad assegnare la colpa di qualsiasi cosa a un soggetto esterno, che a sua volta la scarica a un altro soggetto, il quale la gira a un altro soggetto, e così via, all’infinito, fino a quando la colpa è talmente diluita da risultare inesistente. Ma la colpa ovviamente rimane, e alla fine è nostra, perché accettiamo a prescindere qualsiasi tipo di scusa per giustificare un errore. Per esempio: perché la Lega Nord si chiama ancora così se è al nord solo dell’Italia?