Noi siamo infinito è quel genere di film che ti piace vedere e per cui vai al cinema scartando eventualmente altre pellicole come Zero Dark Thirty, e che non appena entri in sala pensi: o cazzo! Complice il fatto di essere andato a vederlo di sabato pomeriggio l’età media degli spettatori oscillava tra i 14 ai 16 anni, mentre il numero di spettatori maschili si poteva riassumere in: due (me compreso). Il richiamo è forse dovuto all’ambientazione del film stesso, nel quale si vanno a raccontare i problemi di un giovane ragazzo che deve affrontare il trauma dei primi periodi del liceo. Sarà solo un pretesto, perché non sarà quel trauma il vero problema del protagonista, ma ben altro. I primi giorni di scuola sono solo il mezzo con cui vengono introdotti i suoi migliori amici che si applicheranno in modo inconsapevole a sorreggere il suo mondo per evitargli un crollo. E proprio i suoi amici sono in qualche modo i protagonisti del film, quasi disarcionando il povero Logan Lerman dal proprio ruolo. Da una parte c’è la neo ex Harry Potter Hermione Grenger Emma Watson, per la quale il regista Chbosky (anche autore del romanzo da cui è tratto il film) ha un occhio di riguardo nelle inquadrature e nella gestione della storia (un occhio di riguardo neppure troppo nascosto sin dalla prima apparizione del personaggio di Sam) e dall’altra il bravo Erza Miller che insieme al precedente …E ora parliamo di Kevin si presenta prepotentemente nell’ambiente indipendente.
La storia si risolverà senza troppi colpi di scena, andando a raccontare uno spaccato di vita più o meno condiviso da parte di tutti i ragazzi durante il quale ci si sente incompresi e alienati. L’amicizia, prima, e l’amore, poi, saranno capaci di formare una buona ciambella di salvataggio alla quale aggrapparsi per non affogare. Ma cosa succede quando la ciambella ti viene sottratta dalle circostanze? Questo forse è diventare grandi.
mercoledì 20 marzo 2013
martedì 19 marzo 2013
Cerco DFW in California
Da San Francisco a Los Angeles per scoprire quanto manca
David Foster Wallace. Leggere le sue opere può ispirare tanto quanto
leggere su di lui, come se alcune molecole del suo genio continuassero a
fluttuare nell’aria che respiro.
Il tempo meteorologico a San Francisco è incerto, meno clemente di quanto avevo sperato: scrosci di pioggia si alternano a schiarite della stessa brevità — soltanto il vento umido è incessante. Mi trovo costretto a indossare uno sull’altro i vestiti primaverili che avevo previsto per la vacanza, realizzando che un giaccone invernale non è equiparabile alla somma di un qualsivoglia numero di strati estivi. Per di più, la città è spopolata durante il coprifuoco postnatalizio. Percorro a piedi i saliscendi da Marina a North Beach con una sensazione di libertà che si alterna a un’altra di smarrimento: la mancanza di scopo di chi è rimasto chiuso fuori casa.
La City Lights è tra i pochi negozi aperti, il che conferma in larga parte l’impressione che si tratti ormai di un feticcio per turisti più che di una vera libreria. Ma poco importa: è straordinariamente bella, rifornita e silenziosa (come se i decametri di scaffali in legno assorbissero ogni suono), e la disposizione dei libri suggerisce la chiarezza mentale di chi l’ha concepita, senza rivelarne a fondo il piano.
David Foster Wallace mi scruta dall’alto, dalla copertina di un volume posizionato in modo che la sua facciona tenga d’occhio gli avventori. La fotografia traslucida è una delle poche in cui sorride e il libro si rivela essere una sua biografia postuma, redatta da tale D. T. Max. «Prendila, t’interessa» suggerisce la mia compagna, che deve avermi visto trasalire. «No — ribatto io —, no, no». Il punto è che mi ero prefissato esplicitamente, dopo il suicidio di DFW nel settembre del 2008, che non avrei ceduto alla tentazione di leggere alcuna sua biografia, così come non avrei considerato le pubblicazioni di lavori che lui non aveva autorizzato — avevo assistito a uno sciacallaggio simile nei confronti di Jeff Buckley finché, a forza di acquistare dischi con versioni pessime delle sue poche canzoni, mi ero quasi disamorato di lui.
Nel momento in cui mi trovo alla City Lights di San Francisco — 26 dicembre 2012 — sono già venuto meno al secondo dei miei propositi (ho letto e riletto quanto emerso dagli svariati e impietosi carotaggi dell’opera di DFW), ma il diktat sulla biografia è ancora solido. Si tratta di una questione di principio, deontologica quasi, oltre che della paura di vedermi sgretolare un idolo davanti agli occhi: il punto è che ogni narratore devolve una parte gigantesca delle proprie energie e del proprio tempo a trovare per ogni opera che produce — per ogni singola riga di ogni singola opera che produce — il giusto livello di trasposizione della sua storia personale: essere troppo avari di sé si traduce quasi sempre in freddezza, in sostanziale disinteresse verso la materia; eccedere comporta altri rischi più gravi, fra cui ossessività, autocommiserazione (quasi sempre di matrice freudiano-regressiva) e dissapori, se non proprio pasticci legali, con parenti o amici intimi. Negli ultimi anni della sua vita, poi, DFW sembrava impegnato a esplorare proprio il pernicioso confine fra privato e finzione letteraria. Nel romanzo a cui stava lavorando e che non avrebbe terminato, Il re pallido, compare fra gli altri un personaggio di nome David Wallace, con tanto di Social Security Number, l’omologo del nostro codice fiscale. È plausibile che nell’epoca d’oro delmémoire DFW volesse smontare il giocattolo dell’ultimo modello d’intrattenimento e guardarci dentro, scoprire quali insicurezze si celavano dietro tanta morbosità da parte del pubblico e una così favorevole disposizione a denudarsi da parte degli autori. Ovviamente, il mémoire che aveva a sua volta imbastito non era che la parodia di un racconto autobiografico, un resoconto che, nella pretesa esasperata di dichiararsi vero, non faceva altro che mostrare in continuazione la propria falsità strutturale. Che rispetto dimostrerei a DFW e alla sua ricerca, acquistando una biografia postuma che fa piazza pulita di tutti i filtri metanarrativi e se ne infischia del giusto- livello-di-trasposizione? Esco dalla City Lights con una copia della biografia di D. T. Max stretta fra il gomito e il fianco (titolo: Every Love Story Is a Ghost Story). Ho comprato anche una vecchia raccolta di Alice Munro, Runaway, per attenuare il senso di colpa.
A Carmel-by-the-Sea inizio la lettura. Non c’è molto altro da fare in questa cittadina benestante. La descrizione dell’albergo aveva promesso una piscina riscaldata, che si è rivelata uno stagno dal colore sospetto, e comunque piove. Dalla finestra, oltre la coltre di alberi, balugina un oceano appena più chiaro del cielo. Forse non è soltanto morbosità. Forse è più semplice e anche più limpido di così. La verità è che DFW mi manca. E mi manca con un’intensità maggiore di quella con cui mi mancano, per dire, certe persone in-carne-e-ossa scomparse in modi altrettanto improvvisi/cruenti dalla mia vita, tanto che mi trovo spesso a fantasticare su forme strane di metempsicosi, nelle quali alcune molecole aeree del suo genio e della sua umanità fluttuano attraverso l’atmosfera fino a me, che le inalo, e diventano mie — e lui diventa me. Tutto ciò suona un po’ vergognoso, ad ammetterlo. Ma la disponibilità a innamorarsi dell’irreale tanto quanto del reale mi è sempre apparsa come una premessa essenziale della narrativa. Può darsi si tratti, più precisamente, di un disturbo, una sorta di ametropia del sentimento, per la quale non si riesce a focalizzare esattamente gli oggetti nel campo dell’affetto, a collocarli in profondità secondo quello che si presume l’ordine giusto.
DFW mi manca, sì, mi manca il suo essere-nel-mondo, quindi escogito dei modi per averlo vicino, e l’ultimo che mi si è offerto è questa biografia. Come per i Grandi Amori Romantici, esiste un’età favorevole anche per i Grandi Amori Letterari, e DFW è capitato al centro della mia più fertile: avevo diciotto anni. Le passioni che si instaurano in quella fase tardoadolescenziale, quando il magma della personalità inizia a solidificare, diventano i miti fondanti del nostro carattere culturale, ci restano addosso, ostinate e prive di senso, come quelle cisti sebacee che capita facciano la loro comparsa in punti imprevisti del corpo. Di passioni-cisti io ne avevo una miriade oltre a DFW e al già citato Jeff Buckley: certe serie televisive più strappalacrime del sopportabile come The OC, Tori Amos, Chuck Palahniuk, i frozen cocktail, Kirsten Dunst, il Natale in famiglia, Bret Easton Ellis… Spinto da una voglia iconoclasta di rinnovamento, verso i ventisei anni le sottoposi tutte quante a un check-up severo, casomai nel frattempo qualcuna fosse diventata maligna o invalidante. DFW ha superato il test, Chuck Palahniuk no, ma adesso mi chiedo se dopotutto fosse così necessario e salubre tentare di sbarazzarsi di tutte quelle passioni, magari un po’ ossidate, magari ormai poco rappresentative, che quando ero ancora semiliquido mi fecero palpitare. È davvero questa la via della nostra realizzazione di adulti, toglierci dal naso tutte le lenti deformanti che da ragazzi ci facevano ingigantire o mortificare gli oggetti (sentimentali) che si offrivano alla nostra considerazione? O questa smania di aggiornare anche i nostri affetti è solo l’ennesima lente deformante che poniamo in cima alle altre?
Ecco il genere di domanda sulla quale DFW avrebbe facilmente costruito un racconto ricorsivo di venti o più pagine: la storia di un ragazzo che, nel tentativo di guardare con onestà a ciò che ne è ormai dei suoi amori del passato, fa del suo meglio per massacrarli, con il risultato di aumentarne sempre di più il valore mitico e quindi l’indistruttibilità. Ogni volta che nelle storie di DFW compare qualcosa di analogo a una minuscola cisti sebacea, puoi stare certo che quella cisti si accrescerà — proprio nel tentativo di estirparla— fino a sfigurare l’intero organismo. Tutte le serie ricorsive costruite da DFW sono altamente divergenti, la direzione è sempre quella dell’aggravarsi perpetuo cosicché, una volta avviate, possono essere interrotte solamente da un atto esterno, violento, qualcosa di simile a ciò che ci succede quando il nostro computer «va in palla» e inizia a presentare con insistenza lo stesso messaggio poco comprensibile di errore, accompagnato da quel suono che ha qualcosa di apertamente accusatorio, e noi ci rendiamo conto che non siamo in grado di fermare quanto sta succedendo, che siamo del tutto inermi e fra un attimo lo schermo potrebbe ricoprirsi di lettere e numeri o diventare inesorabilmente blu, quindi premiamo con forza il pulsante Power e se neppure quello funziona stacchiamo la spina dalla presa di corrente, percorsi — noi, non più il computer — da una scarica elettrica di terrore. La sola via d’uscita dalle ricorsività di DFW è lo spegnimento, che in certi casi estremi, come quello del manipolatore seriale protagonista del racconto Caro vecchio neon o in quello assai più realista della sua vita, coincide con la morte — con il suicidio.
A diciotto anni, il modo di procedere di DFW mi colpì come un esercizio di onestà dissacrante e perfetto, il genere di demistificazione che andavo cercando in quegli anni di solidificazione- del-magma-della-personalità. Il senso tragico che stava alla base dei suoi ragionamenti si accostava bene con quello residuale della mia adolescenza; lo sfoggio di intelligenza, poi, era proprio il traguardo che mi ponevo a quel punto. Tutto questo stabilì la nostra affinità segreta — quasi ultraterrena —, indusse la crescita della mia passione-cisti più che per qualunque altro scrittore mi fosse capitato di leggere fino a quelmomento. E, anni dopo, rese il suo suicidio doloroso quanto un tradimento personale.
Nel suo pseudo-mémoire, oltre al codice fiscale, DFW aveva riportato per intero anche il suo indirizzo. Durante un’incursione dentro una Books Inc. ho ritrovato la pagina dove è scritto e l’ho ricopiato sul retro di un ticket di parcheggio: 725 Indian Hill Bldv., Claremont. Obbligo i miei compagni di viaggio a seguirmi in quel pellegrinaggio un po’ macabro attraverso la periferia senza fine di Los Angeles. Non protestano neppure, devono ormai avere capito quanto la questione sia importante e controversa, ad altissimo rischio di scontro verbale.
Arriviamo a Claremont al crepuscolo. L’aria si è rinfrescata di colpo. Le aiuole nello spartitraffico di Indian Hill Boulevard sono tutte fiorite, incredibilmente curate. La casa al numero 725 non ha nulla in più o in meno delle altre, soltanto il portone del garage — il garage dove DFW si è ucciso — mi colpisce per la sua larghezza, ma può darsi che si tratti di una suggestione. Nel cortile c’è un albero di Natale composto di sole palline, un cono da cui fuoriesce un cavo della corrente — l’albero è spento. Sul lato opposto due limoni e unmandarino sono carichi di frutti. Il prato è stato sistemato da poco, come tutti quelli del circondario, intravedo ancora i segni paralleli del tosaerba. Avanzo di qualche passo, violando la proprietà privata e l’intimità degli sconosciuti che ora vivono qui. I miei compagni di viaggio si sono allontanati, come per rispetto. Vorrei compiere qualche gesto simbolico, magari rubare un sasso dall’acciottolato che corre lungo il marciapiede, ma sono ancora abbastanza in me per desistere. Tocco solo uno dei limoni e poi m’incammino verso la macchina. Prima di salire faccio la pipì contro un acero, di fretta: è il genere di quartiere dove temi possano arrestarti per avere urinato contro un tronco.
Il giorno seguente, dentro il parco di Joshua Tree, mi perdo di nuovo nelle fantasticherie di metempsicosi. L’atmosfera del luogo contribuisce in larga parte: un deserto roccioso dove la notte — puoi scommetterci — gli arbusti così distanziati parlano l’uno con l’altro, al riparo da sguardi umani. La natura qui sembra in uno stato di quiescenza, pronta a ritornare quella prospera che era un tempo. Inizio a pensare ai joshua tree e ai cactus e alle palme giganti come a incarnazioni di morti, la cui forma specifica dipende dalle qualità possedute in vita. L’albero che attribuisco a DFW è un’impalcatura di tronchi e rami spogli, con la corteccia elegantemente attorcigliata su se stessa, un albero che non ho mai visto dalle nostre parti, complicato eppure razionale contro il cielo azzurro. Mi faccio scattare una foto lì accanto, poi cerco di rubargli l’energia, abbracciandolo: conosco persone che con gli alberi fanno così.
Ciò che devo ammettere lungo la strada di ritorno verso Palm Springs, e con un po’ di delusione per me stesso, è che leggere DFW mi ispira almeno quanto leggere di DFW. Seguire le sue vicissitudini mi suscita la stessa irreprensibile voglia di sedermi alla scrivania e di scrivere a profusione, come avvenne dopo La scopa del sistema quando, senza premeditazione alcuna, mi avventurai nei miei primi goffi racconti. E non è soltanto questo: DFW — i suoi libri e, scopro ora, anche i libri che parlano di lui — mi spingono a scrivere come lui, con una forza di attrazione plagiatoria che nessun altro autore ha mai più esercitato su di me. Dev’essere per via di quella sua spacconeria irritante e così fascinosa, della sua smania di essere a tutti i costi più lungo, digressivo e interconnesso di quanto sia davvero necessario, della sua esigenza di attraversare sempre tutti i livelli di profondità di un fenomeno fino a sbattere il sedere contro il cemento armato dell’unica verità fondamentale sottesa a tutti: la consapevolezza, in questo mondo, di essere soli e irraggiungibili.
Sul volo San Francisco-Zurigo dove con ogni probabilità contraggo l’influenza virale con complicazioni urinarie che mi terrà a letto nei successivi quattro giorni, termino di leggere Every Love Story Is a Ghost Story. Nelle ultime pagine si avverte l’imbarazzo di D. T. Max nel fare i conti con il suicidio di DFW. Il biografo sceglie la via più sobria: poche frasi di storia medica, molto nette, che accreditano in pieno la tesi della cessazione volontaria del Nardil da parte di David dopo anni di trattamento, e del suo conseguente tracollo. Il finale lo conoscevo già, eppure ha il potere di annientarmi. Complice il jet-lag, la prima notte a casa non mi addormento fino alle cinque del mattino. Ho una sola consolazione in mezzo al fluire dei pensieri: sembra che la casa di DFW che ho visitato non fosse davvero quella dove si è tolto la vita. Dopo essere vissuti in affitto al 725 di Indian Hill Blvd., lui e la moglie ne acquistarono un’altra non troppo distante. Il portone del garage che ho visto era solo un normale portone di garage, dal quale DFW è entrato e uscito insieme ai suoi cani. Saperlo è abbastanza per farmi sentire meglio.
Paolo Giordano
Trovato qui: Archivio David Foster Wallace Italia
Il tempo meteorologico a San Francisco è incerto, meno clemente di quanto avevo sperato: scrosci di pioggia si alternano a schiarite della stessa brevità — soltanto il vento umido è incessante. Mi trovo costretto a indossare uno sull’altro i vestiti primaverili che avevo previsto per la vacanza, realizzando che un giaccone invernale non è equiparabile alla somma di un qualsivoglia numero di strati estivi. Per di più, la città è spopolata durante il coprifuoco postnatalizio. Percorro a piedi i saliscendi da Marina a North Beach con una sensazione di libertà che si alterna a un’altra di smarrimento: la mancanza di scopo di chi è rimasto chiuso fuori casa.
La City Lights è tra i pochi negozi aperti, il che conferma in larga parte l’impressione che si tratti ormai di un feticcio per turisti più che di una vera libreria. Ma poco importa: è straordinariamente bella, rifornita e silenziosa (come se i decametri di scaffali in legno assorbissero ogni suono), e la disposizione dei libri suggerisce la chiarezza mentale di chi l’ha concepita, senza rivelarne a fondo il piano.
David Foster Wallace mi scruta dall’alto, dalla copertina di un volume posizionato in modo che la sua facciona tenga d’occhio gli avventori. La fotografia traslucida è una delle poche in cui sorride e il libro si rivela essere una sua biografia postuma, redatta da tale D. T. Max. «Prendila, t’interessa» suggerisce la mia compagna, che deve avermi visto trasalire. «No — ribatto io —, no, no». Il punto è che mi ero prefissato esplicitamente, dopo il suicidio di DFW nel settembre del 2008, che non avrei ceduto alla tentazione di leggere alcuna sua biografia, così come non avrei considerato le pubblicazioni di lavori che lui non aveva autorizzato — avevo assistito a uno sciacallaggio simile nei confronti di Jeff Buckley finché, a forza di acquistare dischi con versioni pessime delle sue poche canzoni, mi ero quasi disamorato di lui.
Nel momento in cui mi trovo alla City Lights di San Francisco — 26 dicembre 2012 — sono già venuto meno al secondo dei miei propositi (ho letto e riletto quanto emerso dagli svariati e impietosi carotaggi dell’opera di DFW), ma il diktat sulla biografia è ancora solido. Si tratta di una questione di principio, deontologica quasi, oltre che della paura di vedermi sgretolare un idolo davanti agli occhi: il punto è che ogni narratore devolve una parte gigantesca delle proprie energie e del proprio tempo a trovare per ogni opera che produce — per ogni singola riga di ogni singola opera che produce — il giusto livello di trasposizione della sua storia personale: essere troppo avari di sé si traduce quasi sempre in freddezza, in sostanziale disinteresse verso la materia; eccedere comporta altri rischi più gravi, fra cui ossessività, autocommiserazione (quasi sempre di matrice freudiano-regressiva) e dissapori, se non proprio pasticci legali, con parenti o amici intimi. Negli ultimi anni della sua vita, poi, DFW sembrava impegnato a esplorare proprio il pernicioso confine fra privato e finzione letteraria. Nel romanzo a cui stava lavorando e che non avrebbe terminato, Il re pallido, compare fra gli altri un personaggio di nome David Wallace, con tanto di Social Security Number, l’omologo del nostro codice fiscale. È plausibile che nell’epoca d’oro delmémoire DFW volesse smontare il giocattolo dell’ultimo modello d’intrattenimento e guardarci dentro, scoprire quali insicurezze si celavano dietro tanta morbosità da parte del pubblico e una così favorevole disposizione a denudarsi da parte degli autori. Ovviamente, il mémoire che aveva a sua volta imbastito non era che la parodia di un racconto autobiografico, un resoconto che, nella pretesa esasperata di dichiararsi vero, non faceva altro che mostrare in continuazione la propria falsità strutturale. Che rispetto dimostrerei a DFW e alla sua ricerca, acquistando una biografia postuma che fa piazza pulita di tutti i filtri metanarrativi e se ne infischia del giusto- livello-di-trasposizione? Esco dalla City Lights con una copia della biografia di D. T. Max stretta fra il gomito e il fianco (titolo: Every Love Story Is a Ghost Story). Ho comprato anche una vecchia raccolta di Alice Munro, Runaway, per attenuare il senso di colpa.
A Carmel-by-the-Sea inizio la lettura. Non c’è molto altro da fare in questa cittadina benestante. La descrizione dell’albergo aveva promesso una piscina riscaldata, che si è rivelata uno stagno dal colore sospetto, e comunque piove. Dalla finestra, oltre la coltre di alberi, balugina un oceano appena più chiaro del cielo. Forse non è soltanto morbosità. Forse è più semplice e anche più limpido di così. La verità è che DFW mi manca. E mi manca con un’intensità maggiore di quella con cui mi mancano, per dire, certe persone in-carne-e-ossa scomparse in modi altrettanto improvvisi/cruenti dalla mia vita, tanto che mi trovo spesso a fantasticare su forme strane di metempsicosi, nelle quali alcune molecole aeree del suo genio e della sua umanità fluttuano attraverso l’atmosfera fino a me, che le inalo, e diventano mie — e lui diventa me. Tutto ciò suona un po’ vergognoso, ad ammetterlo. Ma la disponibilità a innamorarsi dell’irreale tanto quanto del reale mi è sempre apparsa come una premessa essenziale della narrativa. Può darsi si tratti, più precisamente, di un disturbo, una sorta di ametropia del sentimento, per la quale non si riesce a focalizzare esattamente gli oggetti nel campo dell’affetto, a collocarli in profondità secondo quello che si presume l’ordine giusto.
DFW mi manca, sì, mi manca il suo essere-nel-mondo, quindi escogito dei modi per averlo vicino, e l’ultimo che mi si è offerto è questa biografia. Come per i Grandi Amori Romantici, esiste un’età favorevole anche per i Grandi Amori Letterari, e DFW è capitato al centro della mia più fertile: avevo diciotto anni. Le passioni che si instaurano in quella fase tardoadolescenziale, quando il magma della personalità inizia a solidificare, diventano i miti fondanti del nostro carattere culturale, ci restano addosso, ostinate e prive di senso, come quelle cisti sebacee che capita facciano la loro comparsa in punti imprevisti del corpo. Di passioni-cisti io ne avevo una miriade oltre a DFW e al già citato Jeff Buckley: certe serie televisive più strappalacrime del sopportabile come The OC, Tori Amos, Chuck Palahniuk, i frozen cocktail, Kirsten Dunst, il Natale in famiglia, Bret Easton Ellis… Spinto da una voglia iconoclasta di rinnovamento, verso i ventisei anni le sottoposi tutte quante a un check-up severo, casomai nel frattempo qualcuna fosse diventata maligna o invalidante. DFW ha superato il test, Chuck Palahniuk no, ma adesso mi chiedo se dopotutto fosse così necessario e salubre tentare di sbarazzarsi di tutte quelle passioni, magari un po’ ossidate, magari ormai poco rappresentative, che quando ero ancora semiliquido mi fecero palpitare. È davvero questa la via della nostra realizzazione di adulti, toglierci dal naso tutte le lenti deformanti che da ragazzi ci facevano ingigantire o mortificare gli oggetti (sentimentali) che si offrivano alla nostra considerazione? O questa smania di aggiornare anche i nostri affetti è solo l’ennesima lente deformante che poniamo in cima alle altre?
Ecco il genere di domanda sulla quale DFW avrebbe facilmente costruito un racconto ricorsivo di venti o più pagine: la storia di un ragazzo che, nel tentativo di guardare con onestà a ciò che ne è ormai dei suoi amori del passato, fa del suo meglio per massacrarli, con il risultato di aumentarne sempre di più il valore mitico e quindi l’indistruttibilità. Ogni volta che nelle storie di DFW compare qualcosa di analogo a una minuscola cisti sebacea, puoi stare certo che quella cisti si accrescerà — proprio nel tentativo di estirparla— fino a sfigurare l’intero organismo. Tutte le serie ricorsive costruite da DFW sono altamente divergenti, la direzione è sempre quella dell’aggravarsi perpetuo cosicché, una volta avviate, possono essere interrotte solamente da un atto esterno, violento, qualcosa di simile a ciò che ci succede quando il nostro computer «va in palla» e inizia a presentare con insistenza lo stesso messaggio poco comprensibile di errore, accompagnato da quel suono che ha qualcosa di apertamente accusatorio, e noi ci rendiamo conto che non siamo in grado di fermare quanto sta succedendo, che siamo del tutto inermi e fra un attimo lo schermo potrebbe ricoprirsi di lettere e numeri o diventare inesorabilmente blu, quindi premiamo con forza il pulsante Power e se neppure quello funziona stacchiamo la spina dalla presa di corrente, percorsi — noi, non più il computer — da una scarica elettrica di terrore. La sola via d’uscita dalle ricorsività di DFW è lo spegnimento, che in certi casi estremi, come quello del manipolatore seriale protagonista del racconto Caro vecchio neon o in quello assai più realista della sua vita, coincide con la morte — con il suicidio.
A diciotto anni, il modo di procedere di DFW mi colpì come un esercizio di onestà dissacrante e perfetto, il genere di demistificazione che andavo cercando in quegli anni di solidificazione- del-magma-della-personalità. Il senso tragico che stava alla base dei suoi ragionamenti si accostava bene con quello residuale della mia adolescenza; lo sfoggio di intelligenza, poi, era proprio il traguardo che mi ponevo a quel punto. Tutto questo stabilì la nostra affinità segreta — quasi ultraterrena —, indusse la crescita della mia passione-cisti più che per qualunque altro scrittore mi fosse capitato di leggere fino a quelmomento. E, anni dopo, rese il suo suicidio doloroso quanto un tradimento personale.
Nel suo pseudo-mémoire, oltre al codice fiscale, DFW aveva riportato per intero anche il suo indirizzo. Durante un’incursione dentro una Books Inc. ho ritrovato la pagina dove è scritto e l’ho ricopiato sul retro di un ticket di parcheggio: 725 Indian Hill Bldv., Claremont. Obbligo i miei compagni di viaggio a seguirmi in quel pellegrinaggio un po’ macabro attraverso la periferia senza fine di Los Angeles. Non protestano neppure, devono ormai avere capito quanto la questione sia importante e controversa, ad altissimo rischio di scontro verbale.
Arriviamo a Claremont al crepuscolo. L’aria si è rinfrescata di colpo. Le aiuole nello spartitraffico di Indian Hill Boulevard sono tutte fiorite, incredibilmente curate. La casa al numero 725 non ha nulla in più o in meno delle altre, soltanto il portone del garage — il garage dove DFW si è ucciso — mi colpisce per la sua larghezza, ma può darsi che si tratti di una suggestione. Nel cortile c’è un albero di Natale composto di sole palline, un cono da cui fuoriesce un cavo della corrente — l’albero è spento. Sul lato opposto due limoni e unmandarino sono carichi di frutti. Il prato è stato sistemato da poco, come tutti quelli del circondario, intravedo ancora i segni paralleli del tosaerba. Avanzo di qualche passo, violando la proprietà privata e l’intimità degli sconosciuti che ora vivono qui. I miei compagni di viaggio si sono allontanati, come per rispetto. Vorrei compiere qualche gesto simbolico, magari rubare un sasso dall’acciottolato che corre lungo il marciapiede, ma sono ancora abbastanza in me per desistere. Tocco solo uno dei limoni e poi m’incammino verso la macchina. Prima di salire faccio la pipì contro un acero, di fretta: è il genere di quartiere dove temi possano arrestarti per avere urinato contro un tronco.
Il giorno seguente, dentro il parco di Joshua Tree, mi perdo di nuovo nelle fantasticherie di metempsicosi. L’atmosfera del luogo contribuisce in larga parte: un deserto roccioso dove la notte — puoi scommetterci — gli arbusti così distanziati parlano l’uno con l’altro, al riparo da sguardi umani. La natura qui sembra in uno stato di quiescenza, pronta a ritornare quella prospera che era un tempo. Inizio a pensare ai joshua tree e ai cactus e alle palme giganti come a incarnazioni di morti, la cui forma specifica dipende dalle qualità possedute in vita. L’albero che attribuisco a DFW è un’impalcatura di tronchi e rami spogli, con la corteccia elegantemente attorcigliata su se stessa, un albero che non ho mai visto dalle nostre parti, complicato eppure razionale contro il cielo azzurro. Mi faccio scattare una foto lì accanto, poi cerco di rubargli l’energia, abbracciandolo: conosco persone che con gli alberi fanno così.
Ciò che devo ammettere lungo la strada di ritorno verso Palm Springs, e con un po’ di delusione per me stesso, è che leggere DFW mi ispira almeno quanto leggere di DFW. Seguire le sue vicissitudini mi suscita la stessa irreprensibile voglia di sedermi alla scrivania e di scrivere a profusione, come avvenne dopo La scopa del sistema quando, senza premeditazione alcuna, mi avventurai nei miei primi goffi racconti. E non è soltanto questo: DFW — i suoi libri e, scopro ora, anche i libri che parlano di lui — mi spingono a scrivere come lui, con una forza di attrazione plagiatoria che nessun altro autore ha mai più esercitato su di me. Dev’essere per via di quella sua spacconeria irritante e così fascinosa, della sua smania di essere a tutti i costi più lungo, digressivo e interconnesso di quanto sia davvero necessario, della sua esigenza di attraversare sempre tutti i livelli di profondità di un fenomeno fino a sbattere il sedere contro il cemento armato dell’unica verità fondamentale sottesa a tutti: la consapevolezza, in questo mondo, di essere soli e irraggiungibili.
Sul volo San Francisco-Zurigo dove con ogni probabilità contraggo l’influenza virale con complicazioni urinarie che mi terrà a letto nei successivi quattro giorni, termino di leggere Every Love Story Is a Ghost Story. Nelle ultime pagine si avverte l’imbarazzo di D. T. Max nel fare i conti con il suicidio di DFW. Il biografo sceglie la via più sobria: poche frasi di storia medica, molto nette, che accreditano in pieno la tesi della cessazione volontaria del Nardil da parte di David dopo anni di trattamento, e del suo conseguente tracollo. Il finale lo conoscevo già, eppure ha il potere di annientarmi. Complice il jet-lag, la prima notte a casa non mi addormento fino alle cinque del mattino. Ho una sola consolazione in mezzo al fluire dei pensieri: sembra che la casa di DFW che ho visitato non fosse davvero quella dove si è tolto la vita. Dopo essere vissuti in affitto al 725 di Indian Hill Blvd., lui e la moglie ne acquistarono un’altra non troppo distante. Il portone del garage che ho visto era solo un normale portone di garage, dal quale DFW è entrato e uscito insieme ai suoi cani. Saperlo è abbastanza per farmi sentire meglio.
Paolo Giordano
Trovato qui: Archivio David Foster Wallace Italia
lunedì 18 marzo 2013
V.
Nel parlare di lei, però, si era scoperto una strana
tenerezza, come se si stesse rendendo conto, forse addirittura in quello stesso
momento, mentre procedeva nel suo racconto, che il sesso poteva essere ben più
misterioso del previsto, una partita di cui tutto sommato non si poteva
conoscere il punteggio, poiché non era un punteggio scritto in cifre.
Profane credeva alla metà di ciò che Paola diceva. La metà
soltanto, perché le donne sono solo la metà di una cosa che ha sempre due
aspetti.
Io sono solo un esperto in chirurgia plastica. Non sono uno
psicanalista. Forse un giorno esisterà un medico capace di fare la chirurgia
plastica anche al cervello, che riuscirà a fare di ogni ragazzino un Einstain,
di ogni bambina una Eleonora Roosvelt. O addirittura di rendere la gente meno
cattiva. Fino a quel momento, come faccio a sapere che cosa succede dentro una
persona?
La discussione era andata avanti per un po’, senza che
nessuno dei due si arrabbiasse realmente, e alle tre di notte era giunta l’inevitabile
conclusione – il letto – per cancellare con le carezze il mal di testa che era
venuto a entrambi. Niente di definitivo, niente era mai definitivo.
Stencil cominciò ad accorgersi che dormire richiedeva tempo,
un tempo che avrebbe potuto essere usato altrimenti, in modo più attivo.
In realtà, l’amore di cui Stencil era ancora capace ora si
ripiegava completamente su se stesso, verso questo suo sentirsi interiormente
vivo. Una volta scoperta questa nuova sensazione, Stencil riusciva a malapena a
lasciarla libera, tanto era preziosa. Per mantenerla in vita, doveva continuare
a inseguire V.; ma nel caso l’avesse trovata, quale poteva essere il passo
successivo, se non tornare nel suo vecchio stato di semincoscienza? Cercava
perciò di non pensare al momento in cui la sua ricerca sarebbe finita.
Avvicinarsi a lei e poi fuggire, ecco la sua tattica.
Non ti rendi conto che gli uomini rischiano di lasciarci la
pelle, per cercare di “capire” qualcuno?
Profane non ce l’aveva con lei. Cercò di comunicarglielo con
lo sguardo, ma chi poteva dire che cosa avvenisse in quegli occhi? Sembravano
assorbire tutta la luce della strada
Ogni tanto veniva preso da questo desiderio irrefrenabile di
essere crudele e allo stesso tempo di lasciarsi pervadere dal dispiacere, un
dispiacere talmente grande da uscirgli dagli occhi e dai buchi delle scarpe,
andando a raccogliersi in una grande pozza, su una strada dove si era
rovesciato di tutto, dalla birra al sangue, ma che aveva visto ben poca
compassione.
Fina aveva lo sguardo ardente. Si contorceva lenta e
sensuale nella vasca, il suo corpo fulvo fremeva tutto, pronto a risucchiarlo
come le sabbie mobili.
Fuori, il pomeriggio ripiegava su se stesso, avvolgendosi a
spirale, mosso appena da una leggera brezza.
In che razza di epoca viviamo, se un uomo diventa un nemico
solo quando ci dà la schiena?
Da tempo Stencil era ormai giunto alla conclusione che La
Situazione non aveva mai una sua realtà oggettiva: esisteva soltanto nella
mente di quelli che per caso vi si trovavano immersi, in un determinato
momento. Poiché la somma di queste diverse menti tendeva a formare un composto
più ibrido che omogeneo, La Situazione doveva necessariamente apparire al
singolo osservatore come un diagramma in quattro dimensioni, mentre il suo
occhio era abituato a vedere il mondo solo in tre dimensioni.
I diplomatici dicono sempre così. Vivono sempre sull’orlo di
un qualche baratro. Senza una crisi internazionale non sarebbero capaci di
dormire la notte.
Tu, da bambino, probabilmente avrai portato via un dono
simile da parte di tuo padre, senza renderti conto che era ancora prezioso per
lui tanto quanto lo era per te. Però quando gli inglesi parlano di “tramandare”
qualcosa di generazione in generazione, la cosa si ferma lì. Un figlio non
restituisce al padre niente di quel che ha ricevuto. Forse tutto questo è molto
triste e non è molto caritatevole, però è così da tempo immemorabile, e non
cambierà mai. L’atto di dare e di restituire può avvenire solo tra due persone
della stessa generazione.
I turisti vogliono solo carezzare la pelle di un posto, un
esploratore ne vuole conquistare il cuore. Forse è un po’ come essere
innamorati.
“Ci sono delle sere,” rifletté ad alta voce “quando sono da
solo, in cui penso che siamo come delle scimmie in un circo, delle scimmie che
imitano il comportamento degli uomini, prendendoli in giro. Forse è tutto
quanto una presa in giro, e tutto quello che possiamo dare agli uomini è una
presa in giro della libertà, della dignità. Però non può essere così.”
In quel momento, seduto su quella panchina dietro la
biblioteca, Profane era certo solo di una cosa: chiunque lavorava per
guadagnare soldi inanimati, per poi potersi comperare oggetti anch’essi
inanimati, doveva essere fuori di testa. I soldi inanimati servivano a
procurarsi calore animato: le unghie morte che affondavano nelle scapole vive,
i gemiti di piacere contro il cuscino, i capelli arruffati, le palpebre
socchiuse, le reni che si contorcevano…
Se i sogni sono solo il prodotto delle sensazioni registrate
durante la veglia, prima immagazzinate e poi rielaborate, allora un voyeur non può avere dei sogni suoi.
Be’, e l’anima che cos’è, in fondo, se non l’”idea” del
corpo, l’astrazione che si cela dietro la realtà: ciò che Esther era realmente
e che si rivelava ai sensi con certe imperfezioni, in carne e ossa.
Saprei spiegare che cos’è l’”amore”? saprei dirle che il mio
amore per lei rientra nello stesso tipo di amore che provo per gli addetti ai
Bofor, per i piloti degli Spitfire, per il nostro Governatore? Che si tratta di
un amore che abbraccia questa isola, un amore per tutto ciò che si muove su di
essa? In maltese non ci sono parole per esprimere tutto questo. Non esistono le
sfumature più sottili di significato, né le parole adatte a descrivere gli
stati d’animo. Lei non sa leggere le mie poesie, io non so tradurgliele.
Non toccarle, queste mura. Trasmettono un’esplosione a
miglia e miglia di distanza. La roccia sente tutto, e lo trasmette alle ossa, salendo
su per le dita, per il braccio e poi già attraverso la cassa toracica, le ossa
delle gambe, e poi di nuovo fuori, attraverso le ossa dei piedi. Il fatto che
questa vibrazione sia passata velocemente dentro di te è solo un caso, però è
come se fosse stato un avvertimento.
Tutto questo mentre stavano imparando l’unica lezione della
vita: che nella vita di un individuo accadono più incidenti di quanto un uomo
possa ammettere, se non vuole correre il rischio di impazzire.
Se vogliamo avere un umanesimo, dobbiamo prima essere
convinti della nostra umanità. Più ci spingiamo nella decadenza, più diventa
difficile.
È un peccato comune a chi è falsamente animato, a chi è
privo di fantasia, il non voler accettare una situazione tollerabile.
In questo silenzio non c’è tensione né inquietudine: è un
silenzio calmo, sicuro, il silenzio della noia, dei rituali ben noti.
Però in sogno ci sono due mondi: il mondo della strada e il
mondo sotto la strada. Uno è il regno della morte, l’altro è il regno della
vita. Come può un poeta vivere senza esplorare l’altro regno, sia pure solo
come una specie di turista? Un poeta si nutre di sogni. Se i convogli non
riescono a passare, di che cos’altro ci si può nutrire?
Perdere la fede è una faccenda complicata che richiede
tempo. Non ci sono “epifanie” o momenti della verità.
Viene da chiedersi se l’atteggiamento di noi adulti, reso
così disperatamente ingarbugliato dall’amore, dalle convenzioni sociali e dalla
metafisica, avrebbe funzionato meglio. Di sicuro, il modo di comportarsi dei
bambini rivelava molto più buon senso.
Il porto sfavillava al sole: salutavamo tutti quelli che
incontravamo, gli parlavamo o gli sorridevamo. I capelli di Elena catturavano i
raggi del sole nella loro rete vischiosa, le efelidi danzavano sulle sue
guance.
Triste sarebbe un aggettivo inadeguato. La luce non è
triste, o perlomeno non dovrebbe esserlo.
Le foglie degli alberi del parco hanno cominciato a sfregare
l’una contro l’altra, come le zampe delle locuste. Era accompagnamento musicale
più che sufficiente.
Dopo aver buttato fuori tutte le vecchie parole rimaste a
lungo indigeste, procedettero a riempire quella mansarda di urla inutili come
se volessero vomitare il tessuto vivo, quegli organi che non avevano il diritto
di essere da nessun’altra parte, se non dov’erano.
“È meglio non parlare di amore” disse rivolta al muro. “È
sempre pericoloso. Bisogna ingannarsi un po’ a vicenda.”
Il ritratto che dà delle sue donne è una natura morta
armoniosa e senza età, una descrizione dell’amore in uno dei suoi molti
estremi: V. sul pouf che guardava Melanie distesa sul letto; Melanie che si
guardava allo specchio; l’immagine riflessa che forse ogni tanto contemplava V.
Non c’era nessun movimento, ma solo un attrito minimo. Eppure rappresentava la
soluzione a uno dei paradossi più antichi dell’amore: una sovranità simultanea,
e allo stesso tempo una fusione.
Con sguardo triste, partecipò al suo dolore; che cos’altro
avrebbe potuto fare? Esprimere un giudizio morale? L’amore è sempre l’amore. Si
manifesta nelle dislocazioni più impensate. Quella povera donna ne era
devastata.
Supponiamo invece che il mondo, tra il 1859 e il 1919, abbia
contratto una malattia che nessuno si è premurato di diagnosticare, perché i
sintomi erano troppo vaghi, una malattia che si è mescolata ai fatti della
storia, i quali presi uno per uno non sono diversi da prima, ma tutti insieme
sono… fatali. È così che la gente considera l’ultima guerra: una malattia
nuova, rara, che adesso è stata curata e debellata per sempre.
“La vecchiaia è forse una malattia?” chiese Mehemet. “ Il
corpo rallenta, le macchine si logorano, i pianeti descrivono il loro cerchio
traballando, il sole e le stelle
bruciano piano come delle candele fumose. Perché dice che è una malattia? Solo
per ridurla a una dimensione più accettabile,
per poterla guardare, per sentirsi a suo agio?”
Mara viene sempre raffigurata alta, snella, il seno e il
ventre piccoli. Non importa quale sia la moda femminile prevalente, lei rimane
immutata. Il suo volto presenta sempre un naso leggermente arcuato, gli occhi
piccoli, distanti fra loro. Uno non si volterebbe certo a guardarla per strada.
Però, dopotutto, lei era solo maestra dell’amore. Sono gli alunni dell’amore ad
aver bisogno di essere belli.
Quando la libertà di criticare il governo viene sospesa per
quattro anni dallo stesso governo, era logico aspettarsi che il risentimento a
lungo represso sfociasse in un torrente impetuoso, anche se non per questo
necessariamente pericoloso.
Thomas Pynchon
venerdì 15 marzo 2013
Place
I see so much now
How my head spins round
Tell me just what to do
Cause I'm lost inside it all
Cause I would like to get to know you
I would like to get to know you
To know you
Cause if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
And if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
Try to forget how
All these things came round
Tell me just what to do
Cause I'm lost inside it all
Cause I would like to get to know you
I would like to get to know you
To know you
Cause if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
And if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
Hold your head high
Think about...
Cause if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
And if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
If there is a place for me, a place for you
If there is a place for me, a place for you
If there is a place for me, a place for you
If there is a place for me
Performed by Lucy Rose
How my head spins round
Tell me just what to do
Cause I'm lost inside it all
Cause I would like to get to know you
I would like to get to know you
To know you
Cause if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
And if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
Try to forget how
All these things came round
Tell me just what to do
Cause I'm lost inside it all
Cause I would like to get to know you
I would like to get to know you
To know you
Cause if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
And if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
So hold your head high
Think about a better time
Hold your head high
Think about...
Cause if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
And if there is a place for me, a place for you
This is what I've found
If there is a place for me, a place for you
If there is a place for me, a place for you
If there is a place for me, a place for you
If there is a place for me
Performed by Lucy Rose
giovedì 14 marzo 2013
Facciamo insieme di notte le strade
Facciamo insieme di notte le strade che al mattino ci portano a lavoro. Simuliamo una compagnia futura a occhi chiusi, quasi stessimo sognando, con le palpebre ancora abbottonate dal sonno, non ancora svegli: facciamo finta di essere insieme.
mercoledì 13 marzo 2013
Candidato a sorpresa
Critica sociale sul mondo politico americano? Sarebbe stato lecito aspettarselo, visto l’argomento trattato da Candidato a sorpresa, e in effetti c’è pure un po’, soprattutto in bella vista nella primissima parte, quella che accompagna i titoli di testa. Poi il film sfugge dai binari che si potevano essere ipotizzati, deragliando completamente per seguire le capacità comiche di Will Ferrell e Zach Galifianakis.
La pellicola diventa così una divertente storia comica trasportata nel mondo delle campagne elettorali americane, quelle per così dire di provincia, non quelle enormi per le presidenziali. Ci sono gag divertenti e uscite davvero irriverenti, nelle quali i due protagonisti sguazzano felici come grossi pesci in uno stagno tutto loro: sono i re, assoluti di questa commedia, e Ferrell può definirsi anche una specie di paladino di questo tipo di film, un precursore, il capo governativo, vantando innumerevoli cloni ambientati in altri mondi attuali e passati, portati tutti all’eccesso per sottolinearne l’assurdità. Ormai questo genere di film è possibile definirlo alla Will Ferrell, e non sempre risulta essere un male. Conoscendone la natura è possibile capire ancor prima di iniziare a guardarlo se un film ti potrà piacere oppure no, se è meglio lasciar perdere o se prendersi il tempo per vederlo. Qui si ride, si scherza, si passa un’ora e mezza in perfetta beatitudine comica, se però volete vedere qualcosa di serio riguardo l’ambiente politico americano è meglio prendere Le idi di Marzo. Basta saperlo, appunto.
Cosa volete (di più)?
La pellicola diventa così una divertente storia comica trasportata nel mondo delle campagne elettorali americane, quelle per così dire di provincia, non quelle enormi per le presidenziali. Ci sono gag divertenti e uscite davvero irriverenti, nelle quali i due protagonisti sguazzano felici come grossi pesci in uno stagno tutto loro: sono i re, assoluti di questa commedia, e Ferrell può definirsi anche una specie di paladino di questo tipo di film, un precursore, il capo governativo, vantando innumerevoli cloni ambientati in altri mondi attuali e passati, portati tutti all’eccesso per sottolinearne l’assurdità. Ormai questo genere di film è possibile definirlo alla Will Ferrell, e non sempre risulta essere un male. Conoscendone la natura è possibile capire ancor prima di iniziare a guardarlo se un film ti potrà piacere oppure no, se è meglio lasciar perdere o se prendersi il tempo per vederlo. Qui si ride, si scherza, si passa un’ora e mezza in perfetta beatitudine comica, se però volete vedere qualcosa di serio riguardo l’ambiente politico americano è meglio prendere Le idi di Marzo. Basta saperlo, appunto.
Cosa volete (di più)?
martedì 12 marzo 2013
Cervello
Ci sono tanti pensieri in testa. Se si taglia la calotta cranica, in modo orizzontale, all’altezza delle tempie, si può guardare dentro e vedere flussi di pensieri in costante movimento. Aprendo la testa come una scatola, riponendo il coperchio poi sul tavolo o su un mobile, il cervello apparirebbe così pulsante, quasi a voler simulare il battito del cuore. Una specie di gelosia tra organi: il cervello vuole sentimenti, il cuore vuole pensare.
I pensieri, le idee, i ragionamenti, si muovono in un ambiente ristretto e spingono contro le pareti per cercare più spazio, nel quale muoversi ancora e di più. Le emicranie sono punture fatte dall’interno con gomiti sporgenti che tentano di spostarsi da un punto all’altro senza creare confusione, o urtare qualcuno, senza riuscirci. I mal di testa sono pressioni costanti di una stanza troppo piena e troppo affollata, dove tutti vogliono entrare per avere a disposizione quel minimo di tempo utile per divertirsi, o anche solo vivere.
Poi ci sono i momenti di silenzio totale e innaturale immobilismo di chiunque, dentro e fuori. Allora ci si trova davanti con un cervello che è pieno e vuoto allo stesso tempo, dove tutti si sono presi una pausa e puoi vedere miliardi di pensieri fermi come non dovrebbero essere mai. Sono gli attimi durante il quale il cervello smette di volere imitare il cuore e si placa nei movimenti. L’unico modo che ha per farlo e cessare di pensare, mantenere la costante attività basilare, quella che permette ai polmoni di respirare, alle palpebre di sbattere: azioni di routine da eseguire senza neppure rendersene conto.
Mentre il cervello è in pausa, e i pensieri sono fermi, tutte quanti in attesa di un qualcosa che dovrebbe accadere ma che nessuno sa chi potrebbe farlo accadere, tu sei in piedi, davanti a una testa aperta di un individuo che non conosci e che, al momento, non parla. La stanza è illuminata solo da un ovale bianco che pare provenire proprio dal cranio aperto, quasi le idee fossero davvero delle lampadine che si illuminano quando prendono vita.
E allora capisci, per assurdo, seguendo tu un ragionamento tanto contorto quanto improbabile. Se il cervello è fermo, e le idee sono ritte in piedi ad aspettare un segnale, ognuna con in mano un bicchiere di birra o un cocktail da sorseggiare tra un discorso e un altro, come mai sono ancora tutte quante illuminate e forniscono la luce, non solo al loro padrone ma anche a te?
Pur senza muoversi il cervello pensa, e le idee sono ferme, ti guardano, come in attesa di una rivelazione; ma sono loro ad avere capito ancora prima di te: non c’è modo di fermarsi, e anche quando credi di essere perfettamente immobile, dentro di te si muove tutto.
I pensieri, le idee, i ragionamenti, si muovono in un ambiente ristretto e spingono contro le pareti per cercare più spazio, nel quale muoversi ancora e di più. Le emicranie sono punture fatte dall’interno con gomiti sporgenti che tentano di spostarsi da un punto all’altro senza creare confusione, o urtare qualcuno, senza riuscirci. I mal di testa sono pressioni costanti di una stanza troppo piena e troppo affollata, dove tutti vogliono entrare per avere a disposizione quel minimo di tempo utile per divertirsi, o anche solo vivere.
Poi ci sono i momenti di silenzio totale e innaturale immobilismo di chiunque, dentro e fuori. Allora ci si trova davanti con un cervello che è pieno e vuoto allo stesso tempo, dove tutti si sono presi una pausa e puoi vedere miliardi di pensieri fermi come non dovrebbero essere mai. Sono gli attimi durante il quale il cervello smette di volere imitare il cuore e si placa nei movimenti. L’unico modo che ha per farlo e cessare di pensare, mantenere la costante attività basilare, quella che permette ai polmoni di respirare, alle palpebre di sbattere: azioni di routine da eseguire senza neppure rendersene conto.
Mentre il cervello è in pausa, e i pensieri sono fermi, tutte quanti in attesa di un qualcosa che dovrebbe accadere ma che nessuno sa chi potrebbe farlo accadere, tu sei in piedi, davanti a una testa aperta di un individuo che non conosci e che, al momento, non parla. La stanza è illuminata solo da un ovale bianco che pare provenire proprio dal cranio aperto, quasi le idee fossero davvero delle lampadine che si illuminano quando prendono vita.
E allora capisci, per assurdo, seguendo tu un ragionamento tanto contorto quanto improbabile. Se il cervello è fermo, e le idee sono ritte in piedi ad aspettare un segnale, ognuna con in mano un bicchiere di birra o un cocktail da sorseggiare tra un discorso e un altro, come mai sono ancora tutte quante illuminate e forniscono la luce, non solo al loro padrone ma anche a te?
Pur senza muoversi il cervello pensa, e le idee sono ferme, ti guardano, come in attesa di una rivelazione; ma sono loro ad avere capito ancora prima di te: non c’è modo di fermarsi, e anche quando credi di essere perfettamente immobile, dentro di te si muove tutto.
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