venerdì 20 luglio 2012

Una vita violenta

Mi serve continuare
a confidare tu abbia
almeno diciotto anni
e una vita violenta
Ti voglio cullare cullare
su due piccole labbra
che non credono al mercato
né alle sue torbidissime comete
Se vuoi sarà piu’ facile sedere sotto i platani
già verdi della nostra gioventu’
e non sentirci liberi di essere felici solo quando
qualcuno ci spoglia, qualcuno ci chiama
Mi serve continuare
a confidare tu abbia
letto i libri sbagliati
per poi copiarne il male
dipingendo sui muri
parole molto cattive
che non credono al mercato
né alle sue torbidissime sorelle
Se vuoi sarà piu’ facile sedere sotto i platani
già verdi della nostra gioventu’
e non sentirci liberi di essere felici solo quando
qualcuno ci spoglia, qualcuno ci chiama

Performed by Amor Fou

mercoledì 18 luglio 2012

Hesher è stato qui

Cosa succede quando un personaggio come Hesher capita in una famiglia straziata da un lutto? Succede che i suoi atteggiamenti soprasoprasopra (molto sopra) le righe passano del tutto inosservati da chi quella famiglia la dovrebbe guidare, leggasi: padre. In un completo stato catatonico l’unico genitore rimasto al piccolo protagonista sopporta la presenza in casa dell’estraneo senza troppa fatica, quando invece lui, il bambino, deve fare i conti non solo con la personalità straripante ma soffusa di Hesher, ma anche con il classico bullo di scuola, la prima cotta per una ragazza che lavora alle casse di un supermercato, il diventare grande o almeno entrare nella tanto tormentata adolescenza, e pure, come se non bastasse, cercare di capire, digerire, e superare un lutto che lo ha catapultato improvvisamente in un mondo senza più una madre e con un fantasma di padre.
La soluzione di tutti questi conflitti, esteriori e interiori, non sarà certo indolore, sia per il protagonista che per gli altri personaggi, anche quelli secondari. Si arriverà alla fine ad accettare le stravaganze eccessive di un capelluto Joseph Gordon-Levitt, così come l’imbruttimento (ma non eccessivo) di Natalie Portman, qui in veste anche di coproduttore, proprio al momento in cui questo alla fine scompare, ponendo fine al film.
Non conosco gli scopi iniziali della pellicola, ma da un certo punto di vista, da quando entra in scena Hesher, la storia perde un po’ la bussola e non focalizza più quanto si era preposto all’inizio. Di tanto in tanto torna sui suoi passi, per cercare di raccapezzare un po’ il tutto, di riprendere il filo della narrazione, ma poggia totalmente il suo peso, in modo volontario, sulle spalle del personaggio di Joseph Gordon-Levitt, che a causa del suo eccessivo grassettamento (in senso di bold, ovvero: Hesher) fa scomparire tutto il resto, senza però offrirne delle vere e proprie fondamenta o background. Hesher vive in uno spaziotempo limitato, non ha un futuro in quanto il film finisce proprio quando lui se ne va, ma non ha neppure un passato. Ha solo un confuso, in quanto azioni, presente.
Un film disordinato, scapestrato e imprevedibile quanto il suo coprotagonista, che alla fine non sa bene dove vuole andare. A finire.

lunedì 16 luglio 2012

Stati di grazia

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Rochelle ignorava con stile; lo faceva con un brio e una giovialità che molte persone non mostrano neanche durante un rapporto sessuale completo.

Daniel intrecciava e reintrecciava le dita sotto un ginocchio, impotente, mentre dalla bocca gli uscivano frasi sottili con cui la sua espressione facciale era in palese disaccordo.

Di lì a una mezz’oretta le avrebbe leccato i polsi e succhiato i lobi delle orecchie e poi con estrema sistematicità l’avrebbe smontata pezzo a pezzo, le avrebbe tirato fuori il ritmo che desiderava e poi l’avrebbe scagliata di nuovo nel sonno. Mentre lui era impegnato a portare a termine questo ripasso generale del corpo di Suzanne, per il piacere di entrambi, lei lo avrebbe abbracciato e si sarebbe sorpresa per l’ennesima volta dell’intensità del suo stesso trasporto verso un uomo il cui comportamento era poco più che meccanico. Poi, a un certo punto, uno dei controlli tecnici di Ben l’avrebbe fatta inarcare e protendersi contro il suo corpo stranamente poco attraente, come risposta al dolore che lui le aveva installato dentro con tanta precisione e che ululava adagio tra la gola e quello spazietto comodissimo e bagnato che bene si era ritagliato per sé all’interno del suo corpo.

La sentiva vicina, vicina quasi da affogarci dentro.

Oggi come oggi mi capita casomai di fare incontri istruttivi. Il che vuol dire che le cose possono anche andar male, ma in quel caso approfitto dell’occasione per imparare.

Dimmi: hai mai pensato che se trovi una persona interessante tanto da roderti l’animo allora significa che in qualche modo tu e questa persona siete simili?

Il passato di Kovacks era troppo diverso dal suo presente per sembrare davvero possibile.

Si trovava nell’universo delle statistiche che degli sconosciuti avevano costruito perché fosse più ordinato e solido di quello reale in cui vivevano.

“Con lui sei eccezionale.”
“Faccio schifo.”
“No, tu pensi di fare schifo, e quindi sei bravo.”

Attorno a me tutto stava cambiando e attendeva che cambiassi anch’io.

Voglio essere appassionato per lei, pieno di immaginazione e libero, ma non so come. Voglio amarla tanto da sentirlo e crederci e allo stesso tempo essere sempre delicato, e non so mai come farlo nel modo giusto. Ci sono sere in cui riesco solo a guardarla. Anzi no. Un po’ più che guardarla.

Avere opinioni contrarie significa esprimere a parole le cose in cui già sai di credere. Il tuo avversario fa lo stesso, ed entrambi, inevitabilmente, non fate altro che rafforzare le rispettive posizioni di disaccordo.

Si concedeva il permesso di tradire quanto aveva perso smettendo di desiderarlo.

La gente non si sente male in continuazione. Non sempre. Semplicemente, non si preoccupa di verificare con accuratezza come si stente. Quando non pensiamo a come ci sentiamo in realtà avvertiamo un po’ di sollievo. Ma non ci facciamo caso, non ce lo ricordiamo, perché succede quando non siamo coscienti di noi stessi.

La gente torna a casa spessissimo, è una cosa che la gente ama fare, perché la casa è una sensazione confortevole e non soltanto un posto dove si vive da un po’ di tempo.

A. L. Kennedy

venerdì 13 luglio 2012

Actionman

you are the best guy I could ever ask for
with you I'll experiance sides of life that will never leave me
it's just we've come to a time where our ways go apart
maybe to meet up again probably not

still I don't lie when I say I love you
but I'm a girl who needs some action
you are not my actionman anymore
still I don't lie when I say I love you

Don't act like this comes as a shock
I know you noticed the fact in the corner of your mind
you told me many times you won't survive without me by your side
but please don't mistrust

still I don't lie when I say I love you
but I'm a girl who needs some action
you are not my actionman anymore
still I don't lie when I say I love you

Soon you'll hook up with the prettiest girl in town
and when you do I will feel a sting of regret
'cause the grass is always greener on the other side

still I don't lie when I say I love you
but I'm a girl who needs some action
you are not my actionman anymore
still I don't lie when I say I love you

still I don't lie when I say I love you
but I'm a girl who needs some action
you are not my actionman anymore
still I don't lie when I say I love you

I wish there were a way back
but I'm a afraid I can't find one

Performed by Those Dancing Days

mercoledì 11 luglio 2012

Millennium: uomini che odiano le donne

Non avendo letto il libro né visto il film svedese, non posso divertirmi a fare quell’opera di collage che mi permetterebbe di creare un nuovo “prodotto” a tutto tondo, più che tridimensionale, multimediale. Mi devo accontentare di questo film targato David Fincher, il quale qui pare limitarsi a svolgere il suo compito senza troppo trasporto, dirigendo un granitico Daniel Craig (novello 007 a cui viene reso omaggio con i titoli di testa molto jamesbondiani) e una punkettara Rooney Mara, irriconoscibile se si pensa che nel film precedente di Fincher era l’amore eterno di Mark Zuckerberg.
Sono passati i tempi di Fight club o Seven, e non bisogna cogliere una vena dispiaciuta in questa affermazione, è solo una considerazione di quanto il regista americano abbia voltato pagina. Se prima sentiva la necessità di stupire lo spettatore, ora magari desidera riempire gli occhi e la testa di chi vede i suoi lavori con film pieni e quadrati. The social network e per certi versi Il curioso caso di Benjamin Button lo erano: dimostrazioni di una scelta di stile che ha portato risultati in crescendo, a partire dalla prima pellicola di questa svolta, ovvero Zodiac.
Sotto questo aspetto Millennium: uomini che odiano le donne è un piccolo passo indietro. Il film si guarda molto bene, se si tralascia il leggero senso di spaesamento nel doversi orientare nei mille dedali dei gradi di parentela dell’ampia famiglia Vanger, ma una volta finito si ha la sensazione di notare dei piccoli fori sulla superficie altrimenti liscia e perfetta di un buon tessuto. Alcuni dubbi ti arrivano a visione ormai conclusa (sintomo di quanto il film riesca a immergerti nella propria atmosfera, ma è quando ne esci che in qualche modo il film stesso perde potere) e ti trovi pure a vedere il finale come a una parte priva di ritmo giustificato, quasi fosse girato per essere messo a metà film, o a tra quarti, o… verrà spiegato in un possibile (se prodotto, in quanto a livello letterario e svedese esiste eccome) sequel? Chissà.

lunedì 9 luglio 2012

La prima persona

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Franz Kafka dice che il racconto è una gabbia in cerca di un uccello. (Kafka è morto da più di ottant’anni ormai, ma posso ancora dire Kafka dice. È solo uno dei tanti modi con cui l’arte affronta la mortalità umana.)

Walter Benjamin dice che i racconti sono più intensi del momento realmente vissuto, perché hanno la capacità di continuare a riproporre il momento realmente vissuto anche dopo che questo momento è morto.

Di tutte le condanne che avrei potuto immaginare per me, mai avrei penato a quella dell’imborghesimento. Io e te, che ci teniamo per mano sotto i sedili al Fidelio, un’opera che hai già visto, alla quale hai già portato la tua compagna; e tutto era cominciato in modo così anarchico, così felice, quei baci temerari dati in pubblico alla stazione di King’s Kross.

Io ho chiuso gli occhi dentro quel bacio. Mi piace il tuo bacio. Il tuo bacio dice: è tutto a posto, evidente, chiaro e garbato. È un amorevole inganno, lo so, perché la musica che non conoscevo prima di conoscere te mi fa aprire gli occhi su un posto privo di sentimentalismi, dove la luce stessa è una specie di ombra, dove ogni cosa è vista in sezione.

A volte un matrimonio ha bisogno di tre cuori che battono all’unisono.

Si comportava come se non ci fossi. e questo faceva sì che anch’io mi comportassi come se non ci fossi.

Tu non sei la prima persona che è stata ferita dall’amore. Non sei la prima persona che ha bussato alla mia porta. Non sei la prima persona per la quale mi sono giocata un braccio. Non sei la prima persona che ho cercato di impressionare recitando brillantemente la parte di quella che non si lascia impressionare. Non sei la prima persona che mi fa ridere. Non sei la prima persona che ho fatto ridere. Non sei la prima persona punto. Ma sei la persona in questo momento. E io sono la persona in questo momento. Noi siamo le persone in questo momento. E questo basta, no?

Ali Smith

venerdì 6 luglio 2012

I Know Where You Live

If I get the colors I would paint an art piece for you.
That very art piece no one ever could complete.
And I guess nothing would compare your looking,
No paint dots will ever get mixed to colors that you wear.

If I get the colors I would paint an art piece for you,
That very art piece no one ever could complete.

If I get the colors, if I get the words,
I will search for you,
I would make you the best mixtape in the recorder.

If I get the words I would write a song for you.
But there is not words enough to make it.
And if I ever learnt to sing I would sing that song for you,
I would sing it loud and clear so everyone could hear that
I never gave up on you, I would write a song for you,
But there is not words enough to make it.

I will search for you,
The most secret treasures in baskets get far away from here,
But not as far that I might get lost and never see you again,
If that might happen I will find those broken glasses
Which I've been looking for so long.

But if I now couldn't see, when would these glasses be stuck on me?
But if I now couldn't see, when would these glasses be stuck on me?

But if I now couldn't see, when would these glasses be stuck on me?
But if I now couldn't see, when would these glasses be stuck on me?

If I get the colors, if I get the words
I will search for you
I would make you the best mixtape in the recorder.

If I get the colors, if I get the words
I will search for you,
You

Performed by Those Dancing Days

mercoledì 4 luglio 2012

L'arte di vincere

Portare al cinema il baseball è sempre stato un problema. Portare poi i film basati sul baseball in territorio italiano diventa ancora più difficile. Gli unici esempi un po’ di rilievo sono L’uomo dei sogni  e Bull Durham. Può essere solo una coincidenza o il fatto che in entrambi ci sia Kevin Costner significa qualcosa?
Al di là di questo, L’arte di vincere affronta il baseball aggirandolo e non prendendolo prepotentemente di petto. Non scende in campo con i giocatori, anzi: con i giocatori cerca di averci meno a che fare, proprio come il personaggio di Brad Pitt. Vede il gioco guardandolo da fuori, quando lo guarda o lo sente, e cerca di mischiare due scienze quali il gioco e la ferrea statistica. Tratta lo sport con i numeri, tentando di decifrarne il significato per arrivare infine alla vittoria.
È un percorso giusto? Può darsi di si, può darsi di no. Molto probabilmente la strada giusta sta nel mezzo, e laddove il metodo tirato fuori dal cilindro dal general manager degli Oakland Athletics (il tutto è tratto da una storia vera) per ovviare allo scarso budget va a infrangersi con il fallimento, lo stesso metodo usato per abbassare i costi può portare invece alla vittoria.  Può sembrare la stessa cosa ma è leggermente diverso.
Così come è diverso parlare di baseball e farlo vedere. Diverso è fare un film sul baseball e ambientare un film sul baseball. L’arte di vincere parla del baseball e ambienta sul baseball, e il risultato magari non è da urlo, o capelli strappati, ma è comunque assai godibile.

lunedì 2 luglio 2012