giovedì 27 dicembre 2012

I giorni dopo le feste

I giorni dopo le feste, fatti di avanzi divano film e carezze; quando il tempo fuori sembra invitarti a rimanere in casa e le lenzuola del letto non sembrano mai abbastanza. Spengiamo la luce e ascoltiamo Chris Cornell cantare.

mercoledì 26 dicembre 2012

Contact

Rivedere Contact con un gruppo di amici è diverso dal rivedere Contact da solo. Ci sono le risate, ci sono i commenti, ci sono le pause che di solito non ti concederesti, ci sono pure le parole che superano le parole degli attori e ci sono anche le parole che anticipano le parole degli attori. Rivederlo è stato comunque un piacere. Vuoi perché la pellicola mostra una fantascienza matura capace di porre anche degli interessanti interrogativi, vuoi perché annovera come protagonisti degli attori all’apice della propria carriera: Jodie Foster post Silenzio degli innocenti e Matthew McConaughey quando ancora le aspettative nei suoi confronti erano relativamente alte.
Il film è invecchiato maluccio sotto l’aspetto visivo: se si esclude lo spettacolare viaggio finale, alcuni effetti speciali mostrano un po’ il fianco al tempo. Non è questo però che importa, in quanto già ai suoi tempi Zemeckis non aveva posto l’accento sul lato strabiliante della pellicola. È una storia da alcuni ritenuta lenta, soprattutto se si associa il genere fantascientifico a navicelle spaziali e azione in larga scala. Qui c’è una navicella spaziale ma è totalmente diversa dall’idea comune di navicella spaziale, almeno quella proposta in decenni di altri film di genere. In più il film è sul trovare, scovare, e costruire, non sul viaggiare. Il viaggio, per quanto bello, rappresenta solo una piccolissima. È come si arriva al viaggio a essere interessante. Alcuni quesiti, alcuni scambi di battute (tra tutte quelle tra i due protagonisti sulla terrazza durante la cena della casa bianca), alcune idee. Un film che è un mosaico di momenti e di immagini.
È stato bello vederlo la prima volta ed è stato bello rivederlo. Scommetto resterà sempre bello anche a rivederlo e rivederlo e rivederlo.

lunedì 24 dicembre 2012

Denti bianchi

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Era la quarta visita alla soffitta che faceva in altrettanti giorni per trasferire nel nuovo appartamento le cianfrusaglie rimastegli dal suo matrimonio, e l’aspirapolvere era stato uno degli ultimi oggetti che aveva preteso… era una delle cose più rotte, delle cose più brutte, le cose che si chiedono per pura testardaggine perché si è perso la casa. Questo è il divorzio: portar via la roba che non si vuole più a gente che non si ama più.

Ma morire non è facile. E il suicidio non può essere inserito in un elenco di Cose da Fare, fra la pulizia dei fornelli e il pezzetto di legno da mettere sotto la gamba del divano per pareggiarla. È la decisione non del fare , ma del disfare. Un bacio buttato all’oblio. Qualunque cosa si dica, il suicidio richiede fegato. È per gli eroi e i martiri, per gli uomini realmente vanagloriosi.

In genere, le donne non riescono a farlo, ma gli uomini conservano l’antica capacità di abbandonare la famiglia e il passato. Semplicemente, si sganciano, come se si stessero levando una barba finta, e rientrano con discrezione nella società, individui completamente cambiati. Irriconoscibili.

Clara indossava la propria sensualità con la disinvoltura di una donna più vecchi, e non (così era con la maggior parte delle ragazze che Archie aveva conosciuto in passato) come una borsetta ingombrante che non si sapeva reggere, dove attaccare o quando mettere giù.

Vai a casa e riposati un po’. La mattina il mondo è nuovo, tutte le vote. Amico… la vita non è facile.

Liberarsi di una fede è come bollire acqua di mare per recuperare il sale… si guadagna qualcosa, ma si perder qualcosa.

Era carina, non carina come aveva sperato ma neanche brutta come aveva temuto.

Io non posso continuare a preoccuparmi e preoccuparmi per la “verità”. Devo preoccuparmi solo della verità con cui si riesce a convivere. Ed è questa la differenza fra il diventare pazzi ingollando acqua salata del mare e il vere quella del ruscello.

“Capisci, bambina? So che capisci.”
E ciò che realmente intendeva era: Parliamo la stessa lingua? Proveniamo dallo stesso luogo? Siamo uguali?

La scienza gli aveva insegnato che il passato era dove si facevano le cose attraverso un vetro, a tentoni, mentre il futuro era sempre più brillante, un luogo dove si facevano le cose nel modo giusto, o quantomeno più giusto.

Erano entrambi inconsapevoli dello sconvolgimento che provocavano in Irie, o nell’ambiente più allargato, delle strane onde sismiche che la loro amicizia scatenava in tutti gli altri.

Se in quel momento qualcuno le avesse chiesto che cos’era il ricordo, qual era la più pura definizione di ricordo, lei avrebbe risposto: la strada sulla quale si è inciampato la prima volta in un mucchio di foglie morte.

Che strano, il mondo moderno. Nelle toilette si sentono ragazze che dicono: “Si, mi ha scopata e poi se n’è andato. Non mi amava. Era completamente incapace di amare. Era troppo incasinato per sapermi amare”. Ora, com’è accaduto? Che cosa, in questo secolo così poco amabile, ci ha convinti che malgrado tutto siamo da amare come persone, come specie? Chi ci ha portato a pensare che chiunque non ci ami sia in qualche modo danneggiato, mancante di qualcosa, malfunzionante? […] siamo così convinti della bontà di noi stessi, e della bontà del nostro amore, che non sopportiamo di credere che possa esistere qualcosa di più degno d’amore di noi, di più degno d’adorazione.

“Mi sembra” disse alla fine Magid, mentre la luna diventava più chiara del sole “ che hai tentato di amare un uomo come se fosse un’isola e tu un relitto di nave e potessi contrassegnare la terra con una X. Mi sembra che sia troppo tardi, per questo.”
Poi le posò sulla fronte un bacio che sembrò un battesimo, e lei pianse come una bambina.

Archie dice scienza allo stesso modo in cui dice moderno, come se qualcuno gli avesse prestato le parole e gli avesse fatto giurare di non romperle.

Se nessuno dei due imperativi può essere ignorato, allora bisogna sceglierne uno, come sostiene lei, e chiuderla qui. Dopotutto, è l’uomo a fare se stesso. Ed è responsabile del risultato.

La fine è solo il principio di una storia più lunga.

Raccontare queste storie assurde e altre simili significherebbe diffondere il mito, l’idea fallace, che il passato è sempre remoto e il futuro, prossimo. E come ben sa Archie, non è così. Non è mai stato così.

Zadie Smith

venerdì 21 dicembre 2012

I will wait

Well I came home
Like a stone
And I fell heavy into your arms
These days of dust
Wish we’ve known
Will blow away with this new sun
But I’ll kneel down wait for now
And I’ll kneel down
Know my ground
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
So break my step
And relent
Well you forgave and I won’t forget
Know what we’ve seen
And him with less
Now in some way shake the excess
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
Now I’ll be bold
As well as strong
And use my head alongside my heart
So tame my flesh
And fix my eyes
I tethered mind freed from the lies
And I’ll kneel down
Wait for now
I’ll kneel down
Know my ground
Raise my hands
Paint my spirit gold
And bow my head
Feel my heart slow
Cause I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you

Performed by Mumford & Sons

giovedì 20 dicembre 2012

Quanti animali

Quanti animali sparsi per casa continuano a parlare mentre dormiamo? A volte basta svegliarsi la notte per sentire un battito d'ali volare dal comodino all'armadio.

mercoledì 19 dicembre 2012

Che aspettarsi quando si aspetta

La scelta di film disponibili su un volo intercontinentale targato Alitalia mi ha, devo ammettere, davvero stupito, almeno in quantità. Erano tante le pellicole che si poteva decidere di vedere, e alcune davvero molto recenti se si considera il fatto che tra i primi della lista spiccava pure il nuovissimo Scott di Prometheus. Purtroppo la maggior parte di questi film li avevo già visti a casa o al cinema e nonostante la voglia di rivedere alcuni di essi fosse grande, mi sono obbligato a scegliere una personale prima visione. Scartati a priori i film di fantascienza, che in uno schermo ipermegaridotto come quelli incassati nello schienale del sedile davanti al mio rischiavano di perdere gran parte del fascino visivo (Prometheus su tutti), mi sono fiondato alla sezione commedie e mi sono imbattuto in questo Che cosa aspettarsi quando si aspetta, nel mio caso: aspettare di atterrare.
Il film è un film a episodi, montati in alternanza quanto vi pare ma pur sempre a episodi, che non si intrecciano minimamente se non per dei brevi flebili e forzati momenti. Questo comporta magari la possibilità di sviscerare tutti i possibili aspetti di un tema, in questa caso l’attesa suggerita dal titolo della nascita di un figlio, ma è anche vero che in egual misura non ci si addentra in modo approfondito in nessuno di questi aspetti, bensì li si sorvola superficialmente.
Il risultato è una commedia che dovrebbe fare ridere ma che invece a stento riesce a far sorridere. Il cast è ricco ma ognuno pare aver firmato per il minimo sindacale e non c’è nessuno che spicca se non forse Anna Kendrick che appare fuori luogo anche per motivi anagrafici.
Un film da aereo che doveva farti volare un po’ dell’eternità di ore durante le quali eri costretto a sedere in attesa di arrivare e che invece sembrava allungare ancora di più il viaggio. L’unico pregio è che mi ha fatto capire che non mi piacciono i film a episodi.

martedì 18 dicembre 2012

Vuoto totale. David Foster Wallace e internet

Lo scorso settembre Bret Easton Ellis ha definito più che pubblicamente – via Twitter – David Foster Wallace un impostore, marcando il proprio territorio in 140 caratteri. Come spesso capita, la notizia ha rimbalzato a destra e a sinistra per qualche giorno, poi si è affievolita in favore di una nuova micro-opinione che, magari, consentisse la replica della persona tirata in ballo. Il compianto Wallace è morto suicida nel 2008.
Molti si sono chiesti cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo nel momento in cui Ellis decideva di sguainare la sua spada cinguettante – posto che David non avesse ancora dimostrato di essere il genio che viene considerato e che Bret non avesse trovato il modo di apprezzarlo. La risposta è semplice: assolutamente niente.
Il rapporto di Wallace con il web non ha mai trovato la strada verso i suoi scritti pubblicati, ma la sua opinione in merito è trapelata in un paio di occasioni pubbliche. Nel 1998 si fece mandare in visione alcuni film per adulti candidati a un premio internazionale. Il pacco arrivò in forma anonima alla sua abitazione di Bloomington. Niente intestazione, niente dettagli sulla bolla di spedizione, nessun logo compromettente sulla confezione. Questo, non molto tempo dopo, gli diede spunto per riflettere su quanto nell’era di internet – allora così vicina all’esplosione globale –  questi accorgimenti fossero destinati a scomparire. Nel giro di pochi anni il porno si sarebbe imposto a chiunque avesse un accesso al web, non ci sarebbe più stato motivo di nasconderlo dietro l’ingresso a perline di una sezione speciale della videoteca, perché sarebbe stato non solo a disposizione, ma in arrogante prima fila assieme a centinaia di altri prodotti. Immagini invitanti e ammiccanti, occasioni irrinunciabili, offerte imperdibili. La vita privata di chiunque sulla piazza del pubblico dominio: la peggiore paura del granchio Wallace.
All’uscita di Infinite Jest, alcuni dei critici più perspicaci – o avanguardisti – si lanciarono in varie interpretazioni sulla lettura del tomo. Sven Birkerts sull’Atlantic fornì il suo punto di vista, individuando nel corto feticcio così coinvolgente da uccidere chiunque lo guardi, che fa da trait d’union alle varie vicende contenute nel romanzo, “una risposta allegorica a una sensibilità culturale alterata [da internet]”, probabilmente a voler giustificare in parte la scelta retrograda di utilizzare una videocassetta come frutto proibito di una storia ambientata in un futuro prossimo e possibile. Wallace dissentì: “È semplicemente il fatto di essere vivi, non occorre passare la vita su internet per sentirsi così.” La verità è che era terrorizzato dal web, quanto Ray Bradbury era terrorizzato dalle innovazioni tecnologiche. Il primo si vantava di non essere mai stato online, quanto il secondo di non aver mai messo piede su un aereo, ma entrambi si rendevano conto molto chiaramente di ciò con cui avevano a che fare. L’alienazione della persona attraverso la sua immagine virtuale era quello che per Ray erano i robot. La disfatta del genere umano.
Difficile immaginarlo impegnato in una sfida all’ultimo post sui social network, però qualcosa di scritto lo ha lasciato.
Wickedness è il titolo degli appunti per un racconto o un romanzo – chi può dirlo ormai? – tratti dai taccuini che fanno da corollario al Re pallido, e che D.T. Max ha recentemente esplorato in lungo e in largo per il New Yorker. La storia è la testimonianza di una preoccupazione, l’embrione di una critica sociale, ma anche la prova della curiosità di David nei confronti del mezzo internet.
Skyles è un reporter scandalistico, che cerca di dare sfogo ad alcune sue frustrazioni personali fotografando l’ex presidente Reagan nella casa di cura per malati terminali dove alloggia, afflitto dal morbo di Alzheimer. Anche Skyles è malato, ha un tumore alla bocca di pirandelliano respiro, e il reportage su Reagan, pubblicato online dal tabloid wicked.com, potrebbe essere il suo canto del cigno. Quello che in Jest era il video, alienante e invasivo, qui è il web. La grande vetrina in cui esporre e su cui scaricare tutte le proprie debolezze a discapito di quelle altrui. Un mezzo ancora più capillare, ancora più spudorato, una continua mostra di atrocità, capace di trasformare gli esseri umani in zombi senza senso della decenza e dell’autocontrollo. I robot che prendono il sopravvento.
La questione della crescente invasività dei media è sempre stato uno degli argomenti preferiti e temuti da Wallace. In Wickedness – chiamato anche Wickeder – i tabloid, i giornali scandalistici, la televisione, pur restando deprecabili nella sua visione, giocano la parte dei buoni. Il web è in grado di superarli di parecchie misure sul loro stesso campo, di trasformare la loro arroganza in un’ingenua sconvenienza. Sembra delinearsi il nuovo mostro. La differenza sta nel fatto che se i primi, pur razzolando nelle bassezze più gravi, lo fanno legalmente, il secondo se ne frega del regolamento. “Malgrado i sogni di globalità e informazione libera, [internet] è e resta il muro dei cessi della psiche americana” scrive accanto ai nomi vagamente inquietanti di siti inventati. Latrine.com, 10footpoll.com e filth.com, che non si fanno alcuno scrupolo a pubblicare servizi umilianti sulle celebrità pur di alimentare la fogna a cielo aperto del web. Chiunque può scatenare se stesso nella caccia alla celebrità, chiunque può scagliarsi contro chiunque in una sorta di orgia cannibale informatica in cui non esistono limiti di decenza o rispetto per gli altri. Se la televisione può essere spenta, i giornali posso essere ignorati, il web si insinua ovunque travestendosi da qualcosa non solo di utile, ma di necessario.
La storia di Skyles si arresta bruscamente dopo circa quattromila parole scritte a mano, mentre il protagonista, travestito da manutentore, si aggira per la casa di cura con una macchina fotografica nascosta sotto la tuta. Anche la figura di Skyles sembra voler richiamare la sporcizia e l’ambiguità del mezzo messo alla berlina. È sfigurato dal tumore e porta una maschera che gli nasconde mezza faccia. È grottesco, impacciato e viscido. Un antieroe che incarna l’idea del suo creatore. Non sapremo mai se riuscirà a portare a compimento la sua missione, né cosa Wallace avesse intenzione di fare delle proprie idee, così come non sapremo mai come avrebbe risposto alle accuse di Bret Easton Ellis.
A margine dell’incompiuto Wickedness c’è una nota che dice “Blankness is ok”, il vuoto totale va bene. E il vuoto ha vinto, dopotutto.

di Giulio D'Antona

Trovato su Minima & Moralia

lunedì 17 dicembre 2012

La figlia dell'altra

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La telefonata è emozionante, stuzzicante come un primo appuntamento, come l’inizio di qualcosa. C’è un impeto di curiosità, il desiderio di sapere tutto subito. Com’è la tua vita, come iniziano e come finiscono le tue giornate? Che cosa fai per divertirti? Perché sei venuta a cercarmi? Che cosa vuoi?

La mancanza di purezza mi è diventata chiara: non sono la figlia di mia madre adottiva ma non sono neanche la figlia di Ellen. Sono un amalgama. Sarò sempre una cosa appiccicata insieme, qualcosa di leggermente rotto. È uno stato da cui non posso riprendermi ma che posso solo accettare, con cui devo convivere, con compassione.

È più facile guardare qualcuno in foto che nella vita vera: non si prova nessun imbarazzo a guardarlo negli occhi, nessun timore di essere colti a fissarlo.

“E che cosa facevate per divertirvi?” gli domando, e lui semplicemente mi guarda. La risposta è evidente. Sesso. La loro relazione non era che sesso, almeno per lui. Io sono il prodotto di una vita sessuale, non di una relazione.

Essere adottata significa essere adattata, essere amputata e poi ricucita. Che ti ripigli o no, la cicatrice resterà sempre.

Anche se mi fa piacere sapere che non sono mai stata dimenticata, è ancora più strano che non vengo mai capita.

Persino quelli che sembrano onesti, o forse addirittura eroici, in realtà non lo sono; invece sono umani, profondamente imperfetti.

Nel corridoio fuori dall’Oyster Bar lei indossa una vaporosa pelliccia bianca, una camicetta di seta stampata e un paio di pantaloni, ha i capelli raccolti sulla testa in una specie di chignon post anni cinquanta. Sembra uscita da un altro decennio: una donna che crede nel glamour, che per tirarsi su di morale ascolta Burt Bacharach e Dinah Shore. Ho il sospetto che fosse così che si vestiva quando di vedeva con mio padre – probabilmente anche allora negli alberghi – adesso però ha cinquantacinque anni e il tempo le ha portato via molto.

È lui il bambino che usciva con Norman ed Ellen. È lui l’unico testimone di tutta questa storia. aveva dieci anni quando è successo il patatrac. È convinto che abbiamo qualcosa in comune – il fatto che condividiamo il segreto di nostro padre – se non fosse che io il segreto non lo condivido, io sono il segreto.

Le propongo di scriverci, ma basta telefonate.
“E se vado dal medico e mi dice che mi restano ventiquattr’ore da vivere, devo chiamarti?” chiede.
“Aspettane venticinque, poi telefonami.”

Si tende a idealizzare le persona che non ci sono più.

Sono passati sette anni ed è ancora tutto vivido come quando è accaduto. A quanto pare funzionano così i traumi: non cambiano, non si addolciscono, non si attenuano, non mutano in qualcosa di meno tagliente né di meno pericoloso.

È nella natura umana fuggire il pericolo; ma perché dovevo essere così umana?

Provo a ricordarmi che il tentativo di rispondere alla domanda Chi sono io? non è una prerogativa degli adottati.

Da bambini siamo tutti creduloni per natura. Non ci viene in mente che potremmo dubitare della storia di famiglia; la accettiamo come un dato di fatto, senza riconoscere che è una storia appunto, un’opera di fantasia, stratificata e frutto di una collaborazione.

Penso a denunciare mio padre per dimostrare che è mio padre, e già solo dirlo – denunciare mio padre per dimostrare che è mio padre – ha la stessa eco surreale di quando mia madre mi ha detto che mia madre era morta. Denunciare mio padre.

A. M. Homes

venerdì 14 dicembre 2012

Anni luce

Inventa un tempo in cui ci siamo io e te.
Potremmo dire le parole che vorrai.

Avrei dovuto fermare gli anni miei,avrei potuto farlo prima che immacolati saremmo andati via.
Lontano anni luce.
Illuminati da tutti i fulmini,del cielo che vorrai per noi.

Latte giovane,coperto dalla panna.
La tua bocca inganna,ma nella mia verità avrei dovuto guardare agli anni tuoi.
Ci avrei trovato dubbi,quelli miei.
Immacolati saremmo andati via. Lontano anni luce.
Illuminati da tutti i fulmini,del cielo che vorrai per noi...immacolati saremmo andati via,lontano anni luce.
Addormentati tra le nuvole,del cielo che vorrai per noi.

Ora inventa un tempo in cui ci siamo io e te.
Ti rendi conto che sarà bellissimo,per Noi.

Performed by Umberto Maria Giardini

giovedì 13 dicembre 2012

Fredde giornate d'inverno

Fredde giornate d’inverno. La pioggia fitta e rumorosa fuori. Il cielo grigio in sfumature di brutti libri. Pagine diverse, pagine belle, sfogliate a ritmo regolare. Lapis per terra. Parole sottolineate. Tisane calde a fumare dentro tazze divertenti. Divano grande. I nostri piedi ghiacciati sotto il plaid a cercare di baciarsi.

mercoledì 12 dicembre 2012

21 Jump Street

Nessun tipo di preparazione (mentale e di aspettative) può veramente prepararvi ad affrontare la visione di questo 21 Jump Street. Forse sono io che negli anni ottanta mi sono completamente perso il telefilm da cui è tratto e per questo non riesco a inquadrare del tutto il tono del film, ma la pellicola in questione, diretta da un anonimo Chris Miller, ti lascia con quella strana sensazione di incertezza: è piaciuta o no? Difficile darsi una risposta, perché in qualsiasi caso dovresti uscire allo scoperto nei confronti di te stesso. Oltre ovviamente alla classica storia americana del tutto finisce bene, il film è ricco di gag abbastanza divertenti che però non ti fanno proprio esplodere dalle risate. Rimane quindi in quel territorio di mezzo nel quale non si capisce bene a quale genere appartenga. Da una parte c’è il nuovo idolo del pubblico femminile, ovvero Channing  Magic Mike Tatum che pare essere stato inserito solo per richiamare appunto il suo pubblico, mentre dall’altro c’è il buon simpatico Jonah Hill, che magari non farà magie ma si lascia guardare e apprezzare. Il resto del cast si presta benissimo al classico gioco del “dove l’ho visto prima?”.
Un film adatto a una serata scazzona da passare in compagnia davanti alla tv, ma sappiate che se vi aspettate un film poliziesco vi ritroverete davanti un film comico, se invece vi aspettate un film comico vi ritroverete davanti un film poliziesco. Diciamo che è una commedia poliziesca declinata all’umorismo. Decidete poi voi.

martedì 11 dicembre 2012

Fantascienza e critica tv: i punti deboli di Wallace

Nell’aprile del 1992, racconta il suo biografo D.T. Max, David Foster Wallace venne invitato dall’amico Jonathan Franzen a tenere una conferenza nel college dove insegnava. Wallace — che stava lavorando con fatica a quello che sarebbe diventato Infinite Jest — si presentò in aula e prima di cominciare a parlare scrisse un lungo elenco di vocaboli sulla lavagna, con a fianco il loro significato. Era un’altra versione delle maniacali note a pié pagina che l’avrebbero reso famoso. L’ennesimo tic del ragazzo che si definiva «un nazista della grammatica», lo scrittore che aveva capito ancora prima di completare il suo capolavoro che l’unica possibilità di descrivere il mondo come lo vedeva lui, in tutta la sua infinita complessità, era fare del linguaggio un uso ai limiti dell’umano — maneggiare la lingua inglese come Roger Federer fa con la racchetta da tennis.
È un omaggio appropriato, dunque, che i 15 capitoli di Both Flesh And Not — raccolta di recensioni e articoli giornalistici diWallace che è stata appena pubblicata negli Stati Uniti da Little, Brown & C. — siano divisi da un agile prontuario di parole inconsuete (da «abattoir», mattatoio, a «ylang-ylang», olio asiatico usato nella confezione di alcuni profumi) trovato nel suo computer. Il volume pubblicato dalla casa editrice che, meritoriamente, non si spaventò davanti a Infinite Jest («sfilato» alla Norton in quel 1992) si apre con uno dei pezzi più famosi dell’opera diWallace, il profilo del tennista Roger Federer uscito per la prima volta sul «New York Times» nel 2006 (in Italia due anni fa con il titolo Roger Federer come esperienza religiosa da Casagrande e in settembre da Einaudi nella raccolta Il tennis come esperienza religiosa). È il capitolo più famoso del libro perché Wallace applica al suo sport preferito e al suo campione preferito gli strumenti — mostruosi — di analisi che gli fanno descrivere Federer come «mai di fretta, o sbilanciato. La pallina in avvicinamento resta sospesa in aria, per lui, una frazione di secondo in più di quel che dovrebbe. I suoi movimenti sono leggeri più che atletici. Come Alì, Jordan, Maradona e Gretzky, sembra essere allo stesso tempo più e meno corporeo degli avversari. Particolarmente nella divisa tutta bianca che Wimbledon si diverte tuttora a richiedere agli atleti, appare come quello che (penso) potrebbe davvero essere: una creatura il cui corpo è fatto di carne e, allo stesso tempo, in qualche modo, di luce».
È uno degli articoli più famosi della storia del giornalismo sportivo, la vetrina — anche per chi non abbiamai letto una riga della sua narrativa — di un talento abbagliante: e, se come ha detto di recente Franzen in un’intervista con «La Stampa», non bisogna cedere alla tentazione di trasformare Wallace dopo il suicidio del settembre 2008 in un Kurt Cobain con l’aureola, è giusto che non tutti gli altri 14 capitoli della raccolta siano all’altezza della sua bravura. Ci sono delle pepite d’oro: come l’analisi di uno dei suoi romanzi preferiti, Wittgenstein’s Mistress di David Markson (capolavoro bizzarramente non pubblicato in Italia) o la recensione della biografia di Borges scritta dal professor Williamson nella quale Wallace colpisce e affonda la tendenza dei biografi di andare a caccia di indizi nelle opere dei grandi scrittori come cani da tartufo: i racconti di Borges, scrive Wallace, «trascendono completamente i motivi che hanno spinto l’autore a scriverli. Al punto che i fatti biografici diventano, nel senso più profondo e letterale, irrilevanti».
Wallace, ex ragazzino prodigio, filosofo, divoratore di classici, ossessionato dalla grammatica e dall’etimologia delle parole, era un consumatore senza complessi di musica pop e cinema hollywoodiano. Purtroppo però quando scrive di tv o di kolossal di fantascienza (Terminator 2) i risultati sono normali, cioè largamente al di sotto del suo talento, come dimostrano alcuni capitoli di Both Flesh And Not. Più complicato il caso di un articolo del 1996, Back In New Fire: era stato scartato in passato su consiglio del suo editor, e mai incluso nelle due raccolte di giornalismo pubblicate in vita da Wallace. Qui sostiene pericolosamente — previa rassicurazione che, ovviamente, l’epidemia di Aids resta una tragedia — il paradosso che il pericolo mortale del Hiv abbia restituito significato al sesso: che dalla rivoluzione anni Sessanta fino all’esplosione dell’epidemia negli anni Ottanta era stato, per la prima volta nella storia, un’attività del tutto priva di rischio. La tesi, così paradossale, è però anche debole, e poco conta che ora via social media Bret Easton Ellis attacchi Wallace proprio per questo articolo: il tiro a segno su coloro che non possono rispondere è un classico di Twitter. Conta poco perché non c’è bisogno di trasformare il genio con la bandana nel Cobain con l’aureola: basta leggere la sua prosa, fatta di carne e anche di tanta luce.

di Matteo Persivale

Trovato sul Corriere della Sera 

lunedì 10 dicembre 2012

Gesti indelebili

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In breve tempo Amanda era riuscita a trascinarlo lontano dall’immagine dell’uomo che lui pensava di voler essere.

Faceva sempre così: si insinuava tra la sua paura e al sua parte migliore proponendogli cose a cui era difficile resistere.

Il ricordo di quel momento, di averla vista così, gli spinse parte del sangue verso sud, lo fece immergere a sondare le sue profondità.  Anche se più che piacergli, era qualcosa che non riusciva a smettere di aver voglia di rifare. C’erano molte cose che non riusciva a smettere di aver voglia di rifare.

Quando andava a letto presto era solo per il desiderio di stare solo con se stesso, solo quello.

La realtà è che è finita male. Malissimo. All’inizio ridevamo della gente che non conoscevamo e poi, visto che eravamo così felici e a nostro agio, abbiamo cominciato a ridere l’un dell’altra e abbiamo visto che eravamo in mani sicure, perché non facevamo sul serio. Ma poi una frecciatina tira l’altra, una ferita tira l’altra e allora finivamo per chiederci scusa e ci scambiavamo gesti di tenerezza, ma era quel genere di tenerezza che senti solo quando ti sei fatto male. Non lo facevamo apposta: nessuno voleva veramente attaccare, ci stavamo solo difendendo.
Ma non siamo riusciti a fermarci. E quindi ora è questo che siamo : uno specchio che riflette una brutta immagine dell’altro. Non qualcosa di più bello, non qualcosa di più delicato, non qualcosa che ha a che fare con l’amore.

Prima di cominciare aveva avuto paura, ma la paura dura poco, poi passa, diventa qualcos’altro: stavolta era esplosa per fare posto al nulla, un bagliore bianco, caldo, una meravigliosa fonte di tranquillità. E infatti era così felice che quella giornata lo stava lasciando senza fiato.

La signora Dickson non era bella e per questo Ronald si sforzava al massimo di essere gentile con lei, perché la gente brutta è sempre triste e questa era una cosa orribile.

Il fatto di restare gli metteva un po’ d’ansia, un’ansia che premeva ai bordi della felicità, cercava di farsi largo, ma se Ronald si concentrava diventava meno forte, scompariva.

È difficile comprare cose da mangiare quando non si ha appetito.

Ci vorrebbe tanto poco per rendere più facile la vita del prossimo: cortesia, gentilezza, scampoli di redenzione, magari anche una volta al mese.

Gli aveva sussurrato: “Hai presente quelli come noi? La gente come noi? Siamo comi i cavalli. È così. Siamo sensibili al tatto. Se uno ci tocca, se uno ci picchia, addirittura, noi ci avviciniamo ancora di più per sentire meglio il contatto. Ci piace toccare ed essere toccati. Non saremmo quelli che siamo, senza.” Tom non capì bene cosa volesse dire Barker, ma da allora aveva imparato. Ed era vero. Era sensibile al tatto. Non era lui, senza.

Quando lui non c’è la forma dei suoi desideri più recenti spicca visibilmente sul mio corpo.

Chiunque riesce a concentrarsi, a rimanere vigile per quattro giorni e tre notti quando ha la costante compagnia di un corpo del quale ha imparato a fare senza. Non riesco mai a saziarmi delle cose che so che presto mi mancheranno.

E ricordo perfettamente, con chiarezza assoluta, il momento in cui il dolore della sua presenza superò di gran lunga quello del fatto che lui doveva lasciarmi.

Ora a volte June si svegliava e sentiva la sua lingua in bocca, le sembrava di stringergli la testa con una tenerezza che in realtà fra di loro non c’era mai stata. Non si trattava di un ricordo: era più che altro una presa in giro.

Certo che si stava divertendo, e forse anche tanto. Non aveva motivo di dubitarne: lui era Freddie Williamson, figlio di Freddie Williamson, che a sua volta era figlio di un altro accidenti di Freddie Williamnson, parte di una stirpe infinita di omonimi disperatamente privi di fantasia. Era facile immaginare il clan al completo, nelle sere d’inverno, che leggeva ad alta voce la lista degli antenati elencata nella bibbia di famiglia come un unico lungo, triste balbettio battesimale.

Un viso così amareggiato ha bisogno di un po’ di dolcezza.

Danny si chiese dov’era: dov’era lui davvero. Qual era la parte del corpo in cui sentiva di trovarsi realmente.
Sono cose che si sanno, solo uno non si sofferma mai a pensarci. Ma se lo domandi a qualcuno, la risposta è sempre: “Io sono quassù, più o meno da queste parti”. Sei rinchiuso in una specie di piccola capsula dietro gli occhi, sempre affaccendato e sempre rivolto nella direzione dello sguardo. Più tranquillo quando gli occhi sono chiusi, ma sempre e comunque lì dentro, stipato e curvo, in un posto indefinibile dietro i seni nasali e sopra il palato: un inquilino invisibile.
Riesci a provare sensazioni con tutto il corpo, sei cosciente che appartiene a te e solo a te, ma tu, o meglio il luogo in cui tu ti trovi, non si estende fino agli arti, svanisce prima. Forse percepisci una forma di attenzione nelle mani, nel pene, ma il vero luogo in cui i trovi è nella testa, è quello il posto dove vivi.

Alla gente non si dovrebbe dire nulla: soprattutto nulla dell’amore.

Siamo gli unici veri amici che abbiamo e come coppia siamo una fonte di continua delusione reciproca, e spesso veniamo presi da questi brevi, tristi pause di riflessione. Dopo le quali ci abbracciamo e ci prendiamo un po’ per mano perché ci facciamo pena a vicenda, ma la compassione non è la stessa cosa dell’amore.

E sembra quasi impossibile che tanta attenzione possa essere risucchiata dalla curva delle spalle di una persona, dalla sua testa vista dall’alto, il rumore dei suoi passi, il sole di marzo che entra da una finestra sporca e sposta a sud e indugia sui suoi capelli, esaltandone la forma e la luminosità.

Io mi sono leccato le labbra – Elizabeth ha il mio sapore, lo stesso – e lei mi si è avvicinata, per vedere la sera che inizia dietro il vetro delle finestre.

E io ho passato abbastanza tempo lì dentro per pensare che, se lei non amava suo marito e aveva cominciato questa storia con me che però non voleva portare fino in fondo, forse io avevo aperto una porta per lei ma a entrarci dentro era stata tutta un’altra persona.

Questo è l’amore. Questo sentimento terribile. La consapevolezza che preferirei vederla piuttosto che essere contento. Anche quello che siamo, per poco che sia, è quasi abbastanza. Questo è l’amore.

A. L. Kennedy

venerdì 7 dicembre 2012

Bones of birds

Time is my friend,
Till it ain't, and runs out

And, that is all, that I have,
Till it's gone

Tried to build on bones of birds,
Singing in the cold and fall to earth

Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive, probably...

Maybe.

Tried to look out,
Through a hole in the vague

Circle above, looking down,
Bird of prey

Tried to build on bones of birds,
Singing in the cold and fall to earth
[ Lyrics from: http://www.lyricsty.com/soundgarden-bones-of-birds-lyrics.html ]
Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive! Too weak to survive!
Too weak to survive!

Probably... maybe.

Tried to build on bones of birds,
Singing in the cold and fall to earth

Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive! Probably...

Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive! Too weak to survive!

Too weak to survive!

Maybe.

Performed by Soundgarden

giovedì 6 dicembre 2012

Ci siamo conosciuti

Ci siamo conosciuti quando le giornate erano eterne, il sole non tramontava mai, era sempre mattino o pomeriggio, e noi impazzavamo ad andare di qua e di là, sempre con il fiatone, sempre caldo. Adesso ogni giorno è corto, c’è poco tempo tra mattino presto e sera tardi. Caliamo i ritmi, riposiamoci. Stasera andiamo a letto presto.

mercoledì 5 dicembre 2012

Marylin

My week with Marylin, ovvero la mia settimana con Marylin, titolo originale più appropriato rispetto a quello amputato con cui è stato distribuito il film in Italia. La pellicola racconta la storia di un giovane (giovanissimo) aiuto regista alle prese con la produzione del film Il principe e la ballerina al quale partecipò appunto la bella Monroe. Durante le riprese l’inesperto Colin Clark avrà a che fare con l’attrice americana, trasportata in terra inglese, e con il regista Laurence Olivier, dapprima infatuato (come un po’ tutti) di Marylin per finire poi esasperato per gli atteggiamenti di quest’ultima, cercando di fare da tramite tra i due, prima di finire intrappolato nella rete sensuale del sex symbol per eccellenza. Ne viene fuori un ritratto piuttosto cupo della protagonista di A qualcuno piace caldo, come ormai sembra essere di moda: viene accennata la dipendenza alle droghe, alludendo qui a delle fantomatiche pasticche per farla dormire, per farla svegliare, per farla e basta; ma soprattutto accerchiata da personaggi che la accudiscono e che la vogliono in qualche modo dirigere, non tanto sul set quanto nella vita vera.
Il regista Simon Curtis, che fino a qui non è certo passato alla storia, ha a disposizione un buon cast, sormontato da una Michelle Williams fantastica nel calarsi nei panni di Marylin, un Kenneth Branagh che però sembra riuscire solo a fare versetti e da un pezzo a questa parte a caricaturare fin troppo i suoi personaggi, un Judi Dench che si offre alla causa come diva di altri tempi, e una Hermione Granger trasportata indietro nel tempo, nonché il playboy Howard Stark del film su Capitan America.
Un film dilatato, quanto le pause di Marylin, composto dai suoi sorrisi e dalle sue pazzie. Uno spaccato della sua vita che forse pecca un po’ nella presunzione di voler infilare tutta la Monroe all’interno di soli sette giorni, nel bene e nel male. Come voler infilare l’oceano in una bottiglia. È anche vero che l’oceano, così come la bellezza di Marylin e il suo complicato animo, non potrà mai essere racchiuso dentro un film.

martedì 4 dicembre 2012

Non mi chiamo Ted

Lui non aveva difficoltà a parlare in pubblico. Lo aveva fatto già altre volte quando lavorava per una grossa multinazionale. All’epoca si era trovato a condurre interminabili riunioni con alti dirigenti, a volte anche con ricchissimi investitori stranieri. Aveva parlato in italiano, inglese, e in un paio di occasioni pure in un traballante tedesco scolastico, illustrando progetti altamente complessi di cui era stato nominato coordinatore. Non aveva mai avuto nessun tipo di problema. Tutto era sempre filato liscio senza intoppi. Neppure il tanto temuto (dai suoi colleghi) spazio per le domande e i chiarimenti a fine presentazione, durante il quale uno qualsiasi dei suoi ascoltatori, pure il tizio cinese seduto in un angolo che una volta aveva assistito alla sua esposizione impeccabile senza apparentemente sbattere mai le palpebre, poteva alzare la mano e chiedere delucidazioni particolari su determinati punti risultati magari un po’ ostici. Non era mai stato messo in difficoltà. Aveva sempre mantenuto le redini della situazione ben strette in mano, senza sbandare nelle risposte, con voce calma, sicura, non balbettante. Era stato ogni volta padrone dell’argomento, conoscendolo alla perfezione in tutte le diramazioni possibili lungo le quali le domande potevano addentrarsi. Non c’era modo che lui potesse bloccarsi anche solo per una manciata di secondi, con la faccia sospesa in un’espressione di pausa, chiara maschera indossata per nascondere la ricerca di una scusa o di un po’ di fumo dietro il quale nascondersi, un diversivo per uscire dall’impaccio, e riprendere a parlare poi con frasi incerte, a metà strada tra un profondo tecnicismo e un insipido senso dell’umorismo. No. Lui ascoltava con attenzione ogni tipo di quesito, sia il più stupido che il più complesso, senza mai accennare alcuna reazione facciale. Guardava negli occhi la persona alzatasi per prendere la parola, senza tradire insicurezza o paura. Appena questa finiva di formulare la propria domanda, quando metteva il punto interrogativo alla fine della sua richiesta e tornava a sedersi al suo posto, lui iniziava subito a risponderle, cercando di essere il più chiaro possibile. Non aveva bisogno di tempo per costruirsi una risposta. La risposta gli nasceva in testa già mentre ascoltava la domanda. In un certo senso si poteva dire fosse la domanda a entrare dentro di lui attraverso le orecchie e andarsi a cercare da sola la propria risposta.

lunedì 3 dicembre 2012

Novembre 2012

"Di solito si detesta chi ci somiglia e i nostri stessi difetti, se li osserviamo negli altri, ci esasperano."

Marcel Proust

venerdì 30 novembre 2012

There Is A Light That Never Goes Out

Take me out tonight
Where there's music and there's people
And they're young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
Anymore

Take me out tonight
Because I want to see people and I
Want to see life
Driving in your car
Oh, please don't drop me home
Because it's not my home, it's their
Home, and I'm welcome no more

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine

Take me out tonight
Take me anywhere, I don't care
I don't care, I don't care
And in the darkened underpass
I thought Oh God, my chance has come at last
(But then a strange fear gripped me and I
Just couldn't ask)

Take me out tonight
Oh, take me anywhere, I don't care
I don't care, I don't care
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one, da ...
Oh, I haven't got one

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure - the privilege is mine

Oh, There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out

Performed by The Smiths

giovedì 29 novembre 2012

Quando l'aereo parte

Quando l’aereo parte fa un rumore tipo: bruuummm. Le ruote che prendono velocità appoggiandosi con tutto il peso sull’asfalto della pista. Sembra il suono del mio cuore al solo pensarci, dici. Sembra il rumore di un uomo che russa, dico.

mercoledì 28 novembre 2012

Il pescatore di sogni

Il pescatore di sogni soffre un po’ di quello che potrebbe anche essere il suo punto di forza, ovvero raccontare una cosa folle quale in questo caso dare la possibilità agli abitanti dello Yemen di fare la pesca al salmone, e non pagando un biglietto aereo a tutti gli abitanti dello Yemen per spostarsi, che ne so, in Inghilterra (cosa che forse potrebbe essere pure più economica), quanto piuttosto ricreando l’habitat naturale dei salmoni nel territorio arabo e trasportarne una quantità esagerata per “impiantare” la specie. Su questa trovata si basa tutta la pellicola, sogno di un facoltoso sceicco che guarda al di là di ciò che l’impresa è materialmente, ed è grazie a questo che i personaggi (diversissimi) di Ewan McGregor ed Emily Blunt si incontrano e cominciano a conoscersi.
Il film è tratto da un libro e non so quanto di questo sia stato tagliato per comprimere tutta la storia nei 107 minuti del lavoro di Lasse Hallstrom, e chissà quante licenze si sia concesso quest’ultimo per riportare il romanzo sullo schermo, fatto sta che se da una parte Emily Blunt sembra innamorarsi troppo velocemente (non del bel Ewan ma di una fiamma precedente) dall’altra l’esperto di ittica interpretato dall’attore scozzese pare davvero una persona della quale difficilmente ci si possa innamorare, con tratti molto marcati fin quando è legato alla moglie (quasi come se questi tratti fossero più che altro influenzati da quest’ultima) e via via più normali quando si avvicina ad Emily Blunt.
Il tutto condito dal personaggio di Kristin Scott Thomas che pare una macchietta peggiorativa dell’uomo politico inglese (anche il primo ministro britannico non ci fa una bellissima figura, pur comparendo solo sotto forma di trascrizioni di chat).
Si sorride, si passa il tempo in tranquillità, ma proprio niente niente di più.

martedì 27 novembre 2012

Acchiappasogni

Con le calze scure - la gonna corta di un vestito blu notte con sopra un cardigan nero più lungo del vestito stesso, le maniche tirate su lungo gli avambracci, braccialetti larghi d’oro e d’argento a tintinnare su un polso magro, capelli castano appena chiaro sciolti lisci e lunghi fino a lambirle il seno - sembrava essere un semplice ricamo sulle calze, nella posizione in cui si trovava, alquanto anomala. Non veniva da pensare a cosa fosse veramente. Lo guardavi e ti immaginavi una fantasia stravagante dei collant (lei, vestita in quel modo, con occhiali dalla montatura spessa forse neppure graduati, un piercing alla narice destra e un brillantino appena visibile sopra il labbro dalla parte opposta, come a voler risplendere di rimando a quello del naso, non era un tipo da autoreggenti, era più una ragazza da collant, con l’elastico ben sopra le ossa sporgenti del bacino a lasciare un leggero segno sulla pancia. Lo si capiva anche dalle scarpe: non un tacco alto, né delle decolté alla moda, ma un paio di calzature tornate fuori dagli anni ottanta, allacciate alla caviglia e della stessa tonalità del pelo di un orso bruno di montagna, un marrone opaco, selvaggio), ricamata per chissà quale motivo solo nella parte interna di una delle due gambe. Era circolare e grande più o meno quanto tutto lo spazio che la coscia gli metteva a disposizione. Al suo interno c’erano degli altri disegni, poco distinguibili mentre lei camminava, e si fermava e poi riprendeva camminare. Nel frattempo lei sorrideva, parlava e lanciava strane occhiate intorno, appoggiando lo sguardo sulle pareti e sui quadri appesi. Le dita, con le unghie smaltate di un viola spento, scivolavano gustose sui contorni delle sedie, le poche sparse lungo i corridoi. Di tanto in tanto sbirciava dal basso verso l’altro con quei suoi occhietti vispi, maliziosi fino al limite estremo del termine. La sua espressione era in bilico tra il voluttuoso involontario e il voluttuoso marcatamente intenzionale, al confine tra i due. I loro occhi si incrociarono giusto un paio di volte, nel vagare distratto tra un’opera e l’altra, il tempo necessario per instaurare un rapporto, seppur solo visivo, tra due sconosciuti quali erano. Quando poi nelle ore successive si ritrovarono stesi sul letto, entrambi senza inibizioni e spinti l’uno contro l’altra da istinti primari, non furono più estranei, non le senso più stretto della parola. Non si sorpresero, né lui né lei, di muoversi con uno strano tipo di abitudine - nello stringersi stretti, nello scivolare ciascuno sopra il corpo dell’altro o dell’altra, nel baciarsi in ogni dove in qualsiasi momento senza alcun tipo di remore o pudore – (un’abitudine inusuale in quanto per loro era la prima volta che si comportavano in quel modo, con l’altro, con l’altra, e stringersi stretti, scivolare sul corpo di un’altra persona, baciarsi ovunque, è in qualsiasi caso diverso ogni volta, anche se fatto sempre con la stessa persona, per non parlare di loro due, sconosciuti fino a poche ore prima), si sorprese, ma solo lui, quando le calze furono srotolate e tolte dalle gambe, mentre lei teneva il bacino leggermente sollevato e la gonna le scivolava morbida sulla pancia, nello scoprire che quel disegno immaginato ricamato sulle calze non era altro che un accurato tatuaggio di un acchiappasogni indiano, appena sopra il ginocchio, nella parte interna della gamba; in una posizione inconsueta,  dove lui non si sarebbe mai immaginato di trovare un tatuaggio (così vistoso, così grande… così sexy).

mercoledì 14 novembre 2012

50 e 50

50 e 50 sono le probabilità che ha il protagonista di guarire dal cancro e di continuare la sua vita. Un evento drammatico che la vita in fondo la cambia radicalmente. Oltre a questo viene in “soccorso” alla drammaticità del film una famiglia piuttosto problematica, con il padre che soffre di demenza senile e la madre iperprotettiva e a tratti fin troppo vicina, un amico sopra sopra sopra le righe, la fine del rapporto che lega il protagonista alla propria ragazza, e il caso che vuole ad assisterlo durante la chemio una giovane terapista alle primissime armi che dovrebbe aiutarlo a superare a livello psicologico lo scoglio del cancro e che invece dovrà farsi le ossa sulla sua situazione. Detta così potrebbe apparire un film da tagliarsi le vene, invece Jonathan Levine, forse aiutato dall’aver vissuto in prima persona una situazione analoga, riesce a trattare tutte le vicende della pellicola con un vago senso di commedia, rendendo digeribili qualsiasi avversità si abbatta sul protagonista Joseph Gordon-Levitt. Ad aiutarlo in questo compito ci pensano una leggiadra stronza di nome Bryce Dallas Howard, un goliardico ma premuroso Seth Rogen, una spigolosa Anjelica Huston, e una tenera Anna Kendrick. Un film che si schiera tra quelle pellicole che non vogliono certo sconvolgere il mondo o spiegare chissà quale mistero della fede e/o della vita, ma risultano ugualmente talmente belli da riuscire ad affascinarti quel tanto che basta da non poterne parlare altro che bene. La vera arma vincente di questi film è l’atmosfera che si respira, e che vorresti continuare a respirare, anche al di qua dello schermo.

martedì 13 novembre 2012

Dissociazione

Il sole sorge in un silenzioso turchese freddo dietro le montagne che non sono montagne. L’arancione caldo, quello bruciato con violenza per illuminare le giornate, arriverà dopo qualche minuto di tremolante indecisione, un periodo in variante di grigio, dal più scuro della notte al più chiaro del mattino. L’intervallo di tempo tra questi due momenti è un fenomeno chiamato dissociazione dell’alba. È meno raro di quanto si possa pensare. Per vederlo però è necessario avere l’orizzonte sgombro da qualsiasi ostacolo, nessun intralcio, niente barriere; per questo il più delle volte passa inosservato.

Un racconto lungo inserito all'interno della raccolta "Scriviamo Pistoia
promossa da 

lunedì 12 novembre 2012

Generazione A

More about Generazione A

E poi cosa fate? Pregate, forse? Cos’è una preghiera se non il desiderio che gli eventi della propria vita si raccolgano a dare forma a una storia, qualcosa che dia un senso a eventi che si sa che possiedono un significato?
E così io prego.

Dovevo prendere coscienza del fatto che ho un buco dentro di me: ho passato tutta la vita a preoccuparmi che gli altri lo vedessero. Forse dovrei abbracciare il mio buco ed esserne fiera, anche se a sentirlo disgusta. Forse dovrei passare il resto dei miei giorni a testa bassa, asciando trasparire quel vuoto nel viso e nel corpo.

Pensai ai tramonti e a come la cosa incredibile dei tramonti sia che per quanti uno possa averne visti, sembra sempre che quello specifico tramonto sia stato generato per te e per te soltanto.

Lei mi offrì una birra prodotta e imbottigliata in Messico. La ringraziai ma tenni la bocca chiusa: perché mai qualcuno avrebbe scelto una bibita fatta in Messico? Quando arrivò sul tavolo la guardai come se fosse uscita dal Medioevo. La gente vuole l’America, non il Messico. Be, perlomeno l’idea dell’America… l’America prima dell’anno 2000.

Il cervello utilizza le storie per organizzare le sue percezioni del mondo.

Vedere sei persone in silenzio in una sala mi fece pensare alla voce che sentiamo nella mente quando leggiamo, la voce del narratore universale che forse state sentendo in questo preciso istante. Di chi è quella voce? Non è la vostra voce, vero? Lo immaginavo. Non è mai la propria.

Persone condannate a essere sole senza possibilità di solitudine.

Le due cose più difficili al mondo sono essere unici e fare in modo che la propria vita diventi una storia.

Più verità uno sputa fuori, più diventa generico.

Il guaio coi pazzi è che sono pazzi.

Amore, certe volte mi viene da pensare che forse è addirittura più beneducato essere pazzi 24/7, perché almeno così la gente non si innamora di te e non combina tutto un casino.

Se il tuo lavoro ti annoia, pace. Annoiarsi è una forma di critica, quindi forse potresti anche cercarti un altro impiego.

Pregare è strano, si abbandona il flusso temporale del quotidiano e si raggiunge un luogo più silenzioso che segue orologi diversi e dà valore a cose che non si possono vedere.

Douglas Coupland

venerdì 9 novembre 2012

To be young (it's to be sad, is to be hight)

Young boy, you done me bad, I went and did ya wrong
Young boy, you done me bad, I went and did ya wrong
Then I got high, Lord I got high, and I got a bone to pick with you
And I’m sure you know it’s true

Oh one day when you’re looking back
You were young and man you were sad
When you’re young you get sad
When your young you get sad, then you get high
Oh man

Young gal you done me bad and I went and did ya wrong
Young gal you done me bad so I went and did ya wrong
Then I got high
Lord, I got high
Now you got a bone to pick with me, but I wish you’d let me be

Oh one day when you’re looking back
You were young and man you were sad
When you’re young you get sad
When your young you get sad, then you get high
You get high

Oh the days the rain would fall your way
Oh the days the rain would fall your way
Then you be high, cause you got sad
Cause you got sad
Oh man

Performed by Ryan Adams

giovedì 8 novembre 2012

I minuti segnati in rosso

I minuti segnati in rosso sul cruscotto dell'auto passano così velocemente, non me accorgo neppure. Il tempo trascorso in macchina, la radio accesa, la musica a volume alto. Ti chiedo ancora: quando inventerai il teletrasporto?

mercoledì 7 novembre 2012

Molto forte, incredibilmente vicino

Prendere un libro di Safran Foer e portarlo al cinema è sempre un gran brutto lavoro. Lo può testimoniare Liev Schreiber, regista di Ogni cosa è illuminata. Perché oltra alla storia, la cifra stilistica maggiore dell’autore statunitense risiede in gran parte nella prosa, nell’invenzione del raccontare. Trasportare quindi sullo schermo quello che è la personale riflessione dello scrittore sui fatti dell’undici settembre, sembrerebbe più un suicidio che non un semplice lavoro. Soprattutto perché se sul libro l’attentato alle torri gemelle riesce a rimanere sullo sfondo, a fare un po’ da colonna sonora di tutta la vicenda, nella pellicola l’immagine degli aerei che vanno a schiantarsi sul World Trade Center (anche se per tutta la durata del film l’unica immagine intera della cosa è solo quella del pennacchio di fumo ad uscire da un grattacielo, in lontananza) non può che rimanere bene impressa nella retina dello spettatore, rischiando in questo modo anche di diventare troppo ingombrante per il resto delle vicende. E se nel libro la tragicità della storia veniva in qualche modo diluita nel numero delle pagine, trattando l’atto terroristico dell’undici settembre con un tratto delicato che giustamente non calcava troppo la mano, in modo misurato, qui, forse a causa di una certa durata (129') che la pellicola non doveva sforare, in alcuni punti risulta esserci un surplus di dramma, un eccesso di effetto lacrima che ti scombussola da dentro senza farti però uscire davvero la suddetta lacrima. Molto probabilmente è il risultato naturale della visione di un fatto tragico realmente accaduto e che ha toccato nel profondo la sensibilità di chiunque, ma proprio per questo il libro di Safran Foer era arduo da rileggere in chiave cinematografica.

martedì 6 novembre 2012

Skippy non morire!

È novembre, fuori fa freddo ed è in qualche modo bello vedere, oltre i vetri delle finestre, le persone camminare tutte quante infagottate nei loro cappotti pesanti, le sciarpe legate al collo, i cappelli calati in testa, mentre tremanti si alitano aria calda dentro le mani chiuse a cono, vicino alla bocca. Ruprecht pensa: non sarebbe altrettanto bello se in quel preciso momento pure lui stesse in qualche modo gelando, senza neppure la maglia di lana a strisce orizzontali blu e grigie, quella con il collo alto, le maniche lunghe e la vita slabbrata senza più forma. Tutto quanto avrebbe un sapore estremamente diverso, più agghiacciante, direi, pensa Ruprecht.

Un remake del prologo di “Skippy muore” di Paul Murray

 su

SlowMind One

lunedì 5 novembre 2012

Ottobre 2012


"L’avevo presa per mano, ed eravamo incerti, non sapevamo se dovevamo intrecciare le dita. Alla fine l’abbiamo fatto. È il ricordo più nitido che ho. La storia delle nostre dita."

Jeffrey Eugenides

venerdì 2 novembre 2012

Panic Station

You won’t get much closer
Till you sacrifice it all
You won’t get to taste it
With your face against the wall (wall wall)
Get up and commit
Show the power trapped within (in in)
Do just what you want to
And now stand up and begin
Ooo 1, 2, 3, 4 fire’s in your eyes
And this chaos, it defies imagination
Ooo 5, 6, 7, minus 9 lives
You’ve arrived at panic station
Doubts will try to break you
Unleash your heart and soul (soul)
Trouble will surround you
Start taking some control-(trol!)
Stand up and deliver
Your wildest fantasy-(sy-sy)
Do what the fuck you want to
There’s no one to appease
Ooo 1, 2, 3, 4 fire’s in your eyes
And this chaos, it defies imagination
Ooo 5, 6, 7, minus 9 lives
You’ve arrived at panic station
Ooo 1, 2, 3, 4 fire’s in your eyes
And this chaos, it defies imagination
Ooo 5, 6, 7, minus 9 lives
And I know that you will fight for the duration
Ooo 1, 2, 3, 4 fires in your eyes
And I know I’m not resisting the temptations
Ooo 5, 6, 7, minus 9 lives
You’ve arrived at Panic Station!


Performed by Muse

mercoledì 31 ottobre 2012

Prometheus

Si è fatto un gran parlare di questo ritorno alla fantascienza di Ridely Scott, regista che ha donato al genere pietre miliari del calibro di Alien e Blade Runner. Proprio al primo di questi il qui presente Prometheus si lega, inizialmente come prequel ufficiale in fase di produzione, poi come qualcosa di diverso, una specie di prequel non prequel che avrebbe dovuto soltanto toccare in una tangente il fanta-horror del 1979. Il risultato alla fine qual è? È che Prometheus non è il prequel di Alien, né Alien è un sequel di Prometheus, quanto piuttosto, per quanto possa sembrare strano, risulta assai normale guardare ad Alien come a uno spin-off di Prometheus.
Visivamente è una goduria per gli occhi, con una scenografia fantastica e una fotografia con i controcoglioni. A mancare, non del tutto ma almeno in parte, è la sceneggiatura. Se il suo predecessore aveva una storia assai lineare, dove nella prima parte veniva trovato il relitto di un’astronave aliena mentre nella seconda era una gara al sopravvivere, Prometheus parte un po’ con il piede sbagliato cercando di essere più complicato di Alien ma allo stesso tempo offrendo il fianco a fin troppo facili critiche. Sorvolando a tutta una serie di dettagli tecnici che potrebbero (e dovrebbero) essere giustificabili con la sola etichetta di fantascienza (non si può dire: eh ma questa cosa qui non può essere, mentre si osserva un film dove un gruppo di uomini, più un robot, si dirige verso un pianeta alieno lontano anni luce su di un’astronave capace di tenerli addormentati per tutta la durata del viaggio), socchiudendo pure un occhio sui mille interrogativi che vengono sollevati e a cui non vengono date opportune risposte esplicite (in fondo anche Alien nella sua prima parte era pieno zeppo di interrogativi simili: chi era l’enorme alieno ritrovato nell’astronave? Per quale motivo la suddetta astronave si era schiantata sul pianeta? Chi aveva deposto tutte quelle uova? E come mai l’astronave le stava trasportando? E verso dove le stava trasportando?), a fare storcere il naso sono alcune scelte esplicitamente riguardanti il film, tipo: gli scienziati stupidi e cretini e una degenza alquanto rapida e parzialmente indolore. E soprattutto, per quanto mi riguarda, il mancato approfondimento su due domande assai interessanti: perché voi avete creato me? Ha ritrovato la fede?
Per il resto chiunque potrebbe denigrare Prometheus, ma forse perché la maggior parte degli spettatori si aspettava da questo film delle risposte, mentre invece pone altre domande. Bisogna guardarlo con la mente sgombra, magari cercando di dimenticarsi di Alien. Alla fine è pur sempre un film di fantascienza, e si lascia vedere tranquillamente. Anzi.

martedì 30 ottobre 2012

La musica cos'è sul Mucchio

A novembre esce il numero 700 de Il Mucchio Selvaggio (mensile di musica, cinema, libri, politica e attualità).
All'interno della rubrica Musica&Vene è presente il racconto breve La musica cos'è, con il quale ho vinto il premio al M.E.I. di Faenza lo scorso 30 settembre.
Chi volesse leggerlo deve solo richiedere la rivista al proprio edicolante di fiducia.

Buona lettura!

lunedì 29 ottobre 2012

Le correzioni

More about Le correzioni 
Non avendo un temperamento istrionico, Chip si sentiva a disagio con quelli che l’avevano.

La tristezza che provò nel comperare i soliti Gruyère e Fourme d’Ambert nel solito negozio lo costrinse a riflettere sul complessivo fallimento del consumismo come approccio alla felicità umana.

Sto dicendo, Melissa, che i figli non dovrebbero andare d’accordo con i genitori. Tuo padre e tua madre non dovrebbero essere i tuoi migliori amici. Nel rapporto genitori-figli dovrebbe esserci qualche elemento di ribellione. È così che si definisce la propria identità individuale.

Mentre April correva già per il corridoio, Chip si chiese cosa si provasse a essere padre, ad avere qualcuno che avesse sempre bisogno di lui, invece di essere sempre lui ad avere bisogno degli altri.

Una comparsa che si era vista poco prima nella scena della conferenza, una donna le cui funzioni neurologiche erano evidentemente in condizioni perfette, trangugiò  un bicchierone gelato di elettrodi Corecktall con grande gusto e con una pulsazione sensuale dei muscoli della gola.

La mattina della gita in bicicletta, Gary era così distrutto dalla mancanza di sonno che la sua unica ambizione era quella di funzionare fisicamente.

Un anno prima, a pranzo, Gary aveva raccontato a Denise di un suo “amico” sposato (in realtà un collega, Jay Pascoe) che aveva una relazione con l’insegnante di piano delle figlie. Gary aveva detto di comprendere l’interesse ricreativo del suo amico per quella relazione (Pascoe non aveva intenzione di lasciare la moglie), ma non vedeva cosa trovasse in lui l’insegnante di piano.
“Quindi non riesci a immaginare, - aveva detto Denise, - che una donna possa desiderare una relazione con te?”
“Non sto parlando di me” aveva riposto Gary.
“Ma tu sei sposato e hai figli.”
“Sto dicendo che non capisco cosa trovi una donna in un individuo falso e bugiardo.”
“Forse disapprova i falsi e bugiardi in generale, - aveva detto Denise. – Ma fa un’eccezione per l’uomo di cui è innamorata.”
“Quindi è una specie di autoinganno.”
“No, Gary, è così che funziona l’amore.”

Quando Gary rientro in casa, lasciando al siepe potata a metà e la scala in un’aiuola d’edera, il sangue aveva inzuppato tre strati d’asciugamano ed era sbocciato in una superficie come una chiazza di plasma roseo filtrato dei globuli.

Per un po’ dormì sodo, poi venne svegliato nella stanza buia dal dolore martellante alla mano. La carne ai lati della ferita pulsava come se fosse piena di vermi, il dolore si allargava a ventaglio lungo i cinque carpi.

La terraferma non aveva la dimensione della profondità. La terraferma era come essere svegli. Persino in un deserto senza mappa ci si poteva inginocchiare e prendere a pugni la terra senza che quella cedesse. Naturalmente anche l’oceano aveva una superficie di veglia. Ma in ogni punto di quella superficie si poteva affondare e scomparire.

Se si azzardava a uscire dal bagno nuda, Alfred distoglieva lo sguardo, come imponeva la Regola Aurea di chi per primo odiava farsi vedere senza vestiti.

Ma Al la faceva almeno sentire super-speciale in quel modo speciale?

Quanto poteva apparire modesto – in confronto alla furia della locomotiva – un binario infestato di erbacce che costeggiava un campo di sorgo tardivo. Ma senza quel binario un treno era soltanto diecimila tonnellata di ingovernabile nulla. La volontà era nei binari.

Si rifiutò di piangere. Pensò che se avesse sentito il proprio pianto, alle due di notte in una stanza di motel puzzolente di fumo, forse il mondo avrebbe cessato di esistere. Se non altro, aveva disciplina. Questo aveva: il potere di dire no.

In quel letto c’erano un sacco di respiri. Un sacco di respiri ma nessuna carezza.

Per lei era importante che l’Europa fosse europea.

Si chiedeva: la gente sarebbe stata sensibile a quelle immagini se le immagini non avessero avuto la stessa dignità delle cose reali? La questione non era la potenza delle immagini, ma la debolezza del mondo.

E Ted è al di sopra di tutto questo, ritiene che la nostra cultura dia troppa importanza ai sentimenti, dice che è una cosa incontrollabile, che non sono i computer a rendere tutto virtuale, ma la ricerca della salute mentale.

Abbiamo aumentato il nostro livello di astrazione perché abbiamo troppo tempo e denaro, dice, e lui si rifiuta di partecipare a tutto questo. Vuole mangiare cibo “vero” e andare in posti “veri” e parlare di cose “vere” come affari e scienza. Così io e lui non siamo più d’accordo su quali siano le cose importanti nella vita.

Enid, che non era riuscita a dormire, si sentì bene mentre si alzava, bene mentre si vestiva e catastroficamente male mentre andava a fare colazione, con la lingua simile a uno straccio per la polvere e la testa che sembrava infilzata su uno spiedo.

Normalmente si pensa che un classico depressore del sistema nervoso centrale come l’alcol sia in grado di sopprimere la “vergogna” o le “inibizioni”. Ma l’ammissione “vergognosa” che ci si lascia sfuggire sotto l’effetto di tre martini non diventa meno vergognosa dopo la rivelazione; lo dimostra il profondo rimorso che si prova quando l’effetto dei martini svanisce. Ciò che accade a livello molecolare, Edna, quando beve quei martini, è che l’etanolo interferisce con la ricezione del Fattore 28° in eccesso, cioè il fattore della vergogna “profonda” o “morbosa”. Ma il 28° non viene metabolizzato o riassorbito completamente nel sito del ricettore. Viene temporaneamente immagazzinato in maniera instabile nel sito del trasmettitore. Così, quando svanisce l’effetto dell’etanolo, il ricettore è inondato dal Fattore 28A. La paura dell’umiliazione e il desiderio d’umiliazione sono strettamente collegati.

È una versione della paura di morire, giusto? Io non so come sarebbe non essere più me stesso. Ma provo a indovinare. Se “io” non sono qui a vedere la differenza, allora di che mi preoccupo? Essere morti è un problema solo se si sa di esserlo, cosa impossibile dato che si è morti!

Era inutile chiedere a Billy, Robin sapeva che non le avrebbe detto la verità, bensì ciò che secondo lui l’avrebbe fatta soffrire di più.

Non le venne in mente che distogliesse lo sguardo non perché la sua bellezza la faceva soffrire, ma perché la Regola N° 1 di tutti i manuali pubblicizzati sul retro delle riviste maschili (“Come farla IMPAZZIRE per te – In ogni momento!”) era Ignorala.

Si sentiva come se, lavorando e dormendo e lavorando e dormendo, fosse invecchiata così in fretta da aver superato Emile e raggiunto i suoi genitori.

Sono troppo giovane per essere così vecchia.

Robin si voltò a fissarla. “A cosa serve la vita?”
“Non lo so.”
“Neanch’io. Ma non credo che serva vincere.”

Denise si rese conto che le qualità che avrebbero potuto permettere a Brian di tradire Robin – la certezza dei propri difetti, la canina convinzione che qualunque cosa facesse fosse La Cosa Giusta Per Tutti – avrebbero anche reso facile tradire lui.

Poi però era giunto un tempo in cui la morte aveva smesso di essere portatrice di limitatezza, e aveva cominciato ad apparirgli, invece, come l’ultima occasione di trasformazione radicale, l’unica plausibile porta sull’infinito.

Si crede di conoscere il cibo, lo si considera una cosa elementare. Ci si dimentica di quanto ristorante ci sia nel cibo da ristorante e di quanta casa ci sia in quello fatto in casa.

Jonathan Franzen

venerdì 26 ottobre 2012

Beware, Oh Take Care

To you I'm just a memory
Something lost among the leaves
Something found along the way
And so begin these empty pages
At the end of a dream
Watch it slowly fade away
The slight of hand the bait and switch
All the parlor tricks have been played on me
I've seen them come and watched them go
Into the night down a road of stone
Beware, oh take care
I guess it takes a thief to know one
And liars live for broken things
Traitors just smile and smile
The actor has his black mirror
The poet a poison throne
To rule his kingdom alone
But I'm still singing the blues
Dancing that old soft shoe
I'm still drift'n from cloud to cloud
Never looking to come down
From hell to high water
Over that angel bridge
Out into the wilderness
Beware, oh take care

Performed by Chris Robinson Brotherhood

giovedì 25 ottobre 2012

Questa mattina

Questa mattina ti ho vista e ho pensato alla differenza tra svegliarsi con te e svegliarsi senza di te: tutto.

mercoledì 24 ottobre 2012

Beginners

Quando apri una scatola di un puzzle hai ben presente l’immagine che dovrai comporre, ma per prima cosa ti saltano fuori tutti questi pezzettini scomposti che non sai dove mettere. Alcuni raffigurano la parte centrale dell’immagine, altri invece sono zono periferiche, ci sogno gli angoli e i bordi, e pure alcuni tasselli colorati a tinta unita, rappresentanti il cielo o lo sfondo. Beginners è proprio come una scatola di puzzle ancora da fare. Inizia e sai bene che l’immagine principale sarà quella del personaggio di Ewan McGregor, con il quale il film si apre, magari insieme a una ragazza che si vede nella locandina. Questa è l’immagine del puzzle, quella rappresentata nella scatola: loro due vicini, abbracciati e sorridenti; un primo piano. Ma la pellicola non dà un prestampato di questa foto, bensì dà allo spettatore tutti i tasselli con cui comporre questa immagine. Così il personaggio di Ewan McGregor si compone di alcuni pezzetti che sono la sua vita, altri che rappresentano il padre, altri la madre, altri ancora la propria infanzia o il suo lavoro. Poi ci sono i pezzi riguardanti la ragazza, e anche se sono pochi sono pur sempre diversi da quelli del protagonista maschile e diversi anche dai suoi: ci sono quelli del suo lavoro, quelli del padre, quelli della sua lingua. Questo è Beginners: un film puzzle che si mostra proprio come tale, senza ordine di tempo o di successione. A volte alcune immagini si presentano allo spettatore in modo inaspettato, senza però disturbare la visione, anzi. Un piccolo film davvero interessante, bello e godibile, dove spiccano, oltre a Christopher Plum e l’adorabile cane, la bellezza di Mélanie Laurent e Ewan McGregor (più vai avanti con la visione e più ti rendi conto che se anche riuscissi a strappare la faccia all’attore scozzese, come faceva Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti, non saresti ancora come lui. Mancherebbero i capelli, e allora dovresti pure prendergli lo scalpo. Maledetto lui!).

martedì 23 ottobre 2012

Mi credevo diverso


Aveva deciso di iscriversi a medicina perché un giorno, da bambino, mentre si trovava nel bosco, aveva sentito: crack!... parte 1

Fino a circa nove anni aveva fantasticato su quale materiale poteva comporlo... parte 2

A scuola avevano questo modellino anatomico del corpo umano, a grandezza naturale... parte 3

In sala operatoria ci andò la prima volta per assistere a un intervento di riduzione di una frattura ossea... parte 4

lunedì 22 ottobre 2012

Qualcosa di simile

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Solo allora, dopo tutte quelle giornate che ci erano parse vuote, mi accorsi di quanto poco sapevo di loro. Non parlo dell’amore, della musica e dei vestiti. Dico dell’infanzia, delle paure e di ciò che avrebbero voluto fare nella vita. Era come se ci fossimo sempre e solo occupate del presente. Come se nulla di ciò che quotidianamente sceglievamo di fare potesse far parte di un disegno più ampio. Frutto di qualcosa e precursore di qualcos’altro.

I morti non sono facili da dimenticare. Con i vivi invece è più semplice.

Non avrei potuto avere storie da una notte nemmeno se avessi voluto. E poi io non ci riesco. C’è il rischio che se faccio l’amore con una persona poi quella mi piaccia solo di più, non di meno.

Sento un calore morbido ed energico, qualcosa raggiunge un punto sconosciuto al mio interno e lo scioglie.

Francesca Scotti

venerdì 19 ottobre 2012

Nth degree

m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.

m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.w.o.o.d.
If you're rock n roll, disco, heavy metal angel.
Come on everybody
To the Nth Degree

The four of us, the royal we,
he bangs the drums,
she's v.i.p.
He's never done,
got o.c.d.
Our love is to the Nth degree.

Uh oh here we go,
Turn up the radio!
Come on everybody
To the Nth degree.
If you're rock n roll, disco, heavy metal angel
Come on everybody
To the Nth degree

And I've got my family,
and one big bed is all we need
with M.O.R.N.I.N.G.
W.O.O.D.

Uh oh here we go,
Turn up the radio!
Come on everybody
To the Nth degree
If you're rock n roll, disco, heavy metal angel
Come on everybody
To the Nth degree

m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.w.o.o.d.
alright
m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.w.o.o.d.
a little louder
m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.w.o.o.d.
a little harder
m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.w.o.o.d.
let's go!

Uh oh here we go,
Turn up the radio!
Come on everybody
To the Nth degree
If you're rock n roll, disco, heavy metal angel
Come on everybody
To the Nth degree

m.o.
m.o.r.
m.o.r.n.i.n.g.w.o.o.d.
To the Nth degree

Performed by Morningwood

mercoledì 17 ottobre 2012

Like crazy

Due cretini si incontrano e seguendo il proverbiale detto “Dio li fa e poi li accoppia” si attraggono l’un l’altra. Tutta la loro storia d’amore viene riassunta in un breve montaggio fatto di spezzoni di loro sorridenti, un attimo dopo averli visti timidi e imbarazzati. Loro al mare, loro alle giostre, loro al parco, loro sui go-kart. Tutto fila liscio fino a quando non decidono di rimanere a letto per due mesi filati, e allora il consolato degli Stati Uniti si incazza. Rispedisce lei in patria, ovvero in Inghilterra, e le impedisce di rimettere piede su suolo americano. Lui si sbatte e pare starci malissimo, mentre lei invece si ricostruisce la propria vita in terra inglese. Poi le parti si invertono e lei inizia a prenderla malissimo, mentre lui comincia a farsi una nuova vita con una ragazza di nome Jennifer Lawrence che, per essere sinceri, fisicamente è più bella della sua amata coprotagonista e nel peggiore dei casi pare essere mentalmente pignatta allo stesso pari (ma è solo lo scenario più triste possibile, nel senso che quasi sicuramente è anche più intelligente e simpatica dell’altra).
Il film è un tira e molla continuo nel quale i silenzi fanno da padrone, anche nel finale. L’empatia verso i due protagonisti è pari a zero e non ci si sente neppure in colpa per questo, pur provandoci, ma è proprio difficile provare qualcosa per delle persone che paiono non fare altro che regalarsi sedie. Riesce però nell’arduo compito di fare rivalutare un altro film del genere, One day, dove almeno ti potevi rifare un pochino gli occhi con Anne Hathaway. Qui invece l’unica degna di nota, Jennifer Lawrence, viene liquidata ingiustamente dopo poco quello che può apparire come un breve cameo. Buffo notare come le uniche scene di sesso che si vedono nella pellicola siano tra i vari amanti e mai tra di loro.

lunedì 15 ottobre 2012

Verso occidente l'impero dirige il suo corso

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Per farla breve, alla fine cominciarono a frequentarsi, più o meno in virtù di qualcosa che lei aveva scritto e di qualcosa che lui non aveva detto. Cominciarono soltanto a frequentarsi, in quel territorio crepuscolare che sta fra l’essere solo amici e quello che, qualunque cosa sia, non è amicizia.

Subito prima dell’alba tutte le cose sono percorse da un bruciore particolare.

La Casa Stregata n. 1, come tutte le singole sedi della catena previste e programmate su scala nazionale, è, in realtà, una semplice discoteca. Un posto dove si va a sciacquarsi il gargarozzo, un mercato della carne, un luogo di raccolta in cui i riflettori ci dicono dove e come dimenare il culetto a ritmo di musica. Un grande festeggiamento anarchico in un luogo circoscritto: una Festa; dove, secondo le regole della Festa, ci riuniamo e fingiamo con risoluta caparbietà puritana di divertirci molto ma molto di più di quanto chiunque si possa mai divertire.

Il soggetto di un racconto è ciò di cui parla; l’oggetto di un racconto, il suo obbiettivo, è la direzione in cui sta andando.

È infelice, ma è l’infelicità relativamente lucida e agevole di chi è almeno abbastanza sicuro del motivo per cui è infelice, e sa che cosa maledire da qui all’eternità.

Insomma le cose vanno a rilento, e come voi, anche loro hanno l’irritante sospetto che il momento della reale soddisfazione, qualunque essa sia, sia ancora molto, molto di là da venire, ed è una cosa frustante.

Il professor Ambrose in persona disse a Mark Nechtr che il problema dei giovani, a partire da un certo momento degli anni Sessanta, è che tendono a vivere troppo intensamente all’interno del proprio momento sociale, e quindi a vedere tutto l’esistenza dopo i trent’anni o già di lì come una fase in un certo senso postcoitale. È allora che si rilassano, si mettono comodi, come animali tristi, a fare da spettatori: e imparano, come Ambrose stesso disse di aver imparato dalla sua dura esperienza artistica e accademica, che la vita, invece di essere un film vietato ai minori di diciotto anni, o anche solo ai minori di quattordici, in realtà il più delle volte non arrivava nemmeno a essere distribuita nelle sale. Tende a essere troppo lenta.

In media, chi soffre di una qualche deformità ha con gli specchi un rapporto di amore-odio: ha bisogno di vedere come procedono le cose, ma insieme odia il fatto che stiano procedendo.

Ambrose spiega al nostro seminario di specializzandi che la gente legge i romanzi e i racconti nel modo in cui i parenti dei rapiti ascoltano la voce dell’ostaggio che parla nel telefono tenuto in mano dal rapinatore: facendo attenzione, certo, a ciò che la vittima dice, ma attaccandosi nella maniera più assoluta all’altezza, al tremolio e alla tonalità delle parole che vengono dette, leggendo fra le righe di un codice nato dall’intimità alla ricerca di indizi sulle sue condizioni, il luogo in cui si trova, le sue prospettive, la probabilità che torni sano e salvo.

Lo fa sentire speciale, è vero. Ma essere speciali non è molto lontano dall’essere Soli.

Nella macchina rumorosa è sceso il genere di silenzio che precede una domanda fatta tanto per parlare. Le conversazioni tra adulti e ragazzi tendono a essere intensamente punteggiate da questi silenzi. Poi, gli adulti fanno domande sui progetti presenti e futuri.

Ci vorrebbe un architetto capace di odiare abbastanza da appassionarsi abbastanza da amare abbastanza per commettere quel tipo particolare di crudeltà che solo un vero innamorato sa infliggere.

Trasformi la tua più grande paura nel tuo unico vero desiderio?

Dividere questa faccenda della letteratura in realismo, naturalismo, surrealismo, letteratura moderna e postmoderna, nuovo realismo e metafiction, è come dividere la storia in storia cosmica, tragica, profetica e apocalittica.

Cercare di digerire la paura per trasformarla in desiderio significa andare all’incontrario. La paura e il desiderio sono già sposati. E senza nessuna costrizione. Trafitti a vicenda fin da prima dell’era cristiana. Ciò che ti ha spinto a muoverti è sempre stata ciò di cui hai paura. E la direzione in cui ti muovi è sempre stata quella del tuo vero fine, del Desiderio.

Ciò che ti libera, anche oggi stesso, è ciò che desideri di desiderare. È ciò a cui dai valore. E ciò a cui dai valore è sposato a quelle certe cose che non si fanno e basta. Ed ecco un luogo comune che si è giustamente guadagnato il suo status di luogo comune: essere libero o prigioniero dipende solo e soltanto da ciò che desideri. Ciò che hai importa più o meno quanto il colore del tuo cielo. O delle tue sbarre.

“Come fa a saperlo?”
“Perché è la verità, Mark. Chiunque lo voglia davvero sa la verità. È solo che la maggior parte della gente non vuole saperla. Significa ascoltare ciò che viene dal profondo. La maggior parte della gente non vuole farlo. Ma le persone speciali ascoltano. La verità la senti, dentro di te. Ascolta. La senti sempre. Nella pioggia. Nelle frequenze morte fra una stazione e l’altra. Nel sussurro magnetico del nastro subito prima che cominci la musica. E nel suono che ti crea nelle orecchie il silenzio assoluto e completo: quel tintinnio luccicante, come un carillon in alto nel cielo.

Lo hanno aiutato nel suo cammino, un cammino non tanto verso “l’età adulta” quanto, molto più semplicemente, verso la vita nel mondo degli adulti.

David Foster Wallace

venerdì 12 ottobre 2012

Giornata d'inverno

t’auguro una bella giornata d’inverno
specie di domenica coi parcheggi gratis
con le cassette dei porcini messe lungo la via
dove di solito s’appoggia la polizia
t’auguro una bella giornata d’inverno
specie di domenica coi campi brinati
anche quelli per il calcio da periferia
l’olio di canfora è il profumo della nostalgia
t’auguro una bella giornata d’inverno
specie di domenica col vetro spaccato
sei partito con la mamma che sembrava un bambino
mentre diventavo adulto fermo sul vasino
mi hai dato il tuo timone
la barca non si fermerà
t’auguro una bella giornata d’inverno
come quando s’infilava tutti e tre nel lettone
in tv c’era Seymandi e tu mi proteggevi
da quel freddo strano e dal supertelegattone

Performed by Alessandro Fiori

mercoledì 10 ottobre 2012

Another Earth

Another earth è un pianeta gemello al nostro che appare un giorno sulla volta del cielo. Poco lontano da noi, nello spazio, alla stessa distanza della luna, un pianeta del tutto uguale al nostro, con la stessa capacità di accogliere vita, sul quale vivono persone come noi, se non noi stessi.
Another earth, o earth 2 come viene chiamato da alcuni giornalisti del film, appare all’orizzonte proprio come Melancholia appariva all’orizzonte nel film di Lars Von Trier. Da un certo punto di vista Another Earth è Melancholia in Melancholia, e Melancholia è Another Earth in Melancholia. In ballo ci sono gli stessi pianeti, cambia solo il punto di vista. Come viene esplicitato in modo palese da una battuta del film: tutto dipende dal nostro egocentrismo. Come mai chiamiamo loro Earth 2? Credi che loro si riferiscano a loro stessi chiamandosi Earth 2? Noi ci sentiamo gli abitanti di Earth 1 ma per loro siamo gli abitanti di Earth 2, noi e non loro.
Alcuni dicono che Another Earth, il film, sia più fantascientifico di Melancholia, con il quale comunque condivide l’assunto dell’apparizione di un nuovo pianeta a due passi da noi. Earth 2, o 1, come volete, non ci verrà addosso, ma rimarrà sempre alla stessa distanza. Nonostante questo non è del tutto giusto etichettare la pellicola come fantascientifica. Nel suo animo, nella sua storia, c’è la stessa drammaticità del film dell’autore danese, solo che in questo caso manca magari di carica metaforica, ricca invece nel lavoro di Von Trier. Non per questo Another Earth è da prendere alla leggera. Non è un film tranquillo con cui passare una serata scollegando il cervello. Vi farà riflettere, ragionare, pensare. E vi farà soffrire, già dalle primissime scene.

lunedì 8 ottobre 2012

Abbiamo sempre vissuto nel castello

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I maschi del paese si mantenevano giovani spettegolando, e le femmine invecchiavano aspettando in silenzio che figli e mariti tornassero a casa, mentre una grigia stanchezza malvagia s’impossessava di loro.

Quando feci per entrare in cucina sentii immediatamente che la casa conteneva ancora rabbia, e mi domandai come potesse qualcuno mantenere così a lungo un’unica emozione.

Cercai di immaginarmelo cadavere ma riuscivo a ricordarmelo solo addormentato.


Shirley Jackson