lunedì 30 settembre 2013

L'inattesa piega degli eventi

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Sarà così anche per Mussolini. Rimpiangere i tiranni è molto più semplice che sopportarli.

L’uomo s’inclinò verso di me e spiegò in tono solenne: “È un’età difficile, e almeno adesso se le daranno senza rompere le scatole.”
“Ma quale età è facile, alla fine?” domandò la mia voce per pura cortesia.

Enrico Brizzi

venerdì 27 settembre 2013

Interlude

Great stairs beneath the moon
Tonight I’ll be dreaming over you
People the rhythm instead
And there you’ll be, there you’ll be inside my head

I will dream of you
You’ll dream of me too
Your arms go around my waist
There would be no better place

So a milkman have shocked me while I’m awake
I never ran fast enough for my mistakes
Would you really want me, the light of day
That very same man showed flaws right through my face

I will dream of you
You’ll dream of me too
Your arms go around my waist
There would be no better place

Close your hand and run to the moon
Close your hand and run to the moon moon moon
In and out, in and out, in and out oh oh oh
In and out, in and out, in and out oh oh oh
Oh oh

Performed by London Grammar

lunedì 23 settembre 2013

La gang dei sogni

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Tutti gli altri avevano avvistato la nuova terra che s’avvicinava. Lei no, era sempre rimasta chiusa nella stiva. Aveva temuto che Natale morisse. E si era scoperta, nei momenti in cui era più debole e più stanca, a non sapere se sarebbe stato un dolore. E allora adesso se lo teneva stretto al petto, cercando di farsi perdonare da quella creatura che non poteva aver sentito i suoi pensieri. Ma lei li aveva sentiti, e se ne vergognava.

Guardava i gabbiani volteggiare in cielo e si domandava se sapessero arrivare in cima ai grattacieli. E si domandava cosa vedessero. E cosa pensassero di quello zoo umano che brulicava sotto di loro.

“Mamma…” disse piano, dopo molti minuti.
“Si?”
“Quando si diventa adulti si vede tutto sporco?”
Cetta non rispose. Guardava il vuoto. C’erano domande alle quali non bisognava rispondere. Perché la risposta era brutta quanto la domanda.

Il dottor Goldsmith, il medico di famiglia, disse che aveva raccomandato a Saul Isaacson di condurre una vita più regolare, di evitare gli sforzi e le arrabbiature, di rallentare l’attività lavorativa, di contenersi nel mangiare e di smettere di fumare. Ma, sempre secondo il dottor Goldsmith, il vecchio aveva risposto: “Non voglio fare una vita da malato per morire sano”.

Tutto, nel suo corpo, era cambiato. Sapeva di essere diventata una donna. Ma non sapeva se era davvero pronta a esserlo.

“Tu la ami?” gli chiese.
Sal si irrigidì. Ciondolò da un piede all’altro, imbarazzato. Poi oltrepassò la scrivania di noce e si mise a guardare fuori dalla finestra. “Non gliel’ho mai detto” fece di spalle a Christmas.
“E perché?”
“Che ti è preso?” scattò Sal, voltandosi rosso in faccia. “Che cazzo sono tutte queste domande?”
Christmas indietreggiò di un passo. Abbassò lo sguardo sulla copertina di Martin Eden. “Volevo solo sapere perché…” disse piano e si avviò verso l’uscita.
“Perché non sono mai stato un uomo coraggioso, immagino” disse allora Sal.

Quando si ritenne pronta si presentò al signor Bailey. “Ho finito. Questo è l’elenco che mi ha chiesto e queste sono le quattro foto.”
“Brava” disse Clarence. “Adesso sei pronta per il tuo primo lavoro.”
“Non le guarda?”
“E perché mai?” fece Clarence, strizzando i suoi occhi piccoli e acuti. “Io non saprei mai dirti cosa hai capito di te stessa. Solo tu puoi saperlo… ti pare?”

Era di una bellezza drammatica.

Un uomo e una donna che si baciavano mentre il figlio piccolo tirava la gonna della madre, piangendo indispettito per quell’amore che non lo riguardava.

E mentre ognuno degli scalini che portava al primo piano diventava più alto e più faticoso da salire, pensò che non era il denaro che lo avrebbe reso migliore, come aveva sempre creduto.

“Non c’è?”
“No, gliel’ho detto.”
“E quando torna?” Di nuovo l’urgenza nella voce.
“Non so” fece il signor Bailey, sorridendo dispiaciuto perché sapeva che il tempo era stato inventato per torturare gli innamorati.

Luca Di Fulvio

mercoledì 18 settembre 2013

E giustizia sia fatta

Il male che ti ho fatto, in cuor tuo, non lo sai neppure quantificare. Mi sono mosso in modo talmente abile da nascondermi dietro affetti e sorrisi, mentre invece tramavo alle spalle di un dolore ancora più grande del sole. Tu ridevi e dicevi di divertirti, mentre passeggiavamo per strade deserte nelle quali avrei potuto tranquillamente ucciderti. Non l’ho fatto, sai perché? Perché l’omicidio è una soluzione talmente scontata e priva di senso. Un po’ come la pena di morte. È meglio il dolore, continuo e costante. Questa è la migliore punizione. Un supplizio di cui non si riesce a vedere la fine, che agisce quando invece sembra essere l’esatto contrario, quando pensi di stare bene e invece sanguini da fare schifo dentro, riempiendoti di ematomi invisibili. E gonfi, gonfi, fino a diventare un bozzo unico di ferite di cui non ti rendi neppure conto. Ti guardi allo specchio e credi di stare bene. Tutto quanto appare normale, tranquillo. Gli occhi, le guance, la bocca: ogni cosa è al suo posto e sembra perfettamente sana, mentre invece il suo risvolto marcisce di putridume malato, sacrificato in tagli sempre più duri e decisi. È lo scheletro che si scioglie, che si perde in attimi nel quale rompersi è facile quanto respirare. Un solo respiro e, crack. Una frattura. Ma stavi solo respirando. Oppure stavi solo parlando. Stavi ridendo. Come diavolo può essere successo? È questa la punizione migliore da infliggere, quando ti ammali e non pensi neppure di dovere guarire da qualcosa, fino a quando non è troppo tardi e non c’è più. Il male che ti ho fatto, in cuor tuo, non lo sai neppure quantificare, e io non lo so neppure capire. Mi domando se una qualche giuria mi potrebbe mai assolvere se mi giustificassi dicendo che non lo facevo apposta, anzi, che pensavo di farti stare bene e felice con il mondo intero. Mentre facevo il contrario. Essere felice, essere triste. Spingere verso una parte e tirare dall’altra. Ho solo sbagliato direzione, vostro onore, ma ero convinto di fare del bene. Questo direi. Chissà se mai potrei essere perdonato. O se nel letto, ad attendermi paziente, ci troverò mai la mia unica amica: la gogna.

lunedì 16 settembre 2013

Tortuga

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Il livello di civiltà di un popolo si giudica dai suoi crimini. Non parlo tanto dei delitti “raffinati”, quanto di quelli commessi dal popolaccio, oppure legittimati dallo stato.

“Dunque, secondo voi, è il male l’essenza della vita?”
“No, lo è la morte, che non è né bene né male: è inevitabile.”

Non parlo di speranza assoluta. Parlo di un fenomeno di ribellione che diventa norma di condotta e di governo. È così che si fiaccano le insorgenze.

Valerio Evangelisti

mercoledì 11 settembre 2013

Zanzare

Di notte fraternizziamo con le zanzare. A finestre aperte le lasciamo entrare, giocando a riconoscerle dal rumore. Ci volano vicino all'orecchio e bisbigliano frasi che noi non riusciamo a capire. Le loro ali sono la loro lingua, un mezzo di comunicazione importante quanto il nostro parlare. Passano da me a te senza farci caso, poi da te a me, e di nuovo in giro. Volano a spirale verso il soffitto, allontanandosi, per poi ricadere sempre a spirale verso uno dei due. Di tanto in tanto le scacciamo con una mano, cercando di avere silenzio per un po' di riposo. Tra il caldo, il rumore, il sonno che non viene. Le coperte ci sembrano appiccicose perché in fondo lo sono davvero: bagnate del nostro sudore silente. Sono la nostra seconda pelle lasciata abbandonata lì, quasi senza volerlo, in modo distratto. Ancora per poco, un pezzetto, una lingua appena percettibile, è attaccata a un dito o una porzione di braccio o una parte di gamba, una coscia o un polpaccio. Ci giriamo e rigiriamo lasciando impronte doppie impronte, come un velo, della nostra pelle viva e della nostra pelle appena morta. Mentre le zanzare ci guardano cambiare di notte in notte, entrano per salutarci e planano su di noi per capire una cosa che in fondo non capiamo mai neppure noi, io per primo. Non ce lo domandiamo mai abbastanza, ma loro ci ronzano intorno e sembrano volerci dire di non farci caso, di continuare a dormire. Ci tranquillizzano sussurrando parole consolatrici: non vi preoccupate, non vi faremo del male, non sentirete niente. Ci assaggiano con un bacio che sa di risucchio come se volessero capire con quel prelievo che per loro è cibo se ogni notte cambiamo anche dentro così come cambiamo pelle fuori.

lunedì 9 settembre 2013

Tutta un'altra musica

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“Era da un pezzo che volevo fare questo viaggio.”
“Lo so.”
“Mi libererò di lui.”
“Spero di no.”
“Davvero?”
“Dopo che cosa rimarrebbe di te?”

A lei sembrava di volere un figlio per le solite ragioni.  Voleva provare l’amore incondizionato, invece del debole affetto condizionato che di tanto in tanto riusciva a racimolare per Duncan; voleva abbracciare una persona che non avrebbe mai fatto domande su quell’abbraccio, sul perché, il percome e il quanto tempo.

Che assurdità, pensò. Più che pensarlo se lo disse, dal momento che dirsi le cose era un’autocomunicazione più consapevole che pensare e dunque un modo più efficace di mentire.

Devo confessare di essere più confuso che mai, sul tema della compatibilità. Ho cercato di vivere con donne che avevano una sensibilità affine alla mia, con risultati disastrosi, come prevedibile, ma la strada opposta sembra altrettanto disperata. Ci si mette insieme perché l’altro è come noi o perché l’altro è diverso da noi e alla fine ci si separa per le stesse, identiche ragioni.

L’esperienza serviva soltanto a non lasciarti far niente con la coscienza pulita. L’esperienza era una qualità sopravvalutata.

Voleva essere onesta con se stessa, ma essere onesti non significava concludere tutte le frasi, almeno quando la parte mancante denotava un vuoto tanto grande.

Lei guardò fisso la parete dietro di lui, cercando di ricacciare giù l’unica lacrima che le si stava formando nell’occhio destro. Perché il destro? Per una di quelle diavolerie per cui il condotto lacrimale destro era collegato con la parte sinistra del cervello e i traumi psichici venivano elaborati proprio nella parte sinistra?

“Com’è difficile, eh?” disse lui. “Tutto questo processo… boh, chiamalo come vuoi.”
“Non so se ho capito. Tu come lo chiameresti?”
“Processo conoscitivo. Conoscere una persona.”

I bambini secondo un luogo comune, erano il futuro, ma non era vero: erano il presente, il presente attivo e irriflessivo. Loro non erano nostalgici, perché non potevano esserlo, e ritardavano la nostalgia nei genitori.

“Che ne è stato dell’abominevole Duncan?”
Con sua sorpresa, Annie si sentì un po’ ferita.
“Non era poi tanto abominevole. Non con me, almeno.”
doveva difendere lui per difendere se stessa. Era questa la ragione per cui tutti si scaldavano tanto quando si parlava del loro compagno, perfino dell’ex compagno. Ammettere che Duncan non valeva granché significava riconoscere pubblicamente il proprio terribile spreco di tempo e la propria terribile mancanza di giudizio e di gusto.

In qualche modo la moderazione era una qualità sfuggente: non potevi accenderla e spegnerla a tuo piacimento. Ma in fondo era questo il problema delle relazioni umane in generale. Ciascuna aveva la sua temperatura e il termostato non c’era.

Le persone che hanno talento non necessariamente ne riconoscono il valore, perché a loro viene tutto spontaneo e a quello che ci viene spontaneo non diamo mai valore.

Stava cercando di dire che l’incapacità di esprimere in modo soddisfacente i propri sentimenti era una delle nostre perenni tragedie. Non sarebbe stato granché, né sarebbe stato utile, ma almeno avrebbe rispecchiato il peso e la tristezza che aveva dentro.

E devo dire che in questo i libri non mi hanno aiutata molto. Perché ogni volta che si legge qualcosa sull’amore, ogni volta che qualcuno cerca di definirlo, c’è sempre uno stato d’animo o un sostantivo astratto e io cerco di considerarlo così. Ma in realtà l’amore… Be’, l’amore sei tu e basta. E se tu non ci sei, non c’è nemmeno quello. Non c’è niente di astratto nell’amore.

Nick Hornby

mercoledì 4 settembre 2013

In testa

In una situazione del genere l’importante sembra essere solo non impazzire. Ordinare una relativa calma dentro la testa è inutile. Ogni pensiero è reazionario, sovversivo, con uno scopo unico e soltanto, quello di destabilizzare la linearità di una calma che sembra irraggiungibile.
Grovigli e nodi, ecco cosa c’è in testa. Un intricato corrucciato sistema di fili che si addensa dentro e si muove a ritmo vorticoso, senza pace. Premono, questi fili, si fiondano contro le pareti. Sono fruste che frustano il cranio dall’interno. Ed è frustante, il capire che tutto questo in fondo non ha un senso neppure se lo si rigira a testa in giù.
L’ordine, ecco cosa. E una linea piatta, eccone un’altra. Solo questo potrebbe addolcire il tempo facendo si che non si sentano così duri e pesanti il passare dei secondi, dentro, dei minuti, appena in superficie, delle ore, sopra la pelle, dei giorni, lontano.
Solo questo. E non risponde altro. La confusione, regna.

lunedì 2 settembre 2013

Luglio - Agosto 2013


"Non si appartiene a ciò che si ha ma a ciò di cui si sente la mancanza."

Efraim Medina Reyes