giovedì 31 dicembre 2009

Se premi esce pus biondo

La carne timida, quell'aria che risorge verso sera incenerendo ancora una fenice ormai gravida. Fuoco e lembi, di pensieri strascicati lungo l'asfalto consumato di strade secondarie, viali di circonvallazione mai utilizzati, deserti nell'ultima notte dell'anno. Ci ritroviamo catapultati in Vietnam, tra i palazzi ancora in piedi, stanze vuote che danno sull'esterno, finestre di ombre scure che non lasciano vedere all'interno ma danno spazio abbastanza da sparare, prendere la mira, premere il grilletto, ricaricare. Ci lasciamo prendere, ferire, precipitare dentro burroni immaginari, mentre camminiamo veloci e lenti con i bicchieri da brindisi ancora stretti in mano, mentre strusciamo mansueti in fusa mute le spalle contro i muri, per avere almeno un lato coperto e preoccuparci di guardare solo avanti, per schivare pugni cazzotti e proiettili. Ci lanciano contro bombe e brutali offese, grida pianti strascichi di vestiti non di borse. E le puttane per le strade sono quelle che ci accompagnano, lo dico solo ora e l'ho detto non lo ripeto: altro che gli anni ottanta dai quali siamo scappati ancora bambini e in cui non vogliamo ritornare con dei maglioni di lana di renne che ci guardano con occhi felici di giorni invece in cui non volevamo far altro che vomitare, al ricordo, le amicizie disperse e perse e bruciate in parole non dette spiegazioni mai chieste: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, questo è il primo comandamento, perciò, cristo santo di una zazzera nera di cuspidi con base sui fianchi culi troppo larghi, pensa prima di parlare o gridare accusare puntare il dito: dico, fuoco! Nel silenzio ci si perde troppo spesso e il bosco scuro delle parole non dette per evitare pericoli, i tuoi, presupposti con mente non ancora certificata da voti universitari sonnacchiosi sugli studi rimandati in pianure antartiche; quegli animali che si nascondano sotto gli alberi di questa foresta e dietro i cespugli di bacche sterili funghi velenosi, quelli sono i pericoli più appuntiti degli aculei della tua stupida vendetta sanguinosa.

mercoledì 30 dicembre 2009

Magic Kingdom

More about Magic Kingdom

(Perché Liam era grazioso, se non addirittura bello, ed è vissuto - ed è morto, per Dio - sotto l'orribile spada di Damocle di circostanze che lui non poteva controllare, le sue possibilità erano una scommessa sul cavallo più debole, un azzardo, o la va o la spacca, una su un milione.)

a Bale tornò in mente un pensiero che aveva già fatto altre volte: la gente, anche quella più noiosa, quando è in gruppo, spesso assume atteggiamenti eccentrici. Ci aveva fatto caso a scuola, aveva avuto modo di osservarlo durante il servizio militare, e in ufficio quando aveva ancora un lavoro stabile. E' come se le leggi del comportamento civile, che non solo governano, ma praticamente controllano la condotta umana nei rapporti a tu per tu, perdessero ogni validità quando si è fra più persone, come se l'equilibriomentale fosse solo una forma di timidezza affinata dall'abitudine e ciò che la gente è, ciò che è realmente, la sua vera natura, selvaggia e policroma come le piume degli uccelli tropicali, potesse affiorare in tutto il suo splendore solo in gruppo, dando modo alle esuberanze e ai folli eccessi, alle azioni matte e strampalate di crescere e moltiplicarsi in infinite schiere di stramberie.

"Non ti rendi conto di quanto sia tipico il tuo atteggiamento? Elizabeth Kubler-Ross c'insegna che la gente nella tua condizione attraversa una serie di fasi: il rifiuto della realtà, la rabbia, la negoziazione e l'accettazione. E tu sei rimasto bloccato al primo stadio. Come credi di riuscire ad affrontare questa cosa?" "Ma se non l'affronto", disse Noah Cloth, "allora non muoio, vero?"

Charles Mudd-Gaddis, il vecchietto, sogna sempre il suo primo compleanno. Sogna la torta e sogna le candeline, sogna i palloncini e sogna le stelle filanti; sogna i giocattoli, sogna gli applausi. Sogna di avere tre anni, il bambino, che a quel punto sarebbe un uomo di venti, ventun anni. Poi sogna la bambina, di sei anni, una donna ai suoi occhi. E ora lui ha cinque anni e va per i quaranta. Ah, avere di nuovo trentaquattro anni!, sogna. E sogna di avere sette anni e di essere sopraffatto dalla confusione, quella bianca afasia del cuore e della testa. E con una chiarezza spaventosa sogna il presente e non riesce a ricordare quanti anni ha davvero.

nel pieno fulgore della sua lucidità, con la testa limpida come il cristallo, vede tutte le sottili, brillanti sfaccettature dei rapporti causa ed effetto

Dato che ciò che ti rimane impresso, pensò Eddy Bale, quello che ti si attacca alle costole e caccia fuori tutto il resto, come quando la canzone che stiamo ascoltando caccia via tutte le altre canzoni o il sapore di quello che stiamo mangiando caccia via tutti gli altri sapori, non è né il piacere né la sofferenza, ma solo la grave rivelanza delle cose.

Un ombrello di fuochi d'artificio si aprì sul Regno Magico


Stanley Elkin

martedì 29 dicembre 2009

Buon...

Quando ti auguro il biongiorno aspetto grondante umidità dalle pareti una tua risposta positiva/negativa, incrociando le dita che il sole abbia deciso di alzare il volume e posizionare il jack sull'uscita funzionante, le pile cariche orientate nel modo corretto: più sul più e meno gettato via nel cassonetto del recupero.
Mi dico che forse dipende anche in modo infinitesimale da quale cd scelgo la mattina, dalla musica che ascolto in macchina, dal modo in cui prendo i tornanti in salita in discesa con accordi più serrati e fuori tono, da come cantano i miei cantanti registrati, i complessi tutti sciolti o ancora insieme, chi invecchia bene chi invecchia male, chi muore prima di invecchiare. Mi dico: non fare il cretino, non essere sciocco senza sale in zucca, non metterti al centro, riordina le idee, i concetti, bene o male, non è questo certo l'ago della bilancia, l'ago della siringa, l'ago con cui bucare, la vena da ferire. Ci sono cose, c'è la nebbia, c'è il buio della sera che ora arriva presto, e mi domandi in uno di questi nostri giorni quando potremo mai rivedere un bell'arcobaleno, come quelli che vedemmo incrociarsi nel cielo qualche tempo fa. Ricordi?
Allora forse tutto sta nel fatto che mi limito al giorno, al mattino, che è solo una parte di ventiquattro, diviso per sessanta, poi ancora per sessanta, e poi ancora e ancora diviso per renderlo sempre più minuscolo e atomico, motore di ogni micrommillesimo di secondo; dovrei augurare un buon istante, uno dopo l'altro, guardare di fartelo arrivare questo buon e no farlo perdere nell'etere, mandare un buon con ricevuta di ritorno, un buon per pacco celere, posta prioritaria. Ti dovrei cucire, si, una coperta d'amianto che luccica al buio con i pezzi più disparati di mattino pomeriggio sera e notte, tanta tantissima notte. Una coperta si, ma davvero una buona coperta per un buon giorno, serio, al caldo per questo inverno che fa le bizze, con la neve e con il sole, i fiumi e i torrenti in piena: una coperta sotto la quale potersi riposare e ripararsi e nascondersi, anche se poi non so di preciso da cosa.

lunedì 28 dicembre 2009

Saremo mai al sicuro?

si cade nei precipizi burroni crepe nel suolo dove non vi passa luce. si perde quel che si rischia di perdere e riacciuffato per i capelli lo si trascina al riposo al sicuro in un posto caldo dove potersi di nuovo stendere.
"Ma saremo mai al sicuro?"
non potremo mai guardarci le spalle con la stessa serenità che avevamo un tempo, quando ancora non pensavamo che tutto questo potesse succedere. non scorderemo la paura della prima mattina, o della sera inoltrata, quando gli occhi si sono fatti di ghiaccio e quasi ci cadevano le pupille, solidificate tutto ad un tratto dal terrore. mi sono sbucciato le palpebre nel cadere contro l'asfalto ruvido, così tanto da consumarle del tutto.
"Qual'è il contrario di essere ciechi? Quando si vede sempre anche non volendo."
ho promesso a me stesso, tessendo una promessa così intricata da perdersi nell'ago del filo della trama del tessuto che facevo nascere sotto le mie scarpe e i miei piedi; ho promesso che non sarebbe più accaduto, che avrei scacciato l'eventualità futura con fuoco fiamme e gas, così tanto da bruciare qualsiasi cosa sul nascere; ma la verità è che ci perdiamo sempre troppo in chiacchiere, questo è il vero problema.
"Ti va di parlare?"
"Vuoi sfogarti?"
"Un caffè..."
"Una birra..."
ciò che oggi ricordiamo domani sarà passato e dimenticato. è solo questione di tempo, e poi non servirà più nessun fossato o muro o campo minato; non saranno più le difese che ereggeremo a difenderci da tutto, ma saranno le difese che non ereggeremo a dare il benvenuto alle nostre paure.

venerdì 25 dicembre 2009

Let Me Sleep

cold wind blows on the soles of my feet
heaven knows nothing of me
i'm lost, nowhere to go
oh when i was a kid, oh how magic it seemed
oh please let me sleep, it's christmas time
flowered winds was where i lived
thought you burned, not froze for your sins
oh i'm so tired and cold
oh when i was a kid, oh how magic it seemed
oh please let me sleep, it's christmas time
oh when i was a kid, oh how magic it seemed
oh please let me sleep, it's christmas time
oh oh when i... if i was a kid, oh how magic it seemed
oh please let me dream, it's christmas time

Performed by Pearl Jam

giovedì 24 dicembre 2009

Per chi vuole i regali arriveranno, chi non li vuole non li aspetti

oggi ho preso tutto - sentimenti affetti pensieri sorrisi-che-non-ho-potuto-sorridere-a-chi-volevo - e ho impacchettato ogni cosa in scatolte condite con fiocchi e carta colorata e palline luccichenti appese agli angoli. ho chiamato un furgone tnt e traco gli ho dato tutto il trasporto da trasportare alle persone scritte in calligrafia più arrotondata possibile. mi sono messo seduto sul tavolinetto basso del salotto ed ho scritto uno ad uno gli indirizzi, cercando di restare calmo, di rendermi leggibile il più possibile.
spero che i regali arrivino in tempo, nonostante la pioggia il vento o la neve da qualche parte. ho detto, quasi preoccupato quando ho consegnato tutti i pacchetti: se vuole metto il francobollo su di ognuno, metto un francobollo con l'immagine di un uccello, di un passerotto azzurro, un colibrì che porta sul becco un ramoscello di qualcosa, sbatte le ali e si tiene in volo; magari in questo modo arriva prima.
il corriere, un ragazzo con la barba fatta poco e un berretto con visiera, mi ha rassicurato mettendomi una mano sulla spalla: non c'è bisogno del francobollo, ha già fatto tutto quel che c'era da fare e da pagare.
ma io vorrei che queste cose arrivassero ai destinatari al massimo domani, possibilmente questa sera, in modo che possano mettere i pacchi sotto l'albero, che li possano tenere un po' lì a covare, a far crescere la curiosità, senza neppure guardare il bigliettino di chi glieli ha mandati; almeno in questo modo quando li apriranno e penseranno a me, a chi li ha spediti prima in lapponia e poi da loro, ed esploderanno in spero felicità abbastanza abbondante a seconda di quanto hanno aspettato ad aprirli.
non si preoccupi, mi ha detto il corriere, correrò il più possibile e il più veloce per arrivare quanto prima sotto l'albero di ognuno.
grazie, ho detto, grazie mille babbo natale.

mercoledì 23 dicembre 2009

ogni anno era

ogni anno era un nuovo dottore, nuove lastre, nuove ipotesi, nuove cure. chi diceva che non avevo niente, chi invece che ero grave, altri gravissimo, altri invece non mi visitavano neppure. alcuni mi facevano stendere sul lettino, strappando via la carta su cui si erano sdraiati sopra chissà quanti altri pazineti prima di me, e poi mi guardavano, analizzavano la zona, mettendosi i guanti, la mascherina: non sapevano se potessi essere contagioso, meglio prendere tutte le precauzioni del caso. uno, dopo avermi tastato massaggiato controllato con i polpastrelli tutto il piede risalendo dalla caviglia lungo il tendine per fermarsi poi all'estremità opposta del polpaccio, quella sotto il ginocchio, si sedette dietro la sua scrivania e mi disse:
il problema è che lei ha un grifone incastrato nel tallone.
un grifone?
si un grifone. di solito fanno il nido sotto la pianta del piede e una volta che le uova si schiudono i piccoli prendono il volo e se ne vanno. nel suo caso però uno dei cuccioli è rimasto impigliato con la zampa in quella sottile membrana che attutisce lo sfregamento del tendine d'achille contro l'osso.
vede, disse sporgendosi verso di me e disegnando uno scarabocchio su un foglio bianco immacolato. all'inizio non capivo, seguivo i suoi tratti senza riuscire a vedere dove potessero portare; ma quello che ne uscì fuori alla fine fu un vero e proprio capolavoro di grifone ruspante, con tanto di dettagli sul beccho, le ali, la coda.
è normale che lei provi dolore: via via che cresce il piccolo ha bisogno di uno spazio sempre più grande, è un po' oppresso tra le pareti che lei gli riserva; perciò spinge, graffia: si agita. è questa la natura del male che lei sente da mattina a sera.
non mi fa male sempre, solo quando cammino: il movimento tacco punta, trasferire la forza sul pavimento per trasformarla in passo, movimento.
anche questo è normale, nella sua situazione ovviamente. il grifone tende a voler volare, non ama molto la terra ferma, o l'acqua, anche se ha le zampe preferisce non usarle: le riserva per afferrare le prede, per agguantarle mentre in volo plana giù in picchiata. quando lei cammina lo spinge in pratica ad andare un po' contro la sua stessa natura: camminare invece di volare.
quindi dovrei solo trovare il modo di addomesticarlo, portarlo magari due o tre volte a passeggio durante il giorno.
si, basta che lei lo abitui. all'inizio, come ora, sarà un po' riluttante. cercherà di opporsi, beccando i nervi e cercando di strappare i tendini con i suoi artigli; ma con il tempo si abituerà anche a camminare, e per lei il dolore diventerà sopportabile.
sopportabile, è questo a cui devo aspirare? a soffrire di un dolore sopportabile?
purtroppo si. il grifone rimarrà per sempre nel suo tallone, a meno che non si sottoponga ad un intervento per estrarlo. ma l'avverto: l'operazione è piuttosto complicata, vista l'età ormai avanzata dell'animale. di solito interventi del genere si cerca di effetturali molto tempo prima, quando ancora il piccolo deve mettere le piume e gli artigli risultano ancora poco affilati. nel suo caso invece l'animale è già abbondantemente cresciuto, c'è il rischio che il grifone non sopravviva all'operazione.

martedì 22 dicembre 2009

A Serious Man


A Serious Man, un film dei fratelli Coen dai titoli di testa stupendi, con musica azzeccata e nomi a spuntar fuori dallo schermo, e dal finale spiazzante con nuvole all'orizzonte. Nel mezzo le disavventure di un uomo a cui il caos sembra giocare in continuazione brutti scherzi. Una storia di caduta nelle "disgrazie" e di come uscirne, dello sbagliato e del giusto, del fare il buono, di come comportarsi, dell'etica, della morale, dei riti di passaggio ormai superati e sorpassati da altri. E di come le punizioni, già scritte, ti aspettino al varco non appena commetti gli errori. Il tutto miscelato con grande sapienza dai due fratelli seduti dietro la macchina da presa, che dirigono con mano ferma e decisa, a partire dal prologo che sembra suggerire all'orecchio di come le cose acquistino una consistenza reale solo quando le si presta fiducia o credo; un cast asciutto in cui spicca un protagonista in forma, sempre in perfetto equilibrio tra serio e vittima, senza mai eccedere a smorfiette inutili ma restando fedele all'indole del personaggio.

Giudizio: Dvd
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

lunedì 21 dicembre 2009

La staticità come espressione dello stato d'animo

a volte non è importante quello che fai - è buffo dirlo perchè alla fin fine si pensa sempre il contrario - quanto invece quello che NON fai. il non volersi cambiare, ad esempio, lo svegliarsi la mattina e indossare sempre gli stessi identici vestiti del giorno prima: è sintomatico di uno stato d'animo.
ogni volta che si strappavano i pantaloni, quando qualche buco qua e là si formava a causa del troppo alzarsi e sedersi e alzarsi e sedersi di nuovo, lui accoglieva l'evento come un funerale. sapeva che quello era un segno, un avvertimento per prepararlo al giorno ormai imminente quando avrebbe dovuto prendere quei pantaloni e portarli a cucire, a rattoppare. quando questo avveniva doveva inizare a riorganizzare le idee, a sistemarle, prenderle con cura e appoggiarle da qualche parte; prepararsi psicologicamente al cambio di pantaloni. questo era un piccolo terremoto nelle sue abitudini, un sisma che lo obbligava a fare, ovvero a scegliere un nuovo paio di pantaloni da indossare.

venerdì 18 dicembre 2009

Diamonds in the Mine

lei è vestita di blu e ti chiede se le dai la rivincita
quello con la camicia bianca che sei tu dice a tutti che non ha amici
e i fiumi stanno per tracimare per i troppi cassonetti arrugginiti
e nella tua terra promessa i turisti vanno a bruciare gli alberi

and there are no letters in the mailbox
and there are no grapes upon the vine
and there are no chocolates in the boxes anymore
and there are no diamonds in the mine

poi mi racconti che il tuo amore ha un braccio rotto
poi mi dici che sei insonne
che non pensi ad altro
io l'ho incontrato l'altra notte
stava sbranando una persona
dove vanno a picchiarsi le tigri
contro i cristiani

and there are no letters in the mailbox
and there are no grapes upon the vine
and there are no chocolates in the boxes anymore
and there are no diamonds in the mine

e non si sta bene tra le congreghe di streghe
quando arrivano i dottori per sterilizzare tutte le puttane
e il solo leader carismatico ha posticipato la rivoluzione
ha addestrato centinaia di donne per uccidere un bambino
(che tra l'altro non era ancora nato)

and there are no letters in the mailbox
and there are no grapes upon the vine
and there are no chocolates in the boxes anymore
and there are no diamonds in the mine

Original Score by Leonard Cohen
Performed by Le Luci Della Centrale Elettrica

giovedì 17 dicembre 2009

in birra veritas

Begli esseri fantastici che siamo tra tutti e due: io vampiro al contrario, tu scaricatrice di porto mannara. Mentre ci ballano tutto intorno folletti fauni e fate, con le sirene adagiate sugli scogli ai bordi del lago, in mezzo a questo bosco che sa tanto di magia, anche solo al semplice sapore, l'odore. Ci spieghiamo le parole, aggiorniamo dizionari e ci disegnamo addosso facce allegre, facce tristi, facce con gli occhi che brillano, facce che nevicano dagli occhi. Carburiamo con i nostri tempi e ci incastriamo con la testa dentro porte troppo strette per i nostri sorrisi grandi. Corriamo corse per vincere di vittorie con ritiri, alziamo le braccia, ci facciamo scherzi, ci abbracciamo, ci diciamo cose serie. Festeggiamo il futuro che non vogliamo neppure ricordare, abbattiamo l'ansia e ci parliamo, per quanto sia possibile definire parlare tutto questo nostro, tra una birra e l'altra, ancora digiuni. E incrociamo pure forte le dita, talmente strette, quasi io e te, che per scioglierle poi servirà un chirurgo di quelli bravi e un'operazione di ventiquattro ore, tanta tanta anestesia. Mentre di notte ci perdiamo e non ci troviamo, sparisco per ore intere e scappo a Genova per manomettere motori, fare la danza della neve, pregare il cielo per qualche fiocco posato in centimetri e centimetri; tirare palle di neve e non solo.
"Giuto che non ho visto niente!" dici te senza accorgerti di sbagliare, mentre io metto le catene alle dita alle mani al cellulare alla penna al pc ai tasti interi della tastiera, per non slittare tra le parole.

mercoledì 16 dicembre 2009

Pier

Cazzo, virgola, punto, tre punti, sospensione e punto e virgola! Vorrei buttare giù qui tutta una serie di tue citazioni ed urlarle contro il cielo per vedere se mai riuscissi a fartele arrivare, a rimettertele in bocca e premerle a forza pulsante contro il tuo petto per farlo di nuovo andare su e giù su e giù, su e giù. Prendere tutte quante le tue parole e copiarle qui sotto per andare in eterno, un foglio lungo mille fogli e passa, oltre, oltrepassare il limite consentito, e sentire le mani dolere al suono del dolore dei tasti battuti e combattuti nel solcare le lettere che hai scritto e che non hai inviato ma allo stesso tempo hai inviato a tutti. Perchè quelle lettere e quelle parole e quelle storie e quel tutto ha riempito in pieno e tracimato oltre i confini tutto quello strano periodo che è stata l'adolescenza, portandosi dietro gli umori e i suoni, nonché i sapori che mai si scorderanno, per rimanere sempre in bocca, liquidi sulla lingua, ad accompagnarti da qui ai giorni e mesi, anni, come un fantastico bacio di cui ci siamo baciati una volta.

Pier Vittorio Tondelli
14 settembre 1955 – 16 dicembre 1991

Perché tu ti perdi nel tuo amore, ti abbandoni nel tuo amore [..] tu vuoi completamente perderti nelle braccia dei tuoi amanti, dimenticarti, innestarti su di una storia meravigliosa proprio perché non tua. Ma noi siamo macchine e l'unico modo per non soffrire dell'amore è lasciare che le storie ti sfiorino, ti accarezzino, ti penetrino quel minimo che è possibile. Non puoi voler di più. E' impossibile voler di più. Devi lasciarti solamente sfiorare dal tuo amore, se fai tanto di alimentarlo bruci, come stai bruciando ora.

Le occasioni della vita sono infinite e le loro armonie si schiudono ogni tanto a dar sollievo a questo nostro pauroso vagare per sentieri che non conosciamo.

martedì 15 dicembre 2009

The Reader


"Cosa ci facciamo qui?"
"Cerchiamo di capire."
Capire il silenzio, le sigarette fumate di traverso sulle scale e sui gradi dei tribunali; capire la storia che racconta del passato e del passato ancora più indietro, di due tre quattro passi fatti in campagna su due biciclette senza freni, quando ancora si poteva fare una gita del genere, baciare la propria madre davanti all'evidenza e agli scout seduti alle stesse panche, rivisitare con le lacrime luoghi e posti che non sono solo cori ma anche e soprattutto fiamme. C'era la neve, e i bombardamenti, e tutto quel poco tempo per prendere decisioni, non è possibile dimenticarlo. E c'era anche la vergogna, quella che si preferisce nascondere per sempre per l'ergastolo, pur di non affrontare: cosa?
Il senso di colpa, per non aver alzato la mano, per non aver avuto trovato il coraggio o il perdono per continuare a camminare insieme a tutti gli altri. Il senso di colpa del silenzio che si trasforma in cassette e cassette, registrazioni analogiche da far partire premendo due tasti contemporaneamente. Questa è l'espiazione di colpe che non è possibile cancellare o non vogliamo cancellare. Per poi vomitare tutto, parole pensieri opere, soprattutto omissioni, amori lacrime, quando ormai è troppo tardi. Rimanere di ghiaccio di fronte al tempo che passa ma che continua ad echeggiare nella propria testa, che sussurra ancora alle orecchie di un dolore mai del tutto perdonato. Quando si capisce che non è vero: che tu non hai il potere di farmi soffrire, non conti abbastanza.

Giudizio: Cinema
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

lunedì 14 dicembre 2009

Pinocchio 2009

il padre putativo pudore sputatore su lava fiamme e melma disse: alzati, figlio mio. Pinocchio risposte con scricchiolii legnifughi alzandosi in piedi e balzando sotto il tavolo, dove il gatto ammiccava felino agli stivali neri lucidi, da moschettiere. voglio vivere, disse. voglio parlare. voglio parole, frasi, periodi. voglio inverni, primavere estati. Autunni del nostro scontento. voglio l'aria. voglio i polmoni. disse: voglio i desideri. voglio le paure. i peccati. voglio la cresta dell'aria quando si infiamma di saliva amorosa. voglio l'atmosfera arancione celeste delle candele. voglio il sapere, la conoscenza, l'ignoranza. voglio la libertà e le catene. voglio il sole e i suoi colori. voglio la pioggia, le nubi le tempeste gli uragani dei pensieri. voglio la sete, la seta, la fame, la fama. voglio la pelle, disse. voglio un naso e la strada dove poggiarlo. voglio le bugie. voglio le bugie. le bugie. le bugie. voglio solo le bugie. su bugie. voglio le bugie. le bugie. le bugie. le bugie. voglio scopare le bugie fino a sanguinare tutto l'inguine in spruzzi di rosso sulle lenzuola livide di tatto forzato, botte schifose in abbracci strinti in amplessi volgari. voglio sputar via lo sperma dell'innocenza passata sprecata rotta e venduta svenduta come imene liso teso fino all'inverosimile: lasciamo passare le truppe nemiche, o voi che entrate nella landa desolata di questa pianura desertica. voglio i capelli sudati appiccicati sulla fronte attorno alla guance, mangiarne a ciocche bagnate finite dentro la bocca con lo sporco del giorno, della notte, delle sere ubriache, utilizzarli per sfondi sudici, fili interdentali con cui pulirsi lo sporco per aggiungerne altro di altra natura. voglio.
la mannaia dell'accetta del machete di Geppetto si abbassò con un'ombra gravida di tristezza. c'era ancora da lavorare, revisionare le attuali scoperte invertendo alcuni concetti per raggiungere l'illuminazione. aprì il torace mentre il gatto faceva le fusa attorcigliandosi sui suoi stinchi, la coda ritta a captare dettagli sismici di gravità emozionale. dentro pinocchio non c'erano vene, sangue, neppure onde concentriche di vita a segnarne gli anni, lo stratificarsi delle stagioni, linfa verde e vitale, clorofilla cristallizzata. non c'era niente di tutto questo, ma un albero di natale lampeggiante in lucine sempre più piccole e dettagliate che stava andando via via spegnendosi nel buio, microchip saldati su schede madri attorcigliate legate una sulle altre, un parquet di verde aperto come un libro sul tavolo da lavoro di Geppetto, un souvenir di viaggi interstellari fatti nella fantasia di millenni addormentati su cuscini consumati, appoggiato sul piano regolare insieme ad altri prototipi neppure mai messi in test o provati a far camminare con le loro stesse gambe: tronchi, alberi, ceppi di legno inanimato da cui erano stati tolti tutti gli arbusti per renderne liscia la prospettiva di visuale; e pialle, coltelli infradiciati di scorza secca, corteccia sempre più inanimata con residui ambrati di colate estemporanee.
"Il futuro non è la natura." Disse Geppetto al gatto addormentato dentro gli stivali.
"Il futuro è la natura, perchè la natura è puttana." Disse Pinocchio in un ultimo spasimo di essere. il braccio gli ricadde verso il vuoto, perso nella gravità che dal tavolo di lavoro pendeva verso il pavimento.

venerdì 11 dicembre 2009

Crushlander

Crashlander
You took your own life in your hands
You had to escape them somehow
You knew it would hurt

Pull yourself free
With the wreckage at your feet
Feel the relief for all your doubts and wounds
Will be gone

Crashlander, there's damage but atleast you're alive
The hardest thing you could have done
You've done now
It's easy from here

Turn your back on
The constellation you flew from
You are hurting, lonely
Hopeful, Happy

Pull yourself free
With the wreckage at your feet
There’s a million worlds to explore
When you’re ready the cosmos is yours

Performed by Adem

giovedì 10 dicembre 2009

500 Giorni Insieme


La bellezza di Zooey Deschanel incastonata dentro un personaggio visto un po' altalenante, con i suoi stessi grandi occhi quasi grigi e la sua forse stessa capacità di. Cinquecento giorni sparsi in modo random, qua e là, saltando da un momento all'altro, durante i quali si impara a conoscerla, amarla, odiarla, farla indifferente. Ci sono poi gli amici, buffi tristi legati ancora bambini scemi, i capi ufficio, le feste fatte di karaoke e birra birra birra e ancora birra; c'è molta musica, sentita dentro cuffie grandi da stereo, da ascoltare dentro gli ascensori o nel tragitto da casa all'ufficio; e poi c'è lui, il protagonista: imbranato quanto basta e ricco di sogni quanto basta per poter rivedersi dentro di esso, con le sue fantasie, la sua aria normale tranquilla da bravo ragazzo che cerca di darsi una ragione. C'è anche una voce fuori campo, non si sa di chi, che indica indirizza e fa spazio a volte tra la folla, in uno stile un po' turbato che ancora forse non ha deciso che strada sicura prendere. Il tutto ben frullato shakerato in quello che è l'amore che si pensa della nostra vita, con parti dolci amare simpatiche divertenti, dolorose, tristi, di quella tristezza colla che ti appiccica al letto e non ti fa alzare. Il darsi una scrollata per liberarsi di tutta la piogga raggrumata sulla pelle, questo è il senso di fine che porta a pulire tutta una lavagna di una vita accantonata, affrontare il petto di chi quel petto ce lo ha sempre offerto neppure troppo nascondendolo, ma che semplicemente non avevamo il coraggio di andarci a sbattere contro. Sono disegni che si fanno architettonicamente accettabili ma poeticamente fantastici, e quei disegni li si vedono così, forse, chissà, perchè insieme, in un determinato periodo, condividiamo quegli stessi occhiali rosa con cui vediamo tutto, quelli che poi qualcuno uno dei due si toglie ed invece l'altro continua a tenere sopra il naso, forse per non sentirne la mancanza, di quella visione così speciale, o forse proprio per il contrario: per sentirne proprio la mancanza.

Giudizio: Cinema
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

mercoledì 9 dicembre 2009

Addio Firenze

Parto dalla fine perchè è quella che sempre più si ricorda più difficilmente si dimentica si dimena per spiazzare e cacciare via le mosche con la coda così irta di aculei quasi fosse un drago appollaiato sopra uova che non sono sue cova la progenie di qualche altra specie quando mai si schiuderanno e profumeranno in fiori nei campi sterminati di uomini donne bambini uccisi squartati alla gola con ferite non da arma da fuoco ma da morsi e bocconi banchetti con i quali sfamarsi e digerire passare con effetti lenti sopra il mercoledì il giovedì il venerdi arrivare a sabato e domenica e sorvolarli leggeri su un biplano di quelli a motore vecchio stile con l'elica appiccicata sul muso sul davanti così veloce nel suo movimento da farla diventare invisibile agli occhi. Così io che sono seduto con in mano la cloche e la tiro verso di me per alzarmi ancora un po' la spingo verso fuori lontano per scendere in picchiata per picchiare il mio stesso corpo con l'aria che mi schiaffeggia la faccia a velocità di non decollo, sto precipitando verso la terra che si ingrandisce sempre più vedo i fiumi allargarsi vedo le strade ingrigirsi diventare nere farsi asfalto vedo le case i villaggi le città le lucine illuminate dei lampioni che quando siamo sul marciapiedie, io e te, a camminare mano nella mano stretti io dal lato del traffico per proteggerti da qualsiasi possibile sbandata d'auto, quegli stessi lampioni che ci sembrano così alti da confondersi quasi con le stelle ci sdraiamo per terra e guardiamo il cielo per disegnare le nostre fantasie sulle costellazioni per esprimere desideri andati a male scaduti non appena vediamo fulminarsi un sole in qualche altra galassia lontana lontana; quei lampioni ora stanno crescendo come le nostre sensazioni si fanno prima bambini piccoli e uggiosi poi adolescenti adulti già vecchi si lamentano di tutto del fatto che non ci sentono che non sentono noi e noi non gli parliamo se vogliamo parliamo d'altro o non parliamo affatto quando invece dovremmo prenderli e cullarli, si è vero che poi invece è il contrario, ma pensare ad una casa fatta di legno in mezzo al bosco dove potersi arrendere alla giornata che finisce distendersi davanti al camino per chiacchierare con due bei bicchieri panciuti di vino in mano che si avvicinano alla bocca e si apre la bocca si apre appena per far passare prima il bordo del vetro trasparente poi il rosso rubino del vino. Sto scendendo in picchiata per picchiare la faccia contro la terra per farmi schiaffeggiare dalla realtà quanto dura e pura questa sia la realtà mi saprà svegliare davvero e per sempre come ora e nell'ora della nostra morte: amen. Addio Firenze.

martedì 8 dicembre 2009

Spera Sfera

Dicevi che prima o poi avrei fatto suicidare i surfisti, sarebbero stati trovati impiccati con la tavola accanto. Io rispondevo che non lo sapevo, ero un po' indeciso. Stavamo facendo colazione per passare il tempo, per arrivare puntuali, vicino a dove di solito la sera ci davamo appuntamento con messaggi in codice. Qui aquila rossa: in postazione. I mondiali si giocavano di mattina, oppure di pomeriggio, in televisori piccoli e traballanti. Pioveva, non pioveva, era estate, e le piscine che andavamo a visitare erano diverse dai parcheggi davanti ai cimiteri, quelli sbagliati tra l'altro, o gli aereoporti dove ci dettavano il bollettino meteo della neve. Le piscine erano nascoste, dall'altro lato della strada, così belle e spumeggianti, accanto a fontane spruzzanti di schizzi d'acqua che si coloravano alla luce del sole; ma allo stesso tempo era così lontane dagli occhi di tutti gli altri che ci domandavamo sempre che senso avesse avuto costruire lì, in mezzo ad una zona industriale, un'oasi verde di prati tagliati in automatico da robot piccoli e quadrati; ogni volta che ci andavamo dovevamo lavare la macchina, fosse stato inverno o anche no, che l'ultimo pezzo di strada non c'era strada ma solo fango quando pioveva, sassolini invece quando c'era il sole. E quando c'era il sole, ricordi, ci incantavamo come stupidi ai piedi delle scale, aspettando di essere accolti in qualche stanza, parlavamo del più e del meno e poi ad un tratto ci fermavamo, nei discorsi negli sguardi nei respiri in tutto quanto circolasse dentro. Credevo di essere l'unico, ma tu mi seguivi a ruota, non c'è che dire, anche se poi dicevi il contrario, ridevi, mi spintonavi via, per poi venirmi a cercare, la domenica, con telefonate nascoste, durante le quali mi chiedevi aiuto, mi domandavi chilometri che ti davo. La casa era così bassa che tra poco ci picchiavamo la testa sul soffitto, e non dovevamo chiamarla casa perchè in fondo non lo era, una specie di garage allargato dove era stato messo il riscaldamento e diviso in stanze più o meno uguali con bagno e cucina. Quando ti trasferisti tra i lupi, che per arrivare dicevi dovevo attraversare tre rotonde e poi altre quattro, credevo di essermi perso per almeno cinque volte prima di riconoscere la luce accesa, il tuo numero squillante sul cellulare che mi chiamava per dirmi: butto la pasta? Quella si che era una casa, anche se lontana, anche se oggi sembra più vicina, ma già non ci vivi più. Chissà se dove stai ora c'è un sgabuzzino abbastanza grande dove mettere tutte queste parole, che se piove rischiano di lievitare, diventare sempre più grandi e non entrarci più. Meglio che mi fermi, prima di rischiare di affogare tra le lettere e i ricordi.

lunedì 7 dicembre 2009

Dentro e fuori le mura

Lucca è rimasta Lucca ma si è ingrandita perchè si è ingrandito il concetto di città. Dentro le mura e fuori le mura. Dove le strade si incrociano e i pedoni le attraversano. Gente con cani sotto il cappotto, luci appese agli alberi, lacrime celesti chiare grondanti dai rami, vicino alle piste ghiacciate dove gente priva di freddo danza chi con musica, chi con grazia, chi senza freni, traballa da una gamba all'altra, rischia di cadere, rimane in piedi, sveste la paura di quel cielo grigio che non piove ma tinge di gelo. E' il rumore delle persone con brusio incessante di passi su tacchi, scarpe basse, scarpe alte, stivali, ballerine, soldati di piombo senza gambe saltellano da un posto all'altro, da una piazza vuota ad una piazza stracolma di libri e foto e insegne e indicazioni e bagni pubblici nascosti nelle strade più sperdute, accanto a trattorie popolari con prezzi certo poco popolari. Le ombre in terra ci trasformano in areoplani pronti al decollo, panettoni da mangiare caldi, dolci da consumare, sigarette fumanti con il fiato non di tabacco fuori dalle labbra chiuse sottili tra denti e denti in sorrisi stretti lamelle di telai funzionanti in rumori striduli che tessono sempre le stesse tele in contorni diversi ieri oggi e domani per sempre così come la luce di questo giorno: si sta spegnendo, piano piano. Andiamo a vedere le cartiere illuminate a festa, i festoni appesi tra le ciminiere lungo le autostrade, a sbandare non appena il cd balla un po' e le bruciature sulla voce di Bob Dylan fanno prendere colpi apocalittici al cuore appena sotto una costola ancora dolorante.

E dentro le mura ci sono fate folletti gnomi, creautre magiche che indicano la direzione giusta, da prendere per indossare la magia. Indossarla e spogliarsi di tutto il resto perchè la magia c'è già sotto pelle, nascosta magari da uno strato più o meno sottile di grigio. Per mandarlo via basta un soffio, per risplendere di nuovo di preziosità, che magari non è argento ma presto potrebbe diventare rubino.

venerdì 4 dicembre 2009

Marigold

He's there, in case I wandered off
He's scared, because I warned
He's scared, in case I want it all
He's scared, 'cause I want
All in all the clock is slow
Six color pictures, all in a row
Of a marigold

Performed by Nirvana

giovedì 3 dicembre 2009

La volta che sei venuto a trovarmi, e ci siamo ubriacati e ci siamo persi e non ci siamo ritrovati. Più (Parte III)

Non so se perché sono un po' ubriaco, o se è il parabrezza sporco, o per il buio senza un cazzo di lampione solitario fuori in strada, ma non vedo una sega e sbando di continuo rischiando a duo o tre curve di uscire e piantarmi con il cofano nel fosso che ci accompagna da quando abbiamo iniziato a salire per questi tornanti.Tu ridi a crepapelle, fradicio, schiacciato contro il finestrino, mentre mi guardi scuotere la testa e spettinarmi e pettinarmi al ritmo della musica dei Raconteurs che riempie la macchina. Di tanto in tanto canti abbozzando le parole, lanci acuti rauchi, graffiati dal fumo e sporchi della cenere delle sigarette. Non parliamo per niente, lasciamo che la strada ci porti chissà dove e il tempo passi con leggerezza.
"Cazzo fai?" Domandi quando accosto in uno spiazzo accanto ad una specie di bosco.
"Devo pisciare." Rispondo con urgenza togliendomi la cintura di sicurezza e fiondandomi tra gli alberi.
Non vedo assolutametne nulla, pure le mie mani non sono che delle ombre vaghe, anche slacciarmi i pantaloni è un'impresa non di poco conto. Piscio con sollievo tenendo gli occhi chiusi e il risultato è che mi sento via via sempre meglio, ma anche che alla fine mi piscio prima su una scarpa e poi anche un po' addosso. Le bestemmie in questa silenziosa solitudine paiono grandi quanto grattacieli, nonostante le dica sottovoce, a denti stretti, senza muovere la bocca.
Quando torno in macchina tu sei mezzo dentro e mezzo fuori, con il tuo sportello spalancato e le gambe belle distese per terra. Ti sei acceso una sigaretta, l'ennesima della serata, e stai giocando con la radio. Non fai che far passare i primi versi di "Old Enough", di continuo, senza sosta. "You look pretty in your fancy dress." Stop. "You look pretty in your fancy dress." Indietro. "You look pretty in your fancy dress." Da capo. "You look pretty in your fancy dress." Ancora. "You look pretty in your fancy dress." Ascolto così tante volte questo verso che la voce di Jack White mi entra talmente tanto in testa, nel profondo, da farmi credere sia la mia stessa voce. Quando lasci andare il pezzo, e "But I detect unhappiness... You never speak so I have to guess... You're not free." hai gli occhi squadrati, non più liquidi. Non hai l'aria sorridente, non hai l'aria di scherzare. E' come se la sbornia ti avesse lasciato tutto ad un tratto, di punto in bianco.
"Andiamo." Dici.

mercoledì 2 dicembre 2009

Un braccialetto

E' difficile mettere a parole quello che siamo, stati, saremo, e ora, chissà. Come palline colorate inanellate a caso una dopo l'altra su di un filo di uno spago di un braccialetto: questo forse siamo. Dimmi allora tu se questo braccialetto ti piace, anche se a livello cromatico è tutto un casino e magari è pure scomodo; dimmi se lo indossi ancora a volte, anche solo di notte.

martedì 1 dicembre 2009

Novembre 2009


"Se è tardi a trovarmi insisti
se non ci sono in un posto cerca in un altro,
perché io son fermo da qualche parte ad aspettare te."

Walt Whitman

lunedì 30 novembre 2009

Sun, stop going down, come out again

Vieni in bagno, solo un secondo, ti prego. Voglio farti vedere questo buffo pelo di barba, qui, appena sotto la narice sinistra, che parte nero e finisce bianco, tanto che ogni mattina quando mi sveglio, vengo in bagno per lavarmi la faccia e i denti, dopo colazione, penso sempre che mi sia rimasto qualche filo appeso sui baffi; magari un pezzo di lenzuolo che si è staccato, o una cucitura della camicia, o della maglia, quella bianca che porto sempre la notte per dormire. Vedi qui, proprio in questo punto esatto.
Ed ora mi faccio la barba, ma non tutta, altrimenti mi sentirei troppo giovane, o nudo; decidi te. No, me la faccio solo sotto il mento, costeggiando in un continuo errore sopra sotto tutta la linea della mandibola. Mi riempio il collo di schiuma da barba, bianca, così tanto che sembra abbia fatto un incidente in auto, magari sia stato tamponato, ed ora mi fossi messo uno di quei collari per tenermi fermo: una sciarpa di latte, montata quasi per preparare una torta. Me ne rimane sempre troppa nella mano aperta a coppa, di schiuma da barba da spalmare sulla faccia, non riesco mai a spruzzarne la quantià giusta, quella di cui ho bisogno, che mi servirà; così la sciacquo sotto l'acqua del lavandino, poi prendo la lametta e la pulisco sotto il getto del rubinetto freddo. Ci sono ancora incastrati i peli neri e lunghi e duri e ammassati della volta precedente, di quando avevo deciso di radermi di domenica, subito dopo esser stati a fare colazione in quel bar dove ti avevano detto che facevano un caffè strepitoso, tanto da tenerti sveglio, dicevano, per tutto il sabato e l'intera domenica; ricordi? Ma oggi le lame sono più vecchie di una volta, di una rasatura, sono consumate e non tagliano così tanto bene.
Oh, tagliano anche troppo - dici. Ed io mi volto con alcuni peli di barba tagliati ma ancora attaccati alla pelle bagnata, come francobolli che scivolano sulla carta, tutto rosso di pouis qua e là ferite di piccole goccie di sangue. Tu sei appoggiata ad uno stipite della porta del bagno, con una maglia nera, i capelli sciolti sulle spalle, ed un sorriso velato a lisciarti le labbra.
Sorrido di risposta.
Parliamo troppo di risa, sorrisi, e delle nostre emozioni così leggere da affacciarsi in questo modo sulla nostra faccia?
No, no. Al contrario: vorrei ammalarmi di sorrisi.
Vorrei ubriacarmi del tuo.
Vorrei.

venerdì 27 novembre 2009

Personal

Wanted: Single F
Under 33
Must enjoy the sun, must enjoy the sea
Sought by single M
Misses destiny
Send photo to address
Is it you and me?

Reply to Single M
My name is Caroline
Cell phone number here, call if you have the time
28 and bored
Grieving over loss
Sorry to be heavy
But heavy is the cost
Heavy is the cost

Reply to Caroline
Thanks so much for response
These things can be scary
Not always what you want
How about a drink?
The Sage Hill Club at noon?
I’ll phone you first, I guess
I hope I see you soon

I never got your name
I assume you’re 33
Your voice it sounded kind
I hope that you like me
When you see my face
I hope that you don’t laugh
I’m not a film star beauty
I sent a photograph
I hope that you don't laugh

Note to single M
Why did you not show up?
I waited for an hour
I finally gave up
I thought once that I saw you
I thought that you saw me
I guess we’ll never meet now
It wasn’t meant to be
It wasn’t meant to be
I was sure you saw me
But it wasn’t meant to be

Wanted: Single F
Under 33
Must enjoy the sun
Must enjoy the sea
Sought by single M
Nothing too heavy
Send photo to address
Is it you or me?

Performed by Stars

giovedì 26 novembre 2009

Siamo pittori o imbianchini con colore?

Le mattine, tutte, ora poi, in particolare, per il tempo, la stagione, sono in bianco e nero, macchiate di grigio, lievi sfumature, vuoi per le nuvole, o il sole pigro, più di me, che si veste sempre allo stesso modo; sta a noi colorarle di colori accesi, riempiendo gli spazi nei contorni, non importa se ordinati o precisi, vanno bene anche le sbavature, basta siano speciali. Per questo usciamo di casa con in tasca tempere pennelli colori ad olio pennarelli matite lapis pastelli a cera acquarelli evidenziatori verdi rossi gialli fucsia celesti arancioni, e con questi ci appendiamo al muro dell'orizzonte e ci imbrattiamo le mani le maniche le camice e i maglioni, senza i manicotti bianchi con gli elastici alle estremità che avevamo all'asilo per non sporcare il grembiule, nel dipingere il cielo le colline, i raggi che dall'alto scendono in trasversale per illuminare il tutto. Guido così veloce, io, che le parole fanno quasi fatica a raggiungermi, svoltando a destra e a sinistra, dall'alto verso il basso, in folle in discesa, tirando le marce in salita, mentre tu, ti prego: non guidare tremando, perchè i giorni non inizieranno sempre con litigi vecchi e rincoglioniti - si può dire rincoglioniti in televisione? - ed anche se fosse ti prometto che riusciremmo pure quelli a disegnarli in altro modo, magari allungando baffi buffi sui loro volti, tanto strani e attorcigliati come quelli di Dalì esagerandoli, così tanto da farci sbuffare di risate e vergognare quasi per il nostro divertimento. Prima o poi dovremo prendere il caffè, davanti a macchinette lontane, e ci serviranno le fossette da utilizzare al posto dello zucchero, perché lo prendiamo amaro, tra un discorso, un prelievo, un vero vero falso vero falso vero vero falso, e l'altro, vero.

mercoledì 25 novembre 2009

Che - L'Argentino


C'è poco tempo per riepilogare cosa è stato all'inizio, se ne avete bisogno riprendete la motocicletta e i suoi diari. Qui già la voce di Benicio Del Toro arriva dal buio, con immagini in bianco e nero, leggermente sfocate e troppo vicine, particolari per i dettagli, e già suona come una musica di chiusura, di fine, come una parentesi aperta che si chiuderà poi nell'arco di due ore, anche se non avrà la sua sorella poco prima dei titoli di coda. Nel mezzo, oltre a brevi schegge di nazioni unite, c'è la foresta il camminare marciare a volte lenti ma costanti, il reclutamento; ma c'è anche la scuola, la comprensione per i contadini, le ferite da medicare. Di guerra, o simil, vera, per le strade di città da occupare, c'è solo una piccola rispetto al tutto parte finale, dove l'asma iniziale, sempre pronta a far fischiare e mettere in crisi un uomo e non un supereroe, ha lasciato posto ad un braccio rotto, ingessato e tenuto al collo da una benda.
In attesa della seconda parte.

Giudizio: Cinema
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

martedì 24 novembre 2009

Andiamo a mettere benzina

In questo intreccio di compleanni, congestionamento in su e in giù di anniversari pronti da festeggiare con tirate di orecchie e candeline accese, spente ora da un soffio con tanti tanti desideri, servirebbe un semaforo per gestirne il traffico, lo scorrere regolare, senza intoppi né ingorghi, deviazioni provvisorie, incidenti mortali e non; mi domando quanto parole ancora dovrò spendere per te, quanti discorsi si inzupperanno con la tua saliva dopo esser stati bagnati dalla mia, o dall'inchiostro rovesciato. Sarà mai possibile comprarti un piumino per tenerti al caldo non dal gelo dell'inverno ma dall'incontentabile malattia che ti vuole sempre di più, per te ora e poi? Non ci saranno mai forse sorrisi abbastanza sorridenti, situazioni che sfioreranno la perfezione perchè di quella perfezione preferisci agognare, sognare, desiderare, perchè dai un movimento al cuore, verso l'esterno del tuo petto, anziché toccarla con mano viva, tenerla avvolta con le mani a coppa, soffiaci sopra appena per evitare che sia troppo calda, per poi berla come cioccolata fusa. Perchè quando ci si mette a correre per raggiungere una metà così lontana da non vedersi, da non riuscire neppure a concepire, forse togliendo il tempo sia alla barba che cresce folta, e i capelli disordinati, senza gel a volte; quando si parte per un cammino lungo e faticoso, spesso nel tragitto nel percorso si rischia di godere proprio di questa sofferenza, fisica e morale, sia sulla pelle che nel sudore, misto a lacrime amare - hai mai fatto caso che l'aggettivo amare può essere anche verbo e se lo metti insieme, questo strano gioco di parole, può darsi che si accosti ancora meglio di tutte le altre, vibrando in un unico suono con il tuo: amaro amore. - che quando si arriva alla meta forse non si sa più cosa fare. Non chiedermi se questa sia una malattia, amico mio, se dovessi dire: si tratta solo di eccessiva fiducia nella poesia.

lunedì 23 novembre 2009

Alla ricerca di regali

"Salve. Vorrei sapere se avevate Infinite Jest di David Foster Wallace."
"Si ricorda per caso di quale editore?"
"Fandango... Einaudi."
"Fandango, si, ora ricordo. Einaudi è un'altra casa editrice."
"Si, lo so."
"Aspetti che controllo sul computer."
"Ok."
"Trovato: Infinite Jest di Foster David Wallace."
"!?!"
"Purtroppo non lo abbiamo. Sa, è un po' datato."
"Datato?"
"Si, vuol dire che non è uscito recentemente."
"Si, lo so cosa significa datato. Solo che ho visto che avete cinque edizioni diverse de La Divina Commedia..."
"..."
"Ok, ho capito. Prendo questi allora."

venerdì 20 novembre 2009

32 Flavors


Squint your eyes and look closer
I'm not between you and your ambition
I am a poster girl with no poster
I am thirty-two flavors and then some
And I'm beyond your peripheral vision
So you might want to turn your head
Cause someday you are gonna get hungry
And eat most of the words you just said

Both my parents taught me about good will
And I have done well by their names
Just the kindness I've lavished on strangers
Is more than I can explain
Still there's many who've turned out their porch lights
Just so I would think they were not home
And hid in the dark of their windows
'Til I'd passed and left them alone

God help you if you are an ugly girl
Course too pretty is also your doom
Cause everyone harbors a secret hatred
For the prettiest girl in the room
And god help you if you are a phoenix
And you dare to rise up from the ash
A thousand eyes will smolder with jealousy
While you are just flying past

And I'll never try to give my life meaning
By demeaning you
And I would like to state for the record
I did everything that I could do
I'm not saying that I am a saint
I just don't want to live that way
No, I will never be a saint
But I will always say

Squint your eyes and look closer
I'm not between you and your ambition
I am a poster girl with no poster
I am thirty-two flavors and then some
And I'm beyond your peripheral vision
So you might want to turn your head
Cause someday you might find you are starving
And eating all of the words that you said

Performed by Ani DiFranco

giovedì 19 novembre 2009

La ragazza dei miei sogni

More about La ragazza dei miei sogni

Perché il corpo sa cose che il cervello dimentica.

"Si tratta di una ragazza."
"Si tratta sempre di una ragazza. O di un ragazzo."

"Io credo di essere un tipo piuttosto normale, invece."
"E' quello che dicono tutti."
"Proprio così."
"Solo perchè la gente non osserva."
"Cioé?"
"Cioé, le persone stanno sempre a guardarsi l'ombelico, non cercano realmente di comprendere gli altri. Si fanno un'idea di te nei primi cinque minuti che ti conoscono, e poi passano il resto del tempo a confermarsela. A nessuno gli frega niente degli altri, questa è la verità."

la gente tende a sopravvalutare il proprio posto nell'ordine delle cose.

Non ti rendi conto di quanto la morte sia definitiva finché non prende qualcuno che conosci bene.

Stavo facendo un errore molto comune: quando un evento sfugge ai nostri parametri, invece di cambiare i parametri, ignoriamo l'evento.

Francesco Dimitri

mercoledì 18 novembre 2009

Nalli Bello

di quando: la macchina si fermò nel bel mezzo di un incrocio, e fuori diluviava, pioveva fitto quasi fosse la nostra vita ora; i pomeriggi lunghi in ospedale, ad ammalarsi al posto sbagliato, sdraiarsi su letti matrimoniali momentanei, le barelle con la febbre, e a pisciare fuori, pisciare male, sbagliare la posizione; gli europei del '92 in Svezia, quando tu solo mi ritrovasti; gli anni della sabbia ancora prima, sala giochi e mare per la prima volta, nuotare contro le turiste tedesche; le foto da non vedere e quelle da ispirare, Praga con il suo cimitero ebraico, il golem di terracotta; le collezioni più improbabili, le bottiglie di birra vuote, ancora conservate nell'ammucchiare della soffitta, le foto dall'esterno con in sfondo gli stadi di calcio; i pellegrinaggi nell'edicole più lontane, cercando fumetti non ristampati negli scaffali colmi di porno a buon mercato; la notte in cui a cercarti ero io, su e giù per le strade, quando invece eri al cinema, cellulare spento fino al tuo ritorno a casa; l'amplificatore partì definitavamente, del tutto, rischiando di cacciare via frammenti di finestre e vetro di bicchieri; a natale i libri regalati al punto giusto, Kerouac dopo Asimov e la fondazione; Mrs Doubfire srotolato attorno ad una scuola, le due di notte, tanta fanta e mille bollicine al posto delle stelle; i biglietti degli auguri di buon lavoro il primo giorno, i primi giorni, tieni duro, vai così, tranquillo, lasciati sul comodino, chissà quanti prima che decidessi di metter fine a quella vacanza; dei consigli o del semplice lasciare in giro qualche cosa che invogliava, che stuzzicava, un indicare la strada senza però spingere o forzare; mi venivi a ripredere a Firenze e periferia, portando in dono cd nuovi che ancora non potevamo ascoltare in auto. Di tutto questo e di mille altre cose ormai disciolte che non si distinguo neppure più, ma ci sono ci sono state e chi le ha messe sei stato tu; perchè sei modello, forma, ispirazione, visione, la bella copia che non verrà mai stropicciata quanto me; perchè se io in fondo ci sei molto, alle fondamenta, te.

ps. E per regalo, in esclusiva, un biglietto per l'anteprima di Twilight Saga: New Moon!! Wow!!!!

martedì 17 novembre 2009

appendice #1 all’apocalisse #28

Ognuno ha una sua precisa realtà interiore attraverso osserva comprende ed elabora ciò che è all’esterno. Chiamiamola banalmente visione del mondo. Ma è una visione parziale del proprio mondo. Nessuno può avere una visione del mondo. La visione del mondo sarà sempre per forza la visione del nostro mondo. Quindi sarà sempre una visione. Le persone come le vediamo, anche quelle che in qualche modo ci sono vicine saranno sempre comunque una proiezione (nei migliori dei casi vicina alla realtà, ma realtà che in realtà non esiste perché anch’essa visione personale di altrui sé) di quello che sono, ne deriva che nessuno comprende in realtà nessuno, al di là di quello che con gli strumenti cognitivi che possiede (personali), e solo quelli, riesce a comprendere, carpire. Quindi tutto ciò che osserviamo è virtuale e banalizzando nessuno conosce nessuno.

William Dollace

lunedì 16 novembre 2009

Sul pongo e le alluvioni

Avrei voluto dirti: non sentirti così tanto in soggezione nei confronti dell'amore, sbagliando lo so il termine, ma non avrei avuto il tempo per cercarne uno migliore, più calzante, da farti indossare con eleganza. Continuando: non essere così severa con te stessa, segnando con la penna rossa ogni singola parola della tua definizione, quasi tutta la faccenda fosse un compito in classe o un'interrogazione. Puoi dare mille e cento diverse spiegazioni, postulati, interpretazioni, e sbagliare ogni santa volta; ma non tanto perché la tua risposta sia sbagliata in senso stretto, quanto piuttosto perché non c'è una risposta esatta o giusta. In fondo l'amore forse è solo un dodecaedro di Rubik con cui tutti passiamo il tempo a cercare di far combaciare i lati, dipingendoli di uno stesso identico colore.

venerdì 13 novembre 2009

Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle

Errata Corrige: questa è più intonata ai giorni

It's so relieving
To know that you're leaving as soon as you get paid
It's so relaxing
To hear that you're asking whenever you get your way
It's so soothing
To know that you'll sue me, this is starting to sound the same

I miss the comfort in being sad
I miss the comfort in being sad
I miss the comfort in being sad

In her false witness, we hope you're still with us,
To see if they float or drown
My favorite patient, a display of patience,
Disease-covered Puget Sound
She'll come back as fire, And burn all the liars,
leave a blanket of ash on the ground

I miss the comfort in being sad
I miss the comfort in being sad
I miss the comfort in being sad

It's so relieving
To know that you're leaving as soon as you get paid
It's so relaxing
To know that you're asking wherever you get your way
It's so soothing
To know that you'll sue me, this is starting to sound the same

I miss the comfort in being sad
I miss the comfort in being sad
I miss the comfort in being sad

Performed by Nirvana

giovedì 12 novembre 2009

Nel Paese Delle Creature Selvagge


Cosa fare quando il mondo, quello che conoscevi e l'unico che fino ad ora conosci, pare volgerti le spalle o additarti come il nemico? Partire per un viaggio, che sarà si burrascoso come le acque di un mare in mezzo ad una tempesta ma saprà anche indicarti la giusta direzione da prendere dentro. Il ritorno, vedrai, sarà molto più sereno e tranquillo: durerà meno e saprai benissimo come andrà a finire.
Ulula alla luna o alle scogliere, vestito del tuo travestimento migliore. Non conta essere re, umano, o lupo: tutti diventiamo, ci trasformiamo. Non siamo linee rette, ma curve piegate in scarabocchi interiori non certo facili da decifrare, attraverso urla, MORSI, presi e dati. Quando cerchiamo di capirci, senza saperlo né volerlo, finiamo sempre per dare forme diverse e più vicine a noi a tutto quello che vediamo intorno, così le cose le persone e pure noi stessi infine ci moltiplichiamo, ci dividiamo secondo un minimo comun denominatore che non ammette il convivere di più di una sola singola caratteristica. In questo modo, analizzando gli atomi al microscopio, forse riusciamo meglio a capire quello che succede.
Perché prima dell'adolescenza viene un mondo che non vorremo mai veder crollare.

Giudizio: Dvd
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

martedì 10 novembre 2009

Bambino vezzoso

Un bambino biondo vezzoso gioca in cortile lanciando una palla contro un muro di mattoni colorati dai pastelli con cui ha disegnato paesaggi e volti di persone famigliari amici che vede tutte le mattine a scuola a studiare la storia la geografia fisica fatta di foreste e montagne e non quella dei sentimenti che dovrà poi scoprire da solo senza libri di testo o versi da imparare a memoria ma esplorando di volta in volta territori oscuri mai calpestati da piede umano così come da animali invincibili a guardia di grandi castelli dove riposano principesse prigioniere dei loro stessi pensieri intricati come capelli annodati mai pettinati da anni e anni riuscirà mai il nostro valoroso condottiero a cavalcare le impervie pianure che dal regno dei cieli portano direttamente agli inferi di quelle vallate infuocate da lava rovente a fiumi e fossati attorno alle mura strette nella morsa di draghi dalle squame dorate resistenti come più dell'anima e di tutte le sue bugie bianche contro le lame di pugnali magici impugnati come fossero spade lunghe capaci di perforare la ruggine della corruzione dell'età adulta quando invece si piegano di fronte a tutte le barriere erette da persone e uomini e donne e gente intelligente che vogliono difendere ciò che in realtà non dovrebbe essere difeso ma promulgato così come i venti così come il sole la pioggia non sono mica uragani o tornadi che devastano il mondo civilizzato con palazzi alti piani su piani verso il cielo a grattarlo alla base delle nuvole i nostri pensieri e umori più grandi più belli più complessi di questo farneticare frenetico seguendo le linee dei segni dei rossi dei neri dei gialli dei verdi sul muro colorato con pastelli ricchi di quella fantasia pura infanzia non ancora offuscata dalle nebbie di tutto il tempo che poi arriverà a disturbare la quiete prima della tempesta senza gli arcobaleni tesi nell'aria tra un pentolone ricco di oro e un altro pentolone ricco della moneta corrente con cui a quei tempi in cui piangere è ancora un sollievo perchè pulisce ben bene gli occhi dalle ombre si pagano i momenti più belli eccitanti da attacare alla bacheca della memoria con puntine da disegno come se fossero fogli prima dei post-it gialli che attirano troppo l'attenzione e sono così banali tutti uguali mentre invece i ricordi appesi a quel pezzo di sughero che è la parte del cervello addetta a ricordare sono pezzi di vita che sono fotografie ingiallite dal tempo ritagli di giornali con caratteri cubitali strilloni a chiamare le persone sono fogli scribacchiati cartine da zucchero con calligragia elegante ben leggibile sono pagine di diari appunti scritti alla velocità della luce per non perdere il flusso della mano sono parole scarabocchiate più per incidere qualcosa che non per permettere ad altri poi di poterle leggere bene come si deve e come si addice a qualcosa tramandato per i posteri la cui ardua sentenza non è attesa nè osteggiata ma semplicemente allontanata il più possibile perchè francamente, beh francamente me ne infischio.

lunedì 9 novembre 2009

Un Pensiero

Traffico con carta, nastri nastrini, nastro adesivo. Prendo le forbici e le apro il più possibile per arricciare a capelli indipendenti i fiocchi appena fatti e formati, lungo le spalle di questo pacco tutto strano e storto, che non ha forma, tutto bozzi e bozzetti vari, palle di vuoto, rigonfi da una parte all'altra. Non è geometrico, dici mentre lo prendi e sorridi. Si, è vero, dico io, ma forse perchè dentro il pacco non c'è una scatola, non è così solido da poterci montare sopra un tendone come al circo; e questo pensiero, come tutti i pensieri, non ha forma, scappa via. Non appena sistemavo un lato mi scappava via l'altro; piegavo un angolo e lo fermavo ed usciva via dall'altra parte. Non è facile impacchettere un pensiero. Ci ho provato, ho fatto del mio meglio, e scusa se non è un gran che o non sono riuscito a farlo meglio che più meglio assai più non si può, come volevo e riprovavo di continuo, scartandolo io il regalo e rifacendo tutto il pacco da capo di nuovo come nuovo. In questi casi, spero, apprezzerai il pensiero.

venerdì 6 novembre 2009

Quello che sento

potrei parlare
discutere
stringere i denti
sorridere
mentire infinitamente
dire e ridire inutilità

mostrare falsa e ipocrita serenità
quando le parole si ribellano
favole
fiumi, mari di perplessità
non c'è una ragione per non provare

quello che sento
dentro
un cielo immenso
dentro
quello che sento

ho bisogno di stare con te
regalarti le ali di ogni mio pensiero
oltre le vie chiuse in me
voglio aprire il mio cuore a ciò che è vero

potrei parlare
discutere
stringere i denti
sorridere
soffrire infinitamente
trovare un senso all'inutilità

mostrare falsa e ipocrita serenità
quando le parole si ribellano
favole
fiumi, mari di perplessità
non c'è una ragione per non provare

quello che sento
dentro
un cielo immenso
dentro
quello che sento

ho bisogno di stare con te
regalarti le ali di ogni mio pensiero
oltre le vie chiuse in me
voglio aprire il mio cuore a ciò che è vero

..a ciò che è vero

Performed by Carmen Consoli

giovedì 5 novembre 2009

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo


Visionario, narrativamente singhiozzante per andamento della storia e riepiloghi e motivazioni e scenari. L'ultimo film interpretato da Heath Ledger è un viaggio nella mente non solo di Parnassus ma più che altro in quella di Terry Gilliam. Alcune immagini al di là dello specchio ricordano scenografie dei Monty Python, mentre il mondo è sporco e pieno di spazzatura quanto la città delle dodici scimmie. Il Tony di Ledger si trasforma in Depp, Farrell e Law, indicando anche un cambiamento dell'animo, da bianco a nero, con il primo dei tre ben calato nel personaggio e l'ultimo invece un po' fuori parte, tutto risolini e smorfiette. Una pellicola che rimane sempre in bilico tra realtà e immaginazione e pazzia, con scommesse con il diavolo, interpretato da un Tom Waits con baffini finti, che a volte incarna la malattia mentre a volte la tentazione la bramosia, dove invece il diavolo è un po' in tutti, mascherato sotto varie forme o scelte. Il tutto condito da una lieve poesia, mista a scatoloni da barboni e baracconi di grandi spettacoli dei vecchi tempi andati. (E in certi punti regala veri attimi di infinita saggezza.)
Se solo la seconda parte mantenesse l'intreccio della prima avrebbe meritato di più.

Ps. Un messaggio alla ragazzetta sciacquetta che uscendo dal cinema diceva che Ledger non era un bravo attore ma aveva vinto tale appellativo solo per il fatto di essere morto giovane; in fondo secondo lei aveva fatto solo 10 cose che odio di te, Il destino di un cavaliere e Il patriota.
"Io non me ne ricordo altri di suoi film." Diceva.
Cara, se guardi solo stronzate non ricorderai altro che stronzate.

Giudizio: Dvd
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

mercoledì 4 novembre 2009

Tre Vite

More about Tre vite

La memoria è un sistema di recupero di informazioni incostante, ve lo confermerebbe chiunque. E' piena di sbavature. Ogni tanto capitano cose che vanno al di là della nostra debilitata comprensione. Ogni tanto scegliamo di non soffermarci sulle cose accadute, così come una donna non ha voglia di soffermarsi sui particolari del travaglio una volta che il travaglio è concluso, quando il bebé è stato messo al mondo. Per me funziona così. Insomma, se io preferisco concentrarmi sulle cose positive, su una buona bottiglia di vino, su un bel tramonto, su un pomeriggio a remare al porto con la mia canoa gonfiabile, si può forse dire per questo che la mia memoria è insufficiente? la mia memoria è affidabilissima per tutto quello che sceglie di ricordare.

Aveva occhi blu d'acciaio che erano quasi laceranti per quanto erano vulnerabili

Il cognome col trattino, per toccare un tasto dolente, era una creazione dei suoi genitori, che non si erano mai sposati. Qegli spiriti liberi si erano conosciuti all'inizio degli anni Settanta, nel Sud. Stando ai loro racconti, il concepimento di Ellie Knight-Cameron era avvenuto durante un concerto della venerabile Allan Brothers Band. C'era stato un assolo particolarmente spinto di Dickey Betts. In lontananza sotto una coperta sbrindellata, l'amore aveva unito le famiglie non esattamente illustri dei Knight e dei Cameron.

di sicuro non era eterosessuale, visto che non emanava nessuna scintilla erotica, nessuna alchimia romantica, niente di niente. [...] a guardargli nel profondo degli occhi ci si accorgeva che erano come gli occhi di plastica di un animale di pezza.

C'era Serena in jeans con le toppe sulle ginocchia, la felpa verde di Darthmouth intonata agli occhi, beve il rum troppo in fretta e ne sputa un poco, si pulisce i denti con le unghie rosso cupo, una tonalità chiamata licantropo, e c'è il sapore dei panini al burro di arachidi con pezzi d'arachidi, ci sono pretzel vecchi e mosci.

Se proprio volete dare qualcosa per scontato, date per scontato che da adesso in poi ogni silenzio avrà in sé del dolore.

Come se la gelosia fosse l'unico colore della sua vita. Come se l'atmosfera fosse tre parti di gelosia e una parte di ossigeno.

"Cosa vedi in questo momento?"
"L'autunno", ha sussurrato lei.

E' un grosso errore misurare lo spazio col tempo, in fondo. Perché il tempo cambia.

Ha sorriso, e a quel punto mi sono sentito ubriaco già solo dei particolari del suo sorriso. Era un sorriso umile e sbilenco, e portava dei jeans con le toppe, e si è sfilata la felpa verde di Darthmouth ed è rimasta con una maglietta che aveva le maniche tagliate, la maglietta che pubblicizzava una certa ragazza deejay, e sotto la maglietta le vedevo la parte bassa della pancia. La curva dei seni. Il suo sorriso prometteva cose che non si sona mai realizzate, capite?

perché l'amore è bello quando non hai neinte, e io non avevo niente

perché gli attaccamenti che hai a quell'età, quando sei un ragazzino - almeno prima che cominciassero i problemi del mondo - quelle amicize sono l'unica cosa che ti sostiene.

Lo sai quanto penso a te?, volevo chiederle. Lo vuoi sapere che ti sto conservando per i posteri? Perché ti ho messa per iscritto, ho segnato come ti tiri le maniche della felpa fin sopra le mani, ho segnato ti si sbava l'eyeliner. Ho immortalato il tuo modo di rigirarti sui talloni delle scarpe da tennis costose, che dovresti cambiare più spesso. So di te e delle pesche noci, so che non c'è niente al mondo che ti piace di più, e so che quando ti svegli non sei mai felice, non prima del caffè, tanto caffè, e che pensi di avere le spalle grasse, il che è ridicolo. Tutot messo per iscritto. E le volte che hai strillato contro tua sorella minore sull'autobus, ho messo per iscritto tutta la conversazione, e non voglio ninete in cambio, niente. Non voglio che ti senti in debito per qualche motivo, è solo ch emi hai fatto venir voglia di usare la scrittura per preservare la storia, che è una gran cosa

Cassandra era bella in un modo che forse non sprei descrivere, perché la bellezza, in definitiva, rimane fuori dal linguaggio.

La memoria è il groove, è il solco, la bugia, la storia che non capisci mai fino in fondo, il posto migliore in cui stare. La moria è la puttana, la fabbrica di vergogna, la maledizione e la consolazione.

Rick Moody

martedì 3 novembre 2009

An Invisible Sign of My Own

mi sono slegata i capelli e mi sono indossata al contrario.

mi sono slogata la voce cercando di farle parlare una lingua diversa, cercando di farle ingoiare parole che sono coaguli in questa mia gola fucile, e senza proiettili sono

: disinnescata

la buona notizia è che puoi calpestarmi senza per questo farmi saltare – dormo sepolta, non faccio più male -, e ho occhi piuttosto discreti coi quali leccare la vita degli altri.

dice l’etichetta, lavare a trentasei gradi e con calori simili, che il dentro sia fuori e mentre ti asciughi arriccia i capelli – mi sono stirata tirata allungata i capelli, mi sono indossata al contrario -, e dalla centrifuga ho visto il mondo girare, ho fatto ciao con la mano, e ho stinto la pelle ma in modo uniforme. ammorbidente non ne ho trovato e sono un po’ rigida nei movimenti, ho ancora la lingua che sa di sapone ma sono pulita e cammino con gli occhi a terra e le cuciture a vista e con l’indicazione, non sono delicata, sono un corpo tessuto da mani callose e sottopagate in qualche terra non troppo lontana, addosso al quale puoi appartenere a te stesso.

la ragazza dai capelli strani

lunedì 2 novembre 2009

Ottobre 2009


"Il cielo tipo non esiste. E’ uno spazio di aria, nuvole, e uccelli. E come esempio calza, anche l’amore non esiste ma é un insieme di cose, a cui noi diamo il nome amore e le raggruppiamo."

rob robboso robertodragone

venerdì 30 ottobre 2009

Lonely, Lonely, Lonely

god nothing grows
in these fields
seems the land's gone rotten
lady blue
tell me what to do
when you've been forgotten

lonely, lonely, lonely
lay your head on me
lonely, lonely, lonely
maybe you're lonely
just like me

you'd wait what seems forever
your pride gone long ago
your smile, just a prop
to hide the years
but the years begin to show

lonely, lonely, lonely
lay your head on me
lonely, lonely, lonely
maybe you're lonely
just like me

you take what you are given
works out even just the same
the past is still
in front of you
and tell me who's to blame

lonely, lonely, lonely
lay your head on me
lonely, lonely, lonely
maybe you're lonely
just like me

Performed by Bakers Pink

giovedì 29 ottobre 2009

Le mie mani

GATE 24
Hairdressing

I chirurghi per prima cosa si lavano le mani. Sempre. Minuziosamente con cura dei dettagli, tra dito e dito, con il sapone bianco a fare bolle trasparenti. Noi invece, io più che altro, non ci disinfettiamo per nulla ed operiamo a cielo aperto, senza troppa cura dei pazienti che alla fine siamo noi, stessi, che ci sdraiamo sui tavoli imbanditi per farci aprire e capire. Parliamo di antropologia come se stessimo studiando un corpo umano, alziamo parti psicologiche e dreniamo quelli che pensiamo siano fluidi di pensieri incosci, non dipendenti da noi, prendo appunti: facciamo cose in base al contesto, a quello che ci succede attorno. Chi ci spinge a fuggire, chi ad andare, chi a cambiare luogo posto e aria. E nel frattempo le mani non si fermano, si appoggiano a più riprese in luoghi e lidi migliori dove vogliono atterrare. Solo un attimo, un momento, dicono, giusto il tempo di sentire il calore, di far colare il caldo dalle punte giù dalle dita fino alle mani e risalire il braccio ed arrivare al petto. Ma a volte non ne dai il tempo, perchè le malattie ci usano come ponti per trasportarsi da un punto all'altro, siamo macchine per teletrasporto e non serve un bacio per infettare un nuovo malato, ma giusto un tocco. Diamo così un'importanza che io già davo, per il mio io, per queste mani che si sfiorano nel parlare nello scherzare, un modo una scusa sempre nuova per toccare, e i rimproveri divertiti per allontanare me e le mie mani, sorrisi fantastici a sbocciare su labbra, le tue. Mi torna in mente una canzone, con i suoi testi e la sua cadenza. Sospiro e respiro, vado a tempo, le mani, le mani già lo sanno, e mi spiegavi, per questo vedi amore non si fermano un momento e tremano così. Forse è questo il senso di tutto il movimento, perchè pensavo fino a ieri che le malattie si attaccassero con i baci, attraccando con la saliva tra lingua e lingua, ed invece ora mi hai detto delle mani e non ne fuggiamo più da questo pazzo rituale, io che tento di toccarti, innocente, prenderti per mano, appoggiarti il palmo sulle tue, non chiedo il permesso e come sanguisuga cerco di succhiarti il calore che mi dai, inconsapevole. Solo questo, giusto un poco, ma non vuoi ammalarti, e tu ritrai, cambi posizione, tono di voce, mi allontani. Forse è giusto, sia così. Ci baciamo con le mani, rimanendone scottati, il mio bacio sulle falangi, sui polpastrelli, un bacio per ogni dito. Sono bocche che non hanno labbra, sono labbra incastrate nelle impronte digitali, sono bramosie voluttuose, sono voli e paesaggi disegnati su movimenti di pianura: sono le mie mani che si muovono veloci, a fermarsi solo su di te, che si fermano alla ricerca solo quando una ricerca più non c'è, e si accucciano sulle tue perchè il nido e la casa, il calore migliore, oggi, c'è, non c'è.

mercoledì 28 ottobre 2009

Up


Up: 3d ma anche semplice 2d, non facciamoci problemi, non c'è niente che esce fuori, che ti prende e ti afferra, se non la storia, niente che all'improvviso ti fa capire il motivo vero di avere un paio di occhiali appoggiati al naso, c'è poca tridimensionalità pure nei piani spaziali, profondità che non si nota o che per lo meno si notava maggiormente tra i dinosauri dell'era glaciale. Sotto questo punto di vista un buco nell'acqua, un semplice adeguamento alla moda che vuole ormai i film per forza in 3d, per combattere forse l'avanzata della visione casalinga sempre più vicina al cinema, o forse per giustificare un piccolo aumento di prezzo. Il titolo punterebbe verso l'alto, più su; ma andare più in alto, più su di un piccolo capolavoro come Wall-E, dicamolo, è davvero difficile. Up ci riesce, oppure lo affianca, solo nella prima parte: il prologo è fantastico e per la prima volta a mia memoria in un film Pixar succede una cosa naturale ma mai vista; l'inizio del viaggio è magnificamente in stile sogno anni cinquanta, pur ambientato ai giorni nostri, ed è un qualcosa di meraviglioso e credibile: il sogno di volare via con tutta la casa, attaccata solo a dei palloncini volanti, gonfiati di elio, e dirigersi verso il paese dei nostri sogni. Il registro cambia arrivati alla meta, e si ride come nella miglior tradizione Pixar, ma quel senso di magia viene annacquato e diluito, si perde un po' nell'avventura e nell'intreccio un po' prevedibile della storia. Un film godibile, fatto bene, con momenti divertenti e altri magici; meglio questo di molte altre cagate che si vedono proiettate in giro; ma francamente Wall-E era tutta un'altra storia.

Giudizio: Dvd
  • Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
  • Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
  • Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
  • Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia

martedì 27 ottobre 2009

prove me wrong

(sono parole che mi rimangono dentro da tempo, ed ogni tanto escono di nuovo fuori a farmi piacere)



a poco è servito voltarmi nascosta o scoperta sapendo che avrei dovuto bastarmi per sempre che già il tuo viso è opaco e immobile e spento nella fissità del ricordo - non posso chiudere gli occhi temendo sapendo che là ti vedrei come sei, nel modo in cui hai imparato a piacermi, appena girato, tre quarti di volto, il passaggio da pieno a profilo o il contrario e la pupilla che mi si arrampica addosso, si ferma in tre punti a prendere fiato. ti succhio la penna ma ha un altro sapore, nemmeno mi serve il respiratore al quale agganciarmi e riempirmi i polmoni di false o di vere speranze, resisto ma è inerzia e il giorno che segue non potrà mai esser migliore di quello passato, mi spero superba abbastanza da dirti le cose di te che non sai e convincerti di esser nel vero, io, di essere giusta nel giusto, ma sono sbagliata e tutto per colpa di una coincidenza, son nata nel posto sbagliato al momento sbagliato, sbagliati i miei genitori sbagliata la vita vissuta che, per un momento, ho pensato a te avvicinarmi e invece mi porta lontana, mi porta vicina abbastanza da correre il rischio di ancora incrociarti per caso, lontana abbastanza da farmi trovare ogni volta sul marciapiede sbagliato, nascosta dietro alla colonna che ho usato perché nessuno vedesse che stavan cadendo le calze e il pianto dagli occhi e dal naso.
mi resta di scriverti ancora una volta scegliendoti sopra di me scegliendo per te le parole che adesso potrebbero farmi da impalcatura, rimettermi in piedi e farmi corazza e guscio e conchiglia - proteggere me dal venire ancora una volta schiacciata dall’enormità dei miei impossibili lieti finali.

Virginia Diazepam

lunedì 26 ottobre 2009

Firenze sold-out

Rimettiamo al sole l'ora per guadagnare un po' di luce, nel frattempo avanziamo sul fronte del centro e liberiamo la città dalle macchine, dai pedoni distratti ad alto rischio di investimento. Siamo un onda che allaga le strade, siamo l'Arno che straripa, siamo l'alluvione del '66, siamo il terzo scudetto della Fiorentina. Le urla dello stadio ci arrivano lontane, parcheggiamo ai margini di fossi rischiando di ritrovare la macchina persa in acqua, mista a fango ed erba alta, e camminiamo zoppicando per colpa mia il più veloce possibile per attraversare i viali. Quando arriviamo alla fontana un senso di già vissuto, di deja-vu, la gente che ci provava con persone che conosceva da poco, ricordi lontani quando vendevamo camice virtuali e ridevamo spensierati del mondo del lavoro senza disoccupazione occupazione dispersione, numeri di impianti, tipo modello sportivo elegante, casual. Occupiamo il tempo a cercare di arredare casa con i san pietrini, maledicendo ogni piede appoggiato male, con un caldo infernale e le commesse nude sotto vestiti trasparenti, giacche in mano sudore sulla fronte, cercando vestiti andati a male, dalla mattina alla sera persi in larghe vedute che diventano sempre più larghe anche scendendo di misura. Fuori il buio ci aspetta, le luci dei lampioni. Sul Ponte Vecchio le ombre delle auto che passano veloci sugli altri ponti accanto sembrano delle persone che si gettano nell'Arno. Non abbiamo spazio per restare a guardarle, le ombre, le persone: ci sono impalcature che bloccano l'appoggio, anche se ci fermiamo qualche secondo per vedere i ristoranti tuffarsi nelle acque. Poi riprendiamo verso gli Uffizi, sempre in perenne ristrutturazione. Confrontarli con altri musei e trovarne le differenze, darsi appuntamento nei magazzini e rubare gli sguardi sulle opere.
Eravamo tutti là e non lo sapevamo neppure. E' strano scoprirlo solo oggi, quando il senso è diventato più disteso e gli scoppi le risa le labbra sono più felici. Ritorniamo alla macchina per vedere dei giostrai scambiarsi effusioni in pubblico, ripartire poco prima di noi e svanire in pulmini bianchi parcheggiati meglio. Lasciamo il buio e a fari accesi prendiamo l'autostrada per accartocciarla sotto le ruote, batterla quel poco e fermarici solo a riposo.

venerdì 23 ottobre 2009

Star Witness

My true love drowned in a dirty old pan
Of oil that did run from the block
Of a falcon sedan 1969
The paper said '75
There were no survivors
None found alive

Trees break the sidewalk
And the sidewalk skins my knees
There's glass in my thermos
And blood on my jeans
Nickels and dimes of the fourth of july
Roll off in a crooked line
To the chain-link lots where the red tails dive
Oh how I forgot what it's like

Hey when she sings, when she sings when she sings like she runs
Moves like she runs
Hey when she moves, when she moves when she moves like she runs
Moves like she runs
Hey there there's such deadly wolves ‘round town tonight
Round the town tonight
Hey there there's such deadly wolves ‘round town tonight
Round the town tonight

Hey pretty baby get high with me,
We can go to my sisters if we say we'll watch the baby"
The look on your face yanks my neck on the chain
And I would do anything
To see you again

So I've fallen behind…

Hey when she sings, when she sings when she sings like she runs
Moves like she runs
Hey when she moves, when she moves when she moves like she runs
Moves like she runs
Hey there there's such deadly wolves ‘round town tonight
Round the town tonight
Hey there there's such deadly wolves ‘round town tonight
Round the town tonight

Go on, go on scream and cry
You're miles from where anyone will find you
This is nothing new, no television crew
They don't even put on the sirens
My nightgown sweeps the pavement
Please don't let him die

Oh, how I forgot...

Performed by Neko Case

giovedì 22 ottobre 2009

Cantami una canzone

Siamo in salotto a casa mia. La musica suona dalle casse sopra la libreria. La tv è spenta, un quadro nero sulla parete. La luce è quella tenue e caldo della lampada a risparmio energetico vicino alla finestra: le servirà del tempo per illuminare bene tutta la stanza, ma per ora va bene, va benissimo questo fuoco leggero che non arriva a tutti gli angoli.
Io sono seduto sul divano - maglia a maniche lunghe, jeans e scarpe da ginnastica - un po' di traverso a tagliare le gambe verso di te - camicia aderente, stretta a fiori, fuori dai pantaloni portata così come piace a me, lingue di stoffa a leccare le tue cosce coperte dai jeans scuri. - Sei in piedi davanti alla parte angolare della libreria, dietro e sopra di te la luce. Stringi in mano un microfono immaginario e canti in playback atteggiandoti come le dive degli anni '30 rimodernizzate in qualche modo. Siamo soli. Io sorrido, ignorando il fatto che qualche giorno fa mi ha rimproverato di sorridere troppo. E come dovrei fare per esprimere questa leggera felicità che mi prende in certi momenti, ti ho chiesto io. Devi abbracciarmi, mi hai risposto allora, sedentoti davanti a me sulle mie ginocchia mentre io ero ancora seduto sul divano. Hai portato le mani dietro la mia nuca, appoggiando i polsi alla base del mio collo, hai avvicinato la testa alla mia e hai preso a respirarmi sempre più vicino. Hai capito, hai chiesto allargandoti anche tu in un sorriso: ho dovuto frenarmi per non cadere in un tuo bacio, in uno di quei nostri baci voluttuosi in cui ci perdiamo la notte, ad occhi chiusi, abbracci sparsi sui cuscini e sospiri persi nei nostri sogni.
Ora finisci di cantare e ti lasci cadere sul divano accanto a me.
"Cazzo." Sospiri in uno slancio di reale femminilità, fingendo la stanchezza di una vera esibizione. La musica va avanti, il cd prosegue dopo pochi secondi di silenzio verso la canzone successiva. Appoggi la testa un po' sul mio petto un po' sulla mia pancia, allungando le gambe e appoggiando i piedi con le tue allstar consumate sul bracciolo opposto del divano. Quando ci tocchiamo si sente il brusio elettronico dei cavi dell'alta tensione.
Siamo come i nostri nervi, in questo momento, distesi e rilassati. Si respira un'aria tranquilla, di mare calmo senza onde in superficie. Un bellissimo paesaggio di distesa d'acqua infinita, con quel morbido ondeggiare di brevi creste appena accennate in superficie: sembra un ballo lento e sensuale, su note sinuose in leggere curve.
"Lo sai vero - chiedi poi all'impreovviso. - che tutto questo non sta veramente accadendo."

mercoledì 21 ottobre 2009

Siamo malati

Siamo vicini di letto, all'ospedale militare, in uno di quegli androni infiniti che sembrano non avere mai pareti, se non quelle dietro le testate in semplice ferro battuto come sbarre di una prigione. Quando sono arrivato avevo le scarpe slacciate, entrembe, e tu già stavi male, sotto le coperte rannicchiata per non patire il freddo del movimento, il dolore alle ossa al primo singolo scricchilare sommesso di alcuni muscoli che si flettono in uno spasmo involontario durante la notte passata insonne, sempre in bilico sul precipizio, mulinando le braccia per mantenere l'equilibrio e non cadere all'indietro senza poter vedere quell'abisso infinito e vuoto che è la veglia involontaria quando invece si vorrebbe solo dormire e riposare. Mi hai guardato mentre le infermiere mi spogliavano, mi tagliavano la barba, mi lavavano i capelli, mi asciugavano tutto via il sanque rappreso delle battaglie, mi infilavano dentro un camice grigio aperto sul posteriore, mi alzavano le coperte, mi appoggiavano delicatamente sul materasso e richiudevano sotto le lenzuola, forzando il più possibile le cinghie sopra il petto sopra gli stinchi sopra le cosce sopra i polsi e gli avambracci.
"E' per evitare spiacevoli conseguenze." Dicevano.
"Potrebbe cadere se in preda a convulsioni." Dicevano.
"Sono misura di sicurezza." Dicevano.
"E' per la sua incolumità." Dicevano loro.
Tu mi guardavi fisso, con gli occhi sbarrati, senza chiudere mai le palpebre. Hai aspettato che se ne andassero, con il loro rituale cerimonioso di pettegolezzi sottovoce.
"Alle dieci e mezza del mattino passa il dottore. - Hai detto. - Per la visita." Poi ti sei voltata dall'altra parte, silenziosa. Non sembrava neppure stessi respirando. Cercavo di capire i tuoi umori in base al movimento quasi impercettibile delle spalle, in su e in giù, di pochi soli millimetri alla volta.
Quando è arrivato il medico, un uomo alto dalla barba grigia, occhiali con montatura larga, e capelli radi in testa, camice bianco su camicia celeste chiaro, un paio di pantaloni scuri eleganti, mocassini neri allacciati stretti al piede.
"Bene - ha detto avvicinandosi al mio lato destro. - vedo che il suo spirito di osservazione non si è ancora annebbiato."
"Cosa?" avrei voluto rispondere, ma le parole non mi uscivano dalla bocca. Le labbra sembravano incollate, o forse era la mandibola che proprio non si muoveva.
"Non si preoccupi, la voce va e viene durante le prime ore." Scribacchiava qualcosa su un foglio tenuto rigido da una cartelletta grigio metallizzata. La penna stilografica faceva un rumore odioso sulla carta rugosa, lasciando penetrare l'inchiostro con striduli graffianti.
"Facciamo una prova? Giusto per tranquillizzarla. Primi sintomi?"
"Ho mal di testa, la gola mi va a fuoco, il naso mi perde costantemente e mi impedisce di dormire." La mia voce uscì di nuovo come per magia, senza farci caso e senza aver fatto assolutamente nulla per rimediare alla mancanza di poco prima.
"Dolore alle articolazioni? Difficoltà ad urinare?"
"No in entrambi i casi. Provo solo un notevole fastidio quando scrive sulla cartella."
"Ok. Ipersensività uditiva." E di nuovo il rumore strascicato di mille unghie contro pareti instabili. Ho stretto le palpebre con forza, cercando di chiudere le orecchie per simpatia tramite la chiusura degli occhi, visto che non potevo portarmi le mani alla testa e crearmi una cuffia naturale contro i suoni nocivi. Quando ho riaperto gli occhi il dottore aveva già camminato fino in fondo al mio letto. Stava posando la cartella con i suoi appunti in una apposita sacca metallica appesa alle sbarre della branda.
"Aspetti!" Ho gridato muto. Vorrei sapere cosa diavolo mi sta succedendo, la diagnosi, una prognosi; un accenno di cura. Ma niente è uscito dalla mia bocca, solo un flebile stridolio d'aria senza voce. Non mi ha sentito perchè non c'era niente da sentire. Ha camminato placido fin verso il tuo letto, ha afferrato la cartella dal contenitore ai tuoi piedi. Tu non gli hai prestato la minima attenzione, non lo hai guardato neppure: sei rimasta rannicchiata su un lato senza alzare la testa ne muovere un dito. Il dottore ha guardato un attimo la tua cartella, graffiato veloce con la penna sulla carta, e poi è passato oltre dopo averla messa a posto.
Nessuna parola a te. Nessuna parola tua per lui.
Ho allungato la testa verso il tuo letto, il più possibile per quanto legato al materasso. Ho incrociato le dita affinchè la voce funzionasse se non del tutto abbastanza.
"Tutto ok?"