lunedì 31 gennaio 2011

Lavarsi via lo sporco

da bambino sua madre glielo ripeteva di continuo: lavati bene la faccia, stropiccia con forza, non limitarti a buttarti addosso dell'acqua, altrimenti è solo una perdita di tempo. è strano come questi piccoli rituali ormai acquisiti, sotto i quali si pensa non ci sia niente, nascondino invece grandi verità alle quali non abbiamo mai dato peso. lo si scopre di solito nella tarda età, quando non si è più giovani e la pelle tende a perdere elasticità, a non rimanere bella tirata sopra le ossa, ma a cadere, formare delle grinze, delle pieghe. quando si aggrotta la fronte e quest'ultima non torna a essere distesa come prima, anche se abbiamo smesso di essere corrucciati. si formano delle specie dei solchi ondulati, quasi fosse un mare arrabbiato visto dal davanti mentre incessante spinge i propri cavalloni uno dietro l'altro a bagnare la spiaggia. alcuni le chiamano rughe. è dentro di esse, nella loro profondità che lo sporco si nasconde e si insidia. per questo bisogna davvero lavarsi il viso con forza, non tanto per fare, bensì per arrivare più in fondo possibile, stanare tutti i residui di sudicio e pulirli via.
lui se ne accorse una mattina, quando guardandosi allo specchio notò delle chiazze scure tutto attorno agli occhi. erano le cose che aveva visto fino ad allora e che aveva lasciato si accumulassero lì, appena sotto le ciglia. c'erano cose che aveva visto e aveva deciso di ricordare, allora quelle le aveva assorbite, facendole entrare dentro il cervello passando dalla cornea, la pupilla, la retina. ciò che voleva ricordare risiedeva tranquillo in una determinata zona del suo cervello, quella adibita alla memoria. il resto - perché non tutto quello che vedeva voleva ricordarselo, oppure non lo reputava degno di essere conservato - gli rimaneva all'esterno, proprio sotto gli occhi, e se non lo lavava ogni giorno come diceva sua madre alla fine si seccava, diventava duro, trasformandosi in quelle antiestetiche crosticine dal tipico colore malaticcio che si era visto addosso sotto forma di chiazze scure quando si era guardato allo specchio.
la stessa cosa succede con le parole, le conversazioni, le chiacchiere. queste passano attraverso l'orecchio per arrivare al cervello, ma alla fine finiscono sempre nella stessa zona dentro la quale si accumulano le cose viste, almeno le parole che si desidera ricordare. ci sono poi un sacco di discorsi, frasi, ciane, dicerie, concetti che non si vogliono proprio ricordare. capita pure, a volte, che quando le stiamo ascoltando ci domandiamo per quale motivo lo stiamo facendo, se per cortesia o buona educazione o per lavoro, se siamo costretti a rimanere a sentire magari un tizio tutto impettito e posato che parla per più di mezz'ora di argomenti dei quali non ci può interessare assolutamente niente; o magari anche una ragazza o un ragazzo che racconta il suo passato senza che questo faccia scattare in noi una qualche speciale scintilla capace di renderla o renderlo interessante. tutte queste parole si sedimentano in fondo all'orecchio e se anche questo non si pulisce alla fine queste si accumulano talmente tanto da uscire fuori sottoforma di una pappa gialla appiccicaticcia - la stessa che lui trova nelle sue orecchie scavandoci dentro con un dito - che è anche più pericolosa delle macchie attorno all'occhio, perché proprio come succede con un imbuto munito di setaccio, se non lo si lava bene, se non si fa attenzione a tenerlo pulito, c'è il rischio di arrivare a un punto in cui il setaccio è talmente sporco da non lasciare passare più niente, neppure l'acqua, o le parole importanti, le conversazioni interessanti.
infine arriviamo alla pelle, quella morta. si stacca a scaglie non appena lui si gratta con forza un braccio, lasciando dei microscopici puntini bianchi, si trasforma in polvere. bisogna sempre accertarsi di pulire la pelle, tutta quanta, quella del viso, quella del collo, delle braccia, delle gambe, quella attorno alle dita, sul petto; perché anche in questo caso se si lascia accumulare la pelle morta sopra il corpo alla fine non si sentirà più niente, e gli abbracci sinceri, le strette di mano di mani nelle mani, i tocchi leggeri ma sentiti, le carezze così come gli sguardi che ti si posano addosso, non riusciranno a entrarti dentro e riscaldarti. si fermeranno all'esterno, in superficie, bloccati da questa barriera di sporcizia formata da tocchi superflui di altra gente per te insignificante: la pelle morta non lavata.
lui si guardò allo specchio con attenzione quel giorno. si controllò tutto, dagli occhi alle orecchie, pure la bocca, con i denti gialli di tutte le sue parole che gli erano andate a male dentro, marcite, tra incisivi e canini, molari e premolari. doveva pulirsi bene, con forza, grattando via lo sporco come diceva sua madre. questo era il significato vero di ciò che lei gli ripeteva ogni giorno quando era bambino. quelle che reputiamo sciocchezze, o che crediamo lo siano, nascondono sempre grandi verità. siamo spesso noi che non abbiamo voglia di scoprirle, queste verità. chissà quante cose si era perso fino ad allora.

venerdì 21 gennaio 2011

L'artista

Giunge l'inverno come le favole
che al bimbo il padre racconterà
Un'impressione addomesticabile
porta un timore che svanirà
eppure ti inquieta andare a dormire
perché c'è un freddo che può fare male.
Fuori la brina semina gli aghi
e dentro te c'è desolazione, fra i roghi.

Si addensa il cielo poco socievole
in bianche o grigie cupidità
la neve rende grevi le nuvole
in questa alba metallica
eppure ti appresti a dimenticare
quei turbamenti costretto a sognare
fra suoni e odori ci sono motivi
che ti ricordano che fai parte dei vivi..

..che fai parte dei vivi
che fai parte dei vivi.. dei vivi..

E al limitare della grossa via quasi il risultato di una malia
come in un vuoto un cambio interiore fa sì che il fango abbia un nuovo colore
alle ghiacciaie dei tuoi pensieri
giungono gli slanci della foga di ieri
tu non ti chiedi com'è che accade, ma il tuo istinto se ne avvede
E ritorna il tuo bel viso rinvigorisce la tua frenesia di luccichii arcobaleni è intreso l'armamentario della tua fantasia.
Vedi le note delle tue creazioni, tintinnare fra postini e furgoni pattinando sulla strada gelata
e il vento fa una frase armonizzata..
E il bambino che c'è in te fà il fanciullino che ben sai,
corre ai pascoli e alle viole sui bei prati della tua città
Ed è così che l'estasi dell'arte ancora ti aiuta a dimenticare allegramente che sei senza una lira!

Performed by Marlene Kuntz

martedì 18 gennaio 2011

Sacra Erza

sacro è il viso di chi ti sorride con sincerità profonda fino ad affondare le sue radici nei tuoi stessi occhi - sbattili piano perché è un dono di cui pochi possono vantare la capacità. - sacra era la cenere delle sigarette lasciata sul tavolo a sporcare gli interni, mentre Erza ancora si stirava i capelli blu elettrico passandosi una mano a pettine dalla nuca fino alle spalle, le parole confuse di una discussione persa nel vuoto o nel rumore scostante della musica a riempire la stanza, alta e bassa, la musica, stretta e larga, la camera dentro la quale perdevamo i nostri pomeriggi mentre fuori nevicava. sacre erano quelle scintille socchiuse dentro gli occhi di Erza che illuminavano il buio attorno a noi e guidavano le nostre mani ad afferrarci più saldi di prima, per paura di cadere ci eravamo allacciati dei falsi paracadute sulle spalle e quando li aprivamo facevamo finta di atterrare con le lenzuola divelte del letto sempre sfatto. sacra era la liturgia con la quale ci avvicinavamo piano per annusarci, facendo correre la punta dei nostri nasi sulla pelle tirata tesa del ventre, il mio il suo, facendo scorrere brividi a tratteggiare l'emozione non reprimibile. non premere sul freno, sussurrava lei a occhi chiusi, quando io invece volevo rallentare per prolungare quel viaggio strano, il volo verso terra a paracadute ancora chiuso, allargare le braccia su di lei e sentire il suo profumo passarmi veloce sotto le ascelle, oppure penetrarmi forte dentro le narici, violentarmi la testa fino ad arrivare dritto al cervello, appena dietro gli occhi, bruciare e bruciare a consumarmi l'immaginazione, l'unico carburante ancora decente per permettere al nostro baraccone zoppo di continuare a muoversi lungo lande deserte di soldi e spese e pranzi e cene non consumate, dimagrire chiusi aspettando chissà cosa, la manna dal cielo, o chissà chi, il proprietario dell'appartamento pronto a sbatterci fuori, a calci in culo sul marciapiede bagnato.
fuori faceva freddo. quando dovevamo uscire ci abbracciavamo con tutti i vestiti possibili tirati fuori dall'armadio. andavamo uno alla volta perché non avevamo abbastanza abiti per poterci riscaldare entrambi, tutti e due allo stesso tempo. così uscivamo a turno, a prendere aria, per rinnovare i polmoni - a forza di sigarette e chiuso, oltre all'anidride carbonica che ci scambiavamo, sembrava che i polmoni fossero diminuiti, rimpiccioliti dentro la cassa toracica, una specie di cassaforte che non conteneva più niente.
sacra era la visione di quanto ancora tutto poteva esserci tolto. ci avevano staccato la luce ma noi aprivamo le finestre per far passare il sole, e quando tramontava decidevamo di dormire, o di provarci, abbracciati l'uno all'altra su quel materasso scomodo che ogni notte si spezzava in due, steso sul pavimento, con le molle arrugginite a non schizzare neppure più fuori da quanto erano vecchie, logore nel loro tempo. ci avevano tagliato il gas, e all'inizio fu davvero dura, proprio d'inverno quando eravamo costretti ad alitarci nella coppa delle mani per riscaldarci almeno le dita.
se non riuscivo a tratteggiarla, Erza non esisteva, neppure quando era stesa accanto a me, rannicchiata in posizione fetale per trattenere il più possibile il calore del proprio corpo. mi dava le spalle vestita di una felpa e con pantaloni larghi di una tuta, ai piedi tre paia di calzini. fosse stato perfetto, il mondo o anche solo il nostro vivere, se avessimo potuto barattare il nostro futuro con un presente un po' più dignitoso, vendere la nostra anima al diavolo, siglare un accordo, con il sangue, dove devo mettere la firma? la stessa scena si sarebbe presentata con Erza con solo delle mutande e una canottiera stretta a lasciarle scoperta la vita, la parte inferiore della schiena. tutt'altro sapore - di fragole, di vaniglia, di sensatezza, realizzazione, completezza - avrebbe avuto il mio passarle l'indice lungo la linea segnata dalla colonna vertebrale, perché facendo così la rendevo ogni sera reale, vera, potevo dire che c'era ancora, che non fosse solo frutto della mia fantasia, una proiezione mentale con la quale giocare a sopravvivere. per questo erano tanto importanti le dita, il tatto sulle loro punte ci aiutava a non impazzire del tutto, nonostante ridessimo di continuo, perché l'arte di non abbattersi è fatta della stessa materia dell'arte di accontentarsi, di cullarsi nei suoi abbracci, di farsi bastare i suoi sorrisi, l'allegria che esce dalle sue labbra, più preziosa dei soldi, della ricchezza intera, l'oro vero di questo mondo. e se poi non avremo più niente, allora bruceremo noi stessi per non perdersi nel freddo.
sacra non è la qualità che ci fanno sognare o i televisori a schermo piatto con mille luci colorate, sacro non è il natale nel quale ci perdiamo in futili pacchetti, sacro non è neppure il tempo, quello prestatoci senza alcuna garanzia. sacro è quel che ancora non riescono a toglierci. sacro è il nostro corpo. sacro è il nostro desiderio, il nostro respiro, le nostre idee, quelle sono sacre. sacro è lo sguardo di Erza quando mi guarda, sacra è la mia risposta che le sussurro come un velo sopra le sue palpebre. sacro sono io. sacra è Erza. Sacri siamo noi, più del mondo e della sacralità tutta.

lunedì 17 gennaio 2011

La storia è sempre la stessa

la storia è sempre la stessa, non c'è poi da stupirsi. una ragazza si innamora di un ragazzo, o viceversa, non fa molta importanza. i due attraversano varie fasi di svolgimento, la loro storia inizia, si sviluppa, finisce, e uno dei due desidera morire, buttandosi giù da un ponte, o gettandosi da pazzo sotto un treno in corsa. qualcosa di plateale che possa fermare il mondo, ma che il mondo non fermerà, se non il proprio, almeno quello, fermo per sempre tra il momento prima e il momento subito dopo, congelato in quell'attimo eterno che sarà di morte.
la storia è la stessa di un ragazzo che tradisce una ragazza, o una ragazza che bacia un altro ragazzo e il primo ragazzo la vede abbracciata a uno sconosciuto vicino alla scuola, gli occhi chiusi per non vedere il suo tradimento. e il ragazzo si arrabbia, avvicinandosi ai due, li separa iniziando a urlarle frasi ricche di oscenità, chiamandola con mille nomi possibili tranne il suo, fino a quando il ragazzo a cui era abbracciata si mette in mezzo e inizia a difenderla, a suon di spintoni, poi cazzotti, e pugni, nasi rotti. alla fine qualcuno torna sempre a casa con le ossa spezzate, se non realmente almeno in senso metaforico, ma nessuno pensa alle ossa della ragazza: ai bordi di tutto, mentre gli altri possono muoversi e scontrarsi, lei deve stare ferma, e l'immobilità fa male.
la storia è la stessa di sempre, ovvero un ragazzo incontra una ragazza, lei sorride e lui sorride. si avvicinano per parlare e parlano di tutto e di più. ci sono mille argomenti da trattare e infinite eccezioni della loro personalità da esplorare. finisce sempre che la ragazza si scopre nuova, fiorendo in espressioni di giorno in giorno migliori, con il taglio del suo sguardo ad affondare dentro il petto del ragazzo, mentre il ragazzo si pensa così povero, con le mani vuote, si fruga in tasca per trovare un regalo degno della felicità che la ragazza gli lascia assaporare ogni volta che posa le sue labbra sulla sua bocca e si scambiano umori e sentimenti e sogni. finisce sempre, il giorno non la loro storia, con il ragazzo e la ragazza seduti uno davanti all'altra, con lei che gli chiede come faccia a immaginarsi tutto quanto, ciò che la rende felice e ciò che la diverte, come faccia lui ragazzo a rendere lei ragazza una donna e non più una semplice ragazza, a trasformarla poi in una donna particolare, speciale, diversa da tutte le altre donne e ragazze presenti sulla terra, come faccia ad essere così veloce per fare in modo che lei non si accorga di nulla, di come tutto questo mondo non sia reale ma fatto apposta per lei, dal profumo suo preferito, i fiori nei prati, e le luci della giusta tonalità da non accecare ma neppure da immergerli nel buio, come mai lei non senta un leggero senso di vertigini seppure si accorga di quanto tutto quanto ruoti intorno a lei e non attorno al sole. e il ragazzo le dice sincero che quella non è altro che una semplice sensazione, che la verità è un'altra e prima o poi dovrà per forza farci i conti, in qualche giornata nera o quando loro due non avranno più segreti da scambiarsi e lui per lei diventerà così privo di interesse da annoiarla, e il mondo continuerà a girare, proprio come in questi giorni magici qui, durante i quali lei non smette mai di essere felice e la felicità le sembra infinita quanto l'ossigeno e non riesce neppure a immaginarsi un'ora intera senza respirare.
lei lo guarda con occhi grandi, non ha affatto sonno. vorrebbe potere rimanere sempre sveglia e controllare qualsiasi cosa, pure le pareti e le fondamenta. vorrebbe riuscire a cadere dentro di lui per perdersi e non ritrovarsi più, perché ogni giorno le pare di essere una persona sempre nuova e le piace questa sensazione che le fa provare lui, quando parla e la descrive senza smetterla di guardarla o di sognarla, andandole a spiegare parti di lei che neppure lei sapeva di avere. arrossisce un po' sulle guance quando le fa presente di amare il suo modo di sorridere, o come cambia di tonalità quando deve parlare ad alta voce restando ugualmente in privato, una discussione tra loro due.
poi lui di solito le chiede sempre scusa, perché a sua avviso non riesce mai a spiegarle tutto quanto come lui vorrebbe. sa di chiederle uno sforzo immane nel doversi calare senza appigli nella sua testa, dentro i vortici delle sue ipotesi e supposizioni, i suoi ragionamenti che sono irti come montagne appena nate, e in vetta a tutti i suoi pensieri c'è un freddo gelido che punge fitto dentro proprio il midollo delle ossa, lei deve coprirsi bene per non congelarsi e alitare sui palmi delle mani tenute a coppa per riscaldarsi le dita, e sfregarsele ossessivamente l'una contro l'altra, quasi dovesse accendere un fuoco.
ma lei gli risponde di non preoccuparsi, che lei non lo soffre il freddo, e se anche fosse gli assicura che sa vestirsi pesante, con maglioni di lana e pantaloni imbottiti. ha sempre amato i guanti e le sciarpe a coprirle quasi tutto il viso. non deve preoccuparsi se fa freddo, lei non lo teme.
arrivati a questo punto io inizio sempre a piangere e me ne vado, felice, lasciandoli da soli nel loro perfetto mondo.

venerdì 14 gennaio 2011

Sight to Behold

It's a sight to behold
When you got small words to mold
And you can make 'em your own

Still love it would be much better
Love it would be much better
I'm told

It's like golden corn
And i love its golden glow
It's the little head inside your little hole
And out spring some sparkling thoughts

Still love it would be much better
Love it would be much better
Love it would be much better
Love it would be much better

It's like finding home
In an old folk song
That you've never ever heard
Still you know every word
And for sure you can sing along

But love it would be much better
Love it would be much better
Love it would be much better
Love it would be much better
I know, i know

Performed by Devendra Banhart

giovedì 13 gennaio 2011

Confusione

c'è chi ruba, chi morde. chi si strafoga di parole per potersi ingozzare fino a riempirsi lo stomaco, digerirle e poi vomitarle fuori sotto un nuovo colore, succhi gastrici intrisi di risentimenti o malumori. gli sguardi abbassati con ritegno dalla paura di essere troppo affilati e di ferire. c'è gente che prega affinché venga frustato da occhi assassini. dimmi il tuo colore, dammi il tuo umore. giuro lo impacchetterò in modo degno, non ti farò fare una figura di merda. voglio la tua sete, la tua fame, voglio il tuo sguardo così tanto quanto le tue domande. la tua voce vicina, la tua voce abbassata, i toni di due momenti diversi, gli estremi di una cadenza sempre uguale, che quando ti avvicini hai un odore solo tuo, e una voce particolare, diversa da quando sei lontana. o quando ti nascondi sotto i tavoli, ti accucci spostando le sedie, facendo più rumore di quello che vorresti invece evitare. mi chiami da lontano, mi chiami con un altro nome, mi distruggi la poca identità che sono riuscito a racimolare parsimonioso dagli angoli di varie case, e dai letti disfatti lasciati sempre con le lenzuola sporche. ci divertiamo a distruggere i punti cardinale che usiamo come perno per le nostre altalene, in sui e giù dal prato fino a toccare quasi il cielo con un dito, il settimo, in una successione veloce di tocchi appena sfiorati, e parole rimangiate, quando ci disintegriamo addosso le nostre paure. e non fare finta che non sia mai successo, perché ogni nostra frase è una specie di collisione atomica, e ogni volta ci sono sempre più feriti, paginate intere di giornali mai pubblicati. parenti e amici dispiaciuti che ci guardano distanti, senza dire niente né muovere un dito, quando fuori facciamo imperversare delle tempeste di sabbia che durano anni, oppure la rugiada sopra i fiori appassiti. poi senza saperlo camminiamo lungo prati carichi di mine antiuomo. lo facciamo tranquilli, senza renderci conto di tutti quanti attorno che strillano e urlano e si sbracciano per dirci di fare attenzione, che ogni passo fatto è una specie di scommessa vinta, ma noi non riusciamo a sentirli, intenti nello sciogliere ognuno le parole dell'altro. tu che piangi e parli veloce, che mi rimproveri di essere troppo complicato, di non volere capire mai, di avere perso già troppo tempo nel ripetermi sempre le stesse cose, quelle che io non voglio sentirmi dire, che faccio finta non ci siano, questi muri, questi crolli incontrollabili, di macerie siamo tutti fatti se non di scale a chiocciola che scendono nelle cantine buie e umide, ci appendiamo ai ganci per gli occhi. entra pure, mi troverai scuoiato, grondante. ho le mani sporche ma non abbastanza da impedirmi di accarezzarti, e metterti a posto i capelli, pettinarteli dietro le orecchie, e sussurrare piano dentro di me frasi da non dire. ci sono casse, pure, ci sono nascondigli e passaggi segreti attraverso i quali appaio e scompaio, e cieli disegnati sulle travi visibili sui soffitti, e quadri raffiguranti i nostri momenti, in bella mostra dietro libri accatastati vicino alle pareti. in questi piani bassi, sotto terra per potermi nascondere il più possibile, la luce del sole brucia, altro che vampiri o zombi, sono un animale ancora più terrificante, e ho le catene ai polsi e alle caviglie, incatenato al muro, cerco ogni ora di scappare, di scardinare via con forza i mattoni più fragili, e scavo con le unghie fino a finirmele, rompermele, nei canali spessi del cemento secco, e graffio prima le apparenze e poi tutta via la pelle, perché credimi: sono meglio di questo, ammasso informe, pensieri sputati insieme a otturazioni saltate, grumi di catarro rappreso, e discorsi che avremmo dovuto fare e non abbiamo mai fatto, un bicchiere di vino per sciacquare la gola dalla rabbia e l'impotenza. non ho poteri speciali né una fame malvagia, ma nonostante questo sono recluso in queste cantine, dove cerco di incastrare alla meglio ciò che mi capita di sentire. prendo pezzetti di frasi e le incollo al muro, mi costruisco un dipinto fatto di collage approssimativi, e mischio la realtà con la fantasia, la fantasia con il tuo sorriso, e la voce alta e bassa. faccio finta che non stai piangendo. chiudo gli occhi ancora e continuo a tirare via i mattoni: prima o poi salterà il muro, o le catene, o mi si spezzeranno le braccia, e allora potrò scappare, mi farò capire, chissà come, forse inventerò una nuova lingua, oppure verrò a cercarti per farmi da traduttrice. almeno tu so che mi capisci, per quanto contorto, per quanto storto. prendi questi discorsi confusi e fanne un sentimento vero. so che ci riesci, ci sei riuscita fino a ora.
poi mettiamo per sbaglio un piede su una mina e saltiamo tutti quanti su per aria, noi gli altri e i nostri buoni propositi per l'anno nuovo.

mercoledì 12 gennaio 2011

La nostra astronimia

tutte queste spinte sembrano un modo lento per allontanarmi. collisioni volontarie, mentre in silenzio attui il tuo piano per reprimere le parole. non ci sono mai stati grandi discorsi, o piccoli discorsi. le conversazione hanno sempre lasciato posto al momento, quello vissuto. c'è mancanza di dialogo, ecco il vero problema. ci nascondiamo dietro i muri, abbracciandoci le gambe, rannicchiati per occupare meno posto, sperando che l'altro prima o poi ci scopra. a volte abbiamo degli slanci, ci lasciamo scappare degli intenti, o anche solo vaghi accenni. su di essi ci costruiamo il mondo, paesaggi interi, città metropoli. stabiliamo i nostri campi base, le nostre centrali nucleari, le zone di pericolo, le terrazze con i paesaggi. lo facciamo per potere un giorno demolire tutto. il nulla che avanza. il nulla che viene fuori. il nulla che ci urliamo senza sentirci. i giorni diventano le trincee dentro le quali passiamo le notti, freddo intenso dai brividi prolungati. i nostri piani, le nostre strategie. le pensiamo infallibili, mentre sono andati a puttane ancora prima di iniziare. i buoni propositi dell'anno nuovo. quando impareremo a non sperare più nei soldi della fata dei dentini? sul tavolo di cucina lasciare un molare rinchiuso sotto un bicchiere rovesciato, non serve a niente. vogliamo diventare ricchi in questo modo. ma a forza di cazzotti non dati, di pugni d'indifferenza, abbiamo un sorriso storto e vuoto. eppure sorridiamo ancora. qualcosa deve pure esserci a renderci così felici.
i nostri cicli non sono come i cicli lunari, solo leggermente ellittici. altrimenti mi verrebbe da chiedere cosa possa succedere durante un’eclissi, oppure quando gli americani sono sbarcati per piantare la loro bandiera tra i crateri grigi. se fossimo come la luna, soltanto come lei, saremmo fatti di diamanti, saremmo i nostri stessi migliori amici, oppure saremmo fatti di formaggio e ci mangeremmo a vicenda, il groviera per simulare i buchi, ingoiati tutti in un solo boccone. pronti a digerirci, nessuna briciola, nessun resto. non faremmo prigionieri. sissignore!
invece i nostri cicli sono più come le orbite dei pianeti attorno al sole, quelli sì schiacciati a formare quasi il contorno di un uovo. in certi momenti dell'anno siamo vicini alla massa enorme luminosa cui danziamo intorno, mentre in altri ci allontaniamo in modo inverosimile. questi sono i nostri inverni.
poi siamo uno di quei pianeti con mille lune che ci ruotano a loro volta attorno, e a volte le abbelliamo come le palline di natale appese a un albero immaginario, il nostro sistema di rotazione planetaria, le nostre sensazioni, i nostri umori, altre ancora invece le usiamo per definire le nostre lune storte, quando ci svegliamo male, o ci malediciamo, ci odiamo, a tratti pure. allora si fa buio, lo spazio senza stelle, e facciamo piovere sui nostri pianeti, lacrime di metano liquido, che quando usciamo senza l'ombrello e ci bagniamo, ci bruciamo con questa pioggia. sulle braccia ho ferite perse tra ustioni, non c'è centimetro quadrato che non sia ricoperto da cicatrici o rimpianti. mi sono sfinito a forza di correre tra le strade deserte, in cerca di un riparo. urlare quanto più forte per farmi sentire, solo che tu tieni le porte di casa chiuse, suoni la tua musica, gli auricolari alle orecchie, non senti niente.
fossimo degli astronauti persi nello spazio. anche solo io: fossi un astronauta senza più shuttle o navicella per tornare a casa. chiuso da solo dentro la mia goffa grande muta. un palombaro del futuro. comunicherei via radio e so che tu mi sentiresti in questo caso. mettendo quanto più spazio possibile tra me e te, ti schiacceresti pure le cuffie per sentire meglio, vorresti quasi inglobarle nel tuo sistema nervoso, non usare neppure l'udito, percepire subito la mia voce dentro di te, saltando tutti gli eventuali possibili colli di bottiglia dei tuoi organi. in quel caso potremmo forse parlare, separati da uno spazio impensabile, con me perso chissà dove. siamo un po' come le maree, in questo caso sì come la luna. in base alla sua posizione ci alziamo o ci abbassiamo, bagniamo il collo o le caviglie. il mediterraneo è in fondo un mare chiuso, un po' come noi, che nonostante cerchiamo di definirci con tutti questi giochi, alla fine arriveremo a finire le parole, non avremo più situazioni a cui paragonarci. dovremmo essere come un oceano, ti direi galleggiando nello spazio aspettando una tua risposta. fruscio di statico. oppure: huston, abbiamo un problema.
e poi magari sognare di tornare a casa.

martedì 11 gennaio 2011

Rosso Oz

gli scoppi, i petardi, i petali di fiori persi, i fuochi artificiali alti nel cielo in mezzo al mare. la polvere da sparo spersa per le strade, e le calamite cadute dai frigoriferi portandosi dietro i calendari ormai scaduti, le foto bruciate dai bordi violenti, le noie infinite, le sedie distrutte, i tavoli imbanditi e i fuorilegge dagli occhi tagliati sottili. le stelle appassite di sceriffi ciechi, e le nuvole sbiadite nella notte, i venti forti provenienti da est, i venti forti provenienti da fuori. e porte e finestre e armadi aperti, l'apocalisse nei vestiti, mutande a tappeto sul pavimento sporco, la cenere delle sigarette e dei pensieri, la cenere buia di microgranuli svenduta in particelle povere. il breve riverbero rosso fuoco, rosso sulle tue labbra, quell'aspirazione profonda, giù nei polmoni e dentro la testa, la nebbia per impedire agli aerei di volare, e la pioggia fatta di rimpianti, la grandine schiacciata dalle palpebre, la faccia contorta, la faccia distorta, le precipitazioni umorali, i tornado a spazzare le praterie del kansas, e dorothy che muore ogni notte dentro il suo letto, le scarpette laccate per ritornare a casa, le strade lastricate d'oro, i ricordi coraggiosi che hanno un cuore, gli spaventapasseri a cacciare via la paura dalle braccia che tremano, che sentono freddo perché non le abbiamo vestite abbastanza, le dita che non si fermano, le dita fasciate dentro guanti strappati, come i sorrisi che ci siamo rubati a vicenda, in un modo o nell'altro, in minuti che ticchettavano lenti per non tornare più, testimoni di impresi epocali, o rapine ai treni in corsa, saccheggi e furti, di sacrifici umani.
dorothy moriva ogni notte per il nostro diletto, il nostro piacere nel vederla precipitare sempre più a fondo, dentro un letto fatto di spine e rose. i nostri occhi erano pieni di nostalgia rappresa, e con tutte le parole che non ci siamo detti riempivamo sacche gonfie di immagini, che erano sogni, che erano desideri, da esprimere in lenti capogiri dovuti all'ebbrezza, un contatto alieno di pensieri e gioie, capillari gonfi da scoppiare, dilatati come pupille all'inverosimile, lo spazio infinito tra ciglia e ciglia, tra labbra e guancie, i nodi tra i capelli, le forbici sul tavolo, i resti di colazioni andate ormai, già masticate e digerite e assimilate e dimenticate. è tempo di lobotomie preventive, di operazioni con il cervello nudo come il cielo, prima dei bombardamenti e delle esplosioni ad appena un soffio da noi.
respira piano, altrimenti ci trovano, nascosti tra l'erba alta fuori dai sentieri conosciuti, scappiamo tra città e città, con la forza dello strisciare bassi, tra le schegge del nostro volere e del nostro non volere, ci tratteniamo a stento facendoci tagli a vicenda, così profondi da poter vedere il sangue scorrere tra le vene e poi fuori, in bagni rossi quanto le tue labbra e le tue scarpe e l'alba non è mai così calda quanto il tramonto, all'orizzonte si perde il nostro sguardo così come il nostro tragitto, segnato con un arcobaleno alla meta designata, recidendo la metà disegnata, scriviamo in stampatello per farci capire meglio, o per lo meno cercare di.
respira piano, altrimenti ci sentono, ci vedono, abbracciati agli alberi facendo sculture di sagome adatte ai nostri fantasmi, il mio e il tuo, abbracciati l'un l'altra ai rami e alle radici, il terreno a ficcarsi tra le unghie delle mani, appena sotto il nero dello sporco rappreso, togliendo ogni magia allo smalto rosso che colora di scintille luminose le tue estremità, il bene e il male, il tuo nord e il tuo ovest, un lungo territorio inabitato, e il largo oceano a dividerci così tanto da farci perdere, da non farci più ritrovare, distinguere i colori, i sapori. ci assaggiamo solo per ricordarci di cosa siamo fatti e poi dimenticare tutto, dimenticare tutti. mentre l'atmosfera ci cade sulla testa aperta in scatole una più piccola dell'altra, un tuffo pericoloso nel buio della mente, la mia.
bussa tre volte chiamandomi per nome. batti tre volte i tacchi per tornare a casa.

lunedì 10 gennaio 2011

Con preghiera di diffusione

"Inizio chiedendovi un favore. Se siete qui e state leggendo e avete un blog, un tumblr, qualsiasi cosa, per favore: diffondete questo pezzo."

Con Preghera di Diffusione

di madame psychosis

giovedì 6 gennaio 2011

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

More about C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

Ho smesso di dire bugie perché ho perduto l’immaginazione ma non c’è nulla di affidabile nelle mie verità.

La storia di una certa ragazza mi fa ancora male, non trovo quello che cerco e quello che cerco ormai non può più essere lei, lei mi ha mandato a vedere se il gallo aveva fatto l’uovo e quando sono tornato e le ho detto di si mi ha mandato a quel paese e mi ha detto di non farmi più vedere. Per un po’ ci ho provato, ma sai bene che quando l’amore si spegne è più freddo della morte. Il problema è che le due parti in causa non si spengono contemporaneamente e quando sei la parte ancora accesa preferiresti essere morto.

È incredibile come le parole possano imitare la saggezza.

D.D.: A cosa non rinuncerebbe?
Io: È stupido pensare che non possiamo abbandonare ogni cosa. Siamo fatti di questa rinuncia.

Se ti ostini a cercare qualcosa corri il rischio di trovarla.

Vorrei amare ancora, dare il meglio di me a una ragazza. Il problema è che non so cosa sia il meglio di me, non sono sicuro che ci sia un meglio in me.

Quando un aereo perde la rotta basta una manovra per ritrovare le coordinate ma quando un treno deraglia non c’è più molto che si possa fare.

c’era un’idea che mi ronzava in testa, cioè che magari non saremo mai in grado di capire del tutto qualcuno, tanto meno chi più amiamo, ma possiamo comunque amarlo senza riserve. Secondo me amare una persona è forse più facile che capirla ma molto più pericoloso perché l’amore fa sempre male. Si può cercare di capire qualcuno ma non si può cercare di amarlo. L’amore nasce involontario. L’amore può aumentare o diminuire fino a sfumare del tutto ma non si può imporre. A volte ci piacerebbe amare una certa persona, possiamo addirittura dire che quella persona ha tutte le qualità perché ci innamoriamo di lei ma questo non accade. Con uno sforzo più o meno grande ci si abitua a chiunque ma abituarsi non è amare. Non so se le mie idee sono giuste oppure assurde ma tendo a credere che l’amore esiste, che è un’invenzione dell’uomo e che ora è fuori controllo.

Quando si pensa all’amore le idee non hanno consistenza e forse è questo il motivo per cui i grandi filosofi hanno eluso l’argomento ma per quanto stucchevole è ovvio che la nostra piccola vita gira intorno a qualcuno che ha fatto di noi degli idioti felici o dei saggi pieni di risentimento.

Ognuno conosce l’odore del proprio corpo e lo accetta, il difficile è accettare odori altrui. L’amore è un patto tra odori, tra tipi di pus che cercano di convivere. Se arrivai al punto di stancarti del tuo stesso odore, cosa possono aspettarsi gli altri. L’ideale è stancarsi per primi ma questo non sempre accade.

Era una ragazza così dolce. Quello che mi è sempre piaciuto di lei era il suo silenzio, non era un silenzio qualsiasi, era pieno di contrasti e piccoli silenzi concentrici come onde in uno stagno. Lei non cercava di capirmi, sapeva che era stupido pretenderlo. Odio la gente che capisce, non c’è nulla di più sporco e abbietto, capire è l’insulto peggiore, una balla in confezione regalo. Tra noi due non c’era bisogno di capire: io avevo il mio dolore pieno di parole e lei il suo silenzio.

Efraim Medina Reyes

martedì 4 gennaio 2011

Se consideri le colpe

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lei con i suoi venticinque anni portati leggeri

Mi ha offerto una sigaretta e l’ho fumata insieme a lui, che fumare insieme era l’unico luogo in cui convergeva quella silenziosa forma di complicità.

Te ti hanno spedito col furgone, dopo averti inchiodato la bara dentro casa e averti lasciato in consegna all’operosa e nerboruta burocrazia delle pompe funebri. I morti hanno cadaveri a tenuta stanga, perché ci sono i sarti che si adoperano a mettere le toppe a tutti i buchi. È lì che si muore veramente, quando anche il corpo non ha più aperture. Ti mettono i tappi per non farti suppurare, perché il corpo smetta di rilasciare all’esterno i propri umori. Poi ti tolgono anche gli odori, i tuoi segnali di fumo, e ti insonorizzano di un olezzo già profumatamente postumo. La cassa te la chiudono quando ancora non ci sei finita dentro, quando finalmente l’ultimo orifizio è infarcito di chissà quale condimento. Tra poco sarai una bara con dentro un’altra vara, una bella matrioska pronta per l’aldilà.

Ti piace Bucarest?, mi ha chiesto Monica sulla terrazza. Le ho risposto No, addossato alla parete, le vertigini che mi calamitavano al muro. Lei mi guardava e rideva, Hai la faccia bianca di paura. Se ne stava appoggiata alla ringhiera di spalle, col sorriso. Chi non ha paura di cadere non ha il pensiero continuo che la ringhiera potrebbe andare giù.

Non è stato facile, sai?, mi hai detto, e io credevo parlasse di te. Così ho annuito come di fronte a una frase detta per circostanza, che finisce per imporre circostanza anche nella risposta.

Mi facevi sempre soltanto domande, mi chiedevi della scuola, dei compiti, di papà, e le risposte erano sempre le stesse, perché ero io che ero rimasto a casa a fare la stessa vita di prima, tu che te n’eri andati via, avevi cambiato tutto.

Ho preso tutto?, ti sei chiesta come ti chiedevi sempre sulla porta, e però quella volta volevi dire tutto per davvero.

Andrea Bajani

lunedì 3 gennaio 2011

Dicembre 2010


"Splendide mattinate.
Giorni in cui mi manca tanto che non mi manca niente.
Mi basta questa vita e non voglio altro.
Immobile, spero che nessuno arrivi.
Ma se arriva qualcuno, spero sia lei."

Raymond Carver