lunedì 31 ottobre 2011

La notte delle streghe

Aspettiamo mezzanotte, insieme. Una tradizione vuole che si apra una specie di portale, tra questo e un'altro mondo, un passaggio capace di portare noi da qualche altra parte e gli abitanti di qualche altra parte qui da noi. È strano pensare a questo, a come mai e poi mai ci siamo immaginati noi a varcare quel portale e sempre e comunque e in ogni modo gli altri a venire da noi. Forse significa che siamo pigri, di natura, anche nella paura.
È la notte delle streghe. Per strada si vedono morti viventi intenti a camminare, le braccia allungate per afferrare la prossima preda; mostri di Frankenstein arrabattati, viti bulloni e chiodi arrugginiti, fatti con il cartone, appesi con qualche vile trucco alle tempie; ci sono fantasmi vestiti con lenzuola vecchie logore e bucate, due grandi fori al posto degli occhi, magari anche un sorriso amaro appena sotto, una bocca che non è più bocca ma è un vecchio giaciglio matrimoniale, a fiori opachi, consumato, estinto; si intravedono pazzi, scatenati, immobilizzati, farciti di tutte quante le più possibili turbe psichiche o facciali, storti in ghigni malvagi, occhi iniettati di sangue, sguardo maligno; diavoli rossi con corna finte, forconi veri, code dimenticate chissà dove, come le gambe caprine, gli zoccoli al posto dei piedi; teste mozzate, cavalieri decapitati senza cavallo ma con in mano una piccola riproduzione di una grande zucca vuota, intagliata; scheletri disegnati sopra ombre notturne ben erette. Ci sono pure dei vampiri, con la bocca imbrattata di sangue finto, nell’unico giorno dell’anno nel quale possono finalmente seguire la loro natura, dimenticandosi per una volta di fingere di amare giovani ragazze imbranate. Camminano tutti quanti lungo strade illuminate da lampioni accesi. È un bagno di folla, vera e propria. Non c'è nessuno con in mano un coltello vero, la faccia coperta da una maschera per non farsi riconoscere.
Se ci fosse sul serio un portale, o chissà cosa, inventa tu una nuova leggenda o una tradizione, capace di portare di qua da noi il regno dei morti, oppure per una notte, questa fantomatica notte delle streghe, permettere alla paura, la paura vera, di prenderci tutti quanti, afferrarci la colonna vertebrale e strapparcela via, come fa il buio con la lingua delle sue vittime; se ci fosse il terrore per strada, e non un'abbuffata di gente vestita come a carnevale, in una replica americana, una scusa per potere di nuovo fare baldoria e ubriacarsi, divertirsi e ubriacarsi, ridere e ubriacarsi, ballare e ubriacarsi, tirare dardi e ubriacarsi; le strade sarebbero tinte di tenebre e non ci sarebbe nessuna luce artificiale a illuminare la notte, solo qualche fuoco qua e là a rendere il buio appena visibile, con la cenere di incendi o macchine bruciate a scendere come una lenta pioggia sommessa, le ultime barricate costruite in qualche modo molto approssimativo, con lo strascichio lento e ritmato di chi ha smesso di camminare da un pezzo, le mani consumate sporche di terra fresca a forza di scavare al contrario, dal basso verso l'altro, per finalmente uscire. Ci sarebbe tutt'altra paura in giro, se la paura fosse vera, altro che questa notte delle streghe, finta, vestita e non nuda.
Perciò non ti preoccupare, non c'è niente da temere. Aspettiamo mezzanotte, insieme, stretti uno accanto all'altra, qui in questo campo, e attendiamo, trattenendo il respiro, l'arrivo del grande cocomero, anche se sappiamo entrambi che si tratta solo di una traduzione sbagliata, più che di un'innocente invenzione.

venerdì 28 ottobre 2011

Cruel

Bodies, can't you see what everybody wants from you?

Forgive the kids, for they don't know how to live
Run the alleys casually cruel
Cruel, cruel

Bodies, can't you see what everybody wants from you?
For you could want that, too
They could take or leave you
So they took you, and they left you
How could they be casually cruel?
Cruel, cruel, oh
Cruel, cruel, oh

Bodies, can't you see what everybody wants from you?
If you could want that, too, then you'll be happy

You were the one waving flares in the air so they could see you
And they were as laughter, blowing past ya, blowing fastly so they can see
Ya
Cruel, cruel, oh
Cruel, cruel, oh

Performed by St. Vincent

mercoledì 26 ottobre 2011

Il re pallido

Esce in autunno per i tipi di Einaudi l’ultimo lavoro di David Foster Wallace, Il re pallido, un romanzo in pieno stile Wallace, benché “incompiuto” cioè assemblato dopo la morte dell’autore. E dopo Infine Jest lo scrittore rivolge la sua attenzione alla quotidianità: l’analisi lenticolare della vita dei dipendenti dell’IRS (l’agenzia esattoriale del governo federale americano), destinati tutti i giorni a sfogliare documenti di denuncia dei redditi. Ogni giorno sembra uguale, i protagonisti sembrano destinati a vivere nella noia. Ma forse è proprio questa sensazione che li rende persone eccezionali.
da ‘The New York Review of Books’

David Foster Wallace ha portato alla sua narrativa una precoce autorevolezza intellettuale. Doppia laurea in letteratura inglese e filosofia all’Amherst College, la sua tesi di laurea in Letteratura Inglese è poi diventata il suo primo romanzo, La scopa del sistema (ed. orig.: 1987, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1999), mentre la sua tesi in filosofia, Taylor’s “Fatalism” and the Semantics of Physical Modality, è stata pubblicata lo scorso anno, arricchita da articoli di filosofi e accademici, con il titolo Fate, Time, and Language. An Essay on Free Will. La sua “fissazione per la matematica” lo ha portato a scrivere Tutto, e di più. Storia compatta dell’infinito (ed. orig. 2003, pubblicato in Italia nel 2005).

Soprattutto, il monumentale Infinite jest (ed. orig. 1996 e uscito in Italia per la prima volta nel 2000) ha rivelato Wallace come un’enciclopedia vivente in tutto ciò che trattava – tennis, droga, furto con scasso, Alcolisti Anonimi, case di recupero e reinserimento per tossicodipendenti, procedure ospedaliere, la vita delle gang nelle strade di Boston, e molto altro: sembrava conoscere cose che andavano oltre la portata della maggior parte dei romanzieri, la sua erudizione estesa alle oltre novantasei pagine (centoquaranta nell’edizione italiana, n.d.T.) di note. Si diceva che le bandane variopinte che era solito indossare intorno alle tempie a ogni apparizione pubblica fossero un sistema per impedire al suo prodigioso cervello di traboccare dalla scatola cranica.

I lettori hanno sempre considerato i romanzieri come esperti della realtà, forti di una superiore conoscenza della società contemporanea, capaci di istruire il neofita spaesato sui costumi e i principi morali del nuovo ordine delle cose. Infinite jest, intriso com’è di esperienza mondana, è valso a Wallace la reputazione di genio eclettico, non soltanto in possesso dell’esatta misura dell’America di oggi in tutto il suo opprimente disordine, ma pure capace di darle una configurazione etica e un significato. In tutta la sua frammentarietà, la sua enorme lunghezza, l’architettura postmoderna, la moltitudine brulicante di personaggi e le estenuanti lungaggini, il libro sembrava risolversi in un’omelia sincera e semplice come un sermone domenicale in un’antica chiesa di paese.

Ad attrarre irresistibilmente è stato il suo stile bric-à-brac. Wallace scriveva in un linguaggio che a una legione di lettori della sua generazione è sembrato incredibilmente simile al loro. Un linguaggio che incorporava acronimi e abbreviazioni da SMS, riferimenti casuali a programmi televisivi, fumetti e film, gergo tecnico, ironia glaciale, termini insoliti e passaggi in puro stile thriller che sarebbero potuti uscire dalla penna di un James M. Cain, accanto a chilometrici periodi sovraccarichi di dati sciorinati lungo la pagina in una ridda di addizioni, sottrazioni, attributi e digressioni, il tutto in maniera apparentemente spontanea e repentina, come in un flusso di coscienza. Questi periodi-fiume, troppo lunghi da riportare integralmente, sono meraviglie di fantasia e fluidità, ricchi di metafore e similitudini e regolati da un’infallibile capacità di ascoltare e riprodurre l’inglese-americano come viene parlato oggi (con conseguente, impressionante abilità nell’uso della punteggiatura). Sono troppo vecchio e troppoinglese per sentire questo idioma anche lontanamente come mio, ma dopo vent’anni di vita negli Stati Uniti sono in grado di riconoscere da lontano la sua assoluta fedeltà ai modi di parlare e di pensare che sento attorno a me.

Wallace ha stipulato un patto astuto coi suoi lettori nel momento in cui ha parlato di «duro lavoro» insito nella lettura di Infinite jest. Tutti noi tendiamo a dare più valore a quel che ci costa di più, e arrivare al termine delle 1281 pagine del libro richiede un impiego di tempo e forze decisamente elevato, con Wallace che peraltro fa tutto il possibile per rallentare la lettura e impedirci di fruire il romanzo come un’opera di intrattenimento passivo. Ci si trova a compiere una specie di parodia di una tesi di laurea nel fare continuamente la spola tra il testo e le note, con il dizionario a portata di mano per cercare termini come “embricare”, “annulazione”, o verificare se “amonimo” sia un errore di stampa o una parola a se stante (si tratta, credo, del primo caso – a meno che non si tratti di un nuovo termine derivante da Amon, marchese dell’Inferno e demone della goetica, pratica magica di invocare i demoni). Se tenti una lettura rapida sei perduto; bisogna che i periodi si formino dentro la testa, proposizione dopo proposizione, allo stesso ritmo di un discorso parlato. Il lettore diligente, che obbedisce alle istruzioni e ai comandi di Wallace e si prende un mese o più per completare la lettura, alla fine avrà il diritto di pensare di non aver soltanto “letto” Infinite jest, ma pure di aver superato un corso di laurea su Infinite jest.

Io non sono lettore così diligente, ma molti altri sì, come attestano i vari siti internet curati dai fan e dedicati all’opera di Wallace. Come ad esempiowww.thehowlingfantods.com. Qui lettori devoti si mischiano a letterati e accademici, condividendo documenti intercettati alle conferenze dell’autore, grafici traccianti le relazioni tra l’universo di personaggi di Infinite jest e notizie e curiosità riguardanti Wallace. Prima del suo suicidio nel 2008, Wallace era uno scrittore sempre più ammirato e studiato: da allora, lui e il suo lavoro sono diventati così amati e riveriti (e denigrati, da parte dell’inevitabile minoranza dissenziente) che è difficile leggere di lui in toni neutrali.

Il re pallido è annunciato come “un romanzo incompiuto”. Non lo è. Il mistero di Edwin Drood, il suo precedente più noto in questa categoria, era un romanzo incompiuto. Dickens aveva pubblicato le prime cinque parti (capitoli da 1 a 20) al ritmo di una al mese, e aveva appena completato la riga finale della sesta parte (capitoli 21-23) quando si ritirò verso il divano e venne colto da un colpo fatale, lasciando le restanti sei parti non scritte. Quel che Wallace ha lasciato sono montagne di carta: quasi tremila pagine di appunti, descrizioni, versioni di prova, bozze, schizzi. Alcune di queste pagine sono comparse su riviste; tutte erano collegate a ciò che l’autore chiamava «la cosa lunga» o «il Progetto», in ogni caso un’impresa di solito descritta in modo tetro. In una lettera all’amico Jonathan Franzen, Wallace scrisse che sentiva il bisogno di assemblare «un manoscritto di 5000 pagine, poi da sfoltire del 90%, l’idea stessa a tal proposito fa appassire qualcosa dentro di me, e mi porta a interessarmi realmente al mio carapace, o all’angolo che assume la luce esterna».

A Michael Pietsch, il suo editor alla Little, Brown (che ha pubblicato il libro in America, n.d.T.), dichiarò che lavorare al nuovo romanzo era come «lottare con fogli di legno di balsa1 in mezzo a una tempesta».

Pietsch ha poi operato una selezione di questi frammenti, li ha ordinati in una plausibile collocazione cronologica e, dopo una moderata revisione, ha assemblato il tutto in un libro che scorre come un’opera di David Foster Wallace, anche se è impossibile indovinare quanto si avvicini o sia distante dall’idea di romanzo che Wallace stava cercando di scrivere. Lo slancio narrativo che spingeva il lettore attraverso Infinite jestnon era un motore molto potente, ma bastava allo scopo; qui quello slancio è drammaticamente assente, eppure molte parti sono così coinvolgenti e ben scritte che abbandonare il libro diventa sorprendentemente difficile.

In un discorso agli studenti del Kenyon College alla cerimonia di laurea nel 2005, Wallace li aveva messi in guardia sul loro futuro arruolamento come soldati nelle «trincee quotidiane della vita adulta», della «meschina, frustrante merda» che li aspettava là fuori, e del «tran tran triste, noioso e apparentemente senza senso» in cui si sarebbero presto trovati immersi. Dichiarò che l’“impostazione predefinita” dell’essere umano è egocentrismo tendente al solipsismo, e che il valore di una formazione umanistica sta nel fornire i mezzi per scappare «dai minuscoli reami delle nostre scatole craniche» esercitando un’attenzione continua e metodica verso i dettagli meno evidenti delle nostre esistenze, e superando così il profondo egoismo della frustrazione individuale e della noia. Un superamento che potrebbe portare a «essere in grado di prendersi cura davvero di altre persone e di sacrificarsi per loro più e più volte, ogni giorno, in una miriade di modi banali e poco sexy». Il discorso, che mi colpisce per quanto sappia essere poco convincente, è comunque la migliore sinossi disponibile di quel che Wallace stava tentando di fare ne Il re pallido.

Le “trincee” del libro sono le file e file di scrivanie, ribattezzate “Tingles”, ognuna dotata di apposito cestino di metallo, in cui i dipendenti di primo livello (“GS-9” o “larve”) dell’Internal Revenue Service (agenzia esattoriale del governo federale degli Stati Uniti d’America, n.d.T.) controllano i moduli 1040 di dichiarazioni dei redditi presso il Centro Regionale d’Esame (“REC”) a Self-Storage Parkway, Peoria, Illinois. L’edificio del REC, descritto minuziosamente, è il monumento supremo alla noia adulta, regno di un lavoro talmente monotono e ripetitivo da instillare seducenti propositi suicidi perfino in un cristiano devoto come Lane Dean Jr., sposato da poco e padre di un bebè. Il capitolo 25 consiste in all’incirca 1300 parole, distribuite in doppie colonne non divise in paragrafi, in cui una moltitudine di persone elencate per nome semplicemente gira pagine: «Olive Borden volta pagina. Sandra Pounder volta pagina. Matt Redgate volta pagina e poi quasi immediatamente volta un’altra pagina. Latrice Theakston volta pagina…».

Stilisticamente Il re pallido è una precisa rinuncia ai facili piaceri di Infinite jest, e a ogni pagina ricorda quanto fosse frenetico e movimentato il libro precedente con le sue lotte, inseguimenti, omicidi, casi di overdose, partite di tennis, e il surrealismo scherzoso e spaccone della sua cornice postmoderna (O.N.A.N.2, il nuovo calendario sponsorizzato dalle grandi imprese, i guerriglieri del Quebec, la ricerca del film letale che dà il titolo al romanzo). Per contro, il romanzo diventa un quaresimale esercizio di abnegazione quando Wallace si concentra sull’assolutamente ordinario, sul dettaglio microscopico, alla maniera delle prime opere di Nicholson Baker come L’ammezzato eA temperatura ambiente.

Il tono di base del romanzo è stabilito bene nel capitolo 2, dove il GS-9 Claude Sylvanshine (i nomi pynchoneschi sono un elemento ricorrente dei romanzi di Wallace) è su un volo regionale, nella tappa finale del suo viaggio di ritorno dal REC di Rome, New York, alla sede centrale a Peoria. Seduto al suo posto accanto al finestrino nella fila di uscita, mentre l’aereo attraversa «le correnti ascensionali e discendenti come un gommone nel mezzo di una tempesta», Sylvanshine è alle prese con diverse incombenze contemporaneamente: i suoi pensieri vagano tra le istruzioni riportate sulla scheda di emergenza, l’angosciante movimento del velivolo, l’esame per il CPA per cui sta studiando incessantemente, la donna anziana nel sedile accanto al suo che sta cercando – senza riuscirci – di aprire un sacchetto mignon di noccioline, l’insoddisfacente primo appuntamento con una suonatrice di banjo a Rome, il panorama in costante mutamento fuori dal finestrino, gli esercizi isometrici per flettere le natiche, le mani degli anziani, la filosofia dell’IRS (detta anche «il Servizio»), l’entropia, lo stress, la «neurologia del fallimento», e il suo cappello.

Atterrato a Peoria, in attesa che i bagagli escano dalla stiva, Sylvanshine si imbarca in una frase lunga quasi tre pagine, in cui contempla la paralizzante logistica nel raggiungere Self-Storage Parkway e, una volta arrivato, se sia il caso di fermarsi prima al REC o al complesso di appartamenti dell’IRS conosciuto come Angler’s Cove (letteralmente, “la baia del pescatore”, n.d.T.). Questo capitolo è un pezzo di bravura, lucido e smagliante, dove Wallace fa quel che sa fare meglio: raccontare una mente che lotta per sopravvivere a una tempesta di informazioni e sensazioni, fino a raggiungere il limite estremo della crisi – destino naturale, se non inevitabile, per la maggior parte dei suoi personaggi.

Il re pallido è un romanzo storico ambientato nel 1985, quando l’Età dell’Informazione era ancora nella sua prima adolescenza, e la descrizione della vita a Self-Storage Parkway appare oggi curiosamente pittoresca. I computer sono mainframe (e temuti per le loro probabili capacità, che potrebbero lasciare i GS-9 senza lavoro). Termini come “laptop” o “desktop” non compaiono nel libro. I telefoni cellulari (pesanti, brutti e costosi) sono da poco entrati in commercio. Gli uomini indossano cappelli, i fumatori non sono ancora emarginati sociali, e i canali TV via cavo stanno appena iniziando a moltiplicarsi. Per la maggior parte degli scopi lavorativi è ancora l’era di carta-e-penna, e i dipendenti chini sulle file di scrivanie al REC di Peoria potrebbero benissimo essere gli stessi grigi impiegati di dickensiana memoria che silenziosamente vergano pagine su pagine di fogli protocollo con le loro penne d’oca.

Wallace si è documentato esaustivamente sul lavoro alla IRS come aveva fatto perInfinite jest a proposito delle droghe. Nel 1998, quando insegnava alla Illinois State University, parlò delle sue ricerche al regista Gus Van Sant, in una conversazione telefonica da quest’ultimo poi trascritta: «GVS: Uhm, dunque, ehm, come va il tuo corso?

DFW: Sono in congedo quest’anno. Sto seguendo io un corso, ma non sto insegnando. È veramente tosto, ma per ora resisto su una media tra C+ e B-.

GVS: Che corso è?

DFW: È, dunque, “contabilità fiscale avanzata”. Storia lunga, non la vuoi sapere. Ma è qualcosa che va davvero MOLTO oltre le mie facoltà mentali. È una classe per gente alla “Will Hunting”.

GVS: Oh mio Dio.

DFW: 35 pagine di roba tipo CPA, sai, incredibilmente dense, studiare di notte e poi fare il test il giorno successivo».

Saturo di nozioni di diritto tributario, Il re pallido trasforma l’IRS in una società autonoma con una propria storia (segnata dalle variazioni apportate dal Congresso al codice fiscale), una struttura di comando, un linguaggio ingannevolmente arcano e costumi e tradizioni gelosamente custodite. Soltanto i lettori che siano anche impiegati nella veraIRS noteranno chiaramente le differenze tra quel che Wallace ha liberamente inventato e ciò su cui invece si è documentato, e il romanzo, che esagera nel voler complicare continuamente il proprio status, non è mai tanto criptico come su questo punto. In ogni caso, il marchio ufficiale dell’IRS non è – come lui scrive – una rappresentazione di Bellerofonte che uccide l’Idra, il suo motto latino non è Alicui tamen faciendum est (che peraltro non si traduce con “Egli è colui che sta facendo un difficile e impopolare lavoro”; letteralmente: “tuttavia qualcuno lo deve fare”, n.d.R.), e agli agenti dell’IRS non vengono assegnati nuovi numeri della previdenza sociale, tutti inizianti con il numero 9, da portare con sé per il resto della loro vita. La maggior parte dei “fatti” del libro (quelli facilmente verificabili perlomeno) si rivelano essere opera di fantasia, ma il disimpegno di queste invenzioni non basta ad alleviare il senso di tristezza e fatica che avvolge l’edificio, sulla cui entrata principale si erge un gigantesco modulo 1040 piastrellato in lastre di terracotta.

Molte delle parti più piacevoli del libro riguardano le vite dei singoli personaggi prima della loro assunzione al REC di Peoria: Sylvanshine sul suo volo pendolare; Lane Dean e la compagna appena rimasta incinta; Chris Fogle, loquace studente di Chicago e i suoi approcci con le droghe; David Cusk, che suda abbondantemente; Leonard Stecyk, che avrà un futuro brillante alla IRS e viene dapprima tratteggiato come odioso idealista ai tempi della scuola elementare; Toni Ware, autodidatta, ingegnosamente vendicativa su larga scala, dalla personalità irreparabilmente distorta da un’infanzia selvaggia e violenta nel sottoproletariato delle case mobili; perfino un David Wallace (“ecco l’autore”), corredato da una biografia simile, ma fondamentalmente diversa, da quella dell’autore. Con l’eccezione di Toni Ware, la cui rigida psicopatologia la rende immune al cambiamento, tutti i personaggi, descritti e tratteggiati con precisione negli anni dell’infanzia e del college, diventeranno poi obbedienti fannulloni una volta entrati nel Servizio.

Non che si considerino fannulloni essi stessi, anzi: ai loro occhi sono eroi che si sacrificano per uno scopo più alto. Chris Fogle trova la sua vera vocazione quando, alla cattolica DePaul University di Chicago, confonde l’edificio in cui avrebbe dovuto seguire un corso sul pensiero politico americano negli articoli di The Federalist Paper3 con il suo gemello architettonico, dove si trova invece ad assistere a una lezione di contabilità avanzata, condotta da un insegnante supplente straordinariamente ipocrita: «Gli eroi veri siete voi, da soli in un luogo di lavoro designato. Il vero eroismo sono i minuti, le ore, le settimane, anno dopo anno, di silenzioso, preciso, giudizioso esercizio della correttezza – senza nessuno lì con voi a incitarvi o ad applaudire».

L’uomo recupera il suo cappello («un borsalino grigio scuro, vecchio ma molto ben curato») dall’attaccapanni e lo agita bene in alto: «Signori, preparatevi a indossare il cappello. Vi siete chiesti, forse, perché tutti i veri commercialisti portano il cappello? Perché sono i cowboy di oggi. E lo sarete anche voi. Cavalcherete le praterie americane. Porterete le mandrie ad abbeverarsi agli infiniti torrenti dei dati finanziari. I gorghi, le cascate, le variazioni predisposte, le minuzie più instabili. Voi ordinerete i dati, li guiderete, indirizzandone il flusso e conducendoli dove è necessario, come fa un buon pastore, nella forma codificata più appropriata. Avete a che fare con fatti, signori, per i quali esiste un mercato da quando il primo uomo è strisciato fuori dal brodo primordiale. Sarete voi, diteglielo, coloro che cavalcheranno, che presidieranno le mura, che taglieranno la torta, che serviranno in tavola».

L’uomo conclude la sua perorazione con: «Signori, voi siete chiamati a fare i conti». Wallace era satirico e predicatorio al tempo stesso, e l’idea dell’IRS, immaginata come una fondazione parareligiosa in cui l’individuo sfibrato ed egotico potrebbe trovare riscatto immolandosi al servizio di un bene più grande, si tratti di comica presunzione quanto di sincera certezza, sembra sia stata centrale nella sua concezione de Il re pallido.

L’abilità e la raffinatezza intellettuale di Wallace si sono sempre intrecciate con una franchezza morale e sociale dal candore quasi infantile che è una parte cruciale della sua narrativa. Quando Infinite jest è uscito nel 1996, i giornalisti che si sono recati a intervistarlo nell’Illinois sono rimasti sorpresi del fatto che i suoi amici più stretti fossero una coppia di anziani, Doug e Erin Poag, conosciuti da Wallace nella chiesa mennonita4 che frequentava. Frank Bruni del ‘New York Times’ si ritrovò nel salotto dei Poag mentre Wallace e la coppia sedevano davanti al televisore, a guardare X-Files e mangiare Kentucky Fried Chicken e cibo italiano. Wallace avrebbe poi pagato un biglietto aereo alla signora Poag per volare con lui a New York, dove Erin assisteva alle sue letture e presenziava alle sue interviste.

Gli altri affetti più cari erano i suoi due cani, entrambi bastardini adottati, di nome Jeeves e Drone (in omaggio ai romanzi di P.G. Wodehouse), poi rimpiazzati da Bella e Warner. Non molto tempo prima di suicidarsi, Wallace parlò alla moglie Karen Green (che aveva sposato nel 2004) dell’eventualità di smettere di scrivere per aprire insieme un rifugio per cani5. Questo lato dell’autore, il Wallace praticante devoto, cinofilo, affezionato ai panorami rurali della sua giovinezza in Illinois, impregnato della convinzione che la narrativa esista per far sentire i lettori meno soli e quindi aiutarli a migliorare le loro vite, è una presenza impalpabile ma costante ne Il re pallido.

Nei suoi appunti sul libro (troppo pochi dei quali sono inclusi nella succinta appendice di nove pagine) Wallace ha chiarito quel che sperava di fare. Avrebbe preso l’impiego più noioso e ripetitivo immaginabile, applicato a esso la stessa formula di “attenzione accentuata + consapevolezza” che aveva proposto ai laureati del Kenyon College, e dimostrato come un lavoro monotono e fastidioso possa lastricare la via per raggiungere la grazia di Dio e la salvezza dell’anima: «La capacità di prestare attenzione. Viene fuori che la felicità (un misto di gioia secondo per secondo e gratitudine per il dono di essere vivi) si trova alla fine della noia più schiacciante, più tremenda. Prestate particolare attenzione alla cosa più noiosa che possiate trovare (la dichiarazione dei redditi, le partite di golf in televisione), e una noia come non l’avete mai conosciuta si abbatterà su di voi a ondate, fin quasi a uccidervi. Superatela, e sarà come fare un passo avanti dal bianco e nero al colore. Come l’acqua dopo giorni nel deserto. Beatitudine costante in ogni atomo».

In pratica è una variante sul vecchio e familiare tema cristiano di come nobilitare fatiche umili pensando di starle svolgendo al servizio di Cristo. Tema già accennato da Milton in On His Blindness («Lo servono anche coloro che solo gli stanno vicino e aspettano») ed esplorato da George Herbert in The Elixir: «Tutto può prender parte di Te: / Nulla è così meschino, / da non poter con la sua sostanza (per amor tuo), / crescere luminoso e puro. // Un servo con tale disposizione / Rende divino ogni lavoro ingrato: / Chi spazza una stanza, in / obbedienza alle tue leggi, / fa di questo una cosa preziosa. // Questa è la pietra famosa che cambia tutto in oro…».

Ma i cristiani, con il loro dio soprannaturale e la sua promessa di una vita dopo la morte, disponevano di armi superiori a quelle di Wallace, che al Kenyon College insistette che «la Verità con la V maiuscola è da ricercarsi nella vita PRIMA della morte» e, sebbene andasse in chiesa, non sembra sia stato un credente. Nei suoi appunti, gli esempi di “beatitudine attraverso l’attenzione” sono in qualche modo deboli: un «ragazzo asiatico» in una libreria che mantiene la stessa identica posizione nella sua sedia per ottanta minuti mentre studia e prende appunti su un libro di statistica, una guardia di sicurezza presso una cooperativa di credito, costantemente vigile a ogni variazione di movimento tra le masse di persone in entrata e in uscita, una «donna alla catena di montaggio che conta il numero di giri di spago visibile sul lato esterno della balla». «Contare, continuamente e ripetutamente. Quando suona la sirena ogni altro operaio corre praticamente verso l’uscita. Lei rimane per un po’, assorta nel suo lavoro. È la capacità di rimanere immersi.»

Nelle pagine de Il re pallido che abbiamo, soltanto il capitolo 46 tenta davvero di mettere in pratica la teoria alchemica di Wallace. Il venerdì pomeriggio una cricca abituale di impiegati dell’IRS si ritrova al cocktail bar di Meibeyer, che «propone una serie di drink in offerta speciale prezzati in base al costo approssimativo della benzina e al deprezzamento del veicolo occorrenti per percorrere le 2,3 miglia di tragitto dal REC allo svincolo Southport-474».

Lì siede Meredith Rand, una GS-10, in compagnia del GS-9 Shane Drinion, collega nel suo gruppo di lavoro, o “pod” (letteralmente, “baccello”, n.d.T.). Bellissima, Meredith era conosciuta come “la volpe” ai tempi del liceo; Shane invece è talmente anonimo che un paragrafo di descrizione dettagliata termina con: «È quel tipo di persona che devi guardare molto attentamente anche solo per essere in grado di descrivere». Lei fuma, lui no. Lei beve gin and tonic con una spruzzata di lime, lui birra Michelob. Nel corso di sessantacinque pagine Meredith intrattiene con Shane quel che lei chiama un tête-à-tête e gli racconta di quando ha trascorso tre settimane e mezzo ne «il bidone. Il Marriott mentale. Il reparto dei matti» quando aveva diciassette anni e una propensione all’autolesionismo compulsivo, e di come sia stata soccorsa da un infermiere di trentadue anni di nome Ed Rand, che poi sarebbe diventato suo marito e ora sta lentamente morendo di cardiomiopatia.

Il racconto di Meredith Rand è assolutamente appassionante, e Wallace dimostra tutta la sua ventriloqua abilità nel trovare per ogni suo personaggio una voce che sembri sorprendentemente vera e reale. Rand è la persona singola più interessante del libro. Il suo grandioso monologo egotico la porta di volta in volta a confidarsi con Shane e il momento dopo a deriderlo; intelligente, impaziente, civettuola, arrabbiata, è come un gatto che gioca con un topo in trappola. In un appunto, Wallace ha scritto di lei: «Critiche dell’IRS a Meredith Rand: molto carina ma piantagrane della peggior specie, averla intorno è straziante – l’ipotesi è che il marito disponga di un qualche tipo di apparecchio acustico da poter spegnere a piacimento».

Ma è Shane Drinion il vero epicentro del capitolo. Si esprime in brevi, pedanti domande e interpolazioni, con un’esagerata mancanza di interesse, come fosse affetto da un disturbo autistico della sfera affettiva. Le sue risposte si limitano a considerazioni del tutto prive di emozioni: no, non è mai stato a un appuntamento; no, non ha paura di venire scambiato per un omosessuale. Lei gli chiede: «Questa conversazione ti sta annoiando?» Drinion risponde: «No, per la maggior parte no».

«“E qual è la parte che ti annoia?” “Non userei il termine ‘annoiare’. Certe volte tendi a ripetere le stesse cose, o dirle di nuovo, solo in un modo leggermente diverso. Queste parti non aggiungono alcuna nuova informazione, dunque queste parti richiedono più impegno nel prestarti attenzione…”»

Il talento di Drinion nel prestare attenzione viene premiato da Wallace con un altro dono: la capacità inconscia di levitare. Con il procedere della conversazione, Shane viene visto salire dal suo sgabello, all’inizio quasi impercettibilmente, «uno o due millimetri al massimo», poi prendendo quota pian piano: «Drinion al momento sta levitando leggermente, che è ciò che accade quando è completamente immerso; per ora la salita è lieve, nessuno può accorgersi che il suo posteriore galleggia leggermente sopra lo sgabello. Una notte qualcuno entra in ufficio e vede Drinion fluttuare a testa in giù sopra la sua scrivania con gli occhi incollati a un’operazione sullo schermo del pc; Drinion stesso è per definizione ignaro della sua capacità, dal momento che solo quando la sua attenzione è totalmente assorbita da qualcos’altro avviene la levitazione».

Ben presto, Shane è a circa due centimetri sopra la sedia, e «le suole di gomma delle sue scarpe da lavoro, scure ai bordi per lo stesso processo per cui scuriscono le gomme da cancellare, fluttuano leggermente sopra il pavimento».

È demoralizzante che Wallace, nel tentativo di avvalorare il suo argomento – un tema che è l’anima principale del libro – ricorra a un trucco soprannaturale, per giunta piuttosto banale. La beatitudine laica insita nella concentrazione e nella consapevolezza iperaccentuata è un miraggio, vagamente intravisto in lontananza ne Il re pallido, ma mai raggiunto e probabilmente irraggiungibile.

La noia, quella la percepiamo tutta (alcune pagine sono talmente noiose da leggere che sarebbe molto più interessante vagliare migliaia di moduli 1040 di sconosciuti). Ma l’idea di base di Wallace di penetrare nella fatica del mondo adulto ed emergere sul suo lato opposto in possesso della rivelazione trascendente qui è così irrealizzata che il lettore difficilmente può immaginare come sarebbe potuto essere altrimenti. Il meglio che si può fare è pensare a Il re pallido come a un romanzo a metà – a esser buoni – e credere che il suo autore sia stato capace di tirare fuori il miracolo nelle pagine che gli restavano da scrivere, il che non è inconcepibile. Lo ha fatto in Infinite jest, dove il filo conduttore centrale è la storia di Don W. Gately, incontrato per la prima volta con indosso una grottesca maschera da Halloween, un ladro tossicomane, omicida accidentale, il cui percorso di redenzione nel corso del libro fornisce una “morale” che è estremamente vicina al “connettere le cose” di Margaret Schlegel in Casa Howard. Wallace amava l’ambiguità e l’ironia provocatoria, ma quando si trattava di morale tirava fuori una profonda vena fondamentalista del suo carattere, una sete sconcertante, purissima, di «Verità con la V maiuscola».

Il re pallido è tristemente offuscato dalla lunga ombra del suicidio di Wallace, con tutti i particolari memorabilmente atroci del caso (la cintura, il nastro isolante, la sedia sdraio, la traversa superiore del patio sul retro di casa). La sua ambizione irrisolta di trovare un significato nell’ordinarietà della vita adulta, di esplorare noia e frustrazione come condizioni umane necessarie e interessanti, riempie queste pagine di vitalità, anche nei momenti di stasi e nei vicoli ciechi. Era chiaramente inteso dal suo autore come un lavoro di transizione, di metà carriera, che avrebbe portato Wallace a spostarsi dalla giovanile stravaganza e la maestria da grande intrattenitore che utilizza i bizzarri propositi e i demoni della giovinezza a uno stile più maturo e sobrio che avrebbe potuto adottare parlando di Peoria, la città a lungo nota (per quanto ingiustamente) come un sinonimo per tutto ciò che fosse di basso profilo e rappresentasse a tutti gli effetti la medietà americana («Sarà ambientato a Peoria?»).

Oppure ci si potrebbe anche accontentare di vedere in lui il possibile futuro titolare di un canile, un tempo romanziere famoso, come lo scrittore statunitense Henry Roth durante i sessant’anni di silenzio tra Chiamalo sonno e Alla mercè di una brutale corrente, in gran parte spesi a gestire un allevamento di papere nel Maine. Che Wallace abbia eliminato entrambe le opzioni in un anonimo tardo pomeriggio di fine settembre a Claremont, California, sembra al tempo stesso indicibilmente triste (per usare uno dei suoi termini preferiti) e una negazione brutale di tutto ciò che egli intendeva Il re pallido avrebbe potuto incarnare.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

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tratto da 451 online


Preso qui: http://www.raccontopostmoderno.com/2011/07/david-foster-wallace-il-re-pallido/

lunedì 24 ottobre 2011

Day

More about Day

Un uomo deve pur immaginare di avere un’occasione di liberà, un po’ di spazio. Quell’intervallo tra due alternative che dà spazio. Ma a volte ti osservi e non vedi che ostacoli e ti sorprendi di avercela fatta a uscire di casa – di avercela fatta ad alzarti dal l etto, anzi, altro che uscire di casa. Ti guardi allo specchio al mattina e ti meravigli che non si veda questa cosa: cioè che praticamente tutto il tuo essere grida il proprio desiderio di uscire fuori.

E pensare di per sé non era di grande aiuto, eppure dovevi farlo tutto il tempo.

Alfred non aveva intenzione di arrivare a parlare come Pluckrose, ma soltanto come un se stesso diverso.

Pensavi che tutti quei libri avrebbero fatto la differenza, vero, figliuolo? Tutti dicevano che sarebbe andata così. Ti ritrovi fra gente che legge, gente che ama le parole, che sta a suo agio fra le parole, e tu dimostri interesse, curiosità, e questa è una cosa che riguarda solo te, non sono affari di nessuno, e ti scopri a crescere – sei piccoli, ma cresci dentro, diventi spazioso.

Una volta arrivati al loro piccolo orizzonte, un altro orizzonte si stagliò al di là di una radura fra gli alberi, disteso in un baluginio di sole.

Certo, un omicidio si può ripetere, solo che si deve uccidere ogni volta una persona diversa.

Tu hai le mani che ancora ti tremano dopo la caduta, e continueranno a tremarti almeno fino a stasera, e non vuoi che lui ci faccia caso e che dica che capisce come ti senti. Non hai mai capito a cosa serva capire.

Tutto era estremamente realistico e nel giro di pochi giorni avrebbe generato quello per cui era stato creato_ noia, gente in fila, e una sorta di ansia che si insabbiava e non andava più via.

Ti rendi conto che ci sono notti in cui la tua squadra probabilmente ci lascerà le penne. Non stai lì a rimuginare, ma le probabilità che siano spacciati sono alte- e questa cosa potrebbe deprimerti, anche tenendo conto di tutti gli sforzi che hai fatto per conoscerli bene – sembra quasi che quando siete insieme state solo sprecando tempo- ma naturalmente la cosa buona è che quando loro se ne andranno ci sarai anche tu, morirai insieme a loro. Sarete insieme. O, meglio ancora, è probabile che sari proprio tu il primo a morire. Per cui non c’è problema, ti ci puoi affezionare, o decidere di provare quello che ti pare nei loro confronti.

Era sempre a letto ad aspettare e sperare che si dimenticassero di lui in modo che potesse dimenticarsene lui stesso.

è una bella sfida, fare del male a qualcuno che non sente nulla. Perché potrebbe non avere paura di quello che minacci di fare.

C’era un tempo in cui sarei riuscito a nasconderti qualsiasi cosa.
Ma nascondere cose a te stesso è diverso, più difficile, e dopo un po’ cominci a chiederti se le belle cose che hai messo via sono ancora lì, o se magari non è meglio che se le sia prese qualcun altro, visto quanto poco servivano a te. E alla fine c’erano cose che non volevi nemmeno, che erano destinate a una persona che tu non potevi più essere.

La cosa più bella la nascondi più a lungo.

Alfred vorrebbe che lei la smettesse di parlare e ha un crampo al braccio per il bisogno di toccarla, solo che se la toccasse poi non saprebbe che fare – sempre che lei non lo schiaffeggi, il che è probabile – e per di più si sente pervaso da quella sensazione peccaminosa del corso di ricognizione. È una cosa lacerante: cercare di sembrare una persona rispettabile con quel terribile desiderio, quel bisogno brutale di lei che si autoalimenta e lo spinge proditoriamente ad ansimare, e che razza di uomo è se è felice di fare cose sbagliate, è felice che tutto questo lo tiri su, lo lasci lì a nascondersi il grembo sotto la sua coperta.

Lei è così, lei è così troppo. Lei è così tanto Joyce che gli fa male: anche quando non sembra particolarmente interessata a lui, è comunque preoccupata. Lei è il primo dolore bello che lui abbia mai provato.

e lungo il tragitto pensava che lei aveva detto una cosa ma sembrava intendere l’esatto contrario, e bisogna sempre credere alle apparenze, vero? Così ci insegna il buon senso.

E poi gli racconta di come ha sposato Donald in fretta e furia – le loro madri erano amiche e lei lo conosceva da anni e improvvisamente si è ritrovata moglie: una donna sposata, trasformata in sua moglie solo due settimana prima che lui partisse.
E perché dire una cosa del genere, perché raccontare a uno sconosciuto che non hai capito il senso del tuo matrimonio e che sei felice di non avere un figlio, e perché inviti questo sconosciuto a casa tua e stai con lui e gli parli e poi lo abbracci velocemente, e alla fine hai un fremito, una sorta di ripensamento, ma comunque lo abbracci, perché gli fai questo?
“Non è un posto sicuro.”
Perché lo abbracci e poi lo lasci solo?
“Non dovremmo stare vicino alla finestra. È una cosa avventata. Ed è molto tardi. Dovresti dormire.”
E il suo sangue tutto scombussolato, che gli salta dentro, procede a strattoni. “Io…”

L’hai vista ai piedi della scalinata, ancora confuso per le stupidaggini che il tuo equipaggio ti gridava dietro mentre scappavi, una piccola e solenne stretta di mano da parte del comandante prima di andartene e ancora ti sentivi un po’ in imbarazzo – come se lei potesse intuire quello che loro ti avevano raccomandato, quello che pensavano. Quello che pensavi tu era un altro paio di maniche, era qualcosa che dovevi tenere a bada perché si trattava di un semplice appuntamento con una persona, una ragazza, una donna, una donna sposata e questo era quanto, ma era anche solo un incontro, due che si vedono dopo che si sono scritti delle lettere in cui lei ti dice che ti pensa spesso e perciò non c’è niente di male se dici che anche tu la pensi spesso.

Le stupidaggini che dicevi in sua presenza – ogni volta inciampavi in sentieri e mucchi di parole, ti ci perdevi e non ti rendevi più conto di stare accanto a lei, non lascivi che fra di voi ci fosse solo un silenzio sottile, trasparente. E quella prima volta, probabilmente la peggiore, la guardavi mentre si muoveva, la sua leggerezza – anche con quelle grosse scarpe consumate – e il bordo azzurro del vestito sotto il cappotto verde che già conosci, vestito azzurro pallido, e il suo viso un meraviglioso ovale, mento piccolo e bocca graziosa, al bocca morbida e graziosa che quasi non riesci a guardare perché ti confonde e gli occhi soprattutto – gli occhi di una creature, qualcosa di meraviglioso – non li avevi mai visti alla luce del giorno, non li avevi mai fatti entrare dentro di te.

Ti tratta come se fossi malato, o fragile per qualche motivo.

Iridescenza: colori che cambiano a seconda degli spostamenti dell’osservatore – dalla parola latina che significa iride- e questo non lo capisci finché non vedi i resti di un occhio, quando è fuori dall’orbita, spaccato, e l’iride è a pezzi, distrutto, e luccica vicino alle tue scarpe. Non si smette mai di imparare, è questo il problema dell’istruzione. Ci sono troppe cose da sapere. Troppe.

Subito dopo Alfred si era precipitato nella cabina telefonica, aveva chiamato Joyce e lei c’era e lui glielo aveva dovuto chieder, non riusciva a spiegarsi, continuava a insistere e a chiedere. “Puoi venire qui? Pensi che sia possibile? Voglio dire, ora?”
“Ma cosa… Alfie? Cos’è successo?”
La voce di Joyce lo tranquillizzava, e a sentirla quasi perse la sua. “Scusami, è solo che… Non avrei dovuto, però…” Un silenzio che gli scivolava sotto come l’apertura delle bombe nell’aereo, mentre lui ingoiava e respirava e si reggeva in piedi. “Non avrei dovuto chiedertelo.”
“No, sto solo pensando… domani va bene? Potrei venire domani. Voglio dire, sono quasi le sei adesso. Tu stai bene? Sei ferito? C’è qualcosa che…”
Era meraviglioso sentire che lei era preoccupata, che non voleva che fosse ferito.
“Non devi. Mi dispiace, è solo che io…”
“Be’, certo che devo. Se me lo chiedi ed è importante significa che devo.” La sua voce come se parlasse con un bambino: sbrigativa e allegra e comunque premurosa. Sarebbe stata una brava madre – per i figli di qualcun altro.

Il frastuono era quasi qualcosa di solido.

Lui poggia la testa sul cuscino, gli occhi chiusi, senza nessun ricordo chiaro da vedere, solo la meraviglia che il cuore le battesse ovunque sulla pelle.

Alcuni ricordi, quelli che vorresti tenere, più cercavi di guardarli e più si consumavano.
Centellinarla fino ad arrivare a baciarla. La pianificazione di un bacio. La fede nei baci a venire. La vita che c’è in tutto questo ti fa stare bene. Ti nutre.

Fermo, in modo da permettere ai pensieri di colpirlo, di prenderlo di mira.

Perché c’è una differenza tra essere in prigione ed essere prigionieri.

parlava delle notizie che venivano da est e stanno succedendo delle cose terribili laggiù e lei è sposata, dopotutto, e non sa più da che parte girarsi e sta aspettando due persona quando è solo uno che vuole e che cosa succede se lui ritorna a casa e lei non vuole farmi del male.

“Nessuno muore felice.”

“Non imparano mai, quelli che comandano – appena cominciano a comandare si dimenticano di com’è fatta la gente…”

“Sei felice?” Perché lo vuoi sapere, davvero: “Perché non lo sembri… se tuo sembrassi felice io allora… ma non sembri felice.”
Si sposta i capelli dalla fronte. “E che aspetto ha una persona felice?”

E un sorriso che non le avevi mai visto prima, acuto e lieve. “Lui immagina che io abbia una relazione.” Prima ancora di guardarti, dritto in faccia, e questo ti ferisce in un modo meraviglio so ed è una specie di domanda.
Quindi le dai una specie di risposta. “Sarà complicato.”
“Cosa non lo è.”

A. L. Kennedy

mercoledì 19 ottobre 2011

Cinque cose che non sapevo di David Foster Wallace

Quella di pubblicare Come diventare se stessi di David Lipsky non è stata una scelta facile. Il libro è la trascrizione di una serie di conversazioni fatte dall’autore con David Foster Wallace all’indomani dell’uscita di Infinite Jest, nel 1996, in vista della pubblicazione di un lungo profilo di Wallace su Rolling Stone; il profilo non è mai uscito, ma a distanza di quindici anni, e dopo la morte di Wallace, Lipsky ha deciso di raccogliere il contenuto di quelle conversazioni in un volume. Com’è ovvio, quindi, il suo interlocutore non ha avuto nessuna voce in capitolo sulla selezione del materiale. Se è vero che in queste pagine “David Foster Wallace si racconta”, come recita il sottotitolo, è vero anche che non saprà mai di averlo fatto in questa forma. Se fosse ancora vivo, forse Come diventare se stessi sarebbe un libro molto diverso (chissà se Wallace avrebbe autorizzato la pubblicazione delle pagine in cui racconta le sue esperienze di droga, il suo rapporto con le donne e altri dettagli della sua vita privata); o forse non sarebbe uscito affatto.
Il dilemma, quindi, è stato: rendiamo un buon servizio all’autore, traducendo un “suo” testo che lui non ha mai avuto modo di leggere e approvare, o commettiamo un abuso? Ci abbiamo pensato a lungo. Anche dopo esserci premurati di mettere a parte di questi dubbi l’agente di Wallace – che ci ha assicurato che il libro usciva con il proprio benestare e quello della famiglia – la sensazione di muoverci su un terreno eticamente insidioso non ci abbandonava del tutto.
Ma alla fine ci siamo convinti. A convincerci sono state le molte pagine del libro che, ne eravamo certi, David Foster Wallace non avrebbe rinnegato. Quelle in cui parla del senso del suo lavoro, del valore della letteratura nel nostro tempo, del rapporto ambiguo con il successo, dello smarrimento esistenziale di un’intera generazione e di come superarlo... Pagine intense, a volte profetiche, spesso dolorose, che sono il dono più grande di questo libro ai suoi lettori, e che vorrei lasciare a ciascuno il piacere di scoprire da sé.
Qui preferisco invece presentare cinque piccoli aneddoti personali che Wallace racconta nel libro, e che mi hanno commossa perché hanno a che fare con l’amore per i libri, il mestiere di scriverli, e il mestiere di pubblicarli e condividerli – che è anche il mio.

Come si leggeva nella famiglia di Wallace

Wallace, come credo molti dei suoi fan, è cresciuto in una casa piena di libri, che i genitori lo incoraggiavano a consumare a ritmo costante e forse persino eccessivo (il padre lo sottoponeva a lunghe letture ad alta voce di passi di Moby Dick). Ma al di là della sollecitudine di due intellettuali per la formazione culturale del figlio c’è un dettaglio straordinario che dà al quadro una luce diversa, e viene da pensare che ci sia proprio questo all’origine dell’idea di Wallace per cui la magia della letteratura consiste nel mettere in comunicazione le persone, sgominandone almeno temporaneamente la solitudine. È un particolare rubato all’intimità dei suoi genitori, e ci si sentirebbe quasi in imbarazzo nel venirne messi a parte, se non fosse per la sbalorditiva bellezza di questa immagine:

Ricordo che i miei si leggevano l’Ulisse ad alta voce, l’uno con l’altra, a letto: con un atteggiamento fichissimo, tenendosi per mano, tutti e due animati da quest’amore davvero feroce per qualcosa.

Quale copertina avrebbe voluto Wallace per Infinite Jest

Gran parte dei lettori – italiani e non – di Wallace sono abituati a vedere il suo libro più famoso con la stessa veste grafica: in copertina, un cielo con delle nuvole. L’illustrazione della prima edizione è stata replicata molte volte, con piccole variazioni sul tema, sia dagli editori angloamericani che da quelli italiani. Ma a Lipsky Wallace rivela che quell’illustrazione non piaceva. Gli ricordava troppo la brochure delle procedure di sicurezza dei voli American Airlines.

E invece cosa ci avresti voluto?
[...] C’è una foto stupenda di Fritz Lang che dirige Metropolis. Ce l’hai presente? Quella con lui in piedi e, non so, mille uomini con la testa rasata messi in fila, a falangi, e lui fermo lì con un megafono in mano? [...] Ma Michael ha detto che era troppo affollata e troppo, tipo, concettuale, che richiedeva troppo impegno mentale da parte del pubblico...


Come non dare ragione, da editor, a Michael Pietsch? L’immagine amata da Wallace è senza dubbio molto meno “facile” e immediata di quella effettivamente scelta per la copertina. E al tempo stesso, come negare che la foto di Fritz Lang, con la sua involontaria quanto sinistra allusione al totalitarismo dell’industria dell’intrattenimento, sia molto più vicina ai temi e alle atmosfere di Infinite Jest? Una copertina diversa avrebbe influito sulle sorti del libro? Per quegli scrittori e quegli editori che ogni giorno si trovano a combattere la classica battaglia fra “arte” e “mercato”, la domanda resta perennemente aperta.

Come Wallace umiliò pubblicamente una star di Hollywood

Durante un reading di Infinite Jest alla libreria Barnes & Noble di Union Square, Wallace scorge in mezzo al pubblico Ethan Hawke. Hawke è, in quel momento, reduce dal successo di Giovani, carini e disoccupati e Prima dell’alba, che lo hanno consacrato come sex symbol della Generazione X. Non sappiamo perché fosse al reading di Wallace, se per caso, per moda, per reale interesse. Sta di fatto che Wallace lo nota e

è successo questo, che ero molto nervoso, e mi è scappata una tipica scorreggia mentale. Un flash di un nanosecondo. Una cosa che ti esce di bocca e subito vorresti riacchiapparla. C’era tutto un pezzo sugli «attori di scarso successo che nei decenni precedenti sarebbero apparsi nelle televendite». E ci ho aggiunto «e nei film di Richard Linklater». Pensando che lui non l’avrebbe trovata una frase ostile.
Ma stando a Charis [Conn, editor di Harper’s], lui si è incazzato davvero. E allora ho pensato: «Oddio, poveraccio. Non può neanche mettersi all’ultima fila, non voleva farsi notare, voleva soltanto andare a sentire un reading». E io, per via del nervosismo, penso bene di lanciargli questa frecciatina condiscendente: mi sono sentito proprio un coglione. Un vero coglione. E se puoi, mi piacerebbe che me lo facessi dire, nel pezzo, che mi sono sentito come un totale coglione».

È raro, in un’intervista, sentire uno scrittore mettersi a nudo così. Confessare di aver provato un istinto basso e umano – il desiderio di rivalsa dell’intellettuale secchione sull’attore belloccio – confessare di averlo soddisfatto con goffaggine, confessare di essersene pentito e chiedere pubblicamente scusa. Chi crede che il grande dono di Wallace fosse l’ironia sbaglia; pochi come lui percepivano la pericolosità dell’ironia usata senza compassione.

Come Wallace si illuse di fare fesso il suo editor

Il manoscritto originario di Infinite Jest era di una lunghezza spropositata e preoccupante. Al momento di inviarlo al suo editor, Wallace ricorre a un trucchetto infantile.

Lo stampai a corpo nove, interlinea singola. E mi pare che così vennero, non so, 1070 pagine: in pratica, la lunghezza del libro finito.
Ma lui mi richiamò, e quella è stata l’unica volta che si sia mai davvero arrabbiato con me. Perché, mi disse, aveva cercato di leggere le prime cinquanta pagine e gli facevano male gli occhi, e cosa mi era saltato in testa, pensavo davvero che non si sarebbe accorto di quanto era lungo se lo stampavo così...

Pietsch obbliga Wallace a ristampare il manoscritto secondo la formattazione standard. Ne viene fuori un mastodonte: 1700 pagine. Seguono mesi di editing. Pietsch gli scrive una lettera di commento lunga 25 pagine. Wallace ne taglia 350. Pietsch fa una seconda lettura. I due si scambiano ore di telefonate. Vengono eliminate altre 100 pagine. Il libro raggiunge la sua forma attuale, ed ecco il giudizio finale dell’autore sul lavoro del suo editor:

Mi sono sentito proprio, non solo riconoscente verso di lui, ma intelligente io stesso.

Non c’è esempio migliore da portare a chi ritiene che l’editing sia una forma di arbitraria manipolazione della creatività altrui. Un buon editor non concede scorciatoie autoindulgenti, costringe l’autore a misurarsi onestamente con il testo, e ne distilla così le doti migliori: chi all’inizio del processo si credeva più furbo, alla fine si scopre più intelligente.

Come Wallace capì di avere la stoffa dello scrittore

È facile immaginare che un esordiente scopra il proprio talento per la scrittura grazie a un racconto (probabilmente autobiografico) lodato dagli amici, dagli insegnanti, da un altro scrittore; così come è facile immaginare che la scrittura sia questione di ispirazione, fantasia, creatività. E lo è, in effetti; ma è almeno altrettanto questione di orecchio, attenzione al dettaglio, tecnica e disciplina. David Foster Wallace, ad esempio, ha le prime avvisaglie di una delle sue più grandi doti di scrittore quando capisce di essere bravo a falsificare tesine universitarie:

Be’, avevo scritto della roba... all’università avevo scritto un paio di tesine per altra gente. Perché c’erano un sacco di ragazzi che... non era male, in effetti.
Ti pagavano per scrivergli le tesine?
Be’, non la metterei in maniera così brutale. Diciamo che c’erano sistemi di remunerazione piuttosto sofisticati. Ma... mi ricordo che una delle cose interessanti era leggere due o tre delle tesine scritte in precedenza da una certa persona per imparare, sai, che suono aveva la sua scrittura.

E mi ricordo che all’epoca lo capii: «Cavolo, sono proprio bravo a fare questa cosa. Sono uno strano tipo di falsario. Cioè, posso imitare lo stile di chiunque».


Preso qui: http://www.minimumfax.com/libri/magazine/346/0

martedì 18 ottobre 2011

Odore

Poi c'era questo odore, ogni volta sempre più intenso, pungente. Ti schiaffeggiava quando meno te lo aspettavi, entrandoti a forza nelle narici e facendosi spazio tra le sinapsi, ti regalava quella faccia da ebete da farti quasi vergognare. Tu cercavi di non caderci, ma era più forte di te. Perdevi il controllo, i tuoi stessi muscoli facciali si rilassavano, prendevano forme inaspettate, sorrisi da non sorridere ma trattenuti appena, a fior di labbra: il disegno della felicità non vista doveva entrare dentro la tua testa di soppiatto, senza fare scattare nessun tipo di allarme.
Comunque. Questo odore non riuscivi a definirlo, lo assaporavi sempre con una specie di sollievo e gioia, ma dimenticavi di prenderne un campione, di tenerne un po' da parte per poterlo studiare, analizzare magari con il microscopio. Non riuscivi a dartene pace, così quando ti ricapitava di sentire di nuovo quell'odore lo facevi titubante, pronto a buttarti addosso a lui, dentro le sue braccia, ma allo stesso tempo frenato dal desiderio di prenderlo e imprigionarlo. Il motivo? Come mai tutto questa speranza di poterlo catturare? Perché dentro di te avevi questa sete irrefrenabile da saziare. Volevi quell'odore addosso a te tutti i giorni per tutto il santo giorno. Solo allora avresti potuto sentirlo con la giusta calma, prenderti il tempo necessario, quando ne avresti avuto abbastanza e mai abbastanza, sempre più sempre di più. Da solo a casa lo avresti interrogato per capire meglio: per quale motivo si prendeva la briga di seguirti, di continuo, o almeno quando meno te lo aspettavi ti veniva a fare visita, chissà poi tutte le altre volte, magari i minuti durante i quali neppure sapevi o speravi ti stesse vicino, lui era lì a un passo da te, e per poco poteva anche appoggiarti la sua mano - una mano di profumo che tipo di mano è? Quale è la sua forma? Quante dite ha? Qual'è il suo tatto, il suo peso? - e tu invece fuggivi via, solo perché non sapevi ti stesse vicino, che fosse dietro le tue spalle e aspettasse solo un attimo prima di richiamare la tua attenzione. Se solo lo avessi saputo ti saresti girato, lo avresti salutato come si deve: niente strette di mano asettiche, bensì baci profondi sulle guancie - le guancie di un profumo - parole scambiate tra chiacchiere inutili ma spese ugualmente bene per il tempo concesso, i minuti insieme, tutti tranquilli, concentrati, sperati.
Gli avresti chiesto, a quell'odore magari seduto di fronte a te, legato a una sedia se fosse stato reticente e avesse cercato di scappare via, oppure tranquillo con un bicchiere di vino condiviso, se al contrario avesse fatto il tuo stesso gioco e quella conversazione l'avesse desiderata lui quanto te; gli avresti chiesto, come mai questo atteggiamento? E non ti saresti riferito al fatto di spiarti o di coglierti di sorpresa, neppure a quei momenti durante i quali pensavi a tutt'altro e tutto a un tratto lui arrivava rapendoti. No, nient'affatto. Ti riferiresti a come si comportava, al suo atteggiamento nei tuoi confronti quando ti veniva a trovare. Come mai ti schiaffeggiava - questa era la parola che avevi usato e la parola più opportuna, più vicina alla realtà. Non sarebbe stato più opportuno un gesto, come dire, meno violento, più intimo in qualche senso, tipo una carezza? Uno sfiorarsi. Qualcosa che rendesse l'idea del suo stesso odore - l'odore di un odore, il profumo nel suo respirare quando si muoveva, l'evanescenza di un gesto - tutto qua. Una carezza. Tu avresti preferito una carezza di quel profumo.

venerdì 14 ottobre 2011

You think you are

you think you are another guy
you're growing tall
you're growing up..

hide your feelings
'til this evening
tell her you're not happy
don't say anything more
leave at 11 o'clock
make you wise enough to ask

you think you are another guy (you think you are)
you're growing tall, you're growing up (you found the line)
you miss one thing you don't know why (you waste your time)
you're getting cold, you're getting tired

hide your feelings
'till your delight
all you've got is
all that you have found

hide your feelings
'til this evening
hide your feelings
'till your delight
all you've got is
all that you have found

you think you are another guy

Performed by The Niro

mercoledì 12 ottobre 2011

CreativArt3 - Narrativa

Pistoia non è una città molto conosciuta, eppure ci abito (vicino).
Qualche tempo fa i Piloti del Caos hanno organizzato un, come chiamarlo?, un qualcosa per smuovere un po' le acque. Ne è uscito fuori CreativArt3, con sezioni di: musica, fotografia e narrativa.
Di tutti i partecipanti della sezione narrativa ne sono stati selezionati 5 e con i propri racconti è stato editato un piccolo libriccino (100 pagine) distribuito gratuitamente durante la serata di presentazione e adesso, per chi abita nelle vicinanze, reperibile alla libreria Fahrenheit Pistoia o alla biblioteca San Giorgio.
Per tutti coloro che non abitano nella vicinanze, e volessero comunque vedere Pistoia con gli occhi dei 5 selezionati, qui di seguito un link dove potrete trovare la versione scaricabile in pdf.

CreativArt3 - Sezione Narrativa

Per chi interessato: buona lettura

lunedì 10 ottobre 2011

Ballando con i fantasmi

Non posso credere a tutti i fantasmi. Si aggirano inconsistenti attorno - a me, a te, a chiunque altro - muovendo l'aria, producendo profumi inebrianti. A volte mi sfiorano, quel tanto che basta per cadere nell’inconscio. Senza più palpebre sugli occhi, vedo nero lo stesso, come se qualcuno avesse spento la luce. Allora disegno strane contorte figure con dei pastelli immaginari, traccio linee e curve, sorrisi e sguardi. Li appiccico su quelle che penso potrebbero essere facce distinte. A tratti le riconosco. Dico: ci sono, ci siamo. Ma poi mi accorgo di esserne ancora lontano, anni luce, nel buio, dove la luce non riesce ad arrivare. Polvere di stelle, sarebbe necessaria, illuminare la stanza con fuochi colorati, piccoli cerchi non nel grano ma proiettati sulle pareti, nell'aria attonita ferma a guardarci. Il soffitto, per esempio, viene trasformato in una specie di scacchiera psichedelica, con celle verdi gialle rosse blu. Per muovercisi dentro bisogna imparare a memoria tutte le mosse dei possibili pezzi. C'è il pedone, c'è la regina. Un cavallo. Un cavallo! Il mio regno per un cavallo.
E le possibili strade a diramarsi da ogni giorno, su ogni strana casella ridimensionata in base alla culla del pensiero: mi ci perdo la testa, gli occhi e il cuore. Un dedalo di circonvallazioni con le quali mi trovo a giocare a nascondino, tappandomi le orecchie per non sentire mia madre chiamarmi per cena, stanarmi involontariamente dal pertugio nel quale mi sono calato per non farmi vedere. Cresci sano e bello, ripete a casa quando mi passa il piatto colmo di pasta, o il secondo a base di carne, il contorno: insalata. Più mangio e più divento grande, non nell'età ma nel fisico. Le spalle si raddoppiano, la distanza tra ginocchia e caviglie pare aumentare ogni giorno di più, il ventre un può mi duole, tengo stretta la sua mano. Vorrei sfiorarle il capo e pensare: è vero.
Domani ci troveremo a dovere fare i conti con questo ballo in silenzio, rimettendo al loro posto tutte le cose che abbiamo tirato fuori dai cassetti, e i libri sparsi per terra, aperti e letti in fretta, le pellicole scure sbobinate e lasciate ad appiccicarsi le une alle altre, quasi nel tentativo di fare un nostro personale montaggio delle varie vicende, avventure in mondi impossibili, tempo tagliato a fette: sospiri, respiri, pulsioni e passioni.
Mentre l'orchestra ticchetta una nuova canzone, è lui a sfiorarmi il capo, scostare i capelli degli occhi. Mi dice: guardami. Ha gli occhi grigi, un sorriso che non è né beffardo né consolatorio. È trasparente, lui, tutto. Appoggio la mano sul suo fianco. È fumo. Cerco il punto preciso in cui inserirmi nel tempo, la melodia, tra una nota e l'altra - un due tre quattro, un due tre quattro - piede sinistro avanti, busto proteso. È questo il momento. Iniziamo a ballare.

venerdì 7 ottobre 2011

Abducted

I knew right then that I'd been abducted
I knew right then that he would be taking my heart
I knew right then no one was above him
I knew right then that he would be breaking my heart

He tore me apart because I really loved him
He took my heart away and left me to bleed out, bleed out
He broke my heart because I really loved him
He took it all away and left me to bleed out, bleed out

I knew right then that she'd been abducted
I knew right then that I would be taking her heart
I knew right then that I'd never love her
The reasons I hope the dream hasn't left her scarred

He tore me apart because I really loved him
He took my heart away and left me to bleed out, bleed out
He broke my heart because I really loved him
He took it all away and left me to bleed out, bleed out

He tore me apart because I really loved him
He took my heart away and left me to bleed out, bleed out
He broke my heart because I really loved him
He took it all away and left me to bleed out, bleed out

Performed by Cults

mercoledì 5 ottobre 2011

Vizio di forma

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Arrivò dal vicolo e salì i gradini sul retro, come sempre. Doc non la vedeva da più di un anno. Né Doc né nessun altro. Prima vestiva immancabilmente in sandali, slip di bikini a fiori e maglietta stinta di Country Joe & the Fish. Stasera invece era tutta in stile-terraferma, i capelli molto più corti di come lui li ricordava e, insomma, combinata proprio come, ai tempi, giurava che non si sarebbe mai conciata.

C’erano giorni in cui entrare in auto a Santa Monica era come garantirsi le allucinazioni senza la rogna di dover comprare e poi assumere una particolare droga, anche se certi giorni, di sicuro, era meglio assumere qualsiasi droga che entrare in auto a Santa Monica.

Non sono esattamente dei nuovi ricchi, - insinuò Sauncho, - quanto dei nuovi indebitati.

Vicino all’ufficio, tanto che ci si poteva arrivare a piedi, c’era un piccolo ex quartiere di case condannate per la costruzione di un’estensione dell’aeroporto che forse esisteva solo sotto forma di fantasia burocratica.

Quella ragazza era deliziosa! Essendo un po’ carente nel campo dell’Esp, Rudy non era in grado di cogliere che dietro il suo sguardo aperto e scintillante Japonica non si limitava in quel momento semplicemente a pensare ad altri mondi, ma li stava effettivamente visitando. La Japonica seduta accanto all’uomo maturo con quel curioso completo di velour era effettivamente un Organismo Cibernetico, un cyborg, programmato per mangiare e bere, conversare e socializzare, mentre la Vera Japonica era altrove a badare a faccende importanti, essendo lei la Viaggiatrice Kosmika: c’erano questioni profonde che l’attendevano nel Cosmo, le galassie roteavano, gli imperi crollavano, il karma non veniva negato, e la Vera Japonica doveva sempre essere presente in un determinato punto dello spazio penta dimensionale, altrimenti il caos avrebbe ripreso la sua supremazia.

Quando Doc frequentava l’Università, i professori gli avevano illustrato l’utile concetto per cui la parola non è la cosa, la mappa non è il territorio.

- Ciao Doc.
E ovviamente tutto questo, come sempre, bastava e avanzava, e infatti, ecco qua.

- Sono felice per te, Clancy, ma che ne è stato del tuo bisogno di farlo con due alla volta?
Lei con la testa accennò indietro a Tariq, che stava raggiungendoli. – Doc, questo tipo è almeno due alle volta.

Quando mi sono messo a fare la spia, mi chiedevo perché la gente fa le domande che fa. Poi ho cominciato a notare che le persone spesso sanno già la risposta, ma vogliono semplicemente sentirla da un’altra voce, tipo… fuori dallo loro testa…

Doc seguì le orme dei suoi nuovi piedi nudi che già affondavano nella pioggia e nell’ombra, come in un folle tentativo di trovare la via per tornare a un passato che, loro malgrado, si era trasformato in quel futuro lì.

Thomas Pynchon

lunedì 3 ottobre 2011

Settembre 2011


"Le persone ce le portiamo dentro quando non possiamo averle accanto."

Chiara Marangoni