giovedì 27 dicembre 2012

I giorni dopo le feste

I giorni dopo le feste, fatti di avanzi divano film e carezze; quando il tempo fuori sembra invitarti a rimanere in casa e le lenzuola del letto non sembrano mai abbastanza. Spengiamo la luce e ascoltiamo Chris Cornell cantare.

mercoledì 26 dicembre 2012

Contact

Rivedere Contact con un gruppo di amici è diverso dal rivedere Contact da solo. Ci sono le risate, ci sono i commenti, ci sono le pause che di solito non ti concederesti, ci sono pure le parole che superano le parole degli attori e ci sono anche le parole che anticipano le parole degli attori. Rivederlo è stato comunque un piacere. Vuoi perché la pellicola mostra una fantascienza matura capace di porre anche degli interessanti interrogativi, vuoi perché annovera come protagonisti degli attori all’apice della propria carriera: Jodie Foster post Silenzio degli innocenti e Matthew McConaughey quando ancora le aspettative nei suoi confronti erano relativamente alte.
Il film è invecchiato maluccio sotto l’aspetto visivo: se si esclude lo spettacolare viaggio finale, alcuni effetti speciali mostrano un po’ il fianco al tempo. Non è questo però che importa, in quanto già ai suoi tempi Zemeckis non aveva posto l’accento sul lato strabiliante della pellicola. È una storia da alcuni ritenuta lenta, soprattutto se si associa il genere fantascientifico a navicelle spaziali e azione in larga scala. Qui c’è una navicella spaziale ma è totalmente diversa dall’idea comune di navicella spaziale, almeno quella proposta in decenni di altri film di genere. In più il film è sul trovare, scovare, e costruire, non sul viaggiare. Il viaggio, per quanto bello, rappresenta solo una piccolissima. È come si arriva al viaggio a essere interessante. Alcuni quesiti, alcuni scambi di battute (tra tutte quelle tra i due protagonisti sulla terrazza durante la cena della casa bianca), alcune idee. Un film che è un mosaico di momenti e di immagini.
È stato bello vederlo la prima volta ed è stato bello rivederlo. Scommetto resterà sempre bello anche a rivederlo e rivederlo e rivederlo.

lunedì 24 dicembre 2012

Denti bianchi

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Era la quarta visita alla soffitta che faceva in altrettanti giorni per trasferire nel nuovo appartamento le cianfrusaglie rimastegli dal suo matrimonio, e l’aspirapolvere era stato uno degli ultimi oggetti che aveva preteso… era una delle cose più rotte, delle cose più brutte, le cose che si chiedono per pura testardaggine perché si è perso la casa. Questo è il divorzio: portar via la roba che non si vuole più a gente che non si ama più.

Ma morire non è facile. E il suicidio non può essere inserito in un elenco di Cose da Fare, fra la pulizia dei fornelli e il pezzetto di legno da mettere sotto la gamba del divano per pareggiarla. È la decisione non del fare , ma del disfare. Un bacio buttato all’oblio. Qualunque cosa si dica, il suicidio richiede fegato. È per gli eroi e i martiri, per gli uomini realmente vanagloriosi.

In genere, le donne non riescono a farlo, ma gli uomini conservano l’antica capacità di abbandonare la famiglia e il passato. Semplicemente, si sganciano, come se si stessero levando una barba finta, e rientrano con discrezione nella società, individui completamente cambiati. Irriconoscibili.

Clara indossava la propria sensualità con la disinvoltura di una donna più vecchi, e non (così era con la maggior parte delle ragazze che Archie aveva conosciuto in passato) come una borsetta ingombrante che non si sapeva reggere, dove attaccare o quando mettere giù.

Vai a casa e riposati un po’. La mattina il mondo è nuovo, tutte le vote. Amico… la vita non è facile.

Liberarsi di una fede è come bollire acqua di mare per recuperare il sale… si guadagna qualcosa, ma si perder qualcosa.

Era carina, non carina come aveva sperato ma neanche brutta come aveva temuto.

Io non posso continuare a preoccuparmi e preoccuparmi per la “verità”. Devo preoccuparmi solo della verità con cui si riesce a convivere. Ed è questa la differenza fra il diventare pazzi ingollando acqua salata del mare e il vere quella del ruscello.

“Capisci, bambina? So che capisci.”
E ciò che realmente intendeva era: Parliamo la stessa lingua? Proveniamo dallo stesso luogo? Siamo uguali?

La scienza gli aveva insegnato che il passato era dove si facevano le cose attraverso un vetro, a tentoni, mentre il futuro era sempre più brillante, un luogo dove si facevano le cose nel modo giusto, o quantomeno più giusto.

Erano entrambi inconsapevoli dello sconvolgimento che provocavano in Irie, o nell’ambiente più allargato, delle strane onde sismiche che la loro amicizia scatenava in tutti gli altri.

Se in quel momento qualcuno le avesse chiesto che cos’era il ricordo, qual era la più pura definizione di ricordo, lei avrebbe risposto: la strada sulla quale si è inciampato la prima volta in un mucchio di foglie morte.

Che strano, il mondo moderno. Nelle toilette si sentono ragazze che dicono: “Si, mi ha scopata e poi se n’è andato. Non mi amava. Era completamente incapace di amare. Era troppo incasinato per sapermi amare”. Ora, com’è accaduto? Che cosa, in questo secolo così poco amabile, ci ha convinti che malgrado tutto siamo da amare come persone, come specie? Chi ci ha portato a pensare che chiunque non ci ami sia in qualche modo danneggiato, mancante di qualcosa, malfunzionante? […] siamo così convinti della bontà di noi stessi, e della bontà del nostro amore, che non sopportiamo di credere che possa esistere qualcosa di più degno d’amore di noi, di più degno d’adorazione.

“Mi sembra” disse alla fine Magid, mentre la luna diventava più chiara del sole “ che hai tentato di amare un uomo come se fosse un’isola e tu un relitto di nave e potessi contrassegnare la terra con una X. Mi sembra che sia troppo tardi, per questo.”
Poi le posò sulla fronte un bacio che sembrò un battesimo, e lei pianse come una bambina.

Archie dice scienza allo stesso modo in cui dice moderno, come se qualcuno gli avesse prestato le parole e gli avesse fatto giurare di non romperle.

Se nessuno dei due imperativi può essere ignorato, allora bisogna sceglierne uno, come sostiene lei, e chiuderla qui. Dopotutto, è l’uomo a fare se stesso. Ed è responsabile del risultato.

La fine è solo il principio di una storia più lunga.

Raccontare queste storie assurde e altre simili significherebbe diffondere il mito, l’idea fallace, che il passato è sempre remoto e il futuro, prossimo. E come ben sa Archie, non è così. Non è mai stato così.

Zadie Smith

venerdì 21 dicembre 2012

I will wait

Well I came home
Like a stone
And I fell heavy into your arms
These days of dust
Wish we’ve known
Will blow away with this new sun
But I’ll kneel down wait for now
And I’ll kneel down
Know my ground
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
So break my step
And relent
Well you forgave and I won’t forget
Know what we’ve seen
And him with less
Now in some way shake the excess
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
Now I’ll be bold
As well as strong
And use my head alongside my heart
So tame my flesh
And fix my eyes
I tethered mind freed from the lies
And I’ll kneel down
Wait for now
I’ll kneel down
Know my ground
Raise my hands
Paint my spirit gold
And bow my head
Feel my heart slow
Cause I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you
And I will wait I will wait for you

Performed by Mumford & Sons

giovedì 20 dicembre 2012

Quanti animali

Quanti animali sparsi per casa continuano a parlare mentre dormiamo? A volte basta svegliarsi la notte per sentire un battito d'ali volare dal comodino all'armadio.

mercoledì 19 dicembre 2012

Che aspettarsi quando si aspetta

La scelta di film disponibili su un volo intercontinentale targato Alitalia mi ha, devo ammettere, davvero stupito, almeno in quantità. Erano tante le pellicole che si poteva decidere di vedere, e alcune davvero molto recenti se si considera il fatto che tra i primi della lista spiccava pure il nuovissimo Scott di Prometheus. Purtroppo la maggior parte di questi film li avevo già visti a casa o al cinema e nonostante la voglia di rivedere alcuni di essi fosse grande, mi sono obbligato a scegliere una personale prima visione. Scartati a priori i film di fantascienza, che in uno schermo ipermegaridotto come quelli incassati nello schienale del sedile davanti al mio rischiavano di perdere gran parte del fascino visivo (Prometheus su tutti), mi sono fiondato alla sezione commedie e mi sono imbattuto in questo Che cosa aspettarsi quando si aspetta, nel mio caso: aspettare di atterrare.
Il film è un film a episodi, montati in alternanza quanto vi pare ma pur sempre a episodi, che non si intrecciano minimamente se non per dei brevi flebili e forzati momenti. Questo comporta magari la possibilità di sviscerare tutti i possibili aspetti di un tema, in questa caso l’attesa suggerita dal titolo della nascita di un figlio, ma è anche vero che in egual misura non ci si addentra in modo approfondito in nessuno di questi aspetti, bensì li si sorvola superficialmente.
Il risultato è una commedia che dovrebbe fare ridere ma che invece a stento riesce a far sorridere. Il cast è ricco ma ognuno pare aver firmato per il minimo sindacale e non c’è nessuno che spicca se non forse Anna Kendrick che appare fuori luogo anche per motivi anagrafici.
Un film da aereo che doveva farti volare un po’ dell’eternità di ore durante le quali eri costretto a sedere in attesa di arrivare e che invece sembrava allungare ancora di più il viaggio. L’unico pregio è che mi ha fatto capire che non mi piacciono i film a episodi.

martedì 18 dicembre 2012

Vuoto totale. David Foster Wallace e internet

Lo scorso settembre Bret Easton Ellis ha definito più che pubblicamente – via Twitter – David Foster Wallace un impostore, marcando il proprio territorio in 140 caratteri. Come spesso capita, la notizia ha rimbalzato a destra e a sinistra per qualche giorno, poi si è affievolita in favore di una nuova micro-opinione che, magari, consentisse la replica della persona tirata in ballo. Il compianto Wallace è morto suicida nel 2008.
Molti si sono chiesti cosa avrebbe fatto se fosse stato vivo nel momento in cui Ellis decideva di sguainare la sua spada cinguettante – posto che David non avesse ancora dimostrato di essere il genio che viene considerato e che Bret non avesse trovato il modo di apprezzarlo. La risposta è semplice: assolutamente niente.
Il rapporto di Wallace con il web non ha mai trovato la strada verso i suoi scritti pubblicati, ma la sua opinione in merito è trapelata in un paio di occasioni pubbliche. Nel 1998 si fece mandare in visione alcuni film per adulti candidati a un premio internazionale. Il pacco arrivò in forma anonima alla sua abitazione di Bloomington. Niente intestazione, niente dettagli sulla bolla di spedizione, nessun logo compromettente sulla confezione. Questo, non molto tempo dopo, gli diede spunto per riflettere su quanto nell’era di internet – allora così vicina all’esplosione globale –  questi accorgimenti fossero destinati a scomparire. Nel giro di pochi anni il porno si sarebbe imposto a chiunque avesse un accesso al web, non ci sarebbe più stato motivo di nasconderlo dietro l’ingresso a perline di una sezione speciale della videoteca, perché sarebbe stato non solo a disposizione, ma in arrogante prima fila assieme a centinaia di altri prodotti. Immagini invitanti e ammiccanti, occasioni irrinunciabili, offerte imperdibili. La vita privata di chiunque sulla piazza del pubblico dominio: la peggiore paura del granchio Wallace.
All’uscita di Infinite Jest, alcuni dei critici più perspicaci – o avanguardisti – si lanciarono in varie interpretazioni sulla lettura del tomo. Sven Birkerts sull’Atlantic fornì il suo punto di vista, individuando nel corto feticcio così coinvolgente da uccidere chiunque lo guardi, che fa da trait d’union alle varie vicende contenute nel romanzo, “una risposta allegorica a una sensibilità culturale alterata [da internet]”, probabilmente a voler giustificare in parte la scelta retrograda di utilizzare una videocassetta come frutto proibito di una storia ambientata in un futuro prossimo e possibile. Wallace dissentì: “È semplicemente il fatto di essere vivi, non occorre passare la vita su internet per sentirsi così.” La verità è che era terrorizzato dal web, quanto Ray Bradbury era terrorizzato dalle innovazioni tecnologiche. Il primo si vantava di non essere mai stato online, quanto il secondo di non aver mai messo piede su un aereo, ma entrambi si rendevano conto molto chiaramente di ciò con cui avevano a che fare. L’alienazione della persona attraverso la sua immagine virtuale era quello che per Ray erano i robot. La disfatta del genere umano.
Difficile immaginarlo impegnato in una sfida all’ultimo post sui social network, però qualcosa di scritto lo ha lasciato.
Wickedness è il titolo degli appunti per un racconto o un romanzo – chi può dirlo ormai? – tratti dai taccuini che fanno da corollario al Re pallido, e che D.T. Max ha recentemente esplorato in lungo e in largo per il New Yorker. La storia è la testimonianza di una preoccupazione, l’embrione di una critica sociale, ma anche la prova della curiosità di David nei confronti del mezzo internet.
Skyles è un reporter scandalistico, che cerca di dare sfogo ad alcune sue frustrazioni personali fotografando l’ex presidente Reagan nella casa di cura per malati terminali dove alloggia, afflitto dal morbo di Alzheimer. Anche Skyles è malato, ha un tumore alla bocca di pirandelliano respiro, e il reportage su Reagan, pubblicato online dal tabloid wicked.com, potrebbe essere il suo canto del cigno. Quello che in Jest era il video, alienante e invasivo, qui è il web. La grande vetrina in cui esporre e su cui scaricare tutte le proprie debolezze a discapito di quelle altrui. Un mezzo ancora più capillare, ancora più spudorato, una continua mostra di atrocità, capace di trasformare gli esseri umani in zombi senza senso della decenza e dell’autocontrollo. I robot che prendono il sopravvento.
La questione della crescente invasività dei media è sempre stato uno degli argomenti preferiti e temuti da Wallace. In Wickedness – chiamato anche Wickeder – i tabloid, i giornali scandalistici, la televisione, pur restando deprecabili nella sua visione, giocano la parte dei buoni. Il web è in grado di superarli di parecchie misure sul loro stesso campo, di trasformare la loro arroganza in un’ingenua sconvenienza. Sembra delinearsi il nuovo mostro. La differenza sta nel fatto che se i primi, pur razzolando nelle bassezze più gravi, lo fanno legalmente, il secondo se ne frega del regolamento. “Malgrado i sogni di globalità e informazione libera, [internet] è e resta il muro dei cessi della psiche americana” scrive accanto ai nomi vagamente inquietanti di siti inventati. Latrine.com, 10footpoll.com e filth.com, che non si fanno alcuno scrupolo a pubblicare servizi umilianti sulle celebrità pur di alimentare la fogna a cielo aperto del web. Chiunque può scatenare se stesso nella caccia alla celebrità, chiunque può scagliarsi contro chiunque in una sorta di orgia cannibale informatica in cui non esistono limiti di decenza o rispetto per gli altri. Se la televisione può essere spenta, i giornali posso essere ignorati, il web si insinua ovunque travestendosi da qualcosa non solo di utile, ma di necessario.
La storia di Skyles si arresta bruscamente dopo circa quattromila parole scritte a mano, mentre il protagonista, travestito da manutentore, si aggira per la casa di cura con una macchina fotografica nascosta sotto la tuta. Anche la figura di Skyles sembra voler richiamare la sporcizia e l’ambiguità del mezzo messo alla berlina. È sfigurato dal tumore e porta una maschera che gli nasconde mezza faccia. È grottesco, impacciato e viscido. Un antieroe che incarna l’idea del suo creatore. Non sapremo mai se riuscirà a portare a compimento la sua missione, né cosa Wallace avesse intenzione di fare delle proprie idee, così come non sapremo mai come avrebbe risposto alle accuse di Bret Easton Ellis.
A margine dell’incompiuto Wickedness c’è una nota che dice “Blankness is ok”, il vuoto totale va bene. E il vuoto ha vinto, dopotutto.

di Giulio D'Antona

Trovato su Minima & Moralia

lunedì 17 dicembre 2012

La figlia dell'altra

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La telefonata è emozionante, stuzzicante come un primo appuntamento, come l’inizio di qualcosa. C’è un impeto di curiosità, il desiderio di sapere tutto subito. Com’è la tua vita, come iniziano e come finiscono le tue giornate? Che cosa fai per divertirti? Perché sei venuta a cercarmi? Che cosa vuoi?

La mancanza di purezza mi è diventata chiara: non sono la figlia di mia madre adottiva ma non sono neanche la figlia di Ellen. Sono un amalgama. Sarò sempre una cosa appiccicata insieme, qualcosa di leggermente rotto. È uno stato da cui non posso riprendermi ma che posso solo accettare, con cui devo convivere, con compassione.

È più facile guardare qualcuno in foto che nella vita vera: non si prova nessun imbarazzo a guardarlo negli occhi, nessun timore di essere colti a fissarlo.

“E che cosa facevate per divertirvi?” gli domando, e lui semplicemente mi guarda. La risposta è evidente. Sesso. La loro relazione non era che sesso, almeno per lui. Io sono il prodotto di una vita sessuale, non di una relazione.

Essere adottata significa essere adattata, essere amputata e poi ricucita. Che ti ripigli o no, la cicatrice resterà sempre.

Anche se mi fa piacere sapere che non sono mai stata dimenticata, è ancora più strano che non vengo mai capita.

Persino quelli che sembrano onesti, o forse addirittura eroici, in realtà non lo sono; invece sono umani, profondamente imperfetti.

Nel corridoio fuori dall’Oyster Bar lei indossa una vaporosa pelliccia bianca, una camicetta di seta stampata e un paio di pantaloni, ha i capelli raccolti sulla testa in una specie di chignon post anni cinquanta. Sembra uscita da un altro decennio: una donna che crede nel glamour, che per tirarsi su di morale ascolta Burt Bacharach e Dinah Shore. Ho il sospetto che fosse così che si vestiva quando di vedeva con mio padre – probabilmente anche allora negli alberghi – adesso però ha cinquantacinque anni e il tempo le ha portato via molto.

È lui il bambino che usciva con Norman ed Ellen. È lui l’unico testimone di tutta questa storia. aveva dieci anni quando è successo il patatrac. È convinto che abbiamo qualcosa in comune – il fatto che condividiamo il segreto di nostro padre – se non fosse che io il segreto non lo condivido, io sono il segreto.

Le propongo di scriverci, ma basta telefonate.
“E se vado dal medico e mi dice che mi restano ventiquattr’ore da vivere, devo chiamarti?” chiede.
“Aspettane venticinque, poi telefonami.”

Si tende a idealizzare le persona che non ci sono più.

Sono passati sette anni ed è ancora tutto vivido come quando è accaduto. A quanto pare funzionano così i traumi: non cambiano, non si addolciscono, non si attenuano, non mutano in qualcosa di meno tagliente né di meno pericoloso.

È nella natura umana fuggire il pericolo; ma perché dovevo essere così umana?

Provo a ricordarmi che il tentativo di rispondere alla domanda Chi sono io? non è una prerogativa degli adottati.

Da bambini siamo tutti creduloni per natura. Non ci viene in mente che potremmo dubitare della storia di famiglia; la accettiamo come un dato di fatto, senza riconoscere che è una storia appunto, un’opera di fantasia, stratificata e frutto di una collaborazione.

Penso a denunciare mio padre per dimostrare che è mio padre, e già solo dirlo – denunciare mio padre per dimostrare che è mio padre – ha la stessa eco surreale di quando mia madre mi ha detto che mia madre era morta. Denunciare mio padre.

A. M. Homes

venerdì 14 dicembre 2012

Anni luce

Inventa un tempo in cui ci siamo io e te.
Potremmo dire le parole che vorrai.

Avrei dovuto fermare gli anni miei,avrei potuto farlo prima che immacolati saremmo andati via.
Lontano anni luce.
Illuminati da tutti i fulmini,del cielo che vorrai per noi.

Latte giovane,coperto dalla panna.
La tua bocca inganna,ma nella mia verità avrei dovuto guardare agli anni tuoi.
Ci avrei trovato dubbi,quelli miei.
Immacolati saremmo andati via. Lontano anni luce.
Illuminati da tutti i fulmini,del cielo che vorrai per noi...immacolati saremmo andati via,lontano anni luce.
Addormentati tra le nuvole,del cielo che vorrai per noi.

Ora inventa un tempo in cui ci siamo io e te.
Ti rendi conto che sarà bellissimo,per Noi.

Performed by Umberto Maria Giardini

giovedì 13 dicembre 2012

Fredde giornate d'inverno

Fredde giornate d’inverno. La pioggia fitta e rumorosa fuori. Il cielo grigio in sfumature di brutti libri. Pagine diverse, pagine belle, sfogliate a ritmo regolare. Lapis per terra. Parole sottolineate. Tisane calde a fumare dentro tazze divertenti. Divano grande. I nostri piedi ghiacciati sotto il plaid a cercare di baciarsi.

mercoledì 12 dicembre 2012

21 Jump Street

Nessun tipo di preparazione (mentale e di aspettative) può veramente prepararvi ad affrontare la visione di questo 21 Jump Street. Forse sono io che negli anni ottanta mi sono completamente perso il telefilm da cui è tratto e per questo non riesco a inquadrare del tutto il tono del film, ma la pellicola in questione, diretta da un anonimo Chris Miller, ti lascia con quella strana sensazione di incertezza: è piaciuta o no? Difficile darsi una risposta, perché in qualsiasi caso dovresti uscire allo scoperto nei confronti di te stesso. Oltre ovviamente alla classica storia americana del tutto finisce bene, il film è ricco di gag abbastanza divertenti che però non ti fanno proprio esplodere dalle risate. Rimane quindi in quel territorio di mezzo nel quale non si capisce bene a quale genere appartenga. Da una parte c’è il nuovo idolo del pubblico femminile, ovvero Channing  Magic Mike Tatum che pare essere stato inserito solo per richiamare appunto il suo pubblico, mentre dall’altro c’è il buon simpatico Jonah Hill, che magari non farà magie ma si lascia guardare e apprezzare. Il resto del cast si presta benissimo al classico gioco del “dove l’ho visto prima?”.
Un film adatto a una serata scazzona da passare in compagnia davanti alla tv, ma sappiate che se vi aspettate un film poliziesco vi ritroverete davanti un film comico, se invece vi aspettate un film comico vi ritroverete davanti un film poliziesco. Diciamo che è una commedia poliziesca declinata all’umorismo. Decidete poi voi.

martedì 11 dicembre 2012

Fantascienza e critica tv: i punti deboli di Wallace

Nell’aprile del 1992, racconta il suo biografo D.T. Max, David Foster Wallace venne invitato dall’amico Jonathan Franzen a tenere una conferenza nel college dove insegnava. Wallace — che stava lavorando con fatica a quello che sarebbe diventato Infinite Jest — si presentò in aula e prima di cominciare a parlare scrisse un lungo elenco di vocaboli sulla lavagna, con a fianco il loro significato. Era un’altra versione delle maniacali note a pié pagina che l’avrebbero reso famoso. L’ennesimo tic del ragazzo che si definiva «un nazista della grammatica», lo scrittore che aveva capito ancora prima di completare il suo capolavoro che l’unica possibilità di descrivere il mondo come lo vedeva lui, in tutta la sua infinita complessità, era fare del linguaggio un uso ai limiti dell’umano — maneggiare la lingua inglese come Roger Federer fa con la racchetta da tennis.
È un omaggio appropriato, dunque, che i 15 capitoli di Both Flesh And Not — raccolta di recensioni e articoli giornalistici diWallace che è stata appena pubblicata negli Stati Uniti da Little, Brown & C. — siano divisi da un agile prontuario di parole inconsuete (da «abattoir», mattatoio, a «ylang-ylang», olio asiatico usato nella confezione di alcuni profumi) trovato nel suo computer. Il volume pubblicato dalla casa editrice che, meritoriamente, non si spaventò davanti a Infinite Jest («sfilato» alla Norton in quel 1992) si apre con uno dei pezzi più famosi dell’opera diWallace, il profilo del tennista Roger Federer uscito per la prima volta sul «New York Times» nel 2006 (in Italia due anni fa con il titolo Roger Federer come esperienza religiosa da Casagrande e in settembre da Einaudi nella raccolta Il tennis come esperienza religiosa). È il capitolo più famoso del libro perché Wallace applica al suo sport preferito e al suo campione preferito gli strumenti — mostruosi — di analisi che gli fanno descrivere Federer come «mai di fretta, o sbilanciato. La pallina in avvicinamento resta sospesa in aria, per lui, una frazione di secondo in più di quel che dovrebbe. I suoi movimenti sono leggeri più che atletici. Come Alì, Jordan, Maradona e Gretzky, sembra essere allo stesso tempo più e meno corporeo degli avversari. Particolarmente nella divisa tutta bianca che Wimbledon si diverte tuttora a richiedere agli atleti, appare come quello che (penso) potrebbe davvero essere: una creatura il cui corpo è fatto di carne e, allo stesso tempo, in qualche modo, di luce».
È uno degli articoli più famosi della storia del giornalismo sportivo, la vetrina — anche per chi non abbiamai letto una riga della sua narrativa — di un talento abbagliante: e, se come ha detto di recente Franzen in un’intervista con «La Stampa», non bisogna cedere alla tentazione di trasformare Wallace dopo il suicidio del settembre 2008 in un Kurt Cobain con l’aureola, è giusto che non tutti gli altri 14 capitoli della raccolta siano all’altezza della sua bravura. Ci sono delle pepite d’oro: come l’analisi di uno dei suoi romanzi preferiti, Wittgenstein’s Mistress di David Markson (capolavoro bizzarramente non pubblicato in Italia) o la recensione della biografia di Borges scritta dal professor Williamson nella quale Wallace colpisce e affonda la tendenza dei biografi di andare a caccia di indizi nelle opere dei grandi scrittori come cani da tartufo: i racconti di Borges, scrive Wallace, «trascendono completamente i motivi che hanno spinto l’autore a scriverli. Al punto che i fatti biografici diventano, nel senso più profondo e letterale, irrilevanti».
Wallace, ex ragazzino prodigio, filosofo, divoratore di classici, ossessionato dalla grammatica e dall’etimologia delle parole, era un consumatore senza complessi di musica pop e cinema hollywoodiano. Purtroppo però quando scrive di tv o di kolossal di fantascienza (Terminator 2) i risultati sono normali, cioè largamente al di sotto del suo talento, come dimostrano alcuni capitoli di Both Flesh And Not. Più complicato il caso di un articolo del 1996, Back In New Fire: era stato scartato in passato su consiglio del suo editor, e mai incluso nelle due raccolte di giornalismo pubblicate in vita da Wallace. Qui sostiene pericolosamente — previa rassicurazione che, ovviamente, l’epidemia di Aids resta una tragedia — il paradosso che il pericolo mortale del Hiv abbia restituito significato al sesso: che dalla rivoluzione anni Sessanta fino all’esplosione dell’epidemia negli anni Ottanta era stato, per la prima volta nella storia, un’attività del tutto priva di rischio. La tesi, così paradossale, è però anche debole, e poco conta che ora via social media Bret Easton Ellis attacchi Wallace proprio per questo articolo: il tiro a segno su coloro che non possono rispondere è un classico di Twitter. Conta poco perché non c’è bisogno di trasformare il genio con la bandana nel Cobain con l’aureola: basta leggere la sua prosa, fatta di carne e anche di tanta luce.

di Matteo Persivale

Trovato sul Corriere della Sera 

lunedì 10 dicembre 2012

Gesti indelebili

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In breve tempo Amanda era riuscita a trascinarlo lontano dall’immagine dell’uomo che lui pensava di voler essere.

Faceva sempre così: si insinuava tra la sua paura e al sua parte migliore proponendogli cose a cui era difficile resistere.

Il ricordo di quel momento, di averla vista così, gli spinse parte del sangue verso sud, lo fece immergere a sondare le sue profondità.  Anche se più che piacergli, era qualcosa che non riusciva a smettere di aver voglia di rifare. C’erano molte cose che non riusciva a smettere di aver voglia di rifare.

Quando andava a letto presto era solo per il desiderio di stare solo con se stesso, solo quello.

La realtà è che è finita male. Malissimo. All’inizio ridevamo della gente che non conoscevamo e poi, visto che eravamo così felici e a nostro agio, abbiamo cominciato a ridere l’un dell’altra e abbiamo visto che eravamo in mani sicure, perché non facevamo sul serio. Ma poi una frecciatina tira l’altra, una ferita tira l’altra e allora finivamo per chiederci scusa e ci scambiavamo gesti di tenerezza, ma era quel genere di tenerezza che senti solo quando ti sei fatto male. Non lo facevamo apposta: nessuno voleva veramente attaccare, ci stavamo solo difendendo.
Ma non siamo riusciti a fermarci. E quindi ora è questo che siamo : uno specchio che riflette una brutta immagine dell’altro. Non qualcosa di più bello, non qualcosa di più delicato, non qualcosa che ha a che fare con l’amore.

Prima di cominciare aveva avuto paura, ma la paura dura poco, poi passa, diventa qualcos’altro: stavolta era esplosa per fare posto al nulla, un bagliore bianco, caldo, una meravigliosa fonte di tranquillità. E infatti era così felice che quella giornata lo stava lasciando senza fiato.

La signora Dickson non era bella e per questo Ronald si sforzava al massimo di essere gentile con lei, perché la gente brutta è sempre triste e questa era una cosa orribile.

Il fatto di restare gli metteva un po’ d’ansia, un’ansia che premeva ai bordi della felicità, cercava di farsi largo, ma se Ronald si concentrava diventava meno forte, scompariva.

È difficile comprare cose da mangiare quando non si ha appetito.

Ci vorrebbe tanto poco per rendere più facile la vita del prossimo: cortesia, gentilezza, scampoli di redenzione, magari anche una volta al mese.

Gli aveva sussurrato: “Hai presente quelli come noi? La gente come noi? Siamo comi i cavalli. È così. Siamo sensibili al tatto. Se uno ci tocca, se uno ci picchia, addirittura, noi ci avviciniamo ancora di più per sentire meglio il contatto. Ci piace toccare ed essere toccati. Non saremmo quelli che siamo, senza.” Tom non capì bene cosa volesse dire Barker, ma da allora aveva imparato. Ed era vero. Era sensibile al tatto. Non era lui, senza.

Quando lui non c’è la forma dei suoi desideri più recenti spicca visibilmente sul mio corpo.

Chiunque riesce a concentrarsi, a rimanere vigile per quattro giorni e tre notti quando ha la costante compagnia di un corpo del quale ha imparato a fare senza. Non riesco mai a saziarmi delle cose che so che presto mi mancheranno.

E ricordo perfettamente, con chiarezza assoluta, il momento in cui il dolore della sua presenza superò di gran lunga quello del fatto che lui doveva lasciarmi.

Ora a volte June si svegliava e sentiva la sua lingua in bocca, le sembrava di stringergli la testa con una tenerezza che in realtà fra di loro non c’era mai stata. Non si trattava di un ricordo: era più che altro una presa in giro.

Certo che si stava divertendo, e forse anche tanto. Non aveva motivo di dubitarne: lui era Freddie Williamson, figlio di Freddie Williamson, che a sua volta era figlio di un altro accidenti di Freddie Williamnson, parte di una stirpe infinita di omonimi disperatamente privi di fantasia. Era facile immaginare il clan al completo, nelle sere d’inverno, che leggeva ad alta voce la lista degli antenati elencata nella bibbia di famiglia come un unico lungo, triste balbettio battesimale.

Un viso così amareggiato ha bisogno di un po’ di dolcezza.

Danny si chiese dov’era: dov’era lui davvero. Qual era la parte del corpo in cui sentiva di trovarsi realmente.
Sono cose che si sanno, solo uno non si sofferma mai a pensarci. Ma se lo domandi a qualcuno, la risposta è sempre: “Io sono quassù, più o meno da queste parti”. Sei rinchiuso in una specie di piccola capsula dietro gli occhi, sempre affaccendato e sempre rivolto nella direzione dello sguardo. Più tranquillo quando gli occhi sono chiusi, ma sempre e comunque lì dentro, stipato e curvo, in un posto indefinibile dietro i seni nasali e sopra il palato: un inquilino invisibile.
Riesci a provare sensazioni con tutto il corpo, sei cosciente che appartiene a te e solo a te, ma tu, o meglio il luogo in cui tu ti trovi, non si estende fino agli arti, svanisce prima. Forse percepisci una forma di attenzione nelle mani, nel pene, ma il vero luogo in cui i trovi è nella testa, è quello il posto dove vivi.

Alla gente non si dovrebbe dire nulla: soprattutto nulla dell’amore.

Siamo gli unici veri amici che abbiamo e come coppia siamo una fonte di continua delusione reciproca, e spesso veniamo presi da questi brevi, tristi pause di riflessione. Dopo le quali ci abbracciamo e ci prendiamo un po’ per mano perché ci facciamo pena a vicenda, ma la compassione non è la stessa cosa dell’amore.

E sembra quasi impossibile che tanta attenzione possa essere risucchiata dalla curva delle spalle di una persona, dalla sua testa vista dall’alto, il rumore dei suoi passi, il sole di marzo che entra da una finestra sporca e sposta a sud e indugia sui suoi capelli, esaltandone la forma e la luminosità.

Io mi sono leccato le labbra – Elizabeth ha il mio sapore, lo stesso – e lei mi si è avvicinata, per vedere la sera che inizia dietro il vetro delle finestre.

E io ho passato abbastanza tempo lì dentro per pensare che, se lei non amava suo marito e aveva cominciato questa storia con me che però non voleva portare fino in fondo, forse io avevo aperto una porta per lei ma a entrarci dentro era stata tutta un’altra persona.

Questo è l’amore. Questo sentimento terribile. La consapevolezza che preferirei vederla piuttosto che essere contento. Anche quello che siamo, per poco che sia, è quasi abbastanza. Questo è l’amore.

A. L. Kennedy

venerdì 7 dicembre 2012

Bones of birds

Time is my friend,
Till it ain't, and runs out

And, that is all, that I have,
Till it's gone

Tried to build on bones of birds,
Singing in the cold and fall to earth

Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive, probably...

Maybe.

Tried to look out,
Through a hole in the vague

Circle above, looking down,
Bird of prey

Tried to build on bones of birds,
Singing in the cold and fall to earth
[ Lyrics from: http://www.lyricsty.com/soundgarden-bones-of-birds-lyrics.html ]
Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive! Too weak to survive!
Too weak to survive!

Probably... maybe.

Tried to build on bones of birds,
Singing in the cold and fall to earth

Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive! Probably...

Hey! Sometimes she won't cry!
When the smallest one is trapped!
Too weak to survive! Too weak to survive!

Too weak to survive!

Maybe.

Performed by Soundgarden

giovedì 6 dicembre 2012

Ci siamo conosciuti

Ci siamo conosciuti quando le giornate erano eterne, il sole non tramontava mai, era sempre mattino o pomeriggio, e noi impazzavamo ad andare di qua e di là, sempre con il fiatone, sempre caldo. Adesso ogni giorno è corto, c’è poco tempo tra mattino presto e sera tardi. Caliamo i ritmi, riposiamoci. Stasera andiamo a letto presto.

mercoledì 5 dicembre 2012

Marylin

My week with Marylin, ovvero la mia settimana con Marylin, titolo originale più appropriato rispetto a quello amputato con cui è stato distribuito il film in Italia. La pellicola racconta la storia di un giovane (giovanissimo) aiuto regista alle prese con la produzione del film Il principe e la ballerina al quale partecipò appunto la bella Monroe. Durante le riprese l’inesperto Colin Clark avrà a che fare con l’attrice americana, trasportata in terra inglese, e con il regista Laurence Olivier, dapprima infatuato (come un po’ tutti) di Marylin per finire poi esasperato per gli atteggiamenti di quest’ultima, cercando di fare da tramite tra i due, prima di finire intrappolato nella rete sensuale del sex symbol per eccellenza. Ne viene fuori un ritratto piuttosto cupo della protagonista di A qualcuno piace caldo, come ormai sembra essere di moda: viene accennata la dipendenza alle droghe, alludendo qui a delle fantomatiche pasticche per farla dormire, per farla svegliare, per farla e basta; ma soprattutto accerchiata da personaggi che la accudiscono e che la vogliono in qualche modo dirigere, non tanto sul set quanto nella vita vera.
Il regista Simon Curtis, che fino a qui non è certo passato alla storia, ha a disposizione un buon cast, sormontato da una Michelle Williams fantastica nel calarsi nei panni di Marylin, un Kenneth Branagh che però sembra riuscire solo a fare versetti e da un pezzo a questa parte a caricaturare fin troppo i suoi personaggi, un Judi Dench che si offre alla causa come diva di altri tempi, e una Hermione Granger trasportata indietro nel tempo, nonché il playboy Howard Stark del film su Capitan America.
Un film dilatato, quanto le pause di Marylin, composto dai suoi sorrisi e dalle sue pazzie. Uno spaccato della sua vita che forse pecca un po’ nella presunzione di voler infilare tutta la Monroe all’interno di soli sette giorni, nel bene e nel male. Come voler infilare l’oceano in una bottiglia. È anche vero che l’oceano, così come la bellezza di Marylin e il suo complicato animo, non potrà mai essere racchiuso dentro un film.

martedì 4 dicembre 2012

Non mi chiamo Ted

Lui non aveva difficoltà a parlare in pubblico. Lo aveva fatto già altre volte quando lavorava per una grossa multinazionale. All’epoca si era trovato a condurre interminabili riunioni con alti dirigenti, a volte anche con ricchissimi investitori stranieri. Aveva parlato in italiano, inglese, e in un paio di occasioni pure in un traballante tedesco scolastico, illustrando progetti altamente complessi di cui era stato nominato coordinatore. Non aveva mai avuto nessun tipo di problema. Tutto era sempre filato liscio senza intoppi. Neppure il tanto temuto (dai suoi colleghi) spazio per le domande e i chiarimenti a fine presentazione, durante il quale uno qualsiasi dei suoi ascoltatori, pure il tizio cinese seduto in un angolo che una volta aveva assistito alla sua esposizione impeccabile senza apparentemente sbattere mai le palpebre, poteva alzare la mano e chiedere delucidazioni particolari su determinati punti risultati magari un po’ ostici. Non era mai stato messo in difficoltà. Aveva sempre mantenuto le redini della situazione ben strette in mano, senza sbandare nelle risposte, con voce calma, sicura, non balbettante. Era stato ogni volta padrone dell’argomento, conoscendolo alla perfezione in tutte le diramazioni possibili lungo le quali le domande potevano addentrarsi. Non c’era modo che lui potesse bloccarsi anche solo per una manciata di secondi, con la faccia sospesa in un’espressione di pausa, chiara maschera indossata per nascondere la ricerca di una scusa o di un po’ di fumo dietro il quale nascondersi, un diversivo per uscire dall’impaccio, e riprendere a parlare poi con frasi incerte, a metà strada tra un profondo tecnicismo e un insipido senso dell’umorismo. No. Lui ascoltava con attenzione ogni tipo di quesito, sia il più stupido che il più complesso, senza mai accennare alcuna reazione facciale. Guardava negli occhi la persona alzatasi per prendere la parola, senza tradire insicurezza o paura. Appena questa finiva di formulare la propria domanda, quando metteva il punto interrogativo alla fine della sua richiesta e tornava a sedersi al suo posto, lui iniziava subito a risponderle, cercando di essere il più chiaro possibile. Non aveva bisogno di tempo per costruirsi una risposta. La risposta gli nasceva in testa già mentre ascoltava la domanda. In un certo senso si poteva dire fosse la domanda a entrare dentro di lui attraverso le orecchie e andarsi a cercare da sola la propria risposta.

lunedì 3 dicembre 2012

Novembre 2012

"Di solito si detesta chi ci somiglia e i nostri stessi difetti, se li osserviamo negli altri, ci esasperano."

Marcel Proust