lunedì 26 settembre 2011

parlarepensare

Non alzo mai la voce, eppure parlo parlo, lo faccio di continuo. A volte a vanvera, altre invece con un minimo di senso. Affronto qualsiasi argomento mi passi per la testa, sembra quasi voglia soltanto fare capire a me stesso di essere capace di. Non importa cosa dico, anche se in realtà di importanza ne ha molta seppure poi, qui, poi dica il contrario, è per non prendersi troppo sul serio, ma quello che si dice è sempre importante, altrimenti si muoverebbe solo la bocca; ma io voglio produrre dei suoni, tanto per evitare che le labbra si cicatrizzino. Parlo a voce bassa perché non voglio importunare nessuno, tanto che spesso mi chiedo se ci sia qualcuno capace davvero di ascoltarmi, fisicamente, oltre me, voglio dire: pensare è diverso, parlando si butta fuori tutta una serie di parole, ma se si parla e nessuno ci ascolta, non è un po' come pensare? Solo che il parlare senza essere ascoltati è appesantito da un senso di frustrazione che ti si aggrappa alle spalle con dei piccolo uncini, uno per ogni dita di questa frustrazione. E lo sai, la frustrazione è un'animale strano, ha venti mani e sette dita per ognuna di esse.
Ma se parlo e non mi ascolti, neppure tu, dimmi, che senso ha? Non ne ha molto, perché in tutto questo tempo ho rischiato di precipitare in uno strano stato di incoscienza, di unione, di perdita della propria identità, tipico di chi racchiude dentro un'altra persona ciò che vede, ciò che fa, ciò che desidera, ciò che sogna. Ci confondiamo, o per lo meno io mi confondo in te, mi mimetizzo. Gli altri non mi vedono quando ti guardano ma ci sono pure io tra i tuoi segni e il tuo sorriso, nei tuoi occhi - dietro, non in superficie. Quindi io non esisto più, sono in te. E se te non mi ascolti, se neppure tu mi ascolti, significa che non mi ascolto neppure io. Cos'è allora tutto questo affannarsi? non è parlare perché nessuno mi ascolta, ma non è neppure pensare, perché neppure io stesso mi ascolto. Quindi? Dimmi, dimmi cos'è?

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