mercoledì 30 settembre 2009
Violini
Quanto poco potere abbiamo sulle nostre emozioni, e sugli argini che cerchiamo di costruire attorno ai palpiti, spazzati via da onde più grandi dei nostri stessi slanci. Come le immagini che vengono a farmi visita la notte: io e te in un prato fiorito, a cogliere viole violini e violoncelli. Il vento che soffia ad archi e tu poi sdraiata con la testa appoggiata sulle mie gambe. Ti accarezzo, lasciando vibrare la musica che si svolge ad ogni nuovo tocco. Le lievi curve dei tuoi capelli a forma di chiave di violino. E i tuoi occhi che sorridono sotto le palpebre abbassate a festa.
martedì 29 settembre 2009
E venne il giorno

Novantuno minuti, dico novantuno, ovvero un'ora e mezza, solo per poter godere di due brevi intense inquadrature agli stupendi occhi di Zooey Deschanel, mi sembrano francamente totalmente sinceramente eccessivamente troppi, sul serio. Per cominciare a camminare all'indietro, in un parco e poi via via in aree sempre più disabitate e campestri, c'è sempre tempo. Il tutto inizia senza un ben preciso motivo, cresce con una tensione che a tratti costeggia lo zero, e si risolve così, di punto in bianco come in fondo aveva avuto inizio, senza che nessuno ne abbia dato una ben chiara ragione se si escludono quelli che sembrano i vaneggiamenti di un pazzo o di un fanatico. In questo contesto cominci a prendertela con qualsiasi cosa ti passi sotto le mani: le caratterizzazioni dei personaggi, con i due protagonisti che hanno litigato non si sa bene per quale motivo; Zooey Deschanel strana perché strana deve esserlo, punto e basta; l'amico, e un po' tutti gli altri personaggi di contorno, che vengono introdotti con un soffio, rimangono per qualche manciata di minuti a supporto vano della storia, per poi finire miseramente in un altro soffio. In questo contesto attacchi pure il doppiaggio di Mark Wahlberg, se proprio si vuole chiudere un occhio sull'interpretazione, con una voce odiosa e fuori luogo che stona su una faccia quadrata come quella dell'attore dell'ormai lontano Boogie Nights.
Shyamalan rimane un regista noioso, reso celebre solo per una trovata di sceneggiatura anche un pochino scontata e telefonata del suo esordio. Qui per farsi vedere, almeno questa è la trappola in cui sono caduto io, c'è la "già citata due volte" Zooey Deschanel (e con questa siamo a tre) che però non viene sfruttata né rende al meglio. Il resto è nulla, un po' come il nulla della campagna americana dove si perdono i protagonisti.
E le api?
The happening?
What's happen?
Giudizio: Passeggiata
- Cinema ==> Da vedere assolutamente, correre al cinema
- Dvd ==> Da vedere, ma si può aspettare il noleggio
- Tv ==> Niente di esaltante, se proprio si deve vedere aspettare il passaggio in tv
- Passeggiata ==> Perdibilissimo. Andate pure a fare una passeggiata.. anche sotto la pioggia
lunedì 28 settembre 2009
Lei, che nelle foto non sorrideva
Noi eravamo l'oggetto dei nostri stessi desideri. Incorniciati i nostri angoli adolescenti, ci aspettava quando saremmo tornati da lei, più grandi.
E gli anni volavano o scivolavano, non saprei.
Si cercava di fermarli nelle foto, impiccandoli a un sorriso.
vidi Ester tornare in camera nostra con lo sguardo strappato.
A lui avrei dato i baci più profondi dei miei quasi sedici anni.
Gli occhi increspati di celeste più del solito.
Inspirai forte l'aria. Aveva l'odore dei tigli di fine aprile.
Il mare era grigio. Il mare senza ancora l'estate.
Come in quei film che piacciono alla gente,
dovrei mettere margherite tra i capelli
La realtà è il rallenty effimero di un 16 mm sgranato.
Mi piace avere diciotto anni.
Anche se sono i diciotto di qualcun altro.
Questa è una caratteristica della provincia: tutti sanno tutto di tutti all'interno del tuo paese, ma il paese accanto è già un altro mondo.
"Ti ho portato questo."
Estrasse da uno zainetto una scatola incartata d'argento. Fisso quella carta bellissima, e lascio per un attimo trasparire un'espressione felice che può essere ricollegata alla vista del pacchetto. Quanto me ne frega poco di questo regalo. Come vorrei mi baciasse.
Al caldo, davanti a un tavolino con tigelle e vino, è straordinario come si possa trovare una via di scampo, e nella stessa via perdersi.
non importa dove poggiamo i piedi, ma a cosa pensiamo quando non li poggiamo da nessuna parte.
Disinnescati lentamente, che le pallottole fanno malde da morire, levate tutte in una volta, specie se stanno ancora in canna.
Non gli dirò che lui è stato il primo con cui ho fatto l'amore e mi sembrava perfetto, ma che quelli dopo di lui l'hanno fatto meglio, però me li sto già dimenticando.
Cinzia Bomoll
venerdì 25 settembre 2009
L'amore acquatico
Muovi le tue lunghe dita
che aprono fiumi di gelosie
E mi dai cascate ripide
che mi confondono come vertgine
Tu sei acqua che cade su di me
Muovi le tue lunghe ciglia
che aprono celesti fantasie
E mi dai perpetue armonie
che mi trascinano, poi mi comprendono
Tu sei acqua che cade su di me
Cade su di me
che aprono fiumi di gelosie
E mi dai cascate ripide
che mi confondono come vertgine
Tu sei acqua che cade su di me
Muovi le tue lunghe ciglia
che aprono celesti fantasie
E mi dai perpetue armonie
che mi trascinano, poi mi comprendono
Tu sei acqua che cade su di me
Cade su di me
Performed by Moltheni
giovedì 24 settembre 2009
Questa prima foto
E' bello avere queste foto, a volte, per poterle prendere in mano e rivedere, ricordarsi di te, di noi, di quello che abbiamo fatto e di quello che è successo, e ci è successo. Ti ricordi quando ti dissi che avrei voluto avere un album di polaroid con tutti scatti di persone sorridenti? Doveva essere quel giorno, con la luce che entrava tranquillamente dalla finestra della camera. Uno accanto all'altra, entrambi sdraiati sul letto, con la tua testa sul mio braccio steso aperto. Guardavamo il soffitto senza dire niente, come se su quel bianco intonacato dovesse passare da un momento all'altro un film stupendo. Tu eri nuda, completamente se non fosse stato per quel braccialetto fatto a mano di stoffa rossa. Era un regalo di una tua amica d'infanzia, quella che prima di diventare ragazza avevi scelto come migliore: sorella della vita, dicevi. Con le scuole, i primi amori, le università, i viaggi poi vi siete perse di vista e non vi rivedevate mai se non per strada di sfuggita, senza avere il tempo di fermarvi neppure due minuti a raccontarvi cosa vi fosse capitato; ma se porto questo braccialetto, dicevi, posso credere che in fondo amiche lo siamo ancora.
Eri nuda, si, quel giorno. Nuda ma spontanea come sempre, di quella nudità tutta tua che per molto tempo a me piacque guardare in silenzio senza avere il coraggio di toccare, quasi per paura di rovinarla. La notte che per la prima volta ci trovammo dentro un letto sfatto, sotto le lenzuola dopo un temporale che ci aveva bagnati anche le ossa rendendole come fette biscottate inzuppate nel latte, ti ricordi? La festa di compleanno di qualcuno che poi abbiamo perso per strada, in quella baita in montagna dove non c'erano abbastanza materassi per tutti noi sconosciuti. Formammo dei drappelli che ci divisero dal resto, e noi finimmo insieme, soli in quella camera minuscola. Dobbiamo spogliarci, dicesti te, altrimenti ci ammaleremo, diventeremo creature acquatiche e noi, come sai, non abbiamo le branchie per respirare sott'acqua. Ti togliesti il maglione rosso mentre parlavi, sfilandolo dalla testa come fosse pelle morta, rimanendo con una sottile canottiera bianca, tutta bagnata, appiccicata addosso quasi non ci fosse neppure. Ti prendesti un piede e sfilasti prima uno scarpone, poi l'altro. Via i bottoni che tenevano insieme i pantaloni, calandoli alle cavoglie e uscendone quasi con un passo di danza. Dai, sbrigati! dicesti a me ancora grondante nella maglia larga e nei jeans fradici. Cominciai a spogliarmi, come in una cascata al contrario dove vedevo passare la lana blu scura sopra gli occhi miei. Quando riemersi con una boccata d'ossigeno puro, nella stanza dove eravamo, tu a due passi da me con solo i calzini a righe gialle arancioni verdi e blu tirati fino sotto il ginocchio, le mutande bianche finite di sbieco nel toglierti i pantaloni, il reggiseno bianco, semplice e leggero. La canotta era finita in un angolo, appallottolata sopra il maglione e le altre cose. Le tue mani sparivano dietro la tua schiena, lavorando su un nodo meccanico che scogliesti facilmente senza guardare o sforzarti minimamente. Rimasi qualche attimo in pausa, io, bloccato nel normale scorrere del tempo, a guardarti in quella luce semibuia che la lampada sul comodino lanciava con timore; restai senza respiro per secondi e secondi che passarono su secondi e altri secondi, prima di vederti flettere il busto in avanti, ingobbirti leggermente per far scivolare le spalline del reggiseno dalle spelle sugli avambracci, poi sui polsi, stretti nelle mani e poi lanciati via insiema a tutto quello che di cucito c'era attorno.
Le nuvole non furono mai così bianche, soffici, voluttuosi; galleggiavano in un cielo terso e mite, di un celeste degli oceani più incontaminati e protetti da barriere coralline lunghe chilometri.
Persi gli attimi delle mutande, i gesti rapidi e le fruste dei calzini; ma ti vidi come un fantasma lasciare una scia di colore sfuso mentre andavi verso il letto, alzare le coperte e infilarti tremante sotto. Vieni, presto. Dicesti: dobbiamo riscaldarci.
Eri nuda come quella volta, così nuda che della tua nudità volevo rincalzarmi gli occhi e non averne mai abbastanza.
Vorrei avere un album pieno zeppo di fotografie di persone che sorridono.
Cosa?
Foto sorridenti, dissi sfilando il braccio da sotto la tua testa. Corsi verso la borsa e presi la macchina nascosta sotti i libri, i quaderni, le guide turistiche, i panini lasciati a metà, le pasticche per il mal d'auto, le pasticche per il mal di treno, le pasticche per il mal di testa, per il mal di stomaco, le pasticche per il buonumore e quelle per le giornate piovose. Tornai a letto e ci montai sopra, ritto in piedi sfiorando il soffitto. Ti sedesti rannicchiando le gambe sotto il culo, alzasti lo sguardo in alto verso l'obbiettivo e me.
Non si vedono i tuoi seni, se non leggermente uno nascondersi un poco sotto il braccio. Il braccialetto fuori fuoco in fondo si appoggia sopra ad un ginocchio chiuso. Si vede la tua coscia bianca andare via via curva verso la schiena; l'altra coscia con quella sua piega gentile chiusa sul polpaccio. Si vedono i capelli scuri nasconderti la fronte in frangia, appoggiarsi scompigliati sulle spalle magre; i tuoi occhi scuri con il riflesso della luce proveniente dalla finestra; le lentiggi che scivolano giù dal naso lungo le tue guance; e il tuo sorriso che si allarga sul mento e spinge lateralmente le labbra, lasciando lo spazio per i denti, formando quell'anatomica sacca piena che separa lo spazio degli occhi, lo spazio della bocca, e delimita lo spazio dove baciarsi per la buona notte.
Fu questa la prima foto che ti feci. La prima foto che misi dentro l'album. Ricordi?
Eri nuda, si, quel giorno. Nuda ma spontanea come sempre, di quella nudità tutta tua che per molto tempo a me piacque guardare in silenzio senza avere il coraggio di toccare, quasi per paura di rovinarla. La notte che per la prima volta ci trovammo dentro un letto sfatto, sotto le lenzuola dopo un temporale che ci aveva bagnati anche le ossa rendendole come fette biscottate inzuppate nel latte, ti ricordi? La festa di compleanno di qualcuno che poi abbiamo perso per strada, in quella baita in montagna dove non c'erano abbastanza materassi per tutti noi sconosciuti. Formammo dei drappelli che ci divisero dal resto, e noi finimmo insieme, soli in quella camera minuscola. Dobbiamo spogliarci, dicesti te, altrimenti ci ammaleremo, diventeremo creature acquatiche e noi, come sai, non abbiamo le branchie per respirare sott'acqua. Ti togliesti il maglione rosso mentre parlavi, sfilandolo dalla testa come fosse pelle morta, rimanendo con una sottile canottiera bianca, tutta bagnata, appiccicata addosso quasi non ci fosse neppure. Ti prendesti un piede e sfilasti prima uno scarpone, poi l'altro. Via i bottoni che tenevano insieme i pantaloni, calandoli alle cavoglie e uscendone quasi con un passo di danza. Dai, sbrigati! dicesti a me ancora grondante nella maglia larga e nei jeans fradici. Cominciai a spogliarmi, come in una cascata al contrario dove vedevo passare la lana blu scura sopra gli occhi miei. Quando riemersi con una boccata d'ossigeno puro, nella stanza dove eravamo, tu a due passi da me con solo i calzini a righe gialle arancioni verdi e blu tirati fino sotto il ginocchio, le mutande bianche finite di sbieco nel toglierti i pantaloni, il reggiseno bianco, semplice e leggero. La canotta era finita in un angolo, appallottolata sopra il maglione e le altre cose. Le tue mani sparivano dietro la tua schiena, lavorando su un nodo meccanico che scogliesti facilmente senza guardare o sforzarti minimamente. Rimasi qualche attimo in pausa, io, bloccato nel normale scorrere del tempo, a guardarti in quella luce semibuia che la lampada sul comodino lanciava con timore; restai senza respiro per secondi e secondi che passarono su secondi e altri secondi, prima di vederti flettere il busto in avanti, ingobbirti leggermente per far scivolare le spalline del reggiseno dalle spelle sugli avambracci, poi sui polsi, stretti nelle mani e poi lanciati via insiema a tutto quello che di cucito c'era attorno.
Le nuvole non furono mai così bianche, soffici, voluttuosi; galleggiavano in un cielo terso e mite, di un celeste degli oceani più incontaminati e protetti da barriere coralline lunghe chilometri.
Persi gli attimi delle mutande, i gesti rapidi e le fruste dei calzini; ma ti vidi come un fantasma lasciare una scia di colore sfuso mentre andavi verso il letto, alzare le coperte e infilarti tremante sotto. Vieni, presto. Dicesti: dobbiamo riscaldarci.
Eri nuda come quella volta, così nuda che della tua nudità volevo rincalzarmi gli occhi e non averne mai abbastanza.
Vorrei avere un album pieno zeppo di fotografie di persone che sorridono.
Cosa?
Foto sorridenti, dissi sfilando il braccio da sotto la tua testa. Corsi verso la borsa e presi la macchina nascosta sotti i libri, i quaderni, le guide turistiche, i panini lasciati a metà, le pasticche per il mal d'auto, le pasticche per il mal di treno, le pasticche per il mal di testa, per il mal di stomaco, le pasticche per il buonumore e quelle per le giornate piovose. Tornai a letto e ci montai sopra, ritto in piedi sfiorando il soffitto. Ti sedesti rannicchiando le gambe sotto il culo, alzasti lo sguardo in alto verso l'obbiettivo e me.
Non si vedono i tuoi seni, se non leggermente uno nascondersi un poco sotto il braccio. Il braccialetto fuori fuoco in fondo si appoggia sopra ad un ginocchio chiuso. Si vede la tua coscia bianca andare via via curva verso la schiena; l'altra coscia con quella sua piega gentile chiusa sul polpaccio. Si vedono i capelli scuri nasconderti la fronte in frangia, appoggiarsi scompigliati sulle spalle magre; i tuoi occhi scuri con il riflesso della luce proveniente dalla finestra; le lentiggi che scivolano giù dal naso lungo le tue guance; e il tuo sorriso che si allarga sul mento e spinge lateralmente le labbra, lasciando lo spazio per i denti, formando quell'anatomica sacca piena che separa lo spazio degli occhi, lo spazio della bocca, e delimita lo spazio dove baciarsi per la buona notte.
Fu questa la prima foto che ti feci. La prima foto che misi dentro l'album. Ricordi?
mercoledì 23 settembre 2009
[vampa #102]

[…] la frontiera esausta e dilatata, il luogo ove i giorni divorano se stessi replicandosi uno dopo l’altro, come le cicale stridenti consumano, tu maledici il giorno che cedesti alle lusinghe del mondo. Cumuli di alibi e orizzonti uccisi germinano ora annidati nello stomaco per svegliarsi ai piedi del letto e divorare. Partorirai con dolore. Per un attimo la vertigine è controllata, il pugno stretto attorno alla maniglia della porta spalancata, la chiave d’oro della libido conficcata nella toppa. Tutto acquisterà un senso in eccelsa sincronia con il transito satellitare. I tuoi vagiti prima e i tuoi pianti affannati poi sono stati accuratamente raccolti e decriptati affinché di ogni tua più intima fame ci fosse memoria e presagio. Là fuori c’è il mondo che finalmente sorride, la folla che apre il sacco degli elogi ed i cristalli di angoscia si sciolgono nel sangue per venire espulsi dagli intestini cromati della macchina. Folla, calore, affetto immediatamente assorbito fino a quel momento rigettato. Cosi calda la mano della folla, cosi tenero il suo consenso. Tutti perdona perché nessuno sa ciò che sta facendo, inondati della luce benevola della sua aureola dentata tutti righeranno dritti reclamando quotidiano pane serotoninico. Piovono gli elogi, piovono i sorrisi, le strette di mano, le pacche sulle spalle, le schiene si piegano in inchini e tu sei risucchiato dal crepitio di quegli occhi sbarrati e tutto finalmente sembra districarsi e illuminarsi e aprirsi come le acquee del Mar Rosso. La gioia calza come seta sulla pelle, la macchina è ai pieni regimi del suo cuore misericordioso e caritatevole, carne imbevuta di dopamina moltiplicherà i suoi e i tuoi bisogni e tu li soddisferai e ne mangerai, appendice protesa a immagine e somiglianza delle sue mille bocche. Strafogati di oblio, liberati, spaccati, dimentica: i centri del piacere torneranno a risplendere cantando cori di giubilo, ogni tua colpa verrà annullata. Finalmente vivo […]
In foto: ascéndere v. intr. [dal lat. ascendĕre, comp. di ad- e scandĕre «salire»] (coniug. come scendere; aus. essere). – 1. Salire, andare verso l’alto: Allor le donne ascesero per l’erta (Pascoli); fig.: a. ai più alti onori; a. al trono; a. nella via della perfezione. Nell’uso letter., e in particolari espressioni, anche trans.: a. l’altare; La macchina fatale il giogo ascese (Caro); gl’inarati colli Solo e muto ascendea l’aprico raggio Di Febo (Leopardi). 2. In musica, dirigersi, d’una voce, d’una melodia o d’un intervallo, da suoni più gravi a suoni più acuti: a. di una quarta; una frase che dal sol2 ascende al sol3. 3. Assommare, ammontare a una data cifra: la spesa totale ascende a circa mezzo milione. ◆ Part. pres. ascendènte, anche come agg. e s. m. (v. le due voci). (Home, 2009)
metro:vampe
martedì 22 settembre 2009
Segni
"So come sei fatto. Non cercare di trovarci dei significati."
"Non sto cercando dei significati."
"Non è colpa di nessuno."
"Non sto cercando di dare la colpa a nessuno."
"E allora cosa stai cercando? Con questo tuo atteggiamento fatto di silenzi e non voglio, non voglio."
"Sto solo pensando."
"Cosa?"
"Niente."
"Te lo ripeto: non significa niente."
"Lo so. In fondo ognuno fa le cose che fa. Il non avere una pistola puntata alla tempia ci rende liberi."
"Cosa vuoi dire?"
"Voglio dire che se ti fossi trovata con una pistola puntata alla testa, magari le cose sarebbero andate diversamente, ma non avrebbero avuto certo quel sapore genuino, spontaneo. Quindi è giusto così."
"Non mi è ben chiaro dove tu voglia arrivare."
"Non voglio arrivare da nessuna parte. Rilassati un po', mi sembri troppo sulla difensiva."
"Difensiva? Io? Sei te che stai montando tutta questa atmosfera da scoppio di una qualsiasi guerra mondiale. Si respira l'aria piena di foschia che c'è tra le trincee un attimo prima dell'inizio di una battaglia."
"Sarebbe pur sempre una guerra: ce la giocheremmo. Non è detto che saresti te quella a cadere. Invece ti comporti più come un prigioniero che ha una paura tremenda di essere interrogato."
"Ti sbagli."
"Mi sbaglierò; ma l'ultima volta non mi sono sbagliato."
"Eccola: è questa la tua prima mossa?"
"Pedone in E4."
"La siciliana."
"Non lo so. Mi sono sempre un po' perso tra le mosse."
"Cazzo! - Se ci fosse stato un vaso lo avrebbe scagliato contro il muro. - Vuoi farla finita? Vuoi iniziare ad incazzarti come una persona normale. Sono stufa di questo tuo atteggiamente passivo. Voglio che tu ti arrabbi, che ti incazzi, che tu faccia vedere a fiotti di vampe calde tutta la rabbia che hai dentro."
"Perché?"
"Perché è così che si fa. E' in questo modo che si..."
"Io ho un'altra ipotesi."
"E sarebbe?"
"Se mi arrabbiassi, con urla grida e tutto quanto, ti sentiresti in qualche modo punita, magari anche un po' vittima. Così facendo potresti passare oltre, superare questa faccenda, mettere una bella x su tutto questo e archiviarla come una cosa fatta: ho sbagliato e ho avuto la mia punizione. Ma sarebbe troppo semplice."
"Semplice?"
"Io non voglio punire nessuno, non... Preferisco che... Sta a te decidere come superare la cosa, come andare avanti, come smarcarla come fatta."
"Beh, in questo caso potrei benissimo fregarmene altamente e fare finta di niente, come se non fosse successo nulla. Come la prenderesti?"
"Sarebbe un tuo diritto. Ti ripeto: sta a te decidere. Ovviamente, in qualsiasi caso tutta questa faccenda ha fatto si che rivalutassi un po' di cose."
"Cosa?"
"La nostra disposizione."
"La nostra disposizione?"
"Si, la nostra disposizione nello spazio. Quello che è successo, secondo me, è indice delle nostre priorità, e le priorità seguono delle leggi assai complicate: si spostano di continuo in base a ciò che facciamo e ciò che non facciamo, e di conseguenza spostano noi, intesi come io e te."
"Io so bene le mie priorità..."
"Non sei te che definisci le tue priorità. Sono le tue priorità che vengono definite dalle tue azioni."
"Vedi, te lo dicevo: ci stai vedendo dei significati."
"Non sto cercando dei significati."
"Non è colpa di nessuno."
"Non sto cercando di dare la colpa a nessuno."
"E allora cosa stai cercando? Con questo tuo atteggiamento fatto di silenzi e non voglio, non voglio."
"Sto solo pensando."
"Cosa?"
"Niente."
"Te lo ripeto: non significa niente."
"Lo so. In fondo ognuno fa le cose che fa. Il non avere una pistola puntata alla tempia ci rende liberi."
"Cosa vuoi dire?"
"Voglio dire che se ti fossi trovata con una pistola puntata alla testa, magari le cose sarebbero andate diversamente, ma non avrebbero avuto certo quel sapore genuino, spontaneo. Quindi è giusto così."
"Non mi è ben chiaro dove tu voglia arrivare."
"Non voglio arrivare da nessuna parte. Rilassati un po', mi sembri troppo sulla difensiva."
"Difensiva? Io? Sei te che stai montando tutta questa atmosfera da scoppio di una qualsiasi guerra mondiale. Si respira l'aria piena di foschia che c'è tra le trincee un attimo prima dell'inizio di una battaglia."
"Sarebbe pur sempre una guerra: ce la giocheremmo. Non è detto che saresti te quella a cadere. Invece ti comporti più come un prigioniero che ha una paura tremenda di essere interrogato."
"Ti sbagli."
"Mi sbaglierò; ma l'ultima volta non mi sono sbagliato."
"Eccola: è questa la tua prima mossa?"
"Pedone in E4."
"La siciliana."
"Non lo so. Mi sono sempre un po' perso tra le mosse."
"Cazzo! - Se ci fosse stato un vaso lo avrebbe scagliato contro il muro. - Vuoi farla finita? Vuoi iniziare ad incazzarti come una persona normale. Sono stufa di questo tuo atteggiamente passivo. Voglio che tu ti arrabbi, che ti incazzi, che tu faccia vedere a fiotti di vampe calde tutta la rabbia che hai dentro."
"Perché?"
"Perché è così che si fa. E' in questo modo che si..."
"Io ho un'altra ipotesi."
"E sarebbe?"
"Se mi arrabbiassi, con urla grida e tutto quanto, ti sentiresti in qualche modo punita, magari anche un po' vittima. Così facendo potresti passare oltre, superare questa faccenda, mettere una bella x su tutto questo e archiviarla come una cosa fatta: ho sbagliato e ho avuto la mia punizione. Ma sarebbe troppo semplice."
"Semplice?"
"Io non voglio punire nessuno, non... Preferisco che... Sta a te decidere come superare la cosa, come andare avanti, come smarcarla come fatta."
"Beh, in questo caso potrei benissimo fregarmene altamente e fare finta di niente, come se non fosse successo nulla. Come la prenderesti?"
"Sarebbe un tuo diritto. Ti ripeto: sta a te decidere. Ovviamente, in qualsiasi caso tutta questa faccenda ha fatto si che rivalutassi un po' di cose."
"Cosa?"
"La nostra disposizione."
"La nostra disposizione?"
"Si, la nostra disposizione nello spazio. Quello che è successo, secondo me, è indice delle nostre priorità, e le priorità seguono delle leggi assai complicate: si spostano di continuo in base a ciò che facciamo e ciò che non facciamo, e di conseguenza spostano noi, intesi come io e te."
"Io so bene le mie priorità..."
"Non sei te che definisci le tue priorità. Sono le tue priorità che vengono definite dalle tue azioni."
"Vedi, te lo dicevo: ci stai vedendo dei significati."
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