martedì 7 aprile 2009

Allergie

Fare i test allergici il sabato pomeriggio, quando tutti giocano, quando fuori piove, e l'acqua è grande e grossa e fitta e gelida. Grattarsi via il braccio, volerlo staccare, prenderlo a morsi, rodere e sgranocchiare; finire le unghie, non mangiarsele ma inglobarsele, su piramidi di pelle, e bozzi che paian montagne, colline, rilievi montuosi, su nessuna pianura. Risultare intollerante alla frutta, alla banana, alla mela, alla pera, cazzo incredibile: pure al kiwi; alla papaya, all'avocado, alle grandi onde, ai lavori interni, alle vite buttate, ai paracaduti. Essere insofferente alle fragole, alle ciliege, al trovarle anche a gennaio, ma bum, ad un prezzo esagerato, esplosivo, in posti che non conosco, in cui non sono mai stato, a portarle da una sala all'altra. Rischiare uno shock anafilattico per la verdura, e la carne, e i muscoli, e i tendini di pietra, i tendini duri come il cemento a presa rapida, i talloni sporgenti e penetranti e infiammanti. Farsi bucare la gola, incidere la trachea e parlare metallico, con un filo di voce: farsi riconoscere per le risate e le parole, le frasi a ventisette euro, e i diritti d'autore sulle scuse andate, ormai; e non è facile, dovresti credermi, sentirti qui con me, perché tu non ci sei. Mi piacerebbe sai: poterti stringere, abbracciarti, una sera, una notte, e l'alba che ci sveglierebbe dal nostro torpore; accarezzarti la guancia, con il pollice sfiorarti sotto gli occhi, e con le altre dita pettinarti i capelli sulla nuca. Invece di maledire le compagnie telefoniche, gli intrecci dei segnali, la disposizione e la reperibilità dei cellulari, i tralicci dell'alta tensione: vittime degli attentati, delle manifestazioni, degli anarchici di fine anni ottanta ed inizio anni novanta, a piazzare dinamite ed esplosivo, polvere da sparo, ai loro piedi per far saltare per aria tutta la struttura, far cadere l'elettricità di tutta la città. Vendere pannelli fotovoltaici per catturare il sole, per imprigionarlo, per sfruttarlo; attaccarli ovunque, sui tetti, sulle autostrade, sulle braccia, sui campanili, sui grattacieli che crollano sotto colpi di aereo.
Essere allercigi alla paura, a questo testo che parte in una direzione e sterza profondamente verso un'altra. Allo sbandare del mio scrivere, che la colpa non è dell'asfalto bagnato o ghiacciato, ma del troppo e del troppo poco, della voglia, delle restrizioni auto indotte, e i segnali di pericolo posti ai lati dei crepacci, dei burroni e sui marciapiedi con gli alberi; alle canzoni brutte e alle canzoni inutili; alle serenate che non riesco a fare sotto finestre che non conosco, che non so dove siano; alle cene da commedia, da testo di teatro, al ripassare il proprio copione e saperlo recitare bene al momento giusto. All'alzarsi e all'andare via, non appena si aprano le danze. (Allo stringersi, all'abbracciarsi, al risvegliare i nostri arti dal sonno delle notti e delle albe, passate così; all'accarezzarsi le guance in modo reciproco, in modo asincrono, allo sfiorare la pelle sotto gli occhi, e a pettinare i capelli sulla nuca.) Alla fantasia, alle ipotesi possibili e a quelle impossibili. All'aria. Agli universi paralleli, e a quelli convergenti. Allo schiudersi delle labbra. (Ci pietrificheremmo come alla vista della Medusa, per caso, se mai lo facessimo?)

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