lunedì 13 settembre 2010

September Fest

e tutto il lavoro che fai è tutto il lavoro che voglio, e tutto il lavoro che fai sono tutti fuochi d'artificio pronti a esplodere neppure fossero stelle in fin di vita, stelle filanti, di quelle che si perdono per strada, come i portafogli o la memoria o i sensi di colpa, e il resto della vita, se mai si può parlare di vita in questa vita qua perché è tutto quanto un gran bordello dove non ci si capisce un cazzo e la sola unica cosa di cui sé sicuri è il respirare, neppure un posto a sedere, una panca, una trave, una mascella slogata, dove poggiare il culo mentre gli altri in mezzo ballano a suon di musica orchestrata alla perfezione tra un brindisi e l'altro la gente sale sui tavoli per alzare le maglie facendo vedere i ventri gonfi di birra e livido splendore, andandosi a cambiare i vestiti più ubriachi di loro stessi sporchi delle bevute andate fuori sbagliando mira, slabbrando di quei pochi centimetri necessari per colare dalle guance lungo il collo e poi giù sul petto, la vita poi si passa seduta su di un guardrail arrugginito a domandarsi dove sia iniziato e dove sia finito. come mai abbiamo fatto questo, come mai abbiamo fatto quello. come mai. quasi i nostri gesti fossero sgorgati fuori dalle mani prive di azioni, mossi non tanto da sistemi nervosi ad impulsi ordinati quanto piuttosto dalla casualità cieca della fortuna o della sfortuna, il tiro di un dado, punto tutto su di un colore, il rosso, sangue stesso del gioco, perdo vinco con la facilità con la quale ci si può arricchire e morire, intriso di quel vino biondo scuro dal sapore deciso che non riesci a trattenere, pisci via con sospiri, mentre con la mano appoggiata alla parete cerchi di fermare il mondo dalla sua rincorsa folle dietro il tuo divertimento. torni e pensi: chissà quando avrò di nuovo questa opportunità, il privilegio raro unico di starmene seduto qua, in mezzo a chi non mi conosce, di spiare i suoi sguardi rossi, affilarne i denti nei sorrisi mentre svesto e mi faccio svestire dalle rapine a mano disarmate delle nostre disarmanti fantasie. ci vediamo già sudati, spettinati, spogli intenti a darci noia, solleticarci di frenetica passione di spalle disegnate esili, le bretelle nere su camice bianche buttate a terra, sfilate sui fianchi a occhi chiusi. ritagliamo momenti su momenti per spezzare il tempo, bucherellandolo qua e là facendone un origami imperfetto, senza senso, senza capo o coda o bellezza. fra poche ore non sapremmo neppure più come diavolo abbiamo fatto a costruire questa forma talmente priva di portamento. non ci guardiamo neppure in faccia da quanto ce ne vergogniamo. i tuoi capelli, già per primi, erano ancor prima rossi, ma mi guardavi con uno sguardo diverso, meglio peggio, non lo so. adesso guardi la parete di fronte a te, strizzi le palpebre per serrarle quanto i denti, un sorriso che sa di gioia da rivolgermi con ardore, mentre io penso ad altro, guardo i tuoi pantaloni gessati appallottolati scesi alle caviglie, le mutande a elastico per non farti divaricare troppo le gambe. la fila fuori si fa più lunga, sento il brusio delle voci altrui mentre si entra ed esce, l'accostarsi delle porte, lo scattare secco delle serrature. guardo i tuoi gesti dimenticandomi dei miei, fermo, a un tratto immobile e in movimento nel tratto scheggiato successivo, dimeni la testa aprendo un poco la bocca e mordendoti un labbro, uno a caso dici, non pensarci: tira dritto, pensa ad altro, mi ripeto. penso al gesto anatomico, allo sfregarsi interno delle pareti non del bagno, al ritmo con il quale le parole escono dalla tua bocca, e i vagiti prodotti dal nostro movimento privo di lucidità. cadiamo, ci rialziamo, ci vestiamo l'un l'altra dei ricordi arruffati uno sopra, uno sotto, ammassati gli uni sugli altri a formare un tendone sotto il quale ci ritroviamo seduti, accanto ma non troppo da poterci toccare, se non con lo sguardo e con l'immaginazione.
ci alziamo per chiederne ancora. rendiamo i vuoti per farci restituire i boccali ondeggianti prima tra la fretta di chi ce li serve e poi dal nostro passo incerto fatto di tentoni a destra a sinistra, scontrandosi con le spalle di altre persone, per andare alla ricerca ad occhi chiusi privi di memoria, del posto dove eravamo seduti. ci sono così tante sedie adesso vuote, stand liberi e ballerini vestiti in modo strano. c'è chi ti guarda sorridente, chi invece ti insulta mentre ebete sorridi per chiedere scusa, mi perdoni signore, signorina, ha visto per caso una stella. filante? chiedono loro, quelli che mi stanno alle spalle e sogghignano mentre ti cerco tra la folla. aguzzo la vista per trovare i tuoi capelli, il tuo vestito, il tuo abbigliamento. ti ho vista alzarti e dirigerti dalla parte opposta alla mia, forse in bagno, dove mi stai aspettando. avrei dovuto lasciarmi alle spalle delle molliche di pane da seguire per il ritorno, sperando a dita incrociate non arrivassero i gabbiani a mangiarsele planando verso il terreno. invece ora sono perso, senza bussola ho l'orientamento di un procione. cerco la stella polare, il cielo è nuvoloso, ci sono troppe luci a nascondere quella più importante. quando finisco sotto un tendone guardo in alto ma il soffitto è bianco, bianco sporco. chissà chi ci ha vomitato lassù: qualcuno capace di sfidare la forza che ci spinge a terra, ci schiaccia, noi e il vomito liquido in questo caso.
arrivato in fondo alla strada quest'ultima si apre a lingua di serpente. non vedo segnali stradali capaci di indicarmi una via, neppure il senso, se giusto o contrario, divieti di accesso, parcheggi involontari su marciapiedi stirati. mi gratto gli occhi, stropiccio le palpebre. voglio vederci chiaro, anche se non ci riesco. mi sforzo, concentro tutte le energie nei bulbi oculari mandando a frotte gli zuccheri rimasti sinceri verso quella parte di cervello ancora lucida. ma non ce la faccio.
quando ti si appanna la vista di solito hai sempre un bivio davanti, scegliere è così difficile, soprattutto quando vengono a incasinarti pure i deja-vu e non ci capisci più nulla, è tutto un sovrapporsi di immagini e di scelte, i colori si perdono tra le vie di fuga, la prospettiva perde la gravità pesante del suo stesso senso, pure la bava che ti esce dalla bocca appiccicandosi sul mento pare iridescente, quasi bella, quando invece è solo schifezza che ti cola sulla faccia. non sai che fare e per questo non fai niente. rimani in attesa. ti immobilizzi quanto una statua, quanto una pigna, quanto una storia che non vuole andare avanti e di cui percepisci appena quel che basta per arrancare con l'intreccio, il susseguirsi degli eventi, il senso dell'azione e della causa.
mi risveglio sporco di sabbia su di un lettino in riva al mare, lo stabilimento chiuso e gli ombrelloni legati stretti. il traffico rumoreggia poco dietro di me, mentre il mare perdendosi nell'oscurità della notte cerca di scappare dalla sua fine in fondo all'orizzonte venendosi ad allungare sulla spiaggia.
il mare finisce all'orizzonte, e oltre quel punto c'è una grande cascata che si tuffa nell'infinito, vorrei dirti. ma tu non ci sei.
chiudo gli occhi e mi rimetto a dormire.
wake me up, when september fest.

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