lunedì 14 giugno 2010

Terapia

con le parole ci gioco. cubi gialli, cubi rossi, cubi verdi: li ammonticchio uno sopra l'altro, impilandoli con equilibrio precario. a volte basta un semplice soffio perché questi cadano giù, per terra. ci costruisco case, con le parole. le congiunzioni, le e ad esempio, sono ottime per fare i cardini delle porte: ci attacco frasi un poco più solide, o almeno frasi che dovrebbero essere più solide, come "sto respirando", e le faccio scivolare ben oliate per aprirle e chiuderle. quando le apro, respiro; quando le chiudo, trattengo il fiato.
l'altra notte mi sono svegliato ed ho dovuto accendere la luce di camera dalla disperazione. al buio non mi rendevo conto di dove mi trovassi. non sapevo, non capivo, se fossi in una giungla, ai piedi delle piramidi, sull'argine di un fiume, o disperso nel bel mezzo di un deserto antartico. muovendo le mani nel disperato tentativo di orientarmi con il tatto, mi sentivo come una bussola impazzita circondata da magneti che suggerivano tutti nord sbagliati. cercavo a destra e mi sembrava di sentire un vento freddo; mi allungavo verso il basso del letto e mi trovavo con i piedi bagnati; sulla testa, stando fermo, batteva un sole caldo umido.
capita spesso. prima di addormentarmi passo ore a scrivere sui muri. compro pennarelli indelebili neri, di quelli che non vanno via, e riempio le pareti di casa con i viaggi che faccio utilizzando le parole a gonfiare le vele. ho ben presto ricoperto tutti i muri di casa, sia quelli portanti che quelli non portanti, e non ho i soldi per comprare la vernice, mettermi a lavorare per rimbiancarli tutti. così ultimamente ho iniziato a scrivere sulle lenzuola, le coperte, le federe dei cuscini. quando finisco cambio tutto, appallottolo da una parte ma non li porto mai a lavare. li lascio lì, in un angolo della camera, mentre con pazienza vesto il letto con altre pagine vuote. e riparto.
alcuni giorni fa ho chiesto al mio dottore se per caso stessi sbagliando: faccio bene, faccio male. mi dica dottore, come mi devo comportare? devo smettere di scrivere? devo iniziare a prendere delle medicine? magari qualche sciroppo che faccia in modo di far scivolare giù le parole dalla gola verso lo stomaco, per evitare che si fermino tutte quante incagliate qui, sul pomo d'adamo, senza andare né su e né giù, e l'unico modo per liberarmene è quello di vomitarle fuori. mi dica, cosa devo fare?
l'ho messo in crisi. si sentiva che non sapeva cosa rispondermi. ho ascoltato il suo silenzio mentre con una penna stilografica appuntava qualche considerazione nei miei confronti sul suo taccuino appoggiato sulle ginocchia. poi ha detto: non c'è il giusto o lo sbagliato, attaccando con una filippica che è durata chissà quanto. io ho staccato la spina.
mi stanco presto di ascoltarlo. a mio avviso dovrebbe parlare meno, rispondere alle mie domande con un no o con un si. con i suoi discorsi dice tutto ed il contrario di tutto. per avere una risposta da lui devo in pratica scegliere una delle risposte che più mi aggrada. non posso avere delle domande ed avere allo stesso tempo, io, le risposte. non sto facendo una specie di quiz, non sto conducendo un programma televisivo, nè tantomeno lui è un concorrente. caso mai dovrebbe essere lui a condurre, ed io chiuso in una cabina insonorizzata, con le cuffie alle orecchie, cercando di dare la risposta giusta.
ma lui, il dottore, dice sempre che non c'è una risposta giusta e una risposta sbagliata: sono le domande ad essere giuste o sbagliate. poco importa, credo io. quando lo dice penso sempre ad altro. penso che pure lui scarabocchia con la sua calligrafica incomprensibile, da dottore, delle parole su dei fogli. se sono malato io lo è pure lui. in fondo, penso, siamo tutti quanti un po' malati.

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